II

La storia di tutte le repubbliche italiane può dividersi in due

grandi periodi: l'origine del Comune, lo svolgimento della sua

costituzione e delle sue libertà. Nel primo periodo, in cui una

società vecchia si decompone e ne sorge una nuova, male si può la

storia d'un Comune dividere da quella degli altri, perché si tratta

di Goti, di Longobardi, di Greci e di Franchi, che dominano, volta a

volta, gran parte d'Italia, ponendola, quasi per tutto, nelle medesime

condizioni. Lo stato dei vincitori e dei vinti è lo stesso, mutando

solo col variare dei dominatori. In mezzo alla oscurità dei tempi ed

alla scarsità delle notizie, le differenze che passano fra una città

e l'altra d'Italia sono allora assai poco visibili. Esse però si

determinano assai piú chiaramente, e divengono sempre maggiori dopo il

primo sorgere delle libertà. Di tutte queste origini le piú oscure,

quantunque non le piú antiche, son forse quelle di Firenze, la quale

assai tardi incomincia ad acquistare la sua grande importanza. Siccome

qui è nostro proposito illustrar solo la storia della costituzione

fiorentina, cosí diremo poche e brevi parole sul primo dei due periodi

accennati, cioè sull'origine dei Comuni italiani in generale.

È una quistione su cui si agitò un tempo lunga, erudita e vivissima

disputa, specialmente fra scrittori italiani e tedeschi. Ma il rigore

scientifico di queste ricerche, nelle quali i dotti italiani molto si

fecero onore, venne spesso diminuito dal patriottismo e dai pregiudizii

nazionali. Si vedeva che nelle origini del Comune erano anche le

origini delle libertà e della società moderna, e quindi il problema

si trasformava tacitamente in quest'altro: sono gl'Italiani oppure

i Tedeschi gli autori di queste libertà, di questa società? È facile

capire in che modo le passioni politiche venissero allora a prender

parte nella disputa, togliendole la necessaria serenità.

Sul finire del secolo scorso la quistione era stata molte volte

discussa fra noi da uomini dottissimi, con diversi intendimenti

(Giannone, Maffei, Sigonio, Pagnoncelli, ecc.). Il Muratori, senza

avere un sistema prestabilito, gettò dei lampi di luce maravigliosa sul

soggetto, sollevandolo, colla sua portentosa erudizione, ad una grande

altezza. Non cominciò tuttavia la disputa a divenire ardente, fino a

che il Savigny non venne a trattar l'argomento nella sua immortale

_Storia del diritto romano nel Medio Evo_. Volendo egli dimostrare

la non mai interrotta continuità di quel diritto, siccome tutto nella

storia si collega, dovette di necessità sostenere che gl'Italiani sotto

i barbari, anche sotto i Longobardi, non avevano perduto ogni libertà

personale, ogni antico diritto, e che il municipio romano non era mai

stato compiutamente distrutto. Il risorgimento perciò delle nostre

repubbliche e del diritto romano, altro non era che un rinnovamento

di antiche istituzioni, di antiche leggi non mai affatto scomparse.

In Germania furon subito comprese le conseguenze ultime, cui menavano

le idee del grande storico, ed allora l'Eichorn, il Leo, il Bethmann

Hollweg, Carlo Hegel ed altri si levarono a combattere l'opinione d'una

origine romana del Comune italiano. Essi sostennero, invece, che i

barbari, massime i Longobardi, la cui signoria era stata infatti piú

lunga e dura di tutte le altre, ci avevano tolto ogni libertà, avevano

distrutto ogni traccia d'istituzioni romane, in modo che i nuovi Comuni

e i loro Statuti furono una creazione nuova, la cui prima origine si

doveva solo ai popoli germanici.

Queste opinioni avrebbero, secondo ogni apparenza, dovuto trovare nel

patriottismo degl'Italiani un'ardente opposizione, e quelle del Savigny

ottenere un favore universale. Eppure non fu cosí. Non mancarono fra

noi molti e dotti seguaci né dell'una né dell'altra scuola. Allora

si ridestava lo spirito nazionale, si desiderava, si voleva già

un'Italia unita, a prezzo di qualunque sacrifizio, e si odiava ogni

cosa che a questa unità fosse sembrata avversa. Ebbene i Longobardi

erano stati sul punto di dominar tutta Italia, e solo il Papato aveva

potuto, col chiamare i Franchi, fermare le loro conquiste. Se ciò non

avesse fatto, l'Italia, fin dal nono o decimo secolo, avrebbe potuto

essere una nazione unita come la Francia. Era allora già risorta fra

noi quella scuola che, sin dai tempi del Machiavelli, aveva veduto

nel Papato la cagione funesta delle divisioni d'Italia. E, come era

naturale, questi Ghibellini del secolo XIX, confutando le opinioni del

Savigny, esaltarono i Longobardi, si provarono a lodarne la bontà e

l'umanità, maledissero il Papa, che aveva impedito il loro universale

e permanente dominio in Italia. Ma v'era un'altra scuola politica,

che invece sperava il risorgimento d'Italia dal Papa, e questa, che

prevalse poi nella rivoluzione del 1848, prese a sostenere l'opposta

sentenza, e trovò i suoi due piú illustri rappresentanti nel Manzoni

ed in Carlo Troya. Ad essi non fu difficile provare che, in fin

dei conti, i barbari erano poi stati barbari davvero; che avevano

ucciso, distrutto, calpestato ogni cosa, e che il Papa, col chiamare i

Franchi, qualunque fine avesse avuto, era pure stato di qualche aiuto

alle moltitudini duramente oppresse. I Franchi, infatti, sollevarono

alquanto le popolazioni latine, permisero l'uso della legge romana,

dettero nuovo potere ai Papi ed ai vescovi, che contribuirono di

certo al risorgimento dei Comuni. Cosí, con opposti intendimenti, le

medesime opinioni venivano sostenute al di qua e al di là delle Alpi.

In questa disputa, senza che gli scrittori stessi ne fossero sempre

consapevoli, l'erudizione era sottoposta a fini politici; la serenità

e la verità storica ne soffrivano non poco. Il Balbo, il Capponi ed il

Capei, inclinando chi piú da un lato, chi piú dall'altro, vennero poi

a sostenere opinioni assai temperate, e con la loro dottrina portarono

sulla questione moltissima luce.

In vero la difficoltà principale nasce tutta dal perché pochi si

vogliono persuadere, che nel Medio Evo, come in tutta quanta la storia

moderna, si trova sempre l'azione vicendevole, continua di due popoli,

latini e germanici, e che delle piú grandi rivoluzioni politiche,

sociali, letterarie, non è mai possibile dar tutto il merito ad uno

di essi solamente. Anzi là dove sembra piú evidente che si tratti

dell'assoluta prevalenza d'uno di essi, bisogna andare tanto piú

guardinghi, e cercar la parte che spetta all'azione dell'altro. A

pesare poi e misurare equamente i vicendevoli diritti, che essi hanno

nella storia, meglio assai d'un sistema ispirato da idee politiche,

riuscirebbe una descrizione imparziale. Quando, in vero, i fatti

sono bene accertati, il sistema non è piú necessario, perché le

idee generali risultano naturalmente da essi. Se qui fosse permesso

portare il paragone di tempi molto diversi, si potrebbe osservare,

che nel secolo XVIII la letteratura francese invase la Germania,

fu generalmente imitata, e ne derivò, per conseguenza inaspettata,

un rinnovamento della letteratura nazionale tedesca. Sarebbe egli

necessario, per esaltare il carattere nazionale di questa letteratura,

sostenere che quella grande diffusione dei libri francesi fu sognata

dagli storici? Piú tardi la bandiera francese entrò in quasi tutte le

città della Germania, ed il popolo tedesco fu umiliato, calpestato.

Da quel momento noi vediamo lo spirito nazionale tedesco rinnovarsi e

ridestarsi vigorosamente. Dovremo dire che questo ridestarsi fu opera

dei Francesi? Non val meglio descrivere gli eventi come seguirono,

lasciando da un lato le teorie prestabilite? Comprendo bene l'abisso

che sépara questi fatti recenti dagli antichi; ma pure mi sembra

che avesse ragione il Balbo, quando osservava, che l'essersi potuto

disputare sull'origine dei Comuni con tanto ardore e con tanta

dottrina, cosí lungamente dalle due scuole opposte, dimostrava che

la verità non era né tutta da un lato, né tutta dall'altro. Noi

accenneremo dunque rapidissimamente le conclusioni che ci paiono piú

ragionevoli.

Ognuno sa che, dopo le prime incursioni dei barbari, i quali

devastarono l'Impero e piú volte saccheggiarono anche Roma, vi furono

in Italia cinque vere e prorie invasioni. Odoacre con una banda di

ventura, composta di gente raccolta in paesi diversi, alla quale si

dette generalmente il nome di Eruli, fu colui che vibrò il colpo di

grazia nell'anno 476, e divenne padrone d'Italia per piú di dieci anni,

senza quasi governarla, solo pigliando il terzo delle terre. Ma dalle

sponde del Danubio s'era mossa una gente nuova, che portava il nome

di Goti, divisi in Visigoti ed Ostrogoti. I primi, sotto il comando

d'Alarico, avevano già prima assediato e saccheggiato Roma; i secondi

vennero nel 489, comandati da Teodorico, e furono ben presto padroni di

tutta Italia. Il regno di Teodorico fu molto lodato. I capi di questi

primi barbari avevano spesso passato parte della loro vita servendo

nelle legioni romane, e avevano qualche volta ricevuto educazione

romana; sentivano perciò anch'essi una grande ammirazione per la maestà

dell'Impero, che nell'ebbrezza delle loro vittorie venivano ora a

distruggere. Teodorico ordinò il governo; prese, secondo il costume

barbarico, un terzo delle terre pei suoi; lasciò ai Romani le loro

leggi, i loro magistrati. In ogni provincia fu un conte che ne ebbe

il governo, e giudicò gli Ostrogoti; i Romani s'amministrarono colle

proprie leggi, e con esse erano giudicati da un tribunale misto delle

due genti. Ma a poco a poco il governo di Teodorico divenne sempre piú

duro e meno tollerabile ai Romani, che dopo la sua morte si sollevarono

contro i suoi successori, e chiamarono in aiuto i Greci dell'impero

d'Oriente. Una tal sollevazione peggiorò assai le loro condizioni,

giacché i Goti, per sostenersi, cominciarono ad uccidere i Romani, a

togliere la libertà e le istituzioni che avevano ad essi lasciate,

ordinando un governo militare e assoluto. Questo governo trovarono

Belisario e Narsete, quando vennero da Costantinopoli a liberare e

riconquistare gl'Italiani; questo governo imitarono coi loro duchi

o duci. Gli Ostrogoti avevano dominato l'Italia per cinquantanove

anni (493-552), e i Greci la tennero ben altri sedici (552-568). Fu

anch'esso un governo tutto militare, sotto il generalissimo Narsete; i

duci, i tribuni, i giudici minori erano nominati in nome dell'Impero.

I nuovi venuti presero al solito una parte delle terre, che ora andò

probabilmente al fisco. La loro tirannia fu diversa, perché non di

barbari, ma di uomini corrotti e quindi anche piú dura.

I Greci avevano cacciato i Goti, ed i Longobardi vennero a cacciare

i Greci. A poco a poco essi progredirono nelle loro conquiste, ed in

quindici anni furono padroni di tre quarti d'Italia, lasciando solo

alcuni lembi di terra, piú specialmente verso il mare, ai Greci, che

non poterono mai cacciare del tutto. Misero profonde radici nel suolo

italiano, dove restarono per piú di due secoli (568-773), dominando

con assai dura tirannia. Presero il terzo delle terre, tennero

quasi come servi gl'Italiani, non rispettarono né le leggi, né le

istituzioni romane. Sotto di essi parve distrutta l'antica civiltà,

e s'apparecchiarono i germi della nuova, i cui primi passi restano

ancora in una grande oscurità. Tutte le dispute intorno alle origini

dei nostri Comuni cominciarono appunto dall'esame delle condizioni

in cui erano gl'Italiani sotto i Longobardi. Se l'antica tradizione

fu spezzata, e ne cominciò un'altra del tutto nuova, ciò fu sotto il

dominio longobardo. Se essa, invece, fu solo profondamente alterata,

per poi rinvigorirsi e rinnovarsi, ciò dovette seguire nel medesimo

tempo.

Se non che, là dove il dominio greco era restato, una piú incerta e

debole signoria lasciava le popolazioni meno oppresse; laonde sin dal

settimo e ottavo secolo si videro sorgere a nuova vita alcune città.

Il Comune incominciò presto a formarsi anche in Roma, dove era assai

cresciuta la potenza del Papa, nemico dei Longobardi, i quali, venuti

fra noi di religione ariana, cominciarono col non rispettare i vescovi

cattolici, né il clero minore, nessuna cosa sacra o profana, e piú

tardi minacciarono la stessa Città eterna. Cosí, per salvarsi da un

nemico esoso e vicino, il Papa invitava i Franchi a liberare la Chiesa

e l'Italia dalla oppressione, ed essi vennero fra noi, condotti prima

da Pipino, poi da Carlo Magno, che cacciò i Longobardi, rafforzò con

donativi di terre il Papa, il quale poté sin d'allora apparecchiare

il suo dominio temporale. In compenso di ciò, Carlo fu coronato

imperatore, e venne cosí restaurato l'antico impero d'Occidente

col nuovo impero dei Franchi, cui successe poi il sacro Impero

romano-germanico.

Ed allora il disfacimento delle istituzioni barbariche, che già era

cominciato in Italia, divenne assai piú rapido. Si vide nella società

italiana un fermento, che annunziava il principio d'un'èra novella.

Si trovavano accanto, e mescolate insieme, istituzioni, consuetudini,

leggi, tradizioni longobarde, greche, franche, ecclesiastiche e romane.

Segue un lungo e violento tumulto d'uomini e di cose, in cui il nome

italiano appena si ode. Tutte le vecchie e le nuove istituzioni

sembrano lottare fra loro, ed invano cercano impadronirsi della

società, quando a un tratto sorge il Comune, che risolve il problema, e

l'èra delle libertà incomincia. Come dunque è sorto il Comune? Ecco la

stessa domanda, che continuamente ricomparisce.

Noi non vogliamo qui seguire quei dotti, che dalla frase incerta d'un

antico codice, dalla dubbia espressione d'un cronista hanno voluto

cavare ingegnose e complicate teorie. È certo che l'Impero romano

era un aggregato di municipî, i quali s'amministravano da sé stessi.

La città era la molecola primitiva, la cellula, se cosí può dirsi,

della grande società romana, che incominciò a sfasciarsi, quando

nella capitale venne a mancare la forza di attrazione necessaria a

tenere unito un cosí gran numero di città, separate da vastissime

campagne, deserte o popolate solo da schiavi che le coltivavano. I

barbari, invece, non conoscevano il vivere cittadino, ed il _Gau_ o

_Comitatus_ (onde la parola contado), in cui erano appena embrioni

di città o piuttosto villaggi, che qualche volta venivano bruciati,

nel trasferirsi delle genti da un luogo ad un altro, era come l'unità

primitiva della società germanica. Il conte coi suoi giudici comandava

e giudicava nel comitato; i capi delle schiere erano a lui sottoposti,

e divennero poi baroni. Piú comitati uniti formarono i Ducati o

Marchesati, in cui l'Italia fu allora divisa, e tutto il popolo

invasore era comandato da un re eletto dal popolo.

Quando adunque i popoli germanici si sovrapposero ai latini, il Gau

si sovrappose alla città, che anzi divenne parte di esso. E i conti,

come capi militari, comandarono la terra conquistata, della quale i

vincitori presero un terzo. Cosí fecero i Goti; cosí fecero i Greci,

ponendo i loro duci là dove avevano trovato un conte; cosí fecero i

Longobardi. Se non che, la signoria di questi ultimi fu, massime nei

primi tempi, assai piú dura, e la loro storia è molto oscura. Essi

cominciarono coll'uccidere i piú ricchi e potenti Romani; presero, a

quanto pare, il terzo non delle terre, ma della rendita, lasciando

cosí i popoli oppressi senza proprietà libera, e quindi in una

condizione anche peggiore. I Goti avevano lasciato i Romani vivere

a lor modo, ma i Longobardi non rispettarono nessuna legge, nessun

diritto, nessuna istituzione dei vinti. In tutti gli ufficî regi,

in tutti gli atti pubblici, osserva a questo proposito il Manzoni,

non si trova mai un personaggio italiano, nemmeno immaginario.[9]

Ma da un'assoluta tirannia, da una vera e propria soggezione, alla

distruzione totale d'ogni legge, d'ogni diritto, d'ogni istituzione

romana ci corre un gran tratto. Perché i Longobardi, che qualcuno fa

ascendere a circa 130,000 uomini, avessero potuto davvero estinguere

la vita romana per tutto, bisognerebbe supporre un'azione governativa

cosí ordinata, disciplinata, costante, permanente, che sarebbe

irreconciliabile con lo stato barbarico di quella gente. Come potevano

essi, incapaci di comprendere la vita romana, inseguirla per tutto, ed

estinguerla? Ammesso pure, quistione del resto anch'essa disputata,

che ai Romani non fosse lasciata nessuna proprietà libera; ammesso

che il diritto romano non fosse stato legalmente riconosciuto mai,

né rispettato da' Longobardi, non ne viene per conseguenza, che quel

diritto, che ogni avanzo di civiltà romana fosse allora distrutto.

Piú giusta assai e piú credibile sembra l'opinione di coloro i quali

sostennero, che i Longobardi, venendo in Italia, pensassero molto piú

a sé che agl'Italiani, pei quali non provvedessero legalmente nulla,

contentandosi di tenerli sottoposti al loro arbitrio.[10] Cosí i vinti,

nelle loro relazioni private, e dovunque l'azione del governo barbarico

non arrivava, poterono continuare a vivere col diritto romano, con le

loro secolari consuetudini. I Romani ed i Longobardi restano, in vero,

sulla terra italiana come due popoli fra loro estranei; la fusione tra

vinti e vincitori, altrove cosí facile, dopo due secoli si dimostra

in Italia sempre difficile. La tenacia e la persistenza della stirpe

latina fra di noi è tale, che i vinti possono piú facilmente essere

ridotti in ischiavitú o uccisi, che perdere la personalità loro.

Infatti, appena che la necessità delle cose e il lungo convivere

avvicinano i vincitori ai vinti, diviene inevitabile ai barbari far

larghe concessioni alla civiltà dei Latini, che par sempre estinta e

sempre si ritrova in vita. Come comprendere altrimenti quel piegarsi, a

poco a poco, del diritto longobardo sotto la forza maggiore del diritto

romano; come spiegare quella specie di nuovo diritto che sorge col

tempo, e che il Capponi chiama _quasi edifizio romano su germaniche

fondamenta_?

A misura che i Longobardi si fermano stabilmente in Italia, essi

cominciano a vivere nelle città, che non poterono mai distruggere del

tutto; cominciano a desiderare una proprietà stabile, e però, al tempo

del re Autari, invece del terzo dei frutti, presero una parte anche

maggiore delle terre. Il che, se da un lato aggravò la condizione dei

vinti, dall'altro, lasciando ad essi una libera proprietà, la migliorò

grandemente.[11] E se, come osserva il Manzoni, noi non troviamo

alcun regio ufficiale, né grande né piccolo, di sangue romano, è certo

del pari che i Longobardi avevano pure bisogno di amministratori, di

costruttori, di artefici, e dovettero perciò ricorrere ai Romani, in

ciò tanto piú abili di loro. Il che fece che le antiche _Scholae_ o

associazioni di Arti si mantennero in vita per tutto il Medio Evo,

come sappiamo anche dei _maestri comacini_, alla cui opera spesso

ricorsero i vincitori. Per quanto rozza e scomposta fosse la forma,

in cui queste associazioni poterono resistere all'urto barbarico,

pure erano un elemento dell'antica civiltà, di cui in qualche modo

mantennero il filo non interrotto. Intorno ad esse rimanevano pure,

come abbarbicati, altri avanzi e tradizioni della stessa civiltà,

e quando ogni altra forma di governo, ed ogni protezione mancò agli

abitanti delle città, quelle associazioni poterono pigliar qualche

cura del pubblico bene. Lo stesso antico municipio, che si trovò in sul

principio abbandonato alle proprie forze, non chiuse qualche volta le

porte della città ai barbari, difendendosi, quasi governo indipendente?

Non riuscí qualche volta a respingerli? Vinto, domato, calpestato, si

può supporre che fosse per tutto ugualmente distrutto, scomparso per

fino dalla memoria dei Latini, in modo da doverlo supporre, quando

torniamo a vederlo, risorto per opera dei popoli germanici, o sia di

popoli che non avevano conosciuto le città prima di venire fra noi? Non

cominciarono le città greche del mezzogiorno d'Italia a risorgere fin

dal VII e VIII secolo, al tempo cioè dei Longobardi, e certamente non

per opera di tradizioni germaniche? Non sorse nello stesso tempo il

Comune romano? E se gli antichi municipî, caduti sotto i Longobardi,

e quindi piú crudelmente oppressi, aspettarono ancora quasi quattro

secoli, non seguirono allora anch'essi l'esempio delle città sorelle?

Che significa la tradizione tanto diffusa, che solo nella greca Amalfi,

esempio d'indipendenza e libertà alle altre repubbliche, Pisa poté

trovare e prendere colla forza il volume delle Pandette romane, che

conservò come il suo piú prezioso tesoro? Tutta la storia posteriore

del Comune non è forse una lotta continua della risorta gente latina

contro gli eredi della gente germanica? Che se la civiltà latina

era stata totalmente distrutta, strano davvero sarebbe che i morti

si levassero poi a combattere ed a battere i vivi. A noi dunque par

chiaro che i Longobardi nulla lasciarono per legge ai vinti, ma che

pur non poterono realmente toglier loro ogni cosa; molto tollerarono

o non videro, e la tradizione, la consuetudine, la persistenza della

razza mantennero vivi gli avanzi della civiltà latina. Cosí solo si

riesce a spiegar come, dopo una lunga e dura oppressione, la quale

sembrava avere distrutto ogni cosa, non appena che incominciò a seguire

qualche strappo in quella forte catena di barbari, che stringeva cosí

crudelmente le popolazioni italiane, subito risorsero le istituzioni

latine, e riguadagnarono il terreno perduto.

La società barbarica aveva non solo una forma, ma anche un'indole

essenzialmente diversa dalla latina. Quello che s'è chiamato

individualismo germanico, a differenza della sociabilità latina, era

il suo carattere predominante. Si osserva una tendenza costante a

dividersi in gruppi separati e indipendenti. Era un corpo il quale,

quando perdeva quella forza d'unione e di coesione, che gli veniva

dal moto e dall'impeto della conquista, subito si sminuzzava, si

sgretolava. Dalla vita nomade e selvaggia, dal sangue stesso pareva che

i barbari avessero ereditato una personalità e indipendenza eccessiva,

che rendeva loro difficile il sottomettersi lungamente ad una comune

autorità. Cosí colla pace cominciavano subito a manifestarsi i germi

d'una divisione che li indeboliva. In fatti, quando i Longobardi

s'ebbero assicurata la conquista di quasi tutta Italia, la divisero in

trentasei Ducati, governati da duchi indipendenti e signori assoluti

in ciascuno di essi. Sotto i duchi erano qualche volta i conti, che

abitavano le città secondarie, e comandavano nei Comitati; nelle città

ancora piú piccole si trovano spesso gli sculdasci. Duchi, e sculdasci

giudicavano, secondo il diritto longobardo, in compagnia dei giudici

assessori, che sotto i Franchi si maturano negli scabini. I capi delle

schiere, poco a poco, si resero padroni di castelli e ne divennero poi

signori quasi indipendenti. V'erano i gasindi uffiziali regi, anch'essi

potentissimi. E come i duchi finirono col dichiararsi indipendenti

dal re, cosí il conte e gli sculdasci desideravano indipendenza dal

duca, sebbene ancora non vi riuscissero. Pei vinti non v'era, nel primo

secolo della conquista, diritto né protezione riconosciuta, e neppure

l'autorità del clero e dei vescovi veniva rispettata. L'oppressione

fu cosí dura, che nella storia del dominio longobardo, sembra che il

popolo oppresso non esista, ed in nessuna piú favorevole occasione si

vede mai un serio e vero tentativo di rivolta. Non bastò a muoverlo

neppure l'esempio delle città libere del mezzogiorno.

Se non che, come già abbiamo accennato, era cresciuta di molto la

potenza della Chiesa, la quale non sapeva tollerare la superbia ed

oltracotanza di questi barbari, che per essa avevano assai poco

rispetto. Quindi il Papa pensò di cacciare uno straniero con un

altro, ed invitò i Franchi a venire in Italia. Carlo Magno, primo

fondatore del nuovo Impero non poteva avere pei Latini, dei quali

s'era pur molto vantaggiata la rinascente civiltà de' suoi Stati, quel

barbarico disprezzo rimasto inestinguibile nei Longobardi. Egli voleva

estendere le sue conquiste, il suo potere; voleva rafforzare il Papa,

per esser da esso consacrato e moralmente aiutato. Venne quindi in

Italia, e la già disgregata famiglia dei Longobardi mal poté resistere

alla forte unità franca, ringagliardita dalle sue vittorie. Invano i

Longobardi s'erano già eletto un re e gli prestavano obbedienza, invano

s'apparecchiarono alla difesa; dopo 205 anni di dominio sicuro e quasi

non contrastato, il loro regno cadde per sempre. Nel 774 Carlo Magno

era padrone della terra italiana, e l'anno 800 venne in Roma coronato

dal Papa imperatore. L'Impero occidentale era cosí ricostituito e

consacrato sotto nuova forma, separato affatto e indipendente da quello

d'Oriente. I Franchi tolsero ai Longobardi tutto il loro dominio, meno

il ducato di Benevento nell'Italia meridionale. Il Papa, coll'assumersi

il diritto di consacrare l'Imperatore, da cui ricevette grandi donativi

e promesse di terre, ne crebbe assai di potenza. Roma però si reggeva a

libero municipio; anche Venezia, come le città greche del mezzogiorno,

era già sorta a libertà. Tale era lo stato d'Italia dopo l'ultima

invasione di barbari, quella cioè dei Franchi.

Questi nuovi padroni, al solito, presero il terzo delle terre; ma la

condizione degl'Italiani fu allora assai migliorata. La legge romana

venne riconosciuta come legge dei vinti, il che è segno evidente

che nei due secoli di dominazione longobarda essa non era poi morta

davvero. Carlo Magno sollevò di molto lo stato dei Latini, che innalzò

qualche volta sino agli _onori_, ossia ufficî di nomina regia. Ma

ciò che dette carattere proprio al suo regno in Italia, fu il nuovo

ordinamento che vi fondò. Distrusse la potenza dei duchi, minacciosi

troppo all'unità dell'Impero; sollevò in lor vece i conti. Neppure

nelle Marche, o sia province limitrofe, nelle quali piú Comitati

restavano uniti, egli volle un duca; ma vi pose invece i marchesi

(_Mark-grafen, Praefecti limitum_). In questo modo l'antica unità

del comitato o _Gau_ ritornava ad esser la base della nuova società

barbarica. Ma Carlo Magno andò piú oltre ancora; cominciò a dare

ufficî, terre, possessi in _beneficio_, cioè a dire in feudo, e quindi

sotto condizione d'un servizio militare obbligatorio. Questo fu il

principio d'una rivoluzione sociale, cominciata forse prima di lui, ma

portata ora a compimento col nome di feudalismo. Né solo l'Imperatore,

ma i re, i conti, i marchesi, per avere buon numero di vassalli,

dettero terre, rendite, uffici in feudo. Cosí si creò un numero

infinito di nuovi potenti, _vassalli, valvassori_, e _valvassini_, che

erano i minimi. A poco a poco la forma di tutta la società del Medio

Evo divenne feudale: la terra, con gli uomini che la coltivavano,

fu concessa con l'obbligo di prestare insieme con essi un servizio

militare. I medesimi privilegi, i medesimi obblighi accompagnavano ogni

concessione di dominî o ufficî, ed anche a questi era quasi sempre

unita la concessione di terre o di rendite. Cosí quella tendenza

della stirpe germanica a dividersi e suddividersi in piccoli gruppi,

veniva soddisfatta, ed in pari tempo l'Impero, le città, la Chiesa

stessa rivestivano forma feudale. I vescovi ben presto divennero

anch'essi possessori di benefizî, e di grado in grado salirono a

sempre maggiore potenza, fino a che li troviamo come altrettanti conti

o baroni. Essi ricevono per sé e pei loro sottoposti la _immunità_

dai tribunali e dalle leggi ordinarie, altro vantaggio inestimabile,

che doveva contribuire a farli piú indipendenti, a creare grandi

nuclei di popolazioni a loro sottoposte. Il feudalismo adunque è un

nuovo ordinamento, una nuova aristocrazia affatto germanica, e nello

stesso tempo è il principio d'una profonda rivoluzione nella società

barbarica, rivoluzione che dovrà continuare, estendersi in mezzo

a molte vicende. A poco a poco la Corona comincerà ad _esentare_ i

benefizî o feudi dei vassalli dall'autorità del conte, per dichiararli

ereditarî, con una serie di leggi, che tendevano tutte a sollevare i

minori potenti contro i maggiori, a dare sempre piú forza all'autorità

regia, ma che riuscirono invece ad aprire la via del riscatto al popolo

oppresso. Tutto ciò, per altro, non era anche visibile sotto Carlo

Magno; egli ordinò il feudalismo, tenne unito e fiorente l'Impero, che

poco dopo la sua morte (814) si sciolse in varî regni.

In Italia il dominio dei Franchi durò sino alla morte di Carlo il

Grosso, seguita nell'888. E durante questo dominio di 115 anni, la

rivoluzione da noi accennata seguí costantemente il suo cammino.

Crescevano per tutto i benefizî o feudi, e crescevano del pari, d'anno

in anno, le esenzioni. Si concedevano ai vescovi piú che agli altri,

perché i benefizî dati ai laici, si trasmettevano agli eredi, e cosí

li rendevano troppo potenti. Di tutto ciò, insieme coi vescovi,

profittavano le città in cui essi abitavano. Dapprima vi dominava

solo il conte, meno che nella parte di patrimonio regio, la quale era

detta _gastaldiale_, perché vi comandava il gastaldo; poi aumentò

la potenza del vescovo, ed allora un'altra parte fu _esentata_, e

divenne _vescovile_. A poco a poco questa parte s'estese a quasi

tutta la città: molte di esse si trovano infatti comandate dal solo

vescovo. Cosí s'indeboliva la fibra, e, quasi direi, si smagliava la

società barbarica, con un metodo utile a tenerla soggetta all'autorità

suprema del re, se non vi fosse stato un popolo, che si credeva morto,

ma che pure era vivo e vicino a sollevarsi contro i nobili, i re,

gl'imperatori, contro i vescovi e contro i papi.

Due rivoluzioni, adunque, hanno luogo successivamente in favore della

libertà, cominciate ambedue sotto i Carolingi, e continuate sotto i

loro successori. La prima indebolisce e snerva la società barbarica,

che in Italia trova un terreno poco adatto a fecondarla; la seconda

apparecchia il sorgere dei Comuni. Colla morte di Carlo il Grosso cessa

il regno dei Franchi e cessano finalmente le invasioni dei barbari. I

popoli germanici s'erano fermati sulla terra italiana, e cominciavano

ad incivilirsi. L'Italia però doveva ancora traversare una serie di

rivoluzioni e d'anni tristissimi. Nello sciogliersi dell'Impero franco,

s'erano visti conti e soprattutto i marchesi, i quali ultimi, riunendo

piú comitati, erano come tanti duchi, sorgere a strane pretese,

tentando di formare addirittura Stati indipendenti, e spesso finire

col riuscirvi. Infatti, anche oggi, molte delle famiglie regnanti

sono discendenti di conti e di marchesi franchi. Invano s'erano dati

benefizî ed immunità per indebolirli affatto: la loro potenza non si

poteva cosí presto estinguere. Ed in vero nella stessa Italia, dove

la diversità del paese, l'indole tenace d'un'antica civiltà non mai

scomparsa del tutto, che anzi cominciava adesso a rifiorire; dove il

Papato ed i Greci bizantini avevano impedito l'assoluto trionfo della

società germanica; nella stessa Italia sorgono pure conti e marchesi

feudali a disputarsi la corona reale. Seguirono lunghi anni di nuove

desolazioni e di lotte, che si chiusero col lasciare finalmente

l'ambita corona in mano di re e d'imperatori tedeschi. Disputarono e

combatterono dapprima Berengario del Friuli e Guido di Spoleto, con

altri conti e marchesi italiani o stranieri, un re di Germania, due

di Borgogna, e finalmente Ottone re di Germania, che restò vincitore.

Furono piú di settanta anni di guerre continue, durante le quali,

per la prima volta, regnarono in Italia re italiani, con dominio però

sempre incerto e contrastato. S'ebbero poi circa quarant'anni di pace

(961-1002), nei quali governarono Ottone I, II e III, e di nuovo un

italiano, il marchese Arduino d'Ivrea, contese ai re tedeschi la

corona d'Italia. Ma egli fu vinto nel 1014 da Arrigo di Germania,

soprannominato il _Santo_, a cui successe Corrado della casa di

Franconia o Salica.

Questi due sovrani tedeschi compierono la rivoluzione feudale da

noi accennata, che i Carolingi avevano cominciata, gli Ottoni

proseguita, e che pure non era bastata ad assicurare l'alto

dominio dei re ed imperatori in Italia. In ogni modo, siccome gli

Ottoni avevano moltiplicato a piú potere le esenzioni dei minori

vassalli dall'autorità dei conti e dei marchesi, e moltissime

città italiane avevano date ai vescovi, e siccome da tali e tante

esenzioni venne assai agevolato il risorgimento dei Comuni, cosí

è che nacque l'opinione di coloro i quali vorrebbero di questo

risorgimento attribuire agli Ottoni il merito principale. Ma lo scopo

degl'imperatori era stato ben altro, e non lo avevano raggiunto. Essi

volevano diminuire la forza di quelli che potevano contrastar loro la

corona, come di fatto fu minacciato nella sollevazione del marchese

d'Ivrea. Per questa ragione Arrigo il Santo andò oltre nel sollevare i

maggiori feudatarî a danno dei _possessori di onori_, che erano appunto

i conti ed i marchesi, i quali ultimi furon da lui quasi annullati.

Corrado il Salico portò quest'opera a maggior compimento, favorendo

anche i minori feudatarî, e dichiarando ereditarî i benefizî. Da quel

momento la vittoria dei re ed imperatori tedeschi sull'aristocrazia

feudale fu assicurata, perché i vassalli, una volta padroni dei loro

feudi, venivano sotto la dipendenza diretta della Corona, e cosí

l'orgoglio dei grandi signori era fiaccato per sempre. Ma non era

fiaccato il nuovo orgoglio popolare, divenuto tanto piú potente, quanto

meno era stato avvertito.

È certo adunque che, per una moltitudine di fatti, le condizioni della

gente romana erano andate continuamente migliorando; che la società

feudale, per opera degli stessi sovrani, si sfasciava e sfibrava di

giorno in giorno sempre piú; che la civiltà latina, per forza naturale

delle cose, risorgendo, alterava, assimilava e smaltiva i principî

della società germanica. Prima che le due stirpi si combattessero, le

tradizioni dei vinti avevano piú volte combattuto e superato quelle

dei vincitori, dai quali era stato già accettato in molte parti il

diritto romano, quando i vinti d'una volta chiesero la sanzione dei

loro municipali Statuti.

Gl'Italiani si trovavano in uno stato di fermento e trasformazione

profonda, quando si videro i primi segni del risorgimento dei

Comuni. Il dominio barbarico e l'Impero non s'erano potuti mai nella

Penisola impadronire davvero di tutta la società, e quando, ordinato

il feudalismo, questo pareva che dovesse diffondersi per tutto, ed

assicurare agl'Imperatori tranquilla signoria fra noi, sorgevano

invece a un tratto nuove cagioni di pericolo e di lotta. Il Papato

ed il clero salirono a sempre maggiore e piú pericolosa potenza; le

immunità, per tema dei laici, date sempre piú largamente ai vescovi, li

resero come signori temporali dipendenti dagl'Imperatori, e dal Papa

invece dipendevano come dignitarî spirituali: ebbero in fatti doppia

investitura. Da ciò un disordine grande, una corruzione scandalosa

nella Chiesa, essendosi i vescovi mutati in altrettanti conti feudali,

che comandavano nelle città, guerreggiavano fuori, tenevano corte

bandita, si davano a tutti i piaceri. I Papi volevano rimettere

la disciplina, reggere con assoluto imperio i vescovi, nominarli

senza trovare ostacolo di sorta; ma a ciò si opponeva l'Imperatore,

perché il temporale dominio dei vescovi li metteva logicamente anche

sotto la sua autorità. Cosí cominciò la tanto romorosa lotta per le

investiture, tra il Papato e l'Impero, lotta in cui la vittoria fu

lungamente contrastata. E intanto né la Chiesa, né l'Impero, né il

feudalismo potevano impadronirsi esclusivamente dell'indirizzo sociale,

e le continue dispute crescevano il disordine. In tale stato di cose

l'autorità dei vescovi s'andò indebolendo anch'essa, ed i Comuni che,

nel tempo delle sedi vacanti, imparavano di necessità a reggersi da

sé, che vedevano le repubbliche del mezzogiorno assai fiorenti, che

sentivano d'avere forze sempre maggiori pel cresciuto commercio e

pel disordine feudale, capirono finalmente che era sonata per essi

l'ora del riscatto. Né in quelle città dove restavano a comandare i

conti laici, le cose andarono diversamente, giacché il parteggiare per

l'Impero o per la Chiesa suscitava sempre un gran numero di nemici ai

potenti, e mille aiuti ai deboli.

Nell'undecimo secolo, adunque, dall'un capo all'altro d'Italia

sorgevano i Comuni, e una volta gustata la dolcezza del vivere libero,

non fu piú possibile rimetterli in vassallaggio dei vescovi, né dei

conti, né dell'Impero. Sorgendo, essi si trovarono ovunque circondati

da un numero infinito di conti e duchi e baroni, piccoli e grossi,

giacché la società feudale era ancora potentissima e padrona di tutte

le campagne. Eredi del sangue germanico, esercitati alle armi, questi

nobili combattevano, in nome dell'Impero, pe' suoi diritti, nel proprio

interesse, contro la nuova società comunale, che ad un tratto si levava

potente e minacciosa. Essi scendevano dai loro castelli a chiuder

le vie al commercio dei Comuni; imponevano taglie; facevano minacce;

volevano trattar da vassalli i liberi cittadini, che perciò, sdegnati,

uscivano di tratto in tratto a far vendetta, e non di rado finivano con

lo spianare i superbi castelli. Quei nobili invece che erano restati

nelle città, stanchi adesso di vivere in mezzo ad uomini che non

facevano piú distinzione alcuna di sangue o di casta, spesso emigravano

per raggiungere i loro compagni. L'emigrazione fu tale che piú volte

i cittadini, risentendone gravi danni, fecero leggi per impedirla. Il

Papa incoraggiava i Comuni, perché a lui non doleva la scemata potenza

temporale dei vescovi, e gli era necessario l'abbassamento dell'Impero.

Cosí la lotta degli artigiani contro il feudalismo finalmente

cominciava, e con essa la vera storia dei nostri Comuni.

Non bisogna però credere che il Comune sorgesse in nome dei diritti

dell'uomo o delle libertà nazionali. Nulla di ciò. L'Impero era

riconosciuto sempre come la fonte unica, universale del diritto. In

fatti fino quasi a tutto il secolo XV, le città guelfe o ghibelline,

nemiche o amiche dell'Impero, continuarono a scrivere in suo nome

i pubblici atti.[12] Le risorgenti repubbliche accettavano sempre

l'alto suo dominio, e la loro dipendenza da esso, quasi direi

che, chiedendo una nuova e piú generale esenzione, volevano solo

essere come duchi o conti di sé stesse. Combattevano i nobili e

combattevano l'Impero; ma dopo la vittoria, riconoscevano l'autorità

dell'Imperatore, ed a lui chiedevano la sanzione delle conquistate

libertà. Né i Papi desiderarono mai la distruzione dell'Impero, della

cui protezione avevano spesso bisogno, che riconoscevano anch'essi

erede legittimo dell'antica Roma, e quindi sorgente unica del diritto

politico e civile: volevano bensí sottomettere il potere temporale

allo spirituale. La teocrazia ed il feudalismo, il Papato e l'Impero

sussistevano adunque e combattevano sempre, quando il Comune sorgeva.

Esso dové lungamente ancora lottare contro ostacoli d'ogni sorta; ma

era destinato a trionfare, a creare il terzo stato ed il popolo, che

soli potevano dal caos del Medio Evo far nascere la società moderna. In

ciò sta la sua principale importanza storica.

I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1 · 第 5 / 55 题