LE ORIGINI DI FIRENZE

I

Le origini di Firenze sono assai oscure, né valgono a rischiararle i

cronisti, i quali o ne tacquero o le avvolsero nelle leggende. Su di

essi, sul valore e la credibilità diversa di ciò che dissero, si è

recentemente scritto assai. Ma, per volerne saper troppo e per troppo

sottilizzare, si è qualche volta finito col disputare lungamente

e dottamente anche su cose che forse resteranno sempre ignote, né

importava poi molto conoscere, e si è lasciato da parte ciò che piú

era facile scoprire e piú necessario sapere. A questo modo si corre

il rischio di formare intorno a tali scrittori una specie di scienza

occulta pei soli iniziati, quando tutto quello che di veramente certo

ne sappiamo, può esprimersi in poche parole.

Il Comune di Firenze sorse piú tardi di molti altri, e quindi piú

tardi ebbe i suoi storici e cronisti, perché la storia del Comune

si comincia a scrivere quando esso ha già acquistato coscienza

della sua personalità. Cosí fu che nel secolo XII si cominciarono a

raccogliere notizie annalistiche, le quali registravano alcuni fatti

principalissimi seguiti in Firenze, con le date, i nomi di luoghi

e persone, e nello stesso tempo si principiarono a formare elenchi

dei Consoli, che erano il primo magistrato del Comune, ai quali

s'aggiunsero poi i nomi dei Podestà, che successero ai Consoli. Questi

magistrati mutavano d'anno in anno; quindi i loro nomi servirono anche

di guida cronologica, e sotto di essi si registrarono ben presto i

fatti principali della Città.

Di tali raccolte annalistiche c'è rimasto un frammento assai antico,

che trovasi nella Vaticana, ed è scritto a tergo d'un foglio, il

quale fa parte d'un codice di leggi longobarde.[14] Sono in tutto

diciotto notizie, che vanno dal 1110 al 1173, scritte da diverse mani,

tutte però del secolo XII, non senza errori, e neppure in ordine

cronologico. Esse sono nondimeno molto importanti, perché le piú

antiche che abbiamo. Un'altra simile raccolta di notizie, piú lunga,

ma assai posteriore, che va dal 1107 al 1247, si trova nella Biblioteca

Nazionale di Firenze, in un manoscritto del secolo XIII.[15]

Ambedue furono recentemente ripubblicate ed illustrate dal dottor

Hartwig, che le intitolò _Annales florentini I_, ed _Annales florentini

II_.[16] Il codice in cui si trovano i secondi Annali, contiene anche

il piú antico elenco di Consoli e di Podestà che ci sia rimasto, il

quale va dal 1196 al 1267, e poté con nuove ricerche essere reso piú

compiuto.[17] Altri non pochi elenchi di notizie fiorentine dovettero

certamente esservi, prima in latino, poi in italiano, i quali, girando

di famiglia in famiglia, di mano in mano, s'andarono estendendo,

correggendo, alterando, secondo i gusti, e qualche volta anche secondo

la fantasia di chi li copiava. Ma da tutto quello che ci resta di

siffatti elenchi, da ciò che ne troviamo ripetuto nei cronisti, si può

quasi con certezza indurre che poco o nulla dicevano sulle origini del

Comune. E ciò deve farci credere, che esso non nacque da un conflitto

violento, da una vera e propria rivoluzione, che gli annalisti

avrebbero certo ricordata, ma s'andò invece lentamente formando e

svolgendo in mezzo a lotte di secondaria importanza.

Se noi oggi desideriamo conoscere le origini del Comune fiorentino,

questo desiderio, come è naturale, dovettero averlo piú vivo ancora gli

antichi. Essi non avevano però quell'arte e quel metodo critico, che fa

cercare e spesso scoprire la storia piú remota ed oscura nei documenti,

i quali allora dovevano essere di certo molto piú numerosi che non sono

oggi. Si abbandonarono quindi piú facilmente alla propria fantasia, e

cosí ne nacque una leggenda sull'origine della Città, che ben presto si

diffuse assai largamente.

Il primo nucleo, da cui questa leggenda s'andò poi sempre piú svolgendo

ed accrescendo, dovette formarsi nel secolo XII, perché essa è già

nota al cronista Sanzanome, che la ricorda, ed egli scrisse ai primi

del secolo XIII. Molto piú antica non si può supporre che sia, perché

i fatti cui accenna, e le date cui allude, per quanto indeterminate

e vaghe, la portano, come vedremo, a dopo del mille. Di questa

leggenda si trovano ancora parecchie copie inedite nelle biblioteche

fiorentine,[18] e tre diverse compilazioni ne furono pubblicate per le

stampe. La piú antica di esse, in latino, l'abbiamo in un codice della

fine del secolo XIII, o dei primi del XIV.[19] La seconda, che è in

italiano, trovasi in un manoscritto lucchese, compilato fra il 1290 e

il 1342;[20] essa ricorda in un punto l'anno 1264,[21] nel quale assai

probabilmente fu compilata. Un'ultima e piú recente, conosciuta col

titolo di _Libro fiesolano_, trovasi nella Marucelliana di Firenze, in

un codice italiano, che ha la data del 1382, e fu scoperta dal signor

Gargani, il quale la pubblicò sin dal 1854.[22] L'Hartwig scoprí la

seconda di queste compilazioni, che differisce dalla prima solo nella

lingua, e le pubblicò tutte e tre col titolo di _Chronica de Origine

Civitatis_,[23] titolo che le dà il codice lucchese; altri codici la

chiamano, invece, _Memoria del nascimento di Firenze_.

Tale è il genere di materiali, che sull'origine di Firenze trovarono,

e di cui dovettero servirsi i piú antichi cronisti. Il primo di essi

che ci sia rimasto, è il giudice e notaio Sanzanome, il quale, come

già dicemmo, scrisse i suoi _Gesta Florentinorum_ in sul principio

del secolo XIII. Il suo nome s'incontra piú d'una volta nei documenti

fiorentini dal 1188 al 1245.[24] E se non si può affermare che questo

nome si riferisca sempre ad una sola e medesima persona, è pur certo

che lo stesso cronista ricorda d'essersi trovato presente alla guerra

di Semifonte nel 1202, ed a quella di Montalto nel 1207. La sua

opera trovasi del resto in un codice fiorentino del secolo XIII, non

autografo, ma sincrono o quasi.[25] Questo primo saggio di storia

fiorentina, scritto in latino da un giudice e notaio, venuto in Firenze

da qualche vicino castello, come suppongono il Milanesi e l'Hartwig,

è di un genere a sé, diverso assai da tutti gli altri lavori dei

cronisti fiorentini che vennero dopo. Dell'origine del Comune e della

sua interna costituzione il Sanzanome non dice neppure una parola.

Dopo avere sommariamente, vagamente accennato alla leggenda,[26]

incomincia colla guerra e distruzione di Fiesole nel 1125, _cum eius

occasione Florentia sumpsisset originem_. Cosí egli ci mostra, sin

dal principio, già costituito il Comune, co' suoi Consoli e capitani,

e continua narrando le sue guerre co' vicini, in una forma gonfia e

retorica, con date spesso incerte, qualche volta errate, con discorsi

nei quali pretende imitare gli antichi storici romani. E per tutto ciò

il suo lavoro fu da alcuni scrittori giudicato senza alcuna importanza

storica. Ma critici piú imparziali e ponderati, come l'Hartwig, l'Hegel

ed il Paoli, riconobbero invece che l'opera di questo notaio, quasi

precursore degli umanisti del secolo XV, è un fenomeno letterario,

nella sua solitaria apparizione, assai notevole, perché ci dà prova

dell'antica cultura de' Fiorentini, e perché al di sotto della retorica

c'è pur da ritrovare in essa non poche notizie e cognizioni assai utili

sull'antica storia di Firenze.

Il problema quindi che allora si presentò a tutti gli altri cronisti,

rimaneva sempre questo: come si poteva scrivere sui primi tempi di

Firenze, una storia o anche una cronica, con le scarse e slegate

notizie che si avevano? Il notaio Sanzanome se n'era uscito tacendo

affatto delle origini, e poi gonfiando, a forza di retorica, la

narrazione, con discorsi immaginarî, con descrizioni di battaglie,

in cui la fantasia e l'imitazione classica avevano gran parte. Ma

un tal metodo non poteva piacere, né poteva riescire a quegli uomini

piú semplici, che, dopo di lui, volevano scrivere nella loro lingua

parlata, e avevano una cultura minore o almeno assai diversa dalla sua.

Rimanevano quindi con una leggenda e con pochi frammenti di notizie, il

che non doveva certo soddisfare il loro patriottico orgoglio.

Fortunatamente per essi, allora appunto, cioè verso la metà del

secolo XIII, avvenne un fatto che ebbe molta importanza letteraria,

e che valse ad aprire ai cronisti fiorentini una strada nuova. Un

frate domenicano, Martino di Troppau in Boemia, chiamato perciò anche

_Oppaviensis_, e volgarmente noto col nome di Martin Polono, cappellano

e penitenziario apostolico, piú tardi arcivescovo, scrisse un libro

di storia, che, sebbene non avesse alcun notevole valore, ebbe pure

una straordinaria e rapida fortuna. Era una specie di Manuale di

storia universale, cronologicamente distribuita sotto i nomi dei varî

Imperatori e Papi, sino al 1268. Piú tardi l'autore stesso la continuò

per alcuni anni ancora, e vi premise una introduzione sulla storia

anteriore all'Impero romano.[27] Questo libro, meccanicamente ordinato,

era pieno di aneddoti, di errori, di favole; ma l'aveva scritto un

prelato eminente, animato da spirito guelfo. L'aver poi l'autore

diviso i fatti del Medio Evo sotto i nomi dei Papi e degl'Imperatori,

dava come una guida, un filo conduttore nel vasto laberinto. Certo

è che il libro si diffuse subito in tutta Europa, ma specialmente in

Italia, e piú che altrove in Firenze. «Un Fiorentino primo lo tradusse,

e un Fiorentino, Brunetto Latini, primo lo adoperò», dice il prof.

Scheffer Boichorst. Le biblioteche fiorentine ne conservano infatti

un grandissimo numero di copie, in codici latini del secolo XIV, ed in

altri dello stesso secolo hanno una traduzione italiana, che, secondo

le ricerche degli studiosi,[28] dovrebbe essere stata fatta a Firenze

circa il 1279.[29] Questo solo fatto basterebbe a provar luminosamente

la rapida popolarità e diffusione dell'opera. In alcuni di coloro che

a Firenze copiavano, e copiando rifacevano, come allora usava, questa

traduzione, dovette facilmente nascere il pensiero d'introdurvi, qua

e là, le piú importanti almeno fra le poche notizie che s'avevano

sull'antica storia della Città. Ma siccome, verso la fine del secolo

XIII, l'opera di Martin Polono si fermava, e le notizie fiorentine

invece crescevano molto di numero e di estensione, cosí ne avveniva

che, senza quasi pensarvi, tutti questi rifacimenti smettevano allora

la storia universale, e continuavano con la fiorentina, a cui la

prima veniva in tal modo a servire d'introduzione, con non piccola

soddisfazione dell'amor proprio municipale.

Uno dei primi lavori che ci presenti Martin Polono tradotto,

abbreviato, rifatto, con l'innesto d'alcune notizie fiorentine,

è quello che ha per titolo: _Le Vite dei Pontefici et Imperatori

romani_, che fu attribuito al Petrarca, e trovasi in parecchi codici

fiorentini del secolo XIV. In esso però la storia di Firenze ha ancora

un'importanza molto secondaria, tanto è vero che, essendo stato piú

tardi raffazzonato e continuato fino al 1478, quando fu la prima volta

pubblicato,[30] si seguí sempre il metodo primitivo del Polono, dando

cioè, via via, in compendio, le Vite degli altri Papi ed Imperatori.

Ma non mancarono ben presto nuovi tentativi, nei quali si dette a

Firenze una parte assai maggiore. Un manoscritto del secolo XIV, nella

Biblioteca Nazionale di Napoli, esaminato la prima volta dal Pertz,

ci presenta, in fatti, molto abbreviate le notizie di Martin Polono,

dando assai piú larga estensione a quelle su Firenze, le quali arrivano

sino al 1309.[31] Qui si comincia a veder chiaro che le seconde son

per l'autore lo scopo principale del lavoro, tanto che all'Hartwig

poté sembrare opportuno estrarle dal codice, e stamparle a parte, come

una delle fonti di cui assai probabilmente si valse il Villani.[32] Lo

stesso concetto apparisce molto piú chiaro in una Cronica attribuita

a Brunetto Latini. Alcune delle notizie fiorentine che in essa

si trovano, furono da lungo tempo e piú volte estratte, stampate,

adoperate, specialmente la nota dei Consoli e dei Podestà, di cui

anche l'Ammirato si valse, e una narrazione del fatto del Buondelmonti

(1215), diversa assai da quella dataci dal Villani. Si poté subito

affermare che l'autore scriveva nel 1293, perché in quell'anno appunto

ricorda un fatto cui dice essersi trovato presente.[33] Piú tardi

la Cronica fu attribuita a Brunetto Latini, sebbene la narrazione

arrivi fino ad un tempo in cui il maestro di Dante era certamente

morto.[34] Nelle sue dotte ricerche il dottor Hartwig scoprí in Firenze

quello che, secondo ogni apparenza, dovrebbe essere l'autografo.[35]

Quantunque il codice sia mutilo, cominciando solo dal 1181, pure

è doppiamente prezioso, perché ci pone dinanzi chiarissimamente il

metodo con cui questo lavoro, al pari certo di molti altri simili,

fu compilato. Una colonna nel mezzo contiene il solito rifacimento di

Martin Polono;[36] nei margini, fra le rubriche, qualche volta anche

negl'interlinei, sono aggiunte notizie di storia generale, cavate da

altre fonti, ma sopra tutto notizie di storia fiorentina.

E cosí s'arriva al 1249, dove c'è una lacuna che va sino al 1285,

quando l'autore ripiglia la sua narrazione, per arrivare al 1303.[37]

In questa seconda parte però il suo lavoro muta affatto carattere.

Egli non ha piú dinanzi a sé la guida di Martin Polono, e ne abbandona

anche il metodo. Le notizie dell'Impero e della Chiesa diminuiscono

sempre piú, e crescono invece quelle di Firenze, le quali non sono ora

staccate ed introdotte capricciosamente nella narrazione, ma riunite e

fuse insieme. Cosí, a poco a poco, noi abbiamo dinanzi una vera cronica

di Firenze, che acquista un suo proprio valore indipendente. Il dott.

Hartwig, che l'aveva scoperta, la credette in principio autografa, ma

finí poi col dubitarne. La gran confusione del manoscritto; l'essere

mutilo in sul principio; la lacuna di trentasei anni nel mezzo;

la mancanza d'alcune notizie, che si trovavano negli estratti di

essa, riportati da antichi scrittori; il vedere che molti di questi

citavano un altro codice della Cronica, appartenuto alla Biblioteca

Gaddi; tutto ciò gli fece a buon diritto affermare, che per risolvere

definitivamente il problema occorreva prima trovare il codice gaddiano,

da lui invano sino allora cercato. Il prof. Santini invece sostenne, in

una sua tesi di laurea, che il codice gaddiano doveva essere la copia

di quello scoperto dall'Hartwig, che egli giudicava essere l'originale

mutilo. Non molto dopo la questione fu definitivamente risoluta da un

altro alunno del nostro Istituto Superiore, il sig. Alvisi, il quale

scoprí nella Laurenziana il codice gaddiano, che è in fatti una copia

del secolo XV.[38] In esso i varî brani, che nell'originale erano stati

scritti in colonne separate, sono fusi cogli altri, ma in modo spesso

arbitrario. Anche qui c'è la lacuna 1249-85, ma la Cronica, invece di

cominciare dal 1181, comincia, come la prima compilazione di Martin

Polono, da Gesú Cristo, _primo e sommo Pontefice_, e da Ottaviano

imperatore. Cosí noi possiamo ora affermare, che nel codice della

Biblioteca Nazionale di Firenze, abbiamo una vera fotografia del metodo

seguíto nelle prime compilazioni di storiografia fiorentina. Con esso

vediamo l'autore lavorar quasi sotto i nostri occhi.

Un altro esempio, ma assai piú imperfetto, di questi lavori, lo abbiamo

nel codice lucchese qui sopra citato. L'autore ci dice esso stesso

di averlo composto fra gli anni 1290 e 1342. Egli trascrive tutta

la leggenda sull'origine di Firenze; prosegue quindi col rifacimento

italiano di Martin Polono, incominciando da Ottaviano imperatore. Di

tempo in tempo v'introduce però «molte cose, le quali pertengono ai

fatti di Toscana e specialmente di Firenze... la maior parte si trovano

in diversi libri di Toscana, e qual na piú, qual na meno». Arrivato

cosí all'anno 1309, continua la sua narrazione, valendosi del Villani,

che nel 1341 aveva già pubblicato alcuni libri della sua storia, e con

questo aiuto va fino al 1342. Continua, riproducendo una descrizione

latina di Firenze, scritta nel 1339, e poi, anche in latino, la

introduzione che Martin Polono aggiunse alla sua storia. Il compilatore

riconosce che l'ordine da lui seguíto non è né logico né cronologico;

ma si scusa col lettore, dicendo che ha voluto porre insieme prima le

parti italiane e poi le latine di questa sua opera, con l'intendimento

però di meglio ordinarle piú tardi, e fonderle insieme, scrivendole

tutte in latino, al che pare gli mancasse poi il tempo. Anche da questo

codice furono estratte e stampate le notizie attinenti a Firenze.[39]

Il metodo seguíto dal compilatore, come si vede, è sempre lo stesso,

quantunque piú meccanico e materiale del solito, perché non v'è alcuna

intrinseca unione fra le parti diverse. Quello però che v'ha di nuovo,

si è l'avere trascritta, nella sua integrità, la leggenda, per farla

servire da introduzione alla storia di Firenze, esempio che fu poi,

come vedremo, imitato anche da altri.

Per quanto però questo sistema di fondere la storia del Comune nella

storia universale, potesse piacere all'amor proprio fiorentino,

era tuttavia chiaro che la prima ne rimaneva come soffocata. Non

mancarono quindi nel secolo XIV tentativi di esporla separatamente.

Paolino Pieri incomincia la sua Cronica dal 1080, anno in cui anche

gli altri cronisti dànno la prima notizia storica di Firenze, e

continua, accennando poco dei Papi e meno degl'Imperatori, sino al

1305, raccogliendo le scarse notizie fiorentine «di piú cronache, di

piú libri trovate, et di nuovo per me Paolino di Piero vedute et _ad

memoriam_ scripte». Simone della Tosa, che morí nel 1380, comincia

invece i suoi _Annali_ con l'elenco dei Consoli e Podestà (1196-1278),

e poi va subito dalla morte della contessa Matilde (1115) fino al

1346, aggiungendo, verso la fine, alle magre notizie su Firenze, anche

quelle della sua famiglia. Ma tali modestissimi sunti di poche pagine,

meno che mai potevano contentare nel secolo XIV una città, che era già

fra le prime d'Italia, che nel suo crescente orgoglio si poneva alla

pari di Roma, e voleva nella sua storia veder qualche cosa di simile a

quella dell'antica capitale del mondo.

Questo fu l'ambizioso problema che si propose di risolvere Giovanni

Villani, come egli stesso ci narra. Mi trovavo, egli dice, a Roma pel

Giubileo, l'anno 1300, ammirando le grandi memorie di quella città,

leggendone le gloriose imprese, narrate «da Virgilio, Sallustio,

Lucano, Tito Livio, Paolo Orosio e altri maestri d'istorie, che

scrissero non solo i fatti di Roma, ma eziandio degli strani

dell'universo mondo; presi lo stile e forma da loro».[40] Ripensando

che «per gli nostri antichi Fiorentini poche e non ordinate memorie

ai trovino di fatti passati della nostra città di Firenze»,[41] e che

essa «figliuola e fattura di Roma era nel suo montare e a seguire

grandi cose, siccome Roma nel suo calare», deliberai «di recare in

questo volume e nuova cronica tutti i fatti e cominciamenti della

città di Firenze,... e seguire per innanzi _stesamente_ i fatti de'

Fiorentini, e dell'altre notabili cose dell'universo in _brieve_».[42]

Connettere quindi la storia di Firenze con quella del mondo, come

già altri avevano fatto; ma in modo che non vi si perdesse, avesse

anzi la parte principale, ecco quale doveva essere la via da tenere,

secondo il Villani. Egli quindi non fa piú un lavoro meccanico e di

mosaico; coordina, divide la sua storia in libri e capitoli, al modo

degli antichi. Noi non conosciamo quali sono tutte le sue fonti,

perché su questo argomento non si è fatto ancora uno studio compiuto.

Sappiamo però con certezza che sono molte. Per la storia generale,

Martin Polono resta sempre la fonte principale; ma vi si aggiungono

i _Gesta Imperatorum et Pontificum_ di Thomas Tuscus; la _Vita di

San Giovanni Gualberto_;[43] le _Cronache di San Dionigi_, la cui

traduzione italiana fu stampata (1476) prima dell'originale; il _Libro

del Conquisto d'Oltremare_, che è una storia delle crociate, tradotta

nel Medio Evo dal francese in quasi tutte le lingue.[44]

Quale sia il gran valore del Villani per la storia fiorentina, a

cominciare dalla fine del secolo XIII, tutti lo sanno e non è questo il

luogo da parlarne. Quanto alle origini, le notizie veramente storiche

che egli ci dà, sono assai poche. Incominciano al solito dal 1030, e

vi si trova piú o meno tutto quello che è disseminato negli altri,

non di rado coi medesimi errori, spesso anche colle stesse parole.

Questa singolare somiglianza, che fu poi notata, pei primi tempi, fra

tanti cronisti fiorentini, si spiegava facilmente quando si poteva

supporre che gli uni avessero copiato dagli altri. Ma quando, il che

seguiva piú volte, si poteva invece dimostrare che essa esisteva anche

fra scrittori l'uno dall'altro affatto indipendenti, la soluzione del

problema non era ugualmente facile. Fu questa la ragione per la quale

il prof. Scheffer Boichorst, con giuste ed acute indagini, notando il

fatto, mise innanzi l'ipotesi, che i varî cronisti avessero attinto

ad una fonte comune, ora perduta. E siccome Tolomeo da Lucca, il

quale aveva già finito i suoi Annali prima che il Villani cominciasse

a colorire il proprio disegno, cita piú volte i _Gesta_ e gli _Acta

Florentinorum_, i _Gesta_ e gli _Acta Lucensium_, cosí il critico

tedesco dette il nome di _Gesta Florentinorum_ a quella che sarebbe

stata, secondo lui, la fonte comune dei cronisti fiorentini fino ai

primi del secolo XIV. Una tale ipotesi, che in modo assai probabile,

spiegava un fatto certo, il quale altrimenti rimarrebbe del tutto

inesplicabile, venne generalmente ammessa. Quando però si vollero un

po' troppo determinare la natura e i confini dei _Gesta_, la lingua non

solo e l'anno in cui cominciarono, quello in cui finirono, ma anche lo

stile ed il carattere preciso dell'opera e dell'autore, fu forza allora

restare spesso sopra un terreno assai disputabile. Io perciò lascio

da parte siffatte discussioni, estranee ad una sommaria esposizione.

Ritengo bensí col prof. C. Paoli,[45] che i _Gesta_ non furono un

lavoro veramente personale, ma piuttosto una raccolta di notizie

fiorentine, assai magra in sul principio, la quale s'andò poi via via

accrescendo di nuove notizie annalistiche e di nuove aggiunte, secondo

che passava di mano in mano. Una di tali compilazioni, piú autorevole

e piú nota (ora sfortunatamente perduta), dovette venire nelle mani di

alcuni cronisti, che l'adoperarono, senza che l'uno sapesse dell'altro.

Da questi copiarono poi parecchi di coloro che vennero piú tardi.

Il Villani incomincia dalla Torre di Babele e dalla confusione delle

lingue, per darci subito la leggenda sulle origini di Firenze, che

egli divide in capitoli, ed espone come se fosse una vera storia,

portandovi però alcune alterazioni, di cui parleremo piú oltre.

Segue poi la storia generale del Medio Evo, in cui, a cominciare dal

1080, l'autore introduce tutte quelle notizie che poté raccogliere su

Firenze, e queste sono anch'esse piú o meno alterate da altre leggende

assai diffuse allora nel popolo, da considerazioni spesso fantastiche,

che egli vi aggiunge di suo. Che cosa di certo possiamo noi cavare da

tutto ciò? In sostanza abbiamo solo una leggenda, ed un piccolo numero

di notizie storiche di non dubbio valore, ma non senza errori, che

galleggiano qui, come altrove, in un mare di notizie affatto estranee a

Firenze, con brani di tradizioni o leggende mal sicure, con spiegazioni

o considerazioni affatto arbitrarie. La prima questione da risolvere è

perciò questa: quale è l'origine della leggenda, che valore ha essa?

Se ne può direttamente o indirettamente cavare nulla di storico? La

seconda è: si può con sicurezza determinare quale sia quel nucleo

primitivo di notizie autentiche, che si dovevano trovare nei _Gesta

Florentinorum_? La seconda almeno di tali questioni non presenta gravi

difficoltà, perché, quando noi paragoniamo i varî cronisti, massime

quelli che sono tra loro indipendenti, e ne caviamo tutto ciò che hanno

di comune, spesso anche con identiche parole, su Firenze, lo scopo

è in gran parte raggiunto. Ma dopo di ciò, e dopo che s'è cercato di

cavar qualche costrutto (assai scarso, come vedremo) dalla leggenda,

quello che rimane di certo è ben poco. E però bisogna assolutamente

aiutarsi con tutti quanti i documenti pubblici o privati, che possono

trovarsi negli archivi, colle indagini dei dotti moderni sulla storia

medioevale in genere, e su quella di Firenze in particolare. Queste

ultime, incominciate già dall'Ammirato, furono con ardore proseguite

nel passato secolo dal Borghini, dal Lami, da molti e molti altri

eruditi fino ai nostri giorni. I resultati definitivi però di sí

lunghe indagini e di sí vasta dottrina, rimasero sempre scarsissimi.

La prova ne è, che l'illustre Gino Capponi, dopo alcune poche pagine

d'introduzione alla sua storia di Firenze, è costretto, come gli

antichi, a fare un salto sino alla morte della Contessa Matilde, ed

incomincia, si può dire, a parlar del Comune, quando esso era già da

un pezzo formato. Seguono dodici pagine, in cui si fa la storia di

quasi due secoli, sino al 1215 circa, e solo dal secolo XIII in poi il

racconto procede davvero ampiamente.

Ma ai nostri giorni la critica dei documenti medievali ha fatto,

massime in Germania, uno straordinario progresso, e la questione è

stata perciò ripresa in esame. Il primo che, con un metodo scientifico

e con molta dottrina, si accinse all'opera, fu il D.r O. Hartwig.

Egli studiò non solo tutto quello che s'era pubblicato, ma fece nuove

indagini nelle biblioteche ed archivi italiani; ebbe dal D. Wüstenfeld

appunti preziosi di nuovi diplomi, da questo scoperti in Toscana. Cosí

poté nell'opera, che abbiamo già piú volte citata, darci una raccolta

di preziosi documenti e di dotte dissertazioni, le quali servirono

e serviranno di base alle future ricerche, e sarebbero anche meglio

note e pregiate, se fossero state scritte in una forma piú popolare.

Molto ha cercato, moltissimo ha letto il prof. Perrens, che dedicò la

sua vita alla storia di Firenze, scrivendo un'opera di cui sono già

usciti otto volumi. Il primo dei quali, di 550 pagine, arriva solo

alla metà del XIII secolo, e tratta quindi lungamente, dottamente

delle origini. Di ciò gl'Italiani tutti debbono essergli grati; ma è

pur forza riconoscere che allo zelo indefesso, alla vasta dottrina, ad

una lettura veramente prodigiosa, non rispondono sempre la precisione

delle notizie e la sicurezza del metodo. Trattandosi d'un tempo,

pel quale bisogna tutto ricostruire sopra un assai scarso numero di

fatti conosciuti, se questi non sono bene accertati, le conseguenze

possono essere disastrose davvero. Quando, per esempio, egli cerca

le prime origini dei Consoli, si fonda ancora sopra quel documento di

Pogna con la data del 4 marzo 1101, in cui essi sono nominati, e non

osserva che il Capponi, il quale pure è da lui continuamente citato,

aveva dimostrato che quella data sí lungamente creduta esatta, era

sbagliata, e bisognava mutarla in 4 marzo 1181, stile fiorentino,

il che vuol dire 1182, stile moderno. Cosí egli vede i Consoli prima

assai che nascessero.[46] Altrove entra nella disputa molto intricata

della giurisdizione, che i Fiorentini del XII secolo avevano sul

proprio contado. Ripete cogli antichi cronisti che nel 1186 Federico I

lo tolse loro del tutto, sino alle mura; ma che essi lo riebbero nel

1188. E aggiunge che, morto poi l'imperatore Federico nel 1190, il

suo successore Enrico VI, «comme don de joyeux avénement, multiplie

les privilèges». Né riflette, che il diploma citato a sostegno di

quest'ultima asserzione, ha la data, da lui stesso riportata in nota,

del 1187.[47] Come può il lettore piú dipanare l'arruffata matassa? E,

per addurre un altro esempio, diremo che l'autore ci dà come storia,

la narrazione leggendaria sull'origine della festa della colombina, il

sabato santo. I Fiorentini sono spinti alla crociata dall'Arcivescovo

Ranieri nel 1099, cioè alcuni secoli prima che a Firenze vi fosse un

arcivescovo. Pazzino dei Pazzi, pel valore dimostrato nella presa di

Gerusalemme, ottiene la _corona murale_ da Goffredo Buglione, il quale

gli concede anche il privilegio di mutare la propria arme, adottando

le croci e i delfini, cosa che i Pazzi fecero solo qualche secolo

piú tardi.[48] Egli torna in Firenze come un conquistatore, sopra un

carro, di cui ci è data la descrizione; è accolto come un trionfatore

romano dal popolo, dal clero e dai magistrati, in un tempo in cui il

Comune non era ancora formato.[49] Porta seco tre pietre cavate dal

sepolcro di Cristo, le quali sono pietre focaie, da cui anche oggi si

cava la scintilla, per accendere il carro della colombina. E tutto

ciò è fondato sulla _Storia genealogica_ del Gamurrini, che non ha

valore alcuno.[50] Al lettore parrà stranamente odioso l'essermi io

qui fermato a notare alcuni errori d'un'opera, di cui sono primo a

riconoscere i pregi, e della quale piú volte ho profittato. Ma dovevo

spiegar la ragione, perché, pure lodandola, cosí di rado la cito. È

un'opera che contiene di certo un vasto materiale storico, scritta

con brio e chiarezza, che ha osservazioni spesso acute, e fa onore al

suo autore, cui gl'Italiani debbono riconoscenza; ma se per tutto ciò

è necessario studiarla, non è possibile valersene, senza un continuo

riscontro delle fonti che cita.

E qui dobbiamo ricordare un altro lavoro assai piú modesto, del quale

però ci siamo potuti piú francamente giovare. Il prof. Santini, che in

alcuni suoi brevi scritti, pubblicati nell'_Archivio storico italiano_,

aveva dato saggio di molto acume nelle indagini sulla storia primitiva

di Firenze, adesso ha avuto il felice pensiero di raccogliere tutti

quanti i documenti editi o inediti, che intorno al medesimo soggetto

si trovano negli archivi fiorentini. Dopo averli copiati e riscontrati

sugli originali, li ha già stampati in un grosso volume, che vedrà

presto la luce. Sarebbe assai desiderabile che egli o altri potesse

fare lo stesso per tutte almeno le città toscane, che tante relazioni

hanno fra loro. Ma intanto il suo libro sarà una nuova e solida base

alle indagini storiche fiorentine. E noi dobbiamo essergli doppiamente

grati, perché ci ha consentito di studiarlo sulle bozze di stampa. Cosí

ce ne siamo potuti valere prima che sia pubblicato, e lo citeremo assai

spesso. Di altri lavori non parliamo qui, ma il lettore li troverà

ricordati nelle note.

I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1 · 第 7 / 55 题