INTRODUZIONE[1]

I

La storia delle libertà italiane, dal Medio Evo fino alle nuove

invasioni straniere, che incominciarono con Carlo VIII nel 1494, si

riduce principalmente alla storia dei nostri Comuni. Questa storia non

è anche scritta, e quel che è peggio non potrà scriversi fino a che

non saran messi in luce, ordinati, illustrati i materiali su cui lo

storico deve lavorare. Quali erano i piú antichi Statuti politici, e

quelli delle associazioni d'Arti e mestieri, quali le leggi penali e

civili, lo stato delle persone, le entrate e le uscite, il commercio,

l'industria di quelle repubbliche, sono tutte domande alle quali noi

possiamo assai imperfettamente rispondere, e qualche volta non possiamo

rispondere punto. E senza rispondervi, la storia civile dei nostri

Comuni rimane oscura.

L'Italia, col Machiavelli e col Giannone, dette al mondo i primi esempi

della storia civile, e coi lavori giganteschi del Muratori iniziò

quella grande scuola di erudizione storica, che è l'unica base sicura

della storia moderna, massime della storia civile. Ma noi ci lasciammo

ben presto strappar di mano lo scettro, che avevamo conquistato. Non

ci sono, è vero, mancati mai grandi eruditi e scrittori di storie; ma

a compiere la storia nazionale d'un popolo, non basta il lavoro d'uno

o di pochi; essa deve, in qualche modo, essere l'opera della nazione

stessa. Solo il lavoro coordinato di piú dotti e di piú generazioni può

riuscire a mettere insieme e studiare l'infinita massa di materiali,

che è necessaria a ritrovare nella storia di tanti municipii, che

sono cosí diversi ed in continua guerra fra loro, la storia del popolo

italiano. Fra noi da lungo tempo si lavora ognuno per conto proprio;

mancano quell'accordo e quella corrispondenza tanto necessari a fare,

col lavoro degl'individui, progredire di pari passo quello di tutta la

nazione.

Io certo non dimenticherò qui di citare l'esempio delle Deputazioni

e Società di storia patria, sussidiate dal Governo, delle quali

fanno parte uomini benemeriti e dottissimi. Ma esse ancora non

lavorano secondo un disegno generale e comune; anzi nel seno delle

stesse Deputazioni si vedono qualche volta i vari membri attendere

a lavori importanti, se si vuole, ma che pure non hanno fra loro

alcuna relazione. Cosí si dovrà aspettare un gran tempo, prima che

qualche periodo della nostra storia venga da tanti dotti compiutamente

illustrato. Eppure noi non avremmo bisogno d'andar fuori di casa a

cercar le norme da seguire, perché queste norme noi fummo i primi a

trovarle, né le abbiamo dimenticate. Né solamente le Deputazioni e

Società pubblicarono raccolte importantissime di documenti. Chi non

ricorda le fatiche indefesse del benemerito Vieusseux e de' suoi amici,

nel dirigere l'_Archivio Storico Italiano_? A mostrare quanto possa

giovare la pubblicazione d'una sola serie di documenti, basterebbe

citare le _Relazioni_ degli ambasciatori veneti, date alla luce per

opera dell'Albèri, con tanto profitto della storia non solamente

d'Italia, ma d'Europa. Che progresso non si farebbe, se il lavoro di

tutti gli eruditi italiani si potesse, per consenso unanime, coordinare

ad uno scopo comune? Si guardi che cosa ha potuto fare a Berlino il

Pertz, sussidiato dalla Confederazione, e aiutato da tutti i dotti

tedeschi. I suoi _Monumenta_ sono davvero un monumento immortale alla

storia nazionale della patria tedesca, intorno al quale s'è potuto

fondare una nuova scuola di eruditi e di storici.

Ora che l'Italia s'è unita, e di tanti Stati ha fatto uno Stato solo,

è necessario che essa sappia nella storia de' suoi Comuni ritrovare

la storia del suo popolo. Oltre di che bisogna considerare, che il

Comune è la istituzione con la quale dal Medio Evo esce la società

moderna. Sorto in mezzo ad una moltitudine di schiavi, di vassalli, di

baroni, di duchi e marchesi, seppe creare quel _terzo stato_ e quel

popolo, che distrusse il feudalismo in Italia, e con la rivoluzione

francese, lo distrusse poi in tutta Europa. Cosí si formò, osserva

anche Agostino Thierry, quella immensa riunione di uomini liberi,

che nel 1789 intraprese, per la Francia intera, ciò che avevano

compiuto nei municipi i suoi antenati del Medio Evo.[2] Ora, siccome

l'Italia appunto è stata il centro e la sede delle libertà comunali,

cosí si tratta, con questi studi, non solo di conoscere la nostra

storia civile, ma di porre in evidenza la parte che noi avemmo nel

ritrovare i principii della società e della civiltà moderna. Chi

studia attentamente la storia del diritto romano nel Medio Evo, può

osservare che i nostri glossatori, mentre che facevano rinascere la

vecchia giurisprudenza, inconsapevolmente la modificavano, adattandola

ai nuovi tempi. E Francesco Forti affermava, che chi studia i nostri

Statuti s'accorge che molte di quelle norme, le quali si trovano nel

Codice Napoleone, e che si credono opera della rivoluzione francese,

erano già nelle antiche legislazioni italiane. Io credo che la

nostra storia dovrà in ogni parte della vita civile degl'Italiani,

confermare osservazioni simili, perché in essa sono le prime origini

delle libertà moderne. Ma questo lavoro aspetta ancora chi sarà capace

d'intraprenderlo, e non basterà, come dissi, un uomo solo. Noi vogliamo

occuparci ora d'un soggetto assai piú modesto. Il nostro scopo è di

far vedere, con un rapido sguardo alla storia d'un Comune solo, quante

nuove ricerche ancora ci restano a fare, e quante quistioni restano

ancora insolute.

Le vicende della repubblica fiorentina trovano qualche riscontro

solamente nei tempi piú floridi della libertà ateniese. Invano

cercheremmo in tutta la storia moderna un'altra città piena, ad un

tempo, di tanto tumulto e di tanta ricchezza, dove, versandosi tanto

sangue civile, potessero le arti, le lettere, il commercio, l'industria

fiorire del pari. Lo storico quasi non crede a sé stesso, quando egli

deve descrivere un pugno di uomini che, raccolti sopra un palmo di

terra, stendono i loro traffici in Oriente ed in Occidente; aprono

le loro banche in tutta Europa; accumulano tesori cosí vasti, che le

private fortune bastano qualche volta a sostenere sovrani vacillanti

sui loro troni. Egli deve dire ancora, che questi ricchi mercanti

fondarono con Dante la poesia moderna, e con Giotto la pittura; con

Arnolfo, con Brunellesco, con Michelangiolo, che fu poeta, pittore,

scultore e architetto ad un tempo, innalzarono quelle stupende moli

che il mondo continuerà sempre ad ammirare. I primi e piú accorti

diplomatici d'Europa erano fiorentini, la scienza politica e la storia

civile nacquero in Firenze col Machiavelli. In sul finire del Medio

Evo quell'augusto municipio somiglia ad un piccolo punto di luce che

illumina il mondo.

Parrebbe che a conoscere la storia di questo Comune, le difficoltà

dovessero essere già tutte superate, perché di esso i piú grandi

scrittori italiani, i piú grandi storici moderni si occuparono da

lungo tempo e lungamente. Quale altra città può, infatti, vantare

i suoi annali descritti da uomini come il Villani, il Compagni, il

Machiavelli, il Guicciardini, il Nardi, il Varchi? Ed alle storie o

cronache bisogna aggiungere una serie infinita di Diari, Prioristi,

Ricordi, senza parlare per ora dei moderni scrittori. Era tra i

Fiorentini comunissimo l'uso di registrare, di giorno in giorno, i

fatti che seguivano; e cosí si andò sempre piú aumentando la loro ricca

e splendida letteratura storica. Eppure, con tutto ciò, non v'è storia

che presenti tante difficoltà, e che sia come questa, piena di tante,

che sono o paiono insolubili contraddizioni. Gli avvenimenti passano

dinanzi ai nostri occhi, descritti, dipinti con splendidi colori; si

succedono con rapida e non mai interrotta vicenda; ma sembra che, senza

tregua e senza legge, obbediscano solo al caso. Odii personali, gelosie

e private vendette sono cagione di rivoluzioni politiche, le quali

contaminano la Città di sangue civile; durano dei mesi e qualche volta

degli anni, per finire in leggi arbitrarie, che si tenta di violare o

disfare appena che sono sanzionate dai magistrati. E cosí spesso vien

fatto di chiedere: questa è dunque l'opera degli accorti diplomatici,

dei grandi politici? O sono bugiarde le lodi di senno e di accortezza

politica, prodigate ad uomini che non seppero mai dar sicure leggi e

ferme istituzioni alla patria, e nelle piú gravi faccende di Stato si

lasciarono dominar solo dagli odii e dalle passioni personali; o sono

bugiarde le lodi che da secoli noi diamo a questi storici, i quali coi

piú splendidi colori ci descrivono fatti impossibili. È egli possibile,

in vero, che da tanto senno nasca tanto disordine? E come poi, in

mezzo a tanto disordine, su questa nave della Repubblica, abbandonata

all'arbitrio di ogni vento, poterono tanto splendidamente fiorire le

arti, le lettere e le scienze?

Certo la storia, quale la vogliamo oggi, era ignota agli antichi. Noi

cerchiamo le cagioni di fatti, che gli antichi descrivevano solamente.

Noi vogliamo conoscere le leggi, i costumi, le idee, i pregiudizi degli

uomini, e gli antichi s'occupavano esclusivamente delle azioni e delle

passioni umane. La scienza politica del secolo XV era principalmente

uno studio dell'uomo, e la nostra è principalmente uno studio delle

istituzioni. La storia moderna cerca di essere uno studio dell'uomo

e della società, in tutte le sue forme, sotto tutti gli aspetti. Per

queste ragioni ci è stato necessario rifar tante volte il lavoro, che

pure cosí splendidamente avevano fatto gli antichi.

Lasciando da parte quei raccoglitori di favole e leggende sulle origini

di Firenze, le quali si ripetono anche negli scritti posteriori,

noi possiamo dividere gli storici fiorentini in due grandi scuole.

Primi sono gli autori di Cronache o Diari, i quali fiorirono, piú che

altro, nel Trecento, sebbene continuassero per lungo tempo di poi. Lo

scrittore registra, giorno per giorno, i fatti di cui fu spettatore,

e spesso anche attore; animato dalle medesime passioni che descrive,

egli diviene non di rado eloquente, e la sua eloquenza passionata

gl'impedisce di fermarsi a fare considerazioni astratte. Egli suppone

sempre nei suoi lettori la piena conoscenza di quelle istituzioni

politiche, nelle quali era nato e vissuto, che a noi sono ignote, e che

piú di tutto vorremmo conoscere. Nondimeno il cronista del Trecento,

come spesso avviene a Giovanni Villani, osservatore impareggiabile, si

ferma a descrivere cosí minutamente i fatti, raccoglie tante notizie,

che, senza quasi avvedercene, noi ci troviamo trasportati in mezzo

alla società dei suoi tempi. E nello scendere a questi particolari,

egli qualche volta si scusa col lettore d'averlo fermato su cose di sí

piccolo momento, tanto era lontano dal supporre quanto preziose piú

tardi sarebbero state per noi appunto quelle notizie sul commercio,

sulla pubblica istruzione, sulle entrate e sulle uscite della

Repubblica, e quante altre dovevamo desiderarne invano. Appena però che

questi scrittori s'allontanano dai loro tempi e dai fatti che hanno

veduti, essi o debbono copiare letteralmente da altri cronisti, o la

loro narrazione perde ogni pregio ed ogni autorità, ogni calore ed ogni

colore. Noi passiamo, a un tratto, dalla piú vera e vivace descrizione

alle favole piú strane, al piú grande disordine, perché essi, anche

nel copiare letteralmente dagli altri, lo fanno senza il piú piccolo

discernimento. Ne sono un esempio i loro puerili racconti sulle origini

di Firenze. La critica storica allora non era neppure in culla.

Colla erudizione del secolo XV incominciò la lettura e l'imitazione di

Sallustio, di Livio, e gli scrittori italiani non si contentarono piú

di registrare i fatti alla giornata, senza nesso, senza ordine. Molti

scrissero in latino, altri in italiano; ma tutti volevano _comporre_

una narrazione storica piú artistica o piú artificiale. Facevano esordi

e considerazioni generali, descrivevano a lungo e con molto aiuto della

fantasia guerre che non avevano visto, e di cui poco o punto sapevano;

ponevano in bocca ai loro personaggi discorsi immaginari, qualche

volta perfino scrivevano in forma di dialogo la loro narrazione,[3] pur

di allontanarsi dai loro padri del Trecento. Fu un tempo di esercizi

retorici e d'imitazione servile dei classici, nel quale la storia e

la letteratura italiana decaddero, apparecchiandosi però a risorgere

nel secolo seguente. Ed infatti nel Cinquecento noi troviamo un'arte

storica assai progredita. Il Machiavelli, che se ne potrebbe dire il

piú illustre fondatore, comincia appunto col fare un rimprovero agli

storici precedenti, perché «delle civili discordie e delle intrinseche

inimicizie e degli effetti che da quelle sono nati, avevano una parte

al tutto taciuta, e quell'altra in modo brievemente descritta, che

ai leggenti non puote arecare utile o piacere alcuno». Queste parole

ci danno indirettamente il ritratto fedele del suo libro, col quale

ha lasciato un monumento immortale alla propria fama. Egli cerca le

cagioni dei fatti, l'origine dei partiti e delle rivoluzioni seguite

nella Repubblica: cosí un nuovo metodo è trovato, una nuova via è

aperta. Egli abbraccia in una mirabile unità tutta la storia della

Repubblica; lascia da un lato, con profondo disprezzo, tutte quelle

favole che i cronisti avevano accumulate sulla fondazione di Firenze,

e getta uno sguardo di aquila sul gioco dei partiti, dalla loro origine

fino ai suoi tempi. Fu il primo a intraprendere questa ricerca, e dopo

di lui, dopo tante nuove indagini, il suo concetto fondamentale rimane

fermo.

Ma delle istituzioni il Machiavelli s'occupò assai poco, delle

leggi, dei costumi, quasi punto. E quello che è piú, egli era cosí

fattamente in balìa del suo genio divinatore, che curò assai poco

anche la esattezza storica dei fatti particolari. A persuadersi del

numero infinito d'inesattezze e di errori, che per noi sarebbero

imperdonabili, e che pure si trovano nel suo libro, bisogna paragonare

la sua narrazione con le narrazioni contemporanee degli antichi

cronisti, alcuni dei quali egli conosceva. Non solo le date sono

spesso sbagliate, ma ancora il nome, il numero dei magistrati, la

forma delle istituzioni. Sembra che nel tempo medesimo in cui divinava

lo spirito dei fatti, raffazzonasse a suo capriccio i fatti stessi.

Qualche volta egli prende pagine e pagine intere dalle storie del

Cavalcanti, copiando perfino i discorsi immaginari che questi poneva

in bocca dei personaggi storici, e con pochi tocchi infonde vita nuova

nella pesante narrazione che gli sta dinanzi, senza punto occuparsi

di far nuove ricerche. Cosí il suo libro divenne una guida preziosa

e pericolosa nello stesso tempo. Egli qualche volta non si asteneva

dal porre un fatto vero là dove meglio tornava al suo ragionamento,

riempiendo cosí, senza troppo scrupolo, le lacune che trovava. Suo

scopo, come egli stesso ci dice, era d'indagar le cagioni dei partiti

e delle rivoluzioni. Quello che alcuni chiamano oggi il colorito

locale, il colorito storico dei fatti, scomparisce del tutto nella

sua narrazione, massime dei primi avvenimenti della Repubblica. Gli

uomini appartengono a diversi partiti, commettono azioni ora tristi

ora generose, ma in tutti i tempi sono per lui sempre i medesimi. E

quanto ciò debba nuocere ad una chiara conoscenza dei fatti è facile

immaginarlo. A misura poi che il Machiavelli s'avvicina ai suoi tempi,

vede la costituzione della Repubblica alterarsi e corrompersi, la

libertà allontanarsi, e mille passioni personali sorgere ad affrettare

la rovina delle istituzioni che decadono. La conoscenza dei piú minuti

particolari sarebbe allora tanto piú necessaria a farci intendere

la trasformazione della società; ma egli, che pure restò sempre un

Fiorentino del secolo XV, aveva dinanzi a sé l'esempio di Tito Livio

e degli altri scrittori romani, i quali, a lui come a tutti gli

eruditi di quel secolo, ispiravano un grande disprezzo dei troppo

minuti particolari, che fanno perdere l'epica unità della storica

narrazione. E quando piú tardi s'avvicina la prevalenza inevitabile

dei Medici, sotto i quali anch'egli visse, rivolge allora, con mal

celato disgusto, il suo occhio dai fatti interni della Repubblica,

per occuparsi solo dei fatti esterni. Ci parla allora di guerre e di

quella politica italiana, che fu la passione di tutta la sua vita. In

mezzo agl'intrighi delle Corti, alla prevalenza contrastata degli uni

o degli altri, noi ci accorgiamo che esso va cercando il modo con cui

un principe nuovo avrebbe potuto riunire le sparse membra della patria

italiana, lacerata, calpestata, e questo nobile pensiero gli fa spesso

dimenticar la storia di Firenze.

Quando noi leggiamo le antiche cronache contemporanee, vediamo

sorgere dinanzi a noi vive e parlanti le immagini di Giano della

Bella, Farinata degli Uberti, Corso Donati, Michele di Lando. Le loro

passioni, i loro amori e i loro odii ci sono noti, quasi familiari;

ma noi siamo in mezzo al tumulto irrequieto e irrefrenabile delle

passioni, senza sapere donde spiri il vento che agita e confonde

in un solo turbine uomini e cose, senza dar mai tregua. Appena che

usciamo dal raggio visuale dello scrittore, le immagini si confondono,

e la nostra vista insieme colla sua si oscura. Anche nei momenti

della piú eloquente descrizione, udiamo il nome d'istituzioni e di

magistrati, che non possiamo comprendere, e che vediamo ora alterarsi,

ora scomparire, ora riapparire di nuovo, senza saperne il perché. Ma

dall'altro lato, quando, invece, per lo studio e l'imitazione degli

antichi scrittori, l'arte di abbracciare una piú vasta cerchia di fatti

incomincia, e si cercano le cagioni e le relazioni di questi fatti, per

raccoglierli in una visibile unità, manca ancora quella critica storica

che accerta i fatti stessi, ricerca, definisce le istituzioni e le

leggi, colorisce e quasi ridesta il passato nella sua varia, mutabile

fisonomia. Lo storico manda col suo genio come dei lampi di luce,

che, di tratto in tratto, illuminano le età trascorse; ma esse restano

pur sempre incerte e confuse nella nostra mente. Noi abbiamo bisogno

di conoscere gli uomini, le istituzioni, i partiti e le leggi quali

veramente furono; né ciò basta, perché bisogna comprendere ancora come

tutto ciò si costituí in una sola unità, e da quegli uomini, da quei

tempi nacquero quelle istituzioni e quelle leggi.

Questo è ciò che gli scrittori moderni avrebbero dovuto fare, ma che

non hanno fatto per molte ragioni. E prima di tutto, il fiorire delle

lettere e delle arti nei tempi in cui la libertà s'allontanava da

Firenze, e la loro grande efficacia su tutta quanta la cultura moderna,

richiamarono l'attenzione degli scrittori principalmente su questa

parte della storia fiorentina, che aveva una importanza assai generale,

ed era piú intelligibile a tutti. Cosí fu che la piú parte dei moderni,

massime gli stranieri, non studiarono, non conobbero quei tempi nei

quali s'erano pure formate tutte le qualità piú nobili del carattere

fiorentino, e s'erano svolte, educate quelle forze intellettuali,

che piú tardi divennero visibili nelle lettere e nelle arti, tanto

universalmente ammirate. E molti stranieri sembrarono persuadersi non

solamente che le arti e le lettere italiane fossero fiorite quando

i costumi erano piú corrotti, ma quasi risultassero da essi, fossero

immedesimate con quella corruzione, la quale invece corruppe le arti

stesse, che furono figlie della libertà e della moralità, e poterono ad

esse solo per qualche tempo sopravvivere.

Vi è inoltre da osservare, che finora non s'è visto nessun libro di

grande scrittore moderno, il quale tratti di proposito la storia

politica e costituzionale di Firenze.[4] Qualche cosa, bisogna

riconoscerlo, anche piú dei moderni fecero i due Ammirato, i quali nel

secolo XVII avevano già cominciato a ricercare gli archivi, e composero

un lavoro, per quei tempi, veramente nuovo e notevole. Se non che,

né essi s'erano proposto di scrivere una storia della costituzione

fiorentina, né la loro critica storica era sufficiente a raggiungere un

tale scopo, quando pure se lo fossero proposto. Accanto a notizie nuove

e preziose sui fatti ed anche sulle istituzioni, ci danno spesso una

congerie di particolari inutili, che fanno smarrire l'unità generale

della narrazione.

È inutile poi aggiungere che gli scrittori moderni, i quali parlarono

di Firenze solo nelle storie generali di tutta Italia, dovettero,

di necessità, trattare fuggevolmente ciò che era secondario nei loro

lavori. Spesso s'affidarono troppo ciecamente all'autorità ed al gran

nome degli antichi, senza neppur distinguere abbastanza nelle opere di

essi, quelle parti il cui valore è certo incontrastabile, da quelle

in cui copiano narrazioni lette altrove, o ripetono solo tradizioni

favolose. Basta paragonare il Villani col Malespini, per vedere come

uno dei due ha certamente copiato dall'altro molti e molti capitoli.[5]

E non è il solo esempio. Il Machiavelli, come dicemmo, copiò capitoli

interi dal Cavalcanti;[6] il Guicciardini tradusse piú volte Galeazzo

Capra, piú noto col nome di Capella;[7] il Nardi riprodusse di sana

pianta il Buonaccorsi. Senza dunque una critica degli scrittori ed un

giusto giudizio del valore relativo che hanno, della fede che meritano

le varie parti delle loro opere, nulla è piú facile che lasciarsi

trarre in inganno. Per questa e per non poche altre ragioni, molte sono

le sorgenti d'errori nei moderni storici dell'Italia, quando parlano

delle cose fiorentine. Noi li vediamo, di tratto in tratto, fermarsi,

dietro la scorta dei piú reputati cronisti, a definirci che cosa

era il Capitano del popolo o il Podestà o il Consiglio del Comune, e

poi durare una gran fatica, per mettere d'accordo queste definizioni

colla realtà dei fatti, ogni volta che quei nomi ricompariscono nella

storia. In tutto ciò v'è quasi sempre una doppia sorgente di errori.

Le definizioni che gli antichi ci dànno dei magistrati, sono appena

accennate, quando essi parlano dei loro tempi, e sono spesso inesatte

quando se ne allontanano. I moderni poi cercano generalmente una

definizione precisa e determinata di istituzioni, che incominciarono

a mutare il giorno stesso in cui nacquero, e che d'immutabile non

ebbero altro che il nome. Questo nome non solo resta inalterato quando

l'istituzione è divenuta affatto diversa da ciò che era stata in

origine, ma spesso per lungo tempo sopravvive alla istituzione stessa.

Ed è singolare allora veder le ingegnose ipotesi che si fanno, per

dar corpo e realtà a questi nomi, che son divenuti ombre d'un passato

che s'è dileguato. Per uscire da un simile laberinto non v'è altro

mezzo, che provarsi a ricostruire la serie dei mutamenti principali,

che ciascuna di siffatte istituzioni ebbe, e non perder mai di vista

le relazioni che esse serban fra loro nelle continue vicende cui

vanno soggette. Solo cercando la legge che regola e domina questi

mutamenti, è possibile ritrovare il concetto generale della Repubblica,

determinare il valore delle sue istituzioni.

Ma come fare, se molti degli elementi piú necessari a compiere un

tale lavoro ci mancano? L'erudito ancora non ha ordinata, studiata,

illustrata la serie infinita delle Provvisioni, degli Statuti, delle

Consulte e Pratiche, delle Relazioni degli ambasciatori, in una

parola degli atti ufficiali della Repubblica, molti dei quali non

furono neppure cercati o trovati. Noi tuttavia crediamo che, senza

volere ora scrivere una vera e propria storia di Firenze, resti pure

a fare un lavoro non del tutto inutile. Possiamo di certo prendere a

guida gli antichi storici e cronisti, in quelle parti solamente nelle

quali parlano come testimonii oculari, cercando dove è necessario, di

temperare il loro spirito partigiano, col metter loro a riscontro gli

scrittori d'avverso partito. La serie dei documenti pubblicati alla

spicciolata, e di erudite dissertazioni, è pure vastissima, sebbene

non ancora compiuta; nelle difficoltà e lacune principali si può

agevolmente ricorrere all'Archivio fiorentino. E dopo siffatte indagini

a noi è sembrato, che sia agevole dimostrar chiaramente come tutta

quanta la storia di Firenze possa rischiararsi d'una nuova luce, e il

suo apparente disordine possa scomparire. Le rivoluzioni politiche di

Firenze, infatti, per poco che uno le esamini attentamente, cercandone

le cagioni vere e reali, al di sotto delle apparenti, che spesso

ingannano, si succedono con un ordine logico maraviglioso. Al piú

strano disordine, sembra allora che venga rapidamente a sostituirsi una

successione e connessione matematica di cause e di effetti. Gli odii

e le gelosie personali non sono cagioni, ma occasioni che accelerano

il rapido e febbrile avvicendarsi di quelle riforme, per le quali il

Comune fiorentino, percorrendo tutte le costituzioni politiche allora

possibili, arrivò, di grado in grado, alle piú larghe libertà di cui

il Medio Evo era capace. Ed è questo scopo cosí nobile, questa libertà

cosí larga, ciò che ridesta tutte quante le forze intellettuali e

morali nel seno della Repubblica, che produce un maraviglioso acume

politico, ed in mezzo ad un apparente disordine, fa fiorire cosí

splendidamente le lettere, le arti e le scienze. Quando poi gli odii

e le passioni esclusivamente personali prevalgono, allora il disordine

comincia davvero, la costituzione si corrompe, e la libertà precipita

al suo fine.

Con questo scritto non si presume altro, che dare un breve saggio della

storia di Firenze nei tempi in cui furono fondate le sue libertà. Il

soggetto è di tale importanza, che lo storico Thiers se ne è lungamente

occupato, e sentiamo che un illustre Italiano vi abbia già dedicato

molti anni d'assidue ricerche.[8] Se queste pagine potessero servire

d'annunzio o d'incitamento alla pronta pubblicazione d'un'opera

che dovrà certo onorare le nostre lettere, esse non sarebbero certo

inutili.

I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1 · 第 4 / 55 题