II

Lasciando per ora da parte i documenti e gli autori, veniamo a parlare

della leggenda, la quale, come dicemmo, presenta un primo problema

da risolvere o almeno da discutere. Essa si diffuse di certo assai

largamente nel popolo. Anche la _Divina Commedia_ (_Par._ XV, 125), ci

descrive la donna fiorentina che, filando,

Favoleggiava con la sua famiglia

De' Troiani, di Fiesole e di Roma.

Ciò non ostante, la sua origine apparisce piú letteraria che veramente

popolare. Non è infatti che uno strano amalgama di tradizioni

classiche e medievali, la piú parte cavate da libri, e piú o meno

arbitrariamente alterate, sull'assedio di Troia, la fuga di Enea, le

origini di Roma, con le quali l'orgoglio municipale voleva connettere

quelle di Firenze, raccogliendo cosí le poche ed incerte cognizioni o

piuttosto tradizioni, che su di ciò si avevano. La leggenda comincia

con Adamo, e subito lo abbandona, arrivando rapidamente alla fondazione

di Fiesole, per opera di Atalante e di sua moglie, col consiglio di

Apollonio astrologo. Fiesole fu la prima città, costruita nel luogo

piú sano d'Europa, e di qui il suo nome: _Fie sola_. I loro figli si

sparsero sulla terra, che andarono popolando. Il primo si chiamò Italo,

e diede il suo nome all'Italia; il terzo si chiamò Sicano, e dette il

suo nome alla Sicilia, che conquistò. Il secondo, Dardano, andò piú

lontano a fondare la città di Troia.[51] Qui la leggenda corre di nuovo

rapida fino alla guerra di Troia, alla fuga d'Enea, alla fondazione

di Roma, di cui Firenze è la figlia prediletta. Si procede quindi

assai piú lentamente a parlare di Catilina, e su di esso (tanti sono

i particolari che di lui si narrano) deve esserci stata una speciale

leggenda, la quale o venne piú tardi a congiungersi con le altre,

che formarono la cosí detta _Chronica de origine Civitatis_, o piú

probabilmente si svolse prima da questa, e vi fu poi ricongiunta nelle

compilazioni posteriori.

Dopo aver cospirato contro Roma, egli venne a Fiesole, dove i Romani

lo inseguirono e lo combatterono, sotto il comando dei consoli Metello

e Fiorino, il secondo dei quali morí in battaglia, ed il loro esercito

fu pienamente disfatto presso l'Arno. A vendicarli però venne Giulio

Cesare, il quale pose l'assedio a Fiesole, la distrusse, e poi sul

luogo stesso dove era stato ucciso Fiorino, fu edificata una città

nuova, che da lui prese il nome di Fiorenza. Catilina fuggí verso

l'Appennino pistoiese; colà fu inseguito e disfatto. La mortalità

fu tale e tanta, che ne scoppiò una peste, da cui venne il nome a

Pistoia.[52] Il nome delle città toscane è dalla leggenda spiegato

sempre collo stesso metodo, Pisa viene da pesare. Ivi i Romani

riscuotevano i loro tributi, i quali erano tanti che essi dovevano

pesarli in due luoghi diversi; e questa è la ragione per la quale

usarono il nome di questa città al plurale: _Pisae Pisarum_. Lucca

viene da lucere, perché essa fu la prima città, che si converti alla

luce del Cristianesimo. Dello stesso genere è l'origine del nome di

Siena. Quando i Franchi[53] vennero a combattere i Longobardi nel

mezzogiorno, si fermarono in un luogo dell'Italia centrale, dove

lasciarono tutti i loro vecchi. Cosí alla città che ivi poi sorse, fu

dato il nome, usato anch'esso in plurale, di _Senae Senarum_. Firenze,

invece, ebbe, secondo la leggenda, il suo nome da Fiorino, sebbene

altri piú tardi lo facessero derivare da _Fluentia_, perché posta

sul corso del fiume Arno; altri, dai molti fiori che crescono sul suo

terreno. Essa fu costruita a similitudine di Roma, col Campidoglio,

il Foro, il Teatro, le Terme, e fu perciò chiamata la piccola Roma.

Suoi amici sono sempre gli amici di Roma, e nemici dell'una son sempre

quelli dell'altra.

Dopo cinquecento anni, cosí continua la leggenda, Totila _flagellum

Dei_ venne a distruggerla, ricostruendo subito Fiesole, la città

rivale. Qui è chiaro che si voleva dire Attila, perché questi ebbe

il titolo di _flagellum Dei_, e fu nel Medio Evo il tipo vero del

devastatore e distruttore di città. Ma esso non era venuto a Firenze,

e perciò fu mutato in Totila, che v'era stato, ma che non aveva avuto

lo stesso appellativo. A questo scambio dei due nomi, contribui anche

la loro somiglianza, né è il solo esempio che quella età ci presenti di

confondere Attila con Totila. Dante nella _Divina Commedia_, (_Inf._

XIII, 148-9) attribuisce ad Attila la distruzione di Firenze, là dove

ricorda

Quei cittadin che poi la rifondarno

Sovra il cener che d'Attila rimase.

E s'allontana doppiamente dalla leggenda, perché secondo essa furono

i Romani, che vennero a ricostruirla, e questa volta naturalmente a

similitudine di Roma cristiana, con le chiese di S. Piero, S. Giovanni,

S. Lorenzo ecc., come nella Città eterna.

Passarono cosí tranquilli piú di altri 500 anni,[54] quando finalmente

Firenze volle vendicarsi della sua eterna rivale, ed improvvisamente

assalí e distrusse Fiesole. Ora noi possiamo qui osservare, che se

Firenze fu la prima volta fondata ai tempi di Cesare; se piú tardi

fu ornata di monumenti romani; se, trascorsi 500 anni, fu distrutta

da Totila,[55] e dopo piú di altri 500 anni essa distrusse Fiesole, è

chiaro che la cronologia stessa della leggenda ci porta per lo meno al

secolo XI. Se poi aggiungiamo che l'assalto e la parziale distruzione

di Fiesole avvennero storicamente nel 1125, ne segue che la leggenda

non può essersi formata prima del secolo XII, come già dicemmo.

Qui essa sarebbe finita, e dovrebbe aver principio la storia. Il

Sanzanome infatti, che è il cronista piú antico, incomincia appunto

dalla distruzione di Fiesole. Il _Libro fiesolano_ però, che qualche

volta inverte a capriccio l'orditura della leggenda, vi fa infine

una giunta, che merita d'essere ricordata, perché dimostra quanto

era l'arbitrio con cui questi strani racconti s'andavano formando.

La giunta si riferisce agli Uberti, potenti cittadini di Firenze,

stati sempre avversi al governo popolare della loro Città. Secondo la

tradizione essi erano venuti di Germania cogli Ottoni. Questo però

evidentemente non piaceva al compilatore del _Libro fiesolano_, che

forse era amico degli Uberti, e però afferma, con un certo sdegno, che

gli Uberti erano invece discesi dal sangue di Catilina, «nobilissimo re

di Roma», il quale discese dai Troiani. Questi ebbe un figlio chiamato

Uberto Cesare, a cui una moglie fiesolana diè 16 figliuoli, dopo di

che fu da Augusto mandato a riconquistare la Sassonia, la quale s'era

ribellata. Colà suo figlio Uberto Catilina sposò una gran dama tedesca,

da cui nacque «il lignaggio del buon Ceto (Ottone) di Sansognia».

Cosí è falso che gli Uberti siano «nati dallo Imperatore della Magna,

ma la veritade è questa, che lo Imperatore è nato di loro».[56] Con

tale giunta, posteriore al resto della leggenda, si vede che l'autore

vuol glorificare gli Uberti; ma, ricordandosi che essi furon sempre

nemici del governo della Città, li fa discendere da Catilina e da

una Fiesolana. Non potendo però neppure disconoscere affatto il loro

carattere ghibellino, la loro origine germanica, se non sa decidersi a

farli discendere dagli Ottoni, li muta in loro progenitori. Cosí sono

soddisfatte la tradizione e l'ambizione o piuttosto l'adulazione del

compilatore.

Uno studio delle fonti di questa leggenda, che non ha certo una vera

importanza storica, ci condurrebbe fuori del nostro tema, perché non

getterebbe nessuna nuova luce sulle origini di Firenze. Diremo solo

che, oltre a Darete, _De excidio Troiae_, ed al comento di Servio

a Virgilio, essa attinge alla Storia di Orosio, alla Storia Romana

di Paolo Diacono ed alle altre parti della _Historia Miscella_,

ecc.[57] Ma, lasciando ora siffatto argomento, noteremo invece che,

incominciando con essa le loro storie, il Villani ed il Malespini, non

solo ricorrono a due diverse compilazioni, ma se ne valgono in modo

affatto diverso.[58] Ciò serve anche a provare che, se il Malespini

deriva dal Villani, non ne è però sempre ed in tutto una copia.

Egli si vale del _Libro fiesolano_, aggiungendovi di suo due interi

capitoli,[59] i quali contengono una vera e propria novella, che

probabilmente deriva da qualche episodio della leggenda di Catilina.

Piena di stranissimi anacronismi, essa è però scritta in una forma piú

corretta e assai piú vivace di tutto il resto.

Fiorino, che qui diviene un re di Roma, aveva in moglie la piú

bella donna mai vista, chiamata perciò Belisea. Dopo la disfatta e

morte di suo marito, ella restò prigioniera d'un pessimo cavaliere,

chiamato Pravus, che Catilina fece uccidere, pigliando seco Belisea,

di cui s'era perdutamente innamorato. Ma essa trovavasi in preda al

piú disperato dolore, perché non sapeva che cosa fosse mai avvenuto

della sua bellissima figlia Teverina, che stava chiusa nella casa

di Centurione, il quale l'aveva presa prigioniera e se n'era poi

invaghito. Baciandone le bellissime trecce, egli esclamava: «Queste

sono quelle che mi hanno incatenato, che io non vidi mai le somiglianti

trecce di bellezza». Il giorno della Pentecoste, la madre andò a

sentire la messa nella Canonica di Fiesole, dove a calde lacrime

piangeva la figlia perduta. Colà fu sentita da una fantesca, che

conosceva dov'era la giovinetta, e lo rivelò alla madre. Saputolo

Catilina, assalí subito Centurione nel proprio palazzo, e dopo fiera

battaglia lo prese prigioniero. Questi dovette allora la vita alle

intercessioni di Belisea, la quale, avuta la figlia, volle salvarlo;

ne curò le ferite, e lo indusse a partire, perché non fosse preda

dello sdegno di Catilina. Persuaso a partire, e già salito a cavallo,

Centurione chiese di rivedere Teverina, per darle l'ultimo addio. Ma

quando l'ebbe vista, distese a lei la mano, la tirò sull'arcione, e se

ne fuggí subito con le sue genti, menandola seco a galoppo. La madre

tramortí per dolore, e Catilina «con tutta la sua baronía», con mille

cavalieri e due mila pedoni, inseguí il traditore, che raggiunse a

dieci miglia di distanza, nel castello di Nalde, dove pose l'assedio.

Ma in quel momento gli giunse novella che i Romani correvano verso

Fiesole, e fu costretto a ripartire subito, per arrivare colà prima

che vi ponessero l'assedio. E cosí finisce questo singolare episodio,

aggiunto alla leggenda, quando essa, perduto il suo primitivo

carattere, pretendeva di essere una storia, e diveniva una novella.

Il Villani segue invece una piú antica compilazione, e non accoglie la

novella di Belisea; conosce anche il _Libro Fiesolano_, e se ne vale,

ma lo respinge come poco autorevole, appunto là dove abbiam visto che

il Malespini lo segue. Ricordando infatti la pretesa discendenza degli

Uberti da Catilina, egli aggiunge: «questo non troviamo per alcuna

autentica storia, che per noi si provi».[60] Oltre di ciò, volendo dare

alla leggenda, per quanto gli è possibile, una forma piú autorevole

e storica, vi porta piú d'una volta alterazioni, che cava ora dalle

fonti medesime da cui essa ha attinto, ora da poeti e storici romani

che cita, come Ovidio, Lucano, Tito Livio, e specialmente Sallustio,

del quale si giova per aggiungere particolari storici ai racconti

leggendari su Catilina. Resterà pur sempre un fatto psicologico

eternamente istruttivo quello che ci presentano gli uomini di questo

tempo, massime il Villani, il quale, contemporaneo di Dante, pratico

degli affari, culto, intelligente, acuto osservatore, poteva a

tanta intelligenza, cultura e buon senso, unire tanta e cosí puerile

credulità.

Ma che cosa, in sostanza, si può cavare di certo dalla _Chronica de

origine Civitatis_? Oltre all'ambizione, che avevano quasi tutte

le città italiane, di ricondurre le loro origini ai Romani ed ai

Troiani, essa vuol farci sapere che Fiesole, etrusca, fu l'eterna

rivale di Firenze, romana, la quale non poté prosperare fino a che non

l'ebbe distrutta. E però Catilina, nemico di Roma, è il difensore di

Fiesole; Cesare, Augusto, gl'Imperatori sono i fondatori, difensori,

restauratori di Firenze, fatta sempre a similitudine di Roma, chiamata

piccola Roma, Augusta, Cesarea, ecc.; Totila o Attila, cioè i barbari

che sovvertirono l'Impero, sono quelli che la disfecero. Piú tardi

un'altra leggenda la fa ricostruire da Carlo Magno, il restauratore

dell'Impero. Cosí almeno è narrato dal Villani e dal Malespini; ma

non ve n'è traccia nel _De Origine_, e neppure nel _Libro fiesolano_,

che, imbevuti di tradizioni romane, non conoscono ancora leggende

cavalleresche. Infatti, nel darci questo racconto, il Villani dice:

«Troviamo per le Croniche di Francia».

Le prime origini di Firenze furono attribuite alla etrusca Fiesole. E

Dante stesso dice de' Fiorentini nel suo Inferno (xv-61-3):

Ma quell'ingrato popolo maligno

Che discese da Fiesole ab antico

E tiene ancor del monte e del macigno.

Niccolò Machiavelli nelle sue _Storie_, lasciando da parte (come aveva

già fatto Leonardo Bruni) tutte le leggende medioevali, diceva che i

mercanti fiesolani cercarono, fin da tempi remotissimi, di avere un

emporio sull'Arno. Cosí a poco a poco s'andarono costruendo capanne,

che poi divennero case, le quali formarono una città. Ma ciò sarebbe

avvenuto per opera dei Romani, dopo le guerre cartaginesi. Altri

suppose che ciò potesse essere avvenuto quando, secondo Livio (187 a.

C.), Flaminio _viam a Bononia perduxit Arretium_.[61] Ma questo primo

periodo della storia di Firenze è oscurissimo. Strabone non la nomina

neppure; la ricordano Tacito e Plinio, il primo dei quali racconta

che insieme con altre città, essa mandò una deputazione a Tiberio, per

impedire che la Chiana venisse immessa nell'Arno, dal che temevano una

inondazione. Quaranta anni dopo, Floro la ricorda fra i _municipia

splendidissima_, che piú soffrirono ai tempi di Silla, il quale la

mise all'asta.[62] Un'antica iscrizione in cui si leggeva: JUL[_ia_]

AUG[_usta_] FLOR[_entia_] fece ritenere che Firenze fosse colonia

romana fondata da Augusto. Ma recentemente il Mommsen sostenne che

questa iscrizione si deve riferire non a Firenze, bensí a Vienna nella

Gallia[63] Il _Liber coloniarum_ (213.6) la pone tra le colonie dedotte

dai Triumviri (_colonia deducta a triumviris, adsignata lege Julia_).

E però qualche scrittore, riferendosi al primo triumvirato la dice

fondata da Cesare (59 a. C.), gli altri, riferendosi al secondo, la

ritengono fondata da Ottaviano Augusto (43. a. C.). Pure, non ostante

il _Liber coloniarum_, non ostante la citata iscrizione e le parole

di Floro, altri scrittori propendono a credere che Firenze sia colonia

sillana, opinione cui sembra inclinare anche il Mommsen.[64] Gli scavi

recentemente fatti proverebbero, secondo il prof. Milani, direttore del

Museo Archeologico di Firenze, che ai tempi di Silla la città aveva già

non poca importanza.[65] In conclusione però se si disputa sul primo

fondatore della colonia, la esistenza di Firenze colonia romana, non

solo è certa, ma gli avanzi dei monumenti ai nostri giorni scoperti ce

la fanno sempre meglio conoscere. Le mura romane erano visibili ancora

nel Medio Evo, ed alcuni avanzi se ne sono pure trovati ai nostri

giorni.

Prima però di questa Firenze colonia romana, ve n'era stata di certo

un'altra piú antica, quella cui si dovrebbero riferire le parole di

Floro, quando la chiama _Municipium splendidissimum_. Ma di essa non si

sa nulla di veramente certo, e finora si hanno delle ipotesi piú o meno

fondate, ma solo ipotesi. Possiamo aggiungere che gli scavi piú recenti

han messo in luce alcune tombe italiche assai antiche, ed alcuni

frammenti architettonici che, come già dicemmo, si possono, secondo il

prof. Milani, ritenere anteriori anche ai tempi di Silla.

Comunque sia di ciò, la Firenze colonia romana aveva la forma

dell'antico _castrum_, un quadrato, traversato da due grandi strade

perfettamente orientate, le quali s'incrociavano ad angolo retto nel

centro di essa, e la dividevano in quartieri. Il Campidoglio era nel

mezzo, là dove piú tardi fu la chiesa di S. Maria in Campidoglio; ivi

era anche il Foro, nel luogo stesso dove fu poi il Mercato Vecchio ora

demolito. V'erano inoltre nella Città un anfiteatro, che nel Medio

Evo fu chiamato il Parlascio, del quale si vedono ancora le tracce

presso il Borgo dei Greci; un teatro in via dei Grondi; un tempio

d'Iside, dove ora è S. Firenze; le Terme nella strada che ora ne porta

il nome.[66] Non è quindi da maravigliarsi se questa città, che del

resto era allora assai piccola, e tutta al di qua d'Arno, pretendesse

chiamarsi piccola Roma, e cercasse le proprie origini nella tradizione

romana. Tutto infatti ne' suoi monumenti parlava di Roma, e ciò

trovava naturalmente eco nelle menti e nella fantasia fiorentina donde

scaturí poi la leggenda. Anche oggi noi troviamo sempre nuovi avanzi di

monumenti romani, esempi di architettura bizantina, nulla di veramente

gotico o longobardo, appena qualche traccia di etrusco.

Come è naturale la Città s'andò col tempo allargando, e si formarono

dei borghi fuori della mura, il piú grosso dei quali, al di là del

fiume, congiunto ad essa per mezzo del Ponte Vecchio. Nella seconda

metà del secolo XI, e propriamente nel 1078, se è esatta l'affermazione

del Villani (IV, 8), alle palizzate che circondavano questi borghi

furono sostituite le nuove mura. Si può credere che di ciò egli avesse

notizia sicura, giacché, come sappiamo, sorvegliò alla costruzione del

terzo ed ultimo cerchio delle mura incominciate nel 1299 (VIII, 2 e

31), e distrutte in gran parte ai nostri giorni, non restandone ora che

alcuni brani.

A cominciare dalle invasioni barbariche una profonda oscurità

circonda per lungo tempo la storia di Firenze, e le poche notizie che

ne abbiamo, o sono di nuovo leggendarie affatto, o dalla leggenda

alterate. Nel 405 Radagasio con un'orda di Goti, cui s'erano uniti

altri barbari, si fermò in Toscana, ed assediò Firenze, le cui mura

poterono resistere fino all'arrivo di Stilicone generale romano, il

quale disfece quelle orde, ponendo a morte il loro capo. La resistenza

fatta allora venne assai magnificata, e la vittoria di Stilicone fu

attribuita a miracolo. La tradizione aggiunse, che il fatto seguí il di

8 ottobre, giorno di S. Reparata, e che perciò i Fiorentini iniziarono

in esso le corse del pallio, e fondarono la chiesa di S. Reparata, cose

tutte che sono invece di tempi posteriori. Questa leggenda perciò vale

solo a provare, come durasse lungamente in Firenze la memoria dello

scampato pericolo.

Segue un secolo d'assoluto silenzio, e poi la _Chronica de Origine

Civitatis_, ci dà la notizia ripetuta qui anche dal Villani, che

Totila, _flagellum Dei_, distrusse Firenze e fece riedificare

Fiesole.[67] Al che il cronista aggiunge l'altra leggenda, secondo

la quale, dopo essere restata la Città cosí guasta e disfatta per

350 anni, Carlo Magno, imperatore, invitò i Romani a volerla insieme

con lui riedificare, a similitudine di Roma, e cosí essa sorse con

le chiese di S. Pietro, S. Lorenzo, S. Maria Maggiore ecc. come sono

a Roma, e le fu dato anche un territorio di tre miglia intorno alle

mura.[68] Si vede qui che la ricostruzione di Firenze fatta, secondo

il _De Origine_, subito dopo la pretesa distruzione operata da Totila,

e da lui già ricordata piú sopra, gli sembra prematura, perché Firenze

restò lungo tempo ancora in grandissimo abbandono; e quindi, senza

troppo confondersi, registra anche la leggenda posteriore, che la fa

costruire invece da Carlo Magno, il restauratore dell'Impero.

Ma che cosa possiamo noi trovare di vero in tutto ciò? Nel 542 Totila

venne veramente in Toscana, e mandò parte de' suoi ad assediare

Firenze. Giustino, che ivi comandava la guarnigione imperiale, chiese

allora aiuto a Ravenna, ed all'avvicinarsi del soccorso verso la

Città, Totila richiamò i suoi, ritirandosi nel Senese. Inseguito

dagl'Imperiali, li disfece; ma non tornò poi contro Firenze, andando

invece verso il mezzogiorno d'Italia. Tale almeno è il racconto di

Procopio, seguito anche dai moderni.[69] I Goti tornarono, è vero, piú

tardi, e furono senza difficoltà padroni della Toscana e di Firenze,

dove commisero molte crudeltà; ma non la distrussero. Questi sono

i fatti, tutto il resto è aggiunto della leggenda, la quale, col

suo linguaggio fantastico, voleva dire, che seguí un lungo periodo

di oscurità e di oppressione, da cui i Fiorentini cominciarono a

sollevarsi alquanto solo a tempo dei Franchi.

I Longobardi infatti occuparono la Toscana verso il 570, ed abbiamo

due secoli di tenebre fitte. Troviamo ricordato un _Dux civitatis

Florentinorum, Gudibrandus_, che essi vi posero; ma altro non sappiamo.

In mezzo a molte calamità d'invasioni di guerre, di dura oppressione,

non solo quel commercio, che aveva dato origine a Firenze, fu

interamente distrutto; ma molte famiglie, per maggior sicurezza, dal

piano si rifugiarono ai monti, e non pochi cercarono perciò ricovero in

Fiesole, alla quale, allora come sempre, tornarono a vantaggio i danni

di Firenze. E si arrivò a tal punto, che nella seconda metà dell'ottavo

secolo, i documenti parlano di Firenze come se fosse divenuta un

borgo di Fiesole.[70] Ben presto però, sotto Carlo Magno, cominciarono

tempi di maggiore ordine e tranquillità. Dai monti si discese allora

di nuovo al piano; Firenze cominciò a prosperare a danno di Fiesole.

E siccome i Franchi ai duchi longobardi sostituirono i conti, cosí

anche Firenze ebbe un conte, la cui giudiciaria si estendeva per tutto

il territorio della diocesi vescovile, che s'era formata sull'antica

divisione romana. Questo era ciò che chiamavasi il contado fiorentino,

il quale da un lato arrivava sino quasi a Prato, a un luogo detto i

Confini, e di là verso il Poggio a Caiano si stendeva, girando dalla

parte di Empoli, e confinando col Lucchese, col Volterrano, col contado

fiesolano.[71] Carlo Magno si fermò a Firenze e vi celebrò il Natale

del 786; esso difese anche i beni della chiesa fiorentina contro le

aggressioni dei Longobardi. Tutto ciò dette origine alla leggenda della

riedificazione della Città per opera sua. Il Villani, con manifesto

anacronismo, non solo vi aggiunge la concessione di molti privilegi

immaginarî, ma fa in questo momento nascere il Comune, che invece tardò

parecchi secoli ancora. «Carlo», esso dice, «fece assai cavalieri e

privilegiò la Città, facendo franco e libero il Comune e i cittadini,

e tutto il contado co' suoi abitanti tre miglia intorno, e tutti quelli

che si trovavano ad abitare, anche i forestieri. Per la qual cosa molti

vi tornarono, ed ordinarono che la detta Città si governasse a modo di

Roma, cioè per due Consoli e per lo Consiglio di Cento Senatori».[72]

Ma questa non è che una giunta del cronista, piú arbitraria della

leggenda stessa.

E non basta. Come Carlo Magno, cosí Ottone I, il restauratore

dell'Impero in Germania, doveva essere fautore di Firenze, «perché»,

prosegue il cronista, «essa era stata sempre de' Romani e fedele

all'Imperio».[73] In Firenze l'Imperatore s'era fermato l'anno 955,

nell'andare a Roma per la coronazione, cosí continua il cronista,

facendo anche da lui concedere alla Città un contado di sei miglia,

doppio cioè, ma non meno immaginario di quello che le aveva fatto

concedere da Carlo Magno. Ottone, sempre secondo il Villani, mise

pace in Italia, abbatté i tiranni, e molti de' suoi baroni rimasero

in Lombardia ed in Toscana, tra i quali ricorda i conti Guidi e gli

Uberti. Né riflette che alcune di queste famiglie toscane avevano

un'origine piú antica assai, e che anche al suo tempo i nobili

principali del contado avevano nome di Cattani lombardi, in memoria

della loro origine longobarda. E dimentica di nuovo che Firenze

non era allora una città libera, cui l'Imperatore potesse concedere

un territorio, il quale, come vedemmo, faceva già parte della sua

giudiciaria, e non poteva, verso Fiesole almeno, estendersi a sei

miglia.[74]

Un altro racconto favoloso è quello, narrato pure dal Villani, della

distruzione di Fiesole nel 1010. Il giorno della festa di S. Romolo, i

Fiorentini, deliberati a vendicarsi, sarebbero, colle armi celate sotto

le vesti, entrati all'improvviso nella città rivale, dove, cavatele

fuori a un tratto, e chiamati i compagni nascosti in agguato, avrebbero

corso le vie, facendo man bassa su tutto, distruggendo le case, gli

edifizî, eccetto il vescovado, la cattedrale, alcune altre chiese

e la rocca, che non s'arrese. Fu dopo ciò promessa salva la vita a

tutti coloro che volessero venire ad abitare in Firenze, di che molti

profittarono. Cosí di due popoli se ne fece uno, e si riunirono anche

le loro bandiere. Quella dei Fiorentini era rossa col giglio bianco,

quella de' Fiesolani era bianca con una mezza luna celeste, e con esse

si formò la bandiera rossa e bianca del Comune.[75]

Questa unione di due popoli in uno fu, secondo il Villani, la causa

principale delle continue guerre civili, da cui Firenze fu tanto

travagliata, al che s'aggiunse anche l'essere la Città stata costruita

«sotto la signoria e influenza della pianeta di Marte, che sempre

conforta a guerra e divisioni». E di nuovo, quasi dimenticando d'averlo

già detto ai tempi di Carlo Magno, con poco minore anacronismo, ripete

che i Fiorentini allora «feciono leggi e statuti comuni, vivendo ad una

signoria di due Consoli, e col Consiglio del Senato, ciò era di cento

uomini, i migliori della Città, com'era l'usanza data da' Romani ai

Fiorentini».[76] È chiaro che egli non conosce le origini del Comune,

è convinto solamente che venivano da Roma, e però di tanto in tanto le

ricorda, là dove gli torna piú opportuno o gli pare meno improbabile

che cominciassero. Di dove poi cavasse questa guerra e distruzione di

Fiesole nel 1010, sapendo pure che il fatto era avvenuto invece nel

1125, come egli stesso racconta a suo luogo, non è facile dirlo. Il piú

probabile è che, avendo nella leggenda trovato la guerra e distruzione

di Fiesole _piú di 500 anni_ dopo la distruzione di Firenze, per opera

di Totila, il quale venne _500 anni_ dopo la fondazione della Città,

il cronista ripeté due volte il fatto della distruzione, cioè nel 1010

e nel 1125, soddisfacendo cosí prima alla leggenda, che, in un modo

del resto assai vago, lo aveva rimandato indietro, e poi alla storia,

che ai suoi tempi era assai nota. Quanto poi alle ragioni della guerra

civile, cercate nella forzata unione di due popoli avversi, si può

osservare che per molto c'entrava davvero la diversità del sangue

germanico dei nobili dal sangue latino del popolo, cosa che il cronista

forse sentiva e non capiva.

Certo è che, dai Franchi in poi, Firenze continuò sempre a prosperare,

sebbene assai lentamente. Il suo territorio, è vero, fu, come

scrive il Villani, tutto incastellato da baroni feudali di origine

germanica, ad essa avversi, molti de' quali trovavano sicuro ricovero

anche in Fiesole, di dove cercarono danneggiarla. Ma, ciò non

ostante, il vantaggio d'una posizione geografica sulla via di Roma,

assai favorevole al commercio, si faceva sempre piú sentire. Sin

dall'825 l'imperatore Lotario, nelle sue _Costitutiones olonenses_,

la destinava, con altre sette città italiane, ad essere sede d'una

scuola pubblica, il che già ne dimostrava l'importanza. Oltre di

ciò, gl'Imperatori tedeschi vi si fermavano quasi sempre, ogni volta

che andavano a coronarsi in Roma. Piú spesso e piú lungamente vi si

fermavano i Papi, quando, il che succedeva di frequente, i tumulti

popolari li cacciavano da Roma. Vittore II morí a Firenze nel 1057,

dopo avervi due anni prima tenuto un Concilio; nel 1058 vi morí Stefano

IX; tre anni dopo Niccolò II e i cardinali vi restarono sino alla

elezione di Alessandro II. Piena di tradizioni e di monumenti romani,

in continue relazioni con la Città eterna, essa ne sentí fin dai primi

tempi l'influenza, manifestando quel carattere religioso e guelfo,

che apparisce sempre piú chiaro in tutta quanta la sua storia. Molte

sono le chiese che dentro o vicino alla Città sorsero in sul finir

del secolo X. La costruzione poi di un edifizio come quello di S.

Miniato al Monte, in su i primi del secolo XI, massime se si aggiungono

le chiese che sorsero poco prima o poco dopo, è prova manifesta di

cominciata prosperità e di zelo religioso. Ed in vero Firenze divenne

allora uno dei centri piú importanti di quel movimento della riforma

dei chiostri, che, incominciato da Cluny, si diffuse poi largamente

nel mondo. S. Giovanni Gualberto di famiglia fiorentina, morto nel

1073, fu l'iniziatore della riforma benedettina, che prese il nome da

Vallombrosa, dove egli fondò un eremo assai celebrato, sottoponendo

alla stessa regola altri non pochi conventi vicini a Firenze.

Questo zelo religioso e monastico si accese ben presto cosí vivamente

nella Città, che l'accusa di simonia lanciata contro il suo vescovo

Pietro da Pavia, sollevò tutto il popolo. I monaci affermavano che

esso aveva avuto il suo alto ufficio per favore dell'Imperatore, del

duca Goffredo e di sua moglie Beatrice, favore che sarebbe stato

ottenuto pagando grossa somma di danaro. La moltitudine seguiva i

monaci, e la contesa durò cinque anni (1063-68), non senza spargimento

di sangue, tanto s'erano infiammate le passioni. Il vescovo adirato

da queste accuse, imbaldanzito dalla protezione che aveva dal Duca,

fece, armata mano, assalire i monaci nel convento di S. Salvi, presso

Firenze. S. Giovanni Gualberto, il promotore primo dell'agitazione,

n'era per sua fortuna partito; ma i sacri altari vennero manomessi,

e parecchi dei monaci ivi presenti furono feriti. Tutto ciò doveva

naturalmente portare esca al fuoco, e S. Giovanni Gualberto, che già

predicando nelle vie della Città, aveva infiammato gli animi, ruppe

adesso ogni freno, ed arrivò sino a dire che i preti consacrati dal

vescovo simoniaco non erano veri preti. L'esaltamento giunse a tale,

che si afferma (cosa certo singolare, ma pur credibile in tempi di

viva fede religiosa), che circa mille persone preferirono morire senza

i sacramenti, piuttosto che riceverli da preti ordinati dal vescovo

simoniaco.[77] Invano papa Alessandro II cercò calmare gli animi;

invano mandò a tal fine il pio, dotto ed eloquente S. Pier Damiano.

Questi venne o portar parole di pace, che poi ripeté nelle sue lettere

indirizzate: _Dilectis in Christo civibus florentinis_. Biasimava la

simonia, ma biasimava anche il prestar troppo facile orecchio alle

accuse. — Mandassero, egli diceva, piuttosto i loro rappresentanti

al sinodo in Roma, il quale avrebbe autorevolmente deciso la lite;

intanto usassero calma, non si abbandonassero alla riprovevole e cieca

illusione, che aveva fatto morir tante persone senza i sacramenti,

con grave danno delle loro anime. Guai a coloro che vogliono essere

piú giusti dei giusti, piú sapienti dei sapienti. Essi finiscono, per

troppo zelo, con l'unirsi ai nemici della Chiesa. Gracchiando come

rane (_velut ranae in paludibus_) confondono ogni cosa, e possono

paragonarsi davvero alle locuste che desolarono l'Egitto, perché

portano uguale devastazione nella Chiesa.[78]

Questo moto somiglia assai a quello promosso quasi nello stesso tempo

in Milano dai Patarini contro la simonia dell'arcivescovo. Anche qui,

come a Firenze, S. Pier Damiano fece la parte di paciere, ed anche qui

molti preferirono morire senza sacramenti, piuttosto che riceverli da

preti simoniaci.[79] Se però le due insurrezioni si rassomigliarono, il

resultato finale fu diverso, per le diverse condizioni delle due città,

e per l'attitudine assai diversa che di fronte ad esse prese la Corte

di Roma. Ma comunque sia di ciò, le esortazioni di S. Pier Damiano

non valsero a nulla in Firenze. I monaci vallombrosani mandarono a

Roma i loro rappresentanti solo per dichiarare dinanzi al Concilio

allora radunato, che essi erano pronti a risolvere la questione,

ricorrendo al giudizio di Dio. La loro proposta non fu accolta né dal

Papa, né dal Concilio; anzi essi ne furono severamente biasimati,

sebbene l'arcidiacono Ildebrando, che si trovava presente, e che

già era salito a grande autorità nella Chiesa, cercasse difenderli,

come avevano difeso la Pataria a Milano. Il Concilio impose loro di

ritirarsi nei proprî conventi, e restare tranquilli, senza piú osar

di agitare gli animi già troppo esaltati. S. Giovanni Gualberto voleva

ora obbedire, ma era tardi; esso non poteva piú fermare la tempesta che

aveva sollevata. Il popolo, saputo ciò che i monaci avevano proposto

in Roma, chiedeva in ogni modo l'esperimento del fuoco. Il campione,

a questo fine eletto, già pronto ed impaziente di presentarsi alla

prova, era un tal frate Pietro, vallombrosano, conosciuto poi col

nome di Pietro Igneo, stato, secondo alcuni scrittori, guardiano di

vacche e giumenti nel monastero, sebbene altri lo dicano della nobile

famiglia dei conti Aldobrandeschi di Sovana. Guglielmo dei conti di

Borgonuovo, soprannominato il Bulgaro, offrí ai monaci il campo franco,

presso la Badia di S. Salvatore a Settimo, di suo patronato, a cinque

miglia da Firenze.[80] Il vescovo però non solo respinse sdegnosamente

la sfida, ma ottenne un ordine, che chiunque, laico o secolare, non

avesse riconosciuto la sua autorità, sarebbe stato legato, e _non

condotto, ma trascinato_ dinanzi al _Preside_ della città.[81] I beni

poi di coloro che si fossero per paura dati alla fuga, sarebbero stati

confiscati dalla _Potestà_, cioè a dire dal duca Goffredo che favoriva

il vescovo. Alcuni ecclesiastici ribelli, che s'erano rifugiati in

un oratorio, ne furono intanto colla forza cacciati.[82] E tutto

questo, come è naturale, non fece che accendere sempre piú gli animi.

Pietro Igneo si dichiarò pronto a passare anche solo attraverso il

fuoco. Il 13 febbraio 1068, una folla enorme di uomini, donne, fra

cui alcune incinte, vecchi e bambini, s'avviarono, cantando salmi e

preghiere, alla Badia di Settimo. Ivi tra due cataste di legna (cosí

almeno racconta chi dice d'essere stato testimone oculare), quando già

le fiamme salivano in alto, il frate passò miracolosamente illeso.

L'entusiasmo fu allora indescrivibile, le grida di gioia arrivavano

al cielo, e vi mancò poco che Pietro Igneo, il quale dalle fiamme

era stato rispettato, non rimanesse schiacciato dalla moltitudine,

che s'affollava intorno a lui per baciarne le vestimenta. Fra molte

difficoltà, a forza di mani e di braccia, poterono salvarlo alcuni

ecclesiastici. La notizia corse come fulmine a Roma, e poi ogni cosa fu

minutamente descritta al Papa, che dinanzi al miracolo dové arrendersi.

Il vescovo di Firenze si ritirò in un convento; Pietro Igneo venne

nominato cardinale, vescovo d'Albano, e fu dopo morte adorato come

santo.

Questo ci ricorda l'altro esperimento del fuoco, die doveva farsi a

Firenze nel 1498, e che invece provocò il martirio del Savonarola,

poco prima della caduta della Repubblica, la quale cosí sarebbe stata,

nel nascere e nel morire, preceduta da due simili fatti. Per quanto la

narrazione di tutto ciò possa essere stata esagerata dalla passione e

dalla superstizione, per quanto i nomi di _Preside_ e di _Podestà_, che

troviamo nell'antica narrazione, indichino solo, in termini generali,

chi comandava, noi siamo adesso entrati in una società nuova. Troviamo

un Duca di Toscana, un Preside armato, che sembra rappresentarlo in

Città, e quello che è piú, un popolo che, sebbene apparisca solo come

una moltitudine fanatizzata, pure comincia a sentir finalmente la

propria personalità, combatte il Vescovo, resiste al Duca ed al Papa,

finisce coll'ottener quello che vuole. Indirizzandosi al Papa, assume

il nome di _populus florentinus_, e ad esso si rivolge S. Pier Damiano,

con le parole _cives florentini_. Non sono, è vero, altro che forme

imitate dall'antico; ma hanno, come vedremo, la loro importanza.

I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1 · 第 8 / 55 题