I.

Lettori gentili, siete mai stati ad Arezzo? Se non ci siete mai stati,

vi prego di andarci alla prima occasione, anche a costo di farla

nascere, o d'inventare un pretesto. Vi assicuro io che mi

ringrazierete del consiglio. La Val di Chiana è una tra le più amene e

le più pittoresche "del bel paese là dove il sì suona". Anzi, un

dilettante di bisticci potrebbe sostenere che il _sì_ è nato proprio

in Arezzo, poichè fu aretino quel monaco Guido, a cui siamo debitori

della scala armonica. Ma, a farlo apposta, Guido d'Arezzo non inventò

che sei note, dimenticando per l'appunto di inventare la settima.

Forse, ribatterà il dilettante di cui sopra, Guido non ha inventato il

_si_, perchè questo era già nella lingua madre, o il brav'uomo non

voleva farsi bello del sol di luglio. Comunque sia, andate in Val di

Chiana e smontate ad Arezzo. La città non è vasta, ma che importa? Il

Guadagnoli, che era d'Arezzo, pensava forse alla sua terra, quando

diceva ad una graziosa dama:

Signora, se l'essere

Piccina d'aspetto

Vi sembra difetto,

Difetto non è.

A buon conto, la città è piccola, ma ci ha le vie larghe, pulite e ben

selciate, il che non si trova mica da per tutto; possiede molte ed

insigni opere d'arte, un prefetto, un vescovo, due buoni alberghi e un

caffè dei Costanti, che vi dà subito l'idea di una popolazione

d'innamorati. La qual cosa non mi farebbe punto specie, poichè le

aretine son belle di molto, tanto da far dimenticare perfino i grandi

uomini che son nati in Arezzo, da Mecenate, amico d'Augusto, a

Francesco Redi, amico del vino.

Frattanto, lettori gentili, venite in Arezzo con me. Non ci si va col

vapore, ma a cavallo, perchè siamo cinque secoli addietro; si passa

una delle quattro porte della città, che è cerchiata di mura per un

giro di tre miglia, e si scende alla bottega di mastro Jacopo da

Casentino.

Dico bottega, per andare coi tempi; ma oggi si dovrebbe dire studio,

perchè mastro Jacopo da Casentino era un pittore, e meritamente

annoverato tra i migliori del suo tempo. Era nato a Prato vecchio,

nella famiglia di messer Cristoforo Landino, e il nome patronimico lo

aveva avuto da un frate di Casentino, guardiano al Sasso della Vernia,

che l'aveva preso a ben volere, e, vedendo la sua inclinazione

all'arte del dipingere, lo aveva acconciato con Taddeo Gaddi, nel

tempo che questo valoroso scolaro di Giotto era a lavorare nel suo

convento.

Sotto la scuola di mastro Taddeo, il giovinetto Jacopo aveva

profittato grandemente, sì nel disegno, sì nell'arte del colorire.

Erano quelli i bei tempi della pittura. Giotto, con nuova maniera,

sciogliendo la figura umana dalle rigidezze dell'arte bisantina, aveva

additata una strada su cui tutti i giovani si gittavano animosi,

sperando di avanzare in eccellenza il maestro. E Jacopo, andato a

Firenze con Taddeo Gaddi, non fece torto alle speranze che questi

aveva concepite di lui, dipingendo tra l'altre cose il tabernacolo

della Madonna di Mercato Vecchio e le vòlte d'Orsanmichele, che aveva

ad essere il granaio del Comune.

Rimasto alcuni anni col Gaddi, come a provar le sue forze, e persuaso

oramai di poter volare da sè, Jacopo era tornato nel suo Casentino, e

in Pratovecchio, in Poppi e in altri luoghi della valle medesima,

aveva dato mano a molte opere di cui s'era vantaggiata la sua fama,

non così la sua borsa. Dopo di che, adescato da più ragguardevoli

offerte, si era ridotto a stabile dimora in Arezzo, che allora si

governava da sè medesima, col consiglio di sessanta cittadini dei più

ricchi e più onorati, alla cura dei quali era commesso tutto il

reggimento.

Mastro Jacopo non era solamente pittore, ma pizzicava eziandio

d'architetto. E perchè in Arezzo scarseggiavano le acque, fin dal

tempo dei Goti, che avevano guasti i condotti onde l'acqua scendeva

dal poggio di Pori in città, fu commesso a mastro Jacopo di

ricondurvela. Il che egli fece a sua lode, portandola per nuovi canali

fin sotto le mura, ad una fonte detta allora dei Guinicelli, e poscia,

corrottamente, dei Veneziani.

Ma questo sono notizie che importano poco al soggetto. Passiamo,

dunque, senza fermarci troppo sull'architettura di mastro Jacopo, e

raccontiamo ai lettori che da molti anni il degno artefice aveva messo

su famiglia, e viveva felice, come può esserlo un uomo in questa valle

di lagrime, che non è tutta una Val di Chiana, pur troppo. Intanto,

seminava dei suoi affreschi tutte le chiese di Arezzo, facendo prova

di una maniera e dì una pratica maravigliosa.

Un'altra fortuna era toccata a mastro Jacopo; quella io vo' dire di

mostrare ad un altro, e con frutto, i principii di quell'arte che a

lui aveva insegnata il Gaddi. Ai giorni nostri i pittori non fanno più

scuola, o non si rodono di avere dei buoni discepoli, come una volta.

Ogni artista lavora per sè, gelosamente tappato nel suo studio, quasi

temendo che altri gli rubi il tocco, o l'impasto dei colori. Ma in

quei tempi di vita rigogliosa per l'arte, era una festa aver gente

dattorno, e un pittore non si teneva per maestro, se non aveva una

mezza dozzina di scolari, uno dei quali, uno almeno, di più facile

ingegno e di più pronta volontà, seguitasse la maniera, serbasse le

tradizioni del principale e facesse onore alla scuola.

Di questi scolari, o garzoni, o fattori (come si dicevano in quel

tempo che lo studio d'un pittore si chiamava bottega) mastro Jacopo ne

aveva parecchi; ma uno solo meritava il nome di discepolo, e si

domandava Spinello, figlio ad un certo Luca Spinelli, fiorentino, che

era andato forse vent'anni addietro ad abitare in Arezzo, quando, una

volta fra l'altre erano stati discacciati da Firenze i Ghibellini.

Arezzo, se nol sapete, era ghibellina nell'anima.

Spinello Spinelli era un bel giovinottino, nato pittore come Giotto, e

inclinato fin da fanciullo ad operare nel disegno tali miracoli, che

non si sarebbero creduti possibili senza la disciplina di ottimi

maestri. Jacopo di Casentino, veduti i suoi tocchi in penna, lo aveva

voluto a bottega. E Spinello non si era fatto pregare; che anzi,

moriva dalla voglia di andarci, specie dopo che aveva veduta e

ammirata nel Duomo vecchio la più bell'opera di mastro Jacopo.

Ora, la più bell'opera di mastro Jacopo, che Spinello potesse ammirare

nel Duomo vecchio, non era già il ritratto di papa Innocenzo VI, come

qualcuno potrebbe credere a tutta prima. La più bell'opera di mastro

Jacopo era madonna Fiordalisa, a lui nata in Firenze, quando egli

stava laggiù, ai servigi del Gaddi.

Dico Fiordalisa, per non ingenerar confusione. Ma i toscani d'allora

non sentivano nessuna ripugnanza a dire madonna Fiordaliso, in quella

stessa guisa che non ne sentivano a dire madonna Fiore, madonna

Belcolore, e via di questo passo, concordando un nome mascolino con un

nome femminile. Del resto, la grazia e l'eleganza femminile c'erano

tutte, nel viso di madonna, spiravano da ogni parte della sua bella

persona, e le desinenze non ci avevano nulla a vedere.

Fiordalisa, nata a Firenze, era in Arezzo da pochi mesi; ma fin dai

primi giorni del suo arrivo colà, era stata veduta, notata e

riconosciuta come un miracolo di bellezza. È facile che si nasconda un

grand'uomo, in mezzo alla moltitudine, e che rimanga ignoto, in una

città nuova per lui; ma non c'è caso che si nasconda egualmente una

bella ragazza. Il primo che l'ha vista, poniamo anche di sbieco, ne

passa parola ad un altro, e questi ad un terzo, anche prima di averla

intravveduta lui; donde avviene che fin dal primo giorno che è stata

annunziata la selvaggina, un centinaio di bracchi da punta sieno

sguinzagliati alla macchia.

Ora, i giovinotti d'Arezzo non s'erano mica indugiati per istrada;

avevano scoperto subito la bella fiorentina, l'avevano scovata,

levata, come i suoi concittadini avrebbero levato il grillo dal buco,

la mattina dell'Ascensione. Fiordalisa non esciva di casa che i dì di

festa, per andare nel Duomo vecchio agli uffizi divini. Ma tanto

bastava perchè la vedessero tutti, e perchè ci fossero di gran

capannelli sul sagrato del Duomo, quando ella doveva passare.

Spinello Spinelli l'aveva vista a quel modo, come tutti gli altri. Era

un giovinotto allegro, che portava il cervello sopra la berretta. Ma

da quel giorno che vide madonna Fiordalisa, incominciò a pensare con

qualche rammarico alla sua condizione, che non gli permetteva di

passare avanti a tutti i suoi giovani rivali. Vi ho già detto che era

figlio d'un fuoruscito fiorentino. Luca Spinelli esercitava un'arte, a

Firenze, e ci aveva anche quattro sassi al sole; ma l'arte era nulla,

senza clientela, e di quei quattro sassi gliene avevano fatto vento i

Guelfi, dopo averlo sbandito dalla città. Non dissimilmente avrebbero

adoperato i Ghibellini, se a loro fosse toccato di poter bandire i

Guelfi; non c'era dunque da gridare all'ingiustizia. A quei tempi si

usava così. Oggi, la Dio grazia, abbiamo un pochettino di progresso, e

certe cose non si fanno più; ci si restringe a desiderarle.

Ma se Spinello non era ricco, aveva tuttavia una gran forza per sè;

era giovine e innamorato morto. Madonna Fiordalisa era la figlia d'un

pittore. Vedete come il destino aveva disposte le fila! Anche lui era

un pittore, o almeno poteva diventarlo; poichè l'inclinazione c'era,

ed anche una certa pratica naturale. Fino allora, egli aveva disegnato

per capriccio: da quel giorno incominciò a disegnare per passione. Si

fa così bene quel che si fa, quando si pensa ad una bella donna! Sopra

tutto, poi, quando si capisce che é l'unica via per giungere a lei!

Mastro Jacopo lavorava allora nella chiesa di San Domenico, e più

propriamente in una parte della chiesa, cioè a dire nella cappella di

San Cristofano, ritraendovi al naturale il beato Masuolo, profeta

minimo, il quale, ne' suoi tempi, predisse molte disavventure agli

Aretini. L'opera gli era commessa da un mercante de' Fei, che aveva

molto a lodarsi del Santo, per esserne stato liberato dal carcere. E

mastro Jacopo aveva per l'appunto rappresentato il Santo nell'atto di

fare quel miracolo, che oggi si farebbe con uno sbruffo ai guardiani,

o con un buco nel muro.

Spinello, come potete argomentare, andò in San Domenico, incominciò a

piantarsi davanti alla cappella di San Cristofano e diventò un grande

ammiratore dei miracoli del beato Masuolo, o almeno di quel tanto che

se ne poteva scorgere attraverso le commessure del tavolato. Mastro

Jacopo non tardò ad avvedersi di quella curiosità e chiese al

giovanotto se per caso volesse vedere l'affresco prima del mercante,

che gli aveva data la commissione.

--Maisì, messere;--rispose Spinello, facendosi un coraggio pari alla

gravità del caso.--Il mercante vi pagherà l'opera vostra una volta

sola; io l'ammirerò quante volte vi piacerà di lasciarmela vedere

prima d'ogni altro.

--Ecco una ragione che mi capacita;--disse mastro Jacopo, facendo

bocca da ridere.--Ma ti piacerà poi da senno, il mio beato Masuolo?

Vieni sul ponte e sia come ti pare.--

Spinello non se lo fece dire due volte; salì sul ponte, osservò la

composizione e rimase a bocca aperta, com'era naturale che facesse, e

per la bontà intrinseca del dipinto e per il desiderio che aveva di

entrare nella grazia dell'artefice.

--Per caso,--gli disse mastro Jacopo a un tratto;--anche tu saresti

pittore.

--Mainò, messere;--rispose Spinello, chinando umilmente la fronte;--ma

sarei felice di diventarlo, sotto la vostra disciplina.

--Perchè no? Vediamo anzi tutto che cosa sai fare. Un O, come Giotto?

Una linea come Apelle?

--Ohimè, maestro, assai meno. Disegno alla meglio, o alla peggio, come

vi parrà meglio, senza ombra di studio.

--Bene! To' i pennelli e la sinopia;--gli disse mastro Jacopo.--Vai

là, al muro, dove non è ancora stata messa la calce fresca, e segna un

contorno.--

Spinello non domandava altro. Ma, per sicuro che fosse di non far

troppo male, non poteva difendersi da un certo rimescolamento, dovendo

operare così sotto gli occhi del maestro. Se gli fosse riuscito di far

bene alla prima, che fortuna! Basta, il giovinotto pensò a madonna

Fiordalisa, afferrò il pennello, lo intinse nel vaso e si mise

all'opera, tratteggiando sulla parete una mezza figura di San

Giovanni. L'aveva attaccata alla brava e la tirò via alla lesta, per

non aversi a pentire, e perchè il pennello non avesse a tremargli fra

le dita.

Mastro Jacopo stette zitto, sulle prime, a vederlo lavorare: poi, come

gli balzò davanti agli occhi la figura abbozzata, borbottò un cenno

d'approvazione.

Spinello si era dimostrato valente ed accorto. Valente, perchè il suo

disegno era buonino; accorto, perchè quella mezza figura era una copia

fatta a memoria, d'un San Giovanni che mastro Jacopo aveva dipinto

qualche mese innanzi in San Bartolomeo, nella cappella di Santa Maria

della Neve.

--Ah, ah!--disse mastro Jacopo, a cui si spianavano in fronte le

rughe, accumulate pur dianzi nella arcigna severità del suo

atteggiamento di giudice.--Tu studi l'arte nuova, giovinotto.

--Maisì, maestro. Ed è la buona, mi pare.

--Eh, sì e no. Bisognerebbe, ad esempio, saper scegliere un po' meglio

tra nuovi e nuovi. Giotto di Bondone è un gran maestro, e Taddeo Gaddi

gli si stringe ai panni. Ti consiglio d'imitare questi due. L'altro,

da cui t'è piaciuto di copiare, è un artista da dozzina, il quale non

si raccomanda che per un poco di buona volontà.

--Voi gli siete nemico, maestro;--rispose argutamente il giovine.--Lo

si vede dalle vostre parole. Ma io lo difenderò anche contro di voi.

Per esempio, quella sua storia di San Martino, nella cappella del

Vescovado....

--Ahimè, ragazzo, ahimè!--interruppe mastro Jacopo con un sorriso che

faceva contro alla mestizia della interiezione.--Bisogna essere stati

a Firenze e aver visto il _Convito di Erode_, che Giotto ha dipinto

nella cappella dei Peruzzi di Santa Croce; bisogna essere stati nella

cappella del Palagio del Podestà, e aver visto quel Dante Alighieri,

improntato di tanta dolcezza, che pare una cosa di cielo! Ma già, tu

non vuoi intender nulla, ragazzo mio. Come ti chiami?

--Spinello, di Luca Spinelli, messere.

--Ah, conosco tuo padre di nome, ed anche di veduta. È un uomo per

bene. E tu dunque, vuoi diventar pittore? Vediamo, che cos'hai fatto

finora?

--Poca cosa, maestro. Degli schizzi, dei tocchi in penna....

--Dal vero?

--Maisì, maestro, dal vero, ed anche ricordando le cose vedute.

--Già, come questo San Giovanni;--ripigliò mastro Jacopo, crollando la

lesta---Non copiar che dal vero, sai; oppure da Giotto, poichè non

vide meglio di lui chi vide il vero. Del resto, portami i tuoi occhi

in penna. Li vedrò volentieri.--

Mastro Jacopo, intanto, scendeva dal ponte per ritornarsene a casa.

Spinello Spinelli domandò in grazia di poterlo compagnare un tratto.

Tanto, era tutta strada per lui, essendo la sua abitazione da quella

medesima parte della città.

Come furono in via dell'Orto, poco lunge dal Duomo, il giovane disse a

mastro Jacopo:

--Ecco l'uscio di casa mia. Se permettete, maestro, dò un salto fin

lassù, prendo i miei disegni, che avete mostrato desiderio di vedere,

e vi raggiungo subito.

--Fa come ti piace;--rispose mastro Jacopo.

Spinello Spinelli andò via lesto come un capriolo, anzi come uno

scoiattolo; fece una manata delle sue carte, e, scendendo gli scalini

a quattro a quattro, ritornò sulla via. Mastro Jacopo quando egli lo

raggiunse, non era ancora giunto all'angolo del Duomo.

Il vecchio pittore diede una rapida occhiata a tutti quei fogli. Erano

studi dal vero, o reminiscenze, motivi buttati là, con un fare tra

l'accorto e l'ingenuo, che indicava una vera e fortunata indole

d'artista. Spesso non erano che quattro tocchi; ma in quei quattro

tocchi si vedeva la natura colta sul vivo.

Mentre egli così sfogliava i quaderni del giovine seguitando la sua

strada verso casa, gli venne veduta tra l'altre cose una figura di

donna. Era a mala pena accennata, ma il pittore non durò fatica a

riconoscere d'onde Spinello avesse tratto il suo tipo. E così, di

sbieco, mentre guardava la figura, gittò un'occhiata al suo giovine

compagno.

Spinello non vide lo sguardo del pittore, ma lo sentì, e si fece rosso

in volto. Maledetta furia! O non avrebbe potuto egli aspettare una

mezz'ora, e portare egli i disegni a casa del maestro? Per la smania

di far presto, come se temesse di perdere l'occasione, aveva preso

tutto alla rinfusa, e quei quattro segni, in cui egli aveva fissato il

ricordo di madonna Fiordalisa, cadevano contro sua voglia sotto gli

occhi del babbo.

--In verità,--diss'egli allora, tanto per isviar l'attenzione del

pittore,--son povere cose e certamente indegne di voi. Ma, che volete?

non so far altro.

--Che! che!--rispose mastro Jacopo.--La modestia è una bella cosa,

ragazzo mio; ma tu ora fai torto alla natura, che ha voluto indicarti

molto chiaramente la tua vocazione. Ho caro di averti conosciuto.

Cimabue si tenne fortunato di essersi imbattuto in un pastorello che

disegnava le pecore del suo armento sui lastroni di Vespignano. Io

avrò in quella vece posta la mano su d'un artista formato.--

E dentro di sè, mastro Jacopo, come rispondendo ad una osservazione

del suo spirito famigliare diceva:

--Dopo tutto che male c'è? Se un artista simile diventasse mio genero,

dovrei averne dicatti. Sarebbe il miglior modo per legarlo alla mia

scuola e farmene un aiuto.

Indi, ad alta voce, mastro Jacopo proseguì:

--Vieni a bottega quando ti piace, anche oggi, se tuo padre si

contenta, io mi contento e godo. Non metto che una condizione ad

averti con me.

--Quale? Io l'accetto fin d'ora;--disse Spinello, a cui brillavano gli

occhi dalla contentezza.

--Di tenere i tuoi tocchi in penna per me. Ci serviranno ad entrambi

per ricordo di ciò che eri, quando sei entrato a bottega da me.--

Spinello non capiva in sè dalla gioia. Un'ora dopo quella

conversazione, egli tornava dal pittore in compagnia dì suo padre.

Luca Spinelli e Jacopo di Casentino s'intesero facilmente, e il

giovine Spinello rimase a' servigi del maestro.

Quella sera, madonna Fiordalisa fu vista da lui nella luce modesta

delle pareti domestiche. Dio santo, com'era bella! Due cotanti più

bella delle altre volte, quando egli la vedeva in Duomo, agli uffizi

divini, con gli occhi bassi e la testa e il collo gelosamente

custoditi da un velo di seta bianca, assai largo, che le scendeva giù

per le spalle.

Vestita così semplicemente, d'una veste di ferrandina a larghe pieghe,

le quali scendevano in bei partiti dal fianco, senza fronzoli che

dissimulassero le curve gentili del busto con le maniche lisce e la

radice del collo a mala pena coperta da un baveretto bianco, madonna

Fiordalisa era un miracolo di eleganza e di grazia. La testa,

incoronata di capegli castagni, e il profilo del volto rosato,

mostravano una delicatezza di contorni e una soavità di espressione,

che a lui veramente parve di non aver vedute prima d'allora.

Fiordalisa riconobbe in quel giovine uno dei suoi cento curiosi

ammiratori del Duomo. Egli, per altro, era il più riguardoso di tutti.

Come mai aveva egli potuto essere il più ardito, tanto da penetrare

per il primo in sua casa?

Mentre questo pensiero si affacciava alla sua mente, mastro Jacopo le

disse:

--Ecco un nuovo scolaro. Sarà il primo di tutti, se continua come ha

cominciato, e sopra tutto se non mette il capo alle frascheria della

gioventù.--

A quella parole di suo padre, Fiordalisa, che si era posta da

principio in sul grave, divenne tosto più umana e salutò cortesemente

il nuovo venuto.

Egli, del resto, si contenne da uomo di garbo. Non aveva occhi che per

mastro Jacopo e pendeva dalle sue labbra. Chi vuol la figlia,

accarezzi la mamma, dice il proverbio. Ora la figlia di mastro Jacopo

da lungo tempo aveva perduta la mamma, non restava a Spinello che di

accarezzare il babbo. E i babbi s'accarezzano, stando a sentirli con

attenzione, senz'altra noia che di dover dir loro ad ogni tanto: _et

cum spiritu tuo_.

Affrettiamoci a dire che Spinello non si annoiava punto in

quell'ufficio modesto. Jacopo era un buon maestro e Spinello sentiva

una gran voglia d'imparare. Finalmente se aveva l'aria di badar poco a

madonna, questa non doveva apporglielo a negligenza. Si dicono tante

cose, tacendo! Egli a buon conto, non ne diceva che una. Quando gli

accadeva di muover la testa e di volgersi a lei, diventava del color

della fiamma.

Ora una donna, quando vede di simili cose, non ha mestieri di lunghi

discorsi, nè di lunghe contemplazioni. L'essenziale è che conosca il

valore delle tinte. Ma questo, come non conoscerlo, quando si ha per

babbo un pittore?

Il ritratto del diavolo · 第 9 / 24 题