Nessuno può dubitare che Firenze avesse ora un proprio governo coi suoi
Consoli, sebbene nei documenti che abbiamo, si trovino menzionati la
prima volta solo nel 1138. Il Sanzanome però ce ne parla esplicitamente
nella impresa contro Fiesole, quando, come vedemmo, fa da essi
deliberare la guerra. Ma quale è l'origine vera e la natura di questo
nuovo magistrato? Fu da molti sostenuta l'opinione, che i Consoli
derivassero generalmente dagli antichi giudici. In Lombardia sarebbero
stati non altro che una trasformazione degli Scabini franchi, e sarebbe
quindi assai naturale che fossero in Firenze una trasformazione dei
giudici del tribunale margraviale, ai quali Matilde aveva, già assai
prima di morire, abbandonato l'ufficio di pronunziare le sentenze. Ma
questa è un'idea, che ormai non può piú sostenersi, perché contiene
una parte sola del vero. Quando, infatti, noi vediamo i Consoli
nell'esercizio delle loro funzioni, che cosa essi sono, che cosa essi
fanno, secondo i cronisti e secondo i documenti? Conducono le guerre:
conchiudon trattati in nome di tutto il popolo, che rappresentano;
governano la Città; amministrano la giustizia. E quest'ultimo è a
Firenze come altrove, _uno_ dei loro ufficî, il quale essi adempiono,
perché strettamente connesso coll'esercizio del potere politico, che è
la vera e principalissima loro funzione. D'altronde che cosa è che fa
veramente nascere il Comune fiorentino? La mancanza appunto di quella
superiore autorità politica che sino allora aveva comandato in Toscana,
il bisogno di condurre le guerre contro gli antichi e nuovi nemici.
Il carattere politico ed il carattere militare dovevano adunque di
necessità prevalere.
Ed in questo concetto dobbiamo confermarci ancora, se esaminiamo come
era costituito il tribunale dei Consoli. Dapprima sembra che tutti o
parte di essi indistintamente lo presiedessero; piú tardi tre di essi,
scelti a turno, e chiamati _Consules super facto iustitiae_, o anche
_Consules de iustitia_, presiedono per un mese; piú tardi ancora sono
due che presiedono per due mesi, e finalmente, quando però il governo
primitivo ha mutato natura, ve n'è uno solo che presiede per tutto
l'anno.[127] Potevano essere o non essere uomini periti in legge,
giacché non facevano che pronunziare, confermare la sentenza, ma non
l'apparecchiavano, né la formulavano. A quest'ufficio attendeva un
vero e proprio _iudex ordinarius pro Comune_, con tre Provveditori o
_Provisores_, che studiavano il processo e scrivevano la sentenza. I
Consoli non facevano che presiedere il tribunale, e quando mancavano,
il che pur seguiva qualche volta, esso funzionava da sé. Il posto
adunque che vi pigliavano era in sostanza quello di Matilde, di chi
cioè rappresentava la sovranità, non quello de' suoi giudici.[128]
L'indole vera del nuovo governo noi la possiamo intendere meglio,
esaminando piuttosto quali erano i diversi elementi che costituivano
la cittadinanza, dai quali esso necessariamente si svolse. Due, come
sappiamo, erano le classi principali e gl'interessi che si dividevano
la Città: le associazioni cioè delle Arti e quelle dei Grandi o delle
Torri. La forza del numero stava di gran lunga dalla parte del popolo;
ma i Grandi avevano assai piú la cultura, l'educazione alle armi ed
alla politica, l'arte di governo già da essi in parte esercitata.
Quindi è che da essi vennero i Consoli, i quali, in sul principio,
s'aggirarono in un numero assai ristretto di famiglie, tanto da
sembrare poco meno che ereditarî. La sventura di Firenze, come del
resto anche degli altri Comuni, esclusa Venezia, fu che i Grandi non
poterono mai andare d'accordo fra loro. La nobiltà feudale fu in Italia
come una pianta esotica, portata sopra un terreno ingrato. Di origine
germanica, essa formava altrove parte di tutto un sistema politico;
era capitanata dall'Imperatore intorno a cui si stringeva; ebbe delle
virtú qualche volta eroiche; dette origine ad una particolare forma di
civiltà, ad una letteratura che fiorí nella Francia e nella Germania,
non mai in Italia, molto meno poi in Toscana. I nostri signori feudali
dominati solo da interessi personali, s'appoggiavano all'Impero,
per combattere il Papa; al Papa, per combattere l'Impero; all'uno o
all'altro indistintamente, per combattere le città. E questo seguiva
di continuo anche nel contado fiorentino. I Grandi che risiedevano
dentro le mura della Città, erano, è vero, d'indole assai diversa,
molto piú vicini al popolo, con cui si accomunavano; ma erano composti
di elementi assai discordi, perché alcuni di loro erano venuti su dal
popolo; altri discesi dai castelli feudali, con cui avevano aderenze,
da cui speravano aiuti. L'ambizione del potere ben presto li divise, e
la facilità con cui gli uni trovavano favore negli artigiani, quando
gli altri lo cercavano e lo avevano nel contado, fecero da questi
semi rapidamente germogliare le civili discordie. Piú tardi poi, con
l'aumentarsi di coloro che dai castelli venivano in Città, si formò
tra di essi un vero partito aristocratico, ghibellino, contro il
partito guelfo e popolare. Ma siamo ancora assai lontani da ciò, perché
l'interesse generale di far guerra ai signori del contado, prevalse
lungamente su tutto e su tutti, da essa dipendendo l'esistenza stessa
del Comune.
Da quanto abbiam detto fin qui risulta sempre piú chiaro, che due
ordini ben distinti di cittadini già esistevano in Firenze: il popolo o
le Arti, ed i Grandi. Se il nuovo governo fosse sorto solo dalle Arti,
avrebbe preso la forma d'un ordinamento secondo i mestieri. Se fosse
sorto invece solo dai Grandi, avrebbe dato origine ad un ordinamento
regionale, locale, secondo i Sestieri della Città, nei quali essi
erano sparsi. Questa diversa tendenza noi la troviamo in tutti i Comuni
italiani. A Roma prevalse l'ordinamento per Regioni o Rioni; a Firenze
invece prevalse col tempo quello per Arti, a cagione della grandissima
prosperità che ebbero in essa il commercio e l'industria. Ma intanto
il predominio morale dei Grandi, le necessità urgenti della guerra,
per la quale l'esercito poteva assai piú facilmente raccogliersi ed
ordinarsi a Sestieri, favorirono un ordinamento locale, ed i Consoli
furono quindi eletti per Sestieri.[129]
Che i Grandi fossero allora già costituiti in Società delle Torri,
può ritenersi provato dai documenti. Uno del 1165 parla di esse come
già esistenti da un pezzo,[130] e poco dopo troviamo nelle pergamene
dell'Archivio fiorentino addirittura brani dei loro Statuti.[131] La
torre era proprietà comune dei socî o consorti, i quali non potevano
lasciare la loro parte a chi non fosse della Società, o non venisse
ammesso col voto di tutti i componenti meno uno. Le donne erano
naturalmente escluse. Le spese per mantenere, armare la torre, che
era in comunicazione con le case vicine dei consorti, e serviva a loro
comune difesa, erano a carico di tutti. Tre o piú Rettori, che qualche
volta sono chiamati anche Consoli, governavano la Società, erano
arbitri delle liti, e sceglievano i loro successori. Questi Rettori e
loro consorti sono quelli che troviamo ora alla testa del governo; i
documenti provano chiaro che i Consoli del Comune sono quasi tutti di
famiglie che fanno parte delle Società delle Torri. Il vedere poi che
alcuni di essi, come ad esempio i Cavalcanti ed altri non pochi,[132]
si trovano qualche volta anche Consoli delle Arti, è una prova certa
della buona armonia in cui essi, come già piú volte dicemmo, erano
col popolo. L'ordinamento di queste Società, simile in qualche modo a
quello delle Arti, da cui forse era stato ispirato, non aveva nulla
di veramente feudale.[133] Se fossero in Città prevalsi solo gli
Uberti, piú aristocratici, le cose avrebbero di certo preso ben altro
aspetto; ma essi dovettero, sebbene di mala voglia, cedere alla forza
degli eventi, che spesso furono loro avversi. Assai di rado infatti li
troviamo nel consolato prima del 1177, quando cominciarono ad entrarvi
piú spesso, dopo aver fatto una vera rivoluzione. E ciò conferma che
nel 1115 essi avevano subito uno scacco. Il governo consolare venne
allora in mano di parecchie famiglie di Grandi, amiche del popolo, che
prevalse nelle assemblee, senza le quali non si decideva nessuna delle
grandi questioni e dei grandi interessi dello Stato.
I Consoli erano eletti in principio d'anno,[134] due per Sesto, tale
almeno sembra il loro numero normale, quantunque non sia certo, né paia
sempre costante. Fra questi dodici, due, scelti a turno, funzionavano
da capi del collegio, ed erano detti _Consules priores_. Cosí ne seguí
che i cronisti usarono nominare solo due, e qualche volta uno solo dei
Consoli. I documenti ne nominano due, tre o piú, che stanno però sempre
a rappresentare anche i colleghi, di cui si danno spesso i nomi. Di
rado, e solamente in casi eccezionali, se ne trovano ricordati piú di
12,[135] forse perché gli uscenti erano stati in ufficio alcuni giorni
insieme coi nuovi eletti, o per altra causa temporanea a noi ignota.
Tutto ciò non farà maraviglia, se si tien presente, che la costituzione
fiorentina è ora in uno stato di formazione, quindi sempre incerta e
mutabile, di che ne avremo molte altre prove.