Alma gentil che colassù n'andasti
Tutta raggiante di eterno splendore,
A te sì pura e fortemente casta,
A te beata che alla gioia vivi,
A te, dimesse, vengon mie parole,
Spinte da affetto e somma riverenza.
E con queste ti prego, o virtuosa,
Ad impetrarmi vero e caldo amore
Per la virtude, che ti fu sì cara,
Che amasti di morir pria che tradire
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ottienmi da quel Dio, cui se' sì cara,
Di seguir tuo costume e che mia morte
Possa mertar delle belle alme il pianto.
Ne le lettere da Pisa, Marianna fa cenno d'aver sofferto assai per
un'afflizione de la Caterina Ferrucci, e già prima per mezzo di Giacomo
aveva fatto donare a Paolina un libro di quella scrittrice, con la
quale è quindi da supporsi ella avesse pure contratta amicizia, cosa
che certo le fa onore e dà indizio de la serietà del suo carattere.
Tornata a Bologna, sempre ne la fida compagnia de la sorella, Marianna
fu in istretta ma onesta relazione col famoso cantante Rubini, e più
tardi conobbe intimamente anche la Malibran, insieme a la quale cantò
in qualche opera. Ne l'aprile del 1831 ebbe il diploma de l'Accademia
filarmonica bolognese. Nel Carnevale del 1830 a Piacenza sostenne
la parte di Giulia ne la _Vestale_; da la fine del 1830 fin verso
a l'aprile del 1831 fu a Ferrara e vi destò un grande entusiasmo
sostenendo la parte di Rosina nel _Barbiere di Siviglia_ e quella
di Giulietta nella _Giulietta e Romeo_ del Vaccaj. Dopo un breve
soggiorno a Bologna, nell'aprile del 1831 fu a Ravenna ad eseguirvi
l'_Otello_ di Rossini col celeberrimo tenore Bonoldi, ed anche a
canto a quello straordinario Otello parve una dolce, fine Desdemona;
modesta e affabilissima tuttavia, ricercò i consigli de l'illustre
compagno e ne seppe profittare. A Ravenna cantò pure Anna, eseguendo
la grande scena di Nerestano nella _Zaira_ del maestro Gandini, lodata
per la sua grazia, per l'intonazione e la soavità de la voce. Qui per
la sua beneficiata Marianna cantò la cavatina della _Niobe_ in cui
sapeva infondere rara drammatica efficacia, la ripetè per la serata
di Bonoldi, quasi a ringraziarlo degli amorevoli insegnamenti di cui
le era stato largo, e piacque così che il pubblico l'obbligò a ripeter
tutte le sere quel pezzo. Le si dedicava allora un sonetto:
Altre sentii gli armonici concenti
E le soavi melodiose note,
Or liete modular, ora gementi,
Onde fur l'alme in ascoltando immote;
Ma non sentii giammai que' loro accenti
Tante recarne meraviglie ignote,
Come il tuo dir, che, innamorando i venti,
D'ineffabil dolcezza i cuor percuote.
Segui, o giovane Donna; e il bel Paese
Che Appennin parte, e l'Alpe e il Mar circonda,
Quand'abbia in te tante dolcezze intese,
Varca animosamente i monti e l'onda,
E fa col canto tuo quell'alme accese,
Sì che all'onor d'Italia Eco risponda.
Ne l'agosto del 1831 Marianna era a Fermo, dove ebbe trionfi non soliti
neanche per lei, sostenendo la parte d'_Imogene_ nel _Pirata_ del
Bellini: si ammiravano ancora più che la bellezza de la sua persona
e de la voce, la perfetta intelligenza d'arte, la grazia squisita, la
forza di sentimento, l'azione dignitosa sempre e sempre ragionata; le
cronache del tempo ci dicono che applausi frenetici scoppiavano ad ogni
suo pezzo e che gli animi fremevano ne la pena e nel delirio di quella
Imogene soave e appassionata. Le si dedicava allora un'epigrafe in cui
era detta _donzella candida del cuore, soave del costume, dell'arte del
canto peritissima, da natura dotata di voce che nell'anima si sente, ad
esprimere gli affetti potentissima_; ed un altro ammiratore le diceva
in un sonetto:
Con preghi e doni ho chiesto al Ciel sovente
Che riso segua di mia vita l'ore;
Ma or più del riso m'è grato il dolore
Che pel tuo gorgheggiar nel cor si sente.
La Brighenti passò in Ancona, dove cantò pure il _Pirata_ nell'ottobre
del 1831 e si compiacque del pregio in cui era tenuta non soltanto
come artista, ma anche come donna degna di vera stima. «Tutti voialtri
sapete bene quanta ammirazione cagioni il contegno vostro e della
mia amica in particolare, sì raro a trovarsi tra gente della sua
professione; tutti voialtri lo sapete, pure non posso fare a meno di
dirvi che quasi ho sentito io medesima fare un elogio grande della
eccellente educazione, della condotta irreprensibile e savissima, di
tante doti di spirito e di cuore, dell'eccellente carattere della
prima donna dell'opera di Ancona, senza dirvi poi nulla intorno
alla sua bravura nel canto, di cui quello che parlava si mostrava
contentissimo;» scriveva Paolina Leopardi ad Anna Brighenti. (Lettera 8
novembre 1831.)
Ai primi di autunno del 1831 Marianna era ad Ascoli per darvi il
_Pirata_; là incominciò a sentire le acute spine nascoste fra le rose
de la sua corona d'artista, e pare gliele facesse sentir l'impresario
e sentir talmente ch'ella pensava di rompere il suo contratto con
lui; s'aggiungeva a questo la poca frequenza e la freddezza di
quel pubblico, poco educato a l'arte, il triste soggiorno di quella
cittadina, appena rallegrato da le gentilezze di qualche ammiratore,
uno dei quali, Ignazio Cantalamessa, volle fare il ritratto de le
due sorelle, riuscito benissimo, si dice, specialmente quello di
Marianna. Ma anche quel pubblico freddo e poco intelligente finì per
animarsi al canto de la Brighenti e si accese fino ad un _entusiasmo
indescrivibile_ quand'ella cantò la famosa cavatina de la _Niobe_.
Marianna andò poi a Roma, trepidante per l'esito che vi avrebbe
ottenuto, commossa vivamente da gli alti affetti che la città eterna
ridestava in lei, pure anche là l'attendevano amarezze, torti de
l'impresario, fatiche eccessive, cui la sua costituzione piuttosto
gracile non potè resistere; si ammalò e invece d'andare a Corfù,
come ne aveva il progetto, dovette ritornare a Bologna. Ristabilita
nel settembre del 1832 cantava a Cremona _I Normanni a Parigi_;
e, dopo un'altra dimora a Bologna, ne l'aprile del 1833 passava ad
Arezzo a darvi per l'apertura del Teatro Petrarca l'_Anna Bolena_
e _la Straniera_. Feste entusiastiche le furon fatte dal pubblico
meravigliato e commosso: ne la sua serata, in cui cantò al solito la
cavatina de la _Niobe_, fu accompagnata a casa in una portantina,
circondata da coristi con torcie accese e preceduta da una banda,
poi le acclamazioni la costrinsero ad affacciarsi a la finestra per
ringraziare.[34]
Ad Arezzo un poeta chiamava la voce di lei _prestigio arcano, incanto
più soave dell'estasi d'amore_ e le diceva:
Forse fu Amor che in queste basse arene
A diradar di nostra mente il velo,
E ad invaghirci dell'eterno Bene,
Come alla mente diè il pensier veloce,
E diede il sole allo splendor del cielo,
A te diede degli angeli la voce.
La madre aveva seguito fin qui le figliuole, ma d'ora innanzi la
stanchezza e la salute infermiccia la persuasero a lasciarle, tanto più
ch'ella aveva veduto per prova come potesse affidarle a sè medesime,
senza dir poi che il padre le accompagnava sempre. Marianna continuava
a chieder notizie di Giacomo Leopardi e poteva darne talvolta anche a
la sorella di lui.
Nel dicembre del 1833 la Brighenti cantò a Pisa ne la _Straniera_;
e con la dolcezza e flessibilità de la voce, mirabilmente atta a
secondare gl'impulsi del vivo sentimento e i dettami de l'acuta
intelligenza, incantò l'uditorio. «Il cantare ed agire de la Brighenti
non è effetto di altrui insegnamento, è creazione sua propria,» fu
scritto allora. Ne la stessa città ella diede anche _La gioventù di
Enrico V_ del Pacini che piacque mediocremente.
Andata a Livorno vi cantò l'_Anna Bolena_, la _Norma_ e i _Capuleti_;
ed un poeta entusiasta scriveva per lei una Canzone con questo
ritornello: poco importa più il peso de le noie e dei dispiaceri
quotidiani:
Chè la sera la Brighenti
Tutto quanto fa scordar.
Andata a cantar l'_Anna Bolena_ a l'Alfieri di Firenze nel novembre
del 1833, rimase afflitta di non rivedervi il Leopardi, già partito
per Napoli, chè gli applausi e gli omaggi entusiastici anche qui non le
impedirono di ripensare affettuosamente a l'amico infelice.
Nel novembre del 1834 Marianna fu l'idolo dei Novaresi. Il Giordani,
che sempre s'interessava de la sorte di lei e frequentemente chiedeva
di _sapere ogni suo successo e di onore e di lucro_, le scriveva a
Novara pregandola di continuargli la sua carissima benevolenza: «Sarà
molto lieto a me quel giorno che vi rivedrò, e potrò ripetervi di voler
esser sempre vostro amicissimo.» In quella città, Marianna cantò la
_Norma_: «Al suo apparire, scrive il _Censore universale dei Teatri_ (4
febbraio 1835), tutto l'affollato uditorio proruppe in una strepitosa
selva d'applausi. Ma quando si ascoltò poi l'eroica declamazione di
quell'imponente primo recitativo ed il soavissimo canto di quella
gentil cavatina, per quanto fosse ancor viva in tutti la rimembranza
dei già valutati pregi di questa virtuosa, d'ogni passata estimazione
infinitamente maggiore si fece l'ammirazione presente... Chi vide
all'apertura del Teatro Petrarca in Arezzo raffigurar la Brighenti il
carattere de l'_Anna Bolena_, me l'aveva già dipinta con i più vivi
e seducenti colori, gli stessi più sperimentati fra i suoi compagni
ne parlavan allora con entusiasmo. Chi vede ora la stessa artista
maggiormente abbellire di sè stessa il bel teatro nuovo di Novara, per
rappresentarvi quello di _Norma_, si mostra più trasportato ancora di
quegli Aretini, che in materia di musica hanno un gusto finissimo.» E
nota la verità de la sua azione, la squisitezza del canto, l'ammirabile
efficacia ne la espressione dei sentimenti soavi, pietosi, terribili,
la forza drammatica.
A Novara un maestro di musica amò non degnamente Marianna; e quando,
nel lasciarla, le chiese compatimento e stima, l'altera risposta di lei
dovette fargli comprendere com'ella riserbasse questi sentimenti a chi
li meritava.
Il canto non era una miniera d'oro per la Brighenti, e malgrado il
fasto apparente, cui la professione la costringeva, ella non aveva
potuto migliorare in modo stabile la condizione de la sua famiglia, sì
che pregava Paolina Leopardi di raccomandare l'avvocato per un impiego;
ma non se ne fece nulla, malgrado le premure de la buona contessa; e,
certamente per ottenere più lauti guadagni, dopo esser stata a Reggio,
a Ravenna (maggio e giugno 1835), a Genova (ottobre 1835), a Vicenza
(gennaio 1836), Marianna si decise a partir per l'estero, accompagnata
dal padre. Già nell'aprile del 1835 aveva cantato a Reggio, ne
l'_Uggero il Danese_ di Mercadante e ne la _Semiramide_ di Rossini,
e le sue note che _brillavano, volavano, accentate e colorite_, il
buon gusto del suo fraseggiare, la precisa franchezza de l'intonazione
avevano destato il solito entusiasmo: tutta una schiera di poeti, ed
alcuni non volgari, si era levata ad acclamarla; fra le altre poesie
noto un Sonetto di _Un plaudente_, un'Ode, probabilmente del Cagnoli,
un altro sonetto di Luigi Ferri, un Canto, che forse è quello di
Prospero Viani, cui egli accenna ne l'_Appendice_ a l'Epistolario
leopardiano:
Alta è la notte: il pallido
Raggio di Cinzia un pio
Nell'alma infonde incognito
Di meditar desio,
E versa in me dolcissimo
Di pianto voluttà.
È la fedel mia cetera
A me compagna. . . . . .
. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . .
È un canto malinconico,
La voce è di Licori,
Che della Dania vergine
Canta gl'infausti amori.
Oh come ancor mi suonano
Que' mesti accenti in cor!
A Ravenna la Brighenti cantò la _Semiramide_ e i _Normanni a Parigi_, a
Genova nel teatro Carlo Felice l'_Elisa e Claudio_ di Mercadante, e la
_Nina pazza per amore_ del maestro Coppola; a Vicenza ancora la _Nina_,
la _Chiara di Rosemberg_ e la _Norma_, facendo notare come le parti
ricche di sentimento e di drammaticità le convenissero fra tutte.
Nel luglio del 1836 era già a Lisbona, ove trovava morali e materiali
compensi, che la confortavano de la lontananza da la patria e da la
madre; la sorella e il padre erano sempre con lei. Vi diede l'_Otello_
di Rossini, poi andò ad Oporto e, quantunque assai affaticata,
dovunque fece trionfare l'arte italiana. Dal Portogallo passò in
Ispagna, a Madrid, dove cantò la _Straniera_; quel pubblico che vi
aveva udite ne la parte d'Alaide la Tosi e la Lalande e che allora era
entusiasta della De Alberti rimase freddo da prima per la Brighenti,
ma la freddezza cominciò a dileguarsi al duetto di lei con Pasini
calorosamente applaudito, e sparì a la commovente ultima scena,
eseguita con rara potenza drammatica. Tuttavia ne le prime sere non
si poteva dire che ella avesse conquistato l'uditorio; piacque di
rappresentazione in rappresentazione sempre più: poi ne la _Donna del
lago_ trionfò pienamente, ed applausi, fiori, versi piovvero su di lei,
divenuta l'idolo del teatro.
L'artista era soddisfatta, ma la donna soffriva; il 1º luglio 1837 ella
riceveva da Paolina il doloroso annunzio de la morte di Giacomo: «Oh!
piangiamo insieme, amici miei, le scriveva fra l'altro la Leopardi,
piangiamo insieme, chè abbiamo perduto tutti il nostro fratello, il
nostro amico, nè lo rivedremo più in questo mondo, dopo tanta speranza,
dopo tanto desiderio.» Marianna sofferse acerbamente a la funesta
notizia e cercò di dare con le proprie lacrime un conforto a l'amica
sua.
Sempre applaudita, era tuttavia vivamente desiderosa di ritornarsene,
sì che, quantunque avesse formato il progetto di andare in America,
nel giugno del 1838, lieta come non era stata mai fra gli applausi
e gli onori, rivedeva l'Italia e riabbracciava la madre. Tornava
stanchissima, sofferente ne la salute per le fatiche durate, sconsolata
da nuove delusioni, che avevan ferito profondamente il suo cuore,
annoiata dei viaggi e persino dei trionfi, e dopo aver cantato ancora
a Pavia nel novembre del 1838 e a Vicenza, sentendo la necessità di
pace e di riposo, prendeva in affitto un villino a Campiglio, poco
lungi da Modena, e là, nel luogo amenissimo e tutto tranquillo, si
sentiva rinascere, viveva tutta nei dolci pensieri e nei cari ricordi.
La sera al chiaro di luna, assorta ne la dolcezza de' suoi sogni,
se ne andava sola a diporto tra i boschetti, o lungo le sponde del
Panaro, e tutta la vita passata le pareva un sogno, un sogno agitato e
doloroso, di cui il ricordo le faceva, pel contrasto, parer più cara
la pace di quei suoi giorni solitari e quieti. Di teatro non voleva
sentir parlare, tanto più che il suo petto gracile non era in grado di
venir ancora affaticato senza pericolo; più d'una volta le disgraziate
condizioni de la famiglia la costrinsero a ripensarvi, ma non cantò
che in un'accademia, datasi a Modena l'8 decembre 1839. Anche in
quest'occasione la Brighenti ricevette non dubbie prove d'ammirazione;
la sua voce, non più vigorosa, era però dolcissima e gradevole, atta ad
eseguire con bravura i passi d'agilità.
Marianna, lasciato il teatro, passava parte de l'anno a Forlì col
padre. Ne la primavera del 1840, quantunque infermiccia, quantunque
afflitta da mille travagli, fra cui non ultimo una lite impresa da
l'avvocato per rivendicare una parte del patrimonio paterno; quantunque
agitata da le speranze, dai timori di una nuova passione, ella chiedeva
notizie di quanto veniva scrivendosi intorno a Giacomo. L'avveduta
Paolina l'avvertiva di non abbandonarsi al nuovo amore che un Forlivese
aveva destato in lei, tenera e immaginosa, in lei che aveva sempre
veduto negli uomini piuttosto le proprie qualità che i loro difetti.
«Stai in guardia più che puoi, e Ninì ti consoli e ti consigli, essa
che ha la mente fredda e il cuore pieno di amore per te. Oh! non
fidarti degli uomini, Marianna mia, non è questo tempo per anime come
le nostre. Divagati, fa ritratti (ma non già il suo), allontana il
pensiero di lui quanto puoi, e parti presto da Forlì; io voglio saperti
consolata e _désillusionnée_.» (Lettera.... aprile 1840.) Ed Anna,
che, amata prima fra gli altri dal poeta Antonio Peretti, il quale
le scriveva tenerissime lettere firmandosi _Menestrello_, abbandonata
poi da lui, se ne consolava con un poeta migliore, il Petrarca, era la
miglior confidente e la più allegra consigliera de la sorella, la quale
però quei consigli ascoltava, sorridendo, senza saperli seguire. Ne
la primavera del 1840 era malata a Forlì di debolezza ai bronchi e il
medico le dichiarava impossibile il ritorno al teatro, risparmiandole
così il tormento dei vecchi grandi artisti, che su le scene assistono
a la lenta morte de la loro fama e vedono il pubblico, il quale prima
li adorava, indifferente, poi schernitore. Nè la speranza di una non
meschina eredità valeva a ridarle animo; nè il fidanzamento d'Anna con
un tal Virgilio (1831), nè le amabilità de la principessa Aldegonda
de la casa ducale di Modena, città dove i Brighenti si trovavano ne
l'inverno del 1842, riuscivan a richiamare più che un malinconico
sorriso su le sue labbra. Come appare da una lettera del Giordani (24
luglio 1841), Marianna aveva il progetto di dar lezione di canto,
ma la sua non buona salute e i continui cambiamenti di dimora ne
rendevano difficile l'esecuzione. Il suo maggior conforto consisteva
ormai nel prestar teneramente le sue cure al padre, che una parte de
l'anno la voleva seco a Forlì, e nel ricrearsi lo spirito in dotte e
gentili compagnie, fra le quali carissima le era quella del Giordani,
il quale nell'agosto del 1842 trovandosi a Forlì con un amico, le
parlava lungamente di Giacomo Leopardi, de le ingiuste accuse mosse
a la memoria di quel Grande e del culto sempre maggiore di cui questa
memoria era oggetto pei sinceri ammiratori del genio e de la virtù.
Il 16 novembre 1843 moriva Maria, o Marina Galvani-Brighenti,
l'_adorata sposa_ de l'avvocato, _l'angelo di bontà, di rassegnazione
e di conforto della famiglia_. Era nata in Modena il 3 gennaio 1773.
«Ebbe da natura ingegno pronto e vivace con robustezza di mente e
di corpo, che la resero superiore al suo sesso. Ebbe istruzione non
comune, costanza nelle avversità; religione purissima, sviscerato amore
de' suoi. Fu studiosa delle amene Lettere e della storia, sostenne
con forte animo lunga e dolorosa infermità; incontrò l'ultimo fine
con imperturbata e santa rassegnazione;»[35] così ne fu scritto da la
famiglia.
Marianna, che aveva sempre teneramente amata la madre, riverendone
le modeste e casalinghe virtù, ne scriveva col cuore commosso una
breve biografia in una lettera a Paolina, la quale poi la ringraziava
d'averle fatto così conoscere e meglio stimare quella buona. La
povera Marianna era afflitta da sempre nuovi dolori, che aggravavano
la tristezza derivante da la poca salute, da le cattive condizioni
economiche e da la scarsissima speranza di miglioramento nell'una cosa
e nell'altra. Tuttavia pensava sempre affettuosamente al grande amico
de la sua giovinezza, Giacomo Leopardi, e presentava con una lettera a
Paolina, facendone grandissimi elogi, Prospero Viani, diligente cultore
degli studi leopardiani. Era già l'estate del 1845 e per la prima
volta in una lettera a l'amica, lettera che disgraziatamente è perduta,
Marianna confidava il puro e tenero amore che Giacomo aveva avuto per
lei; confidenza accolta con piacere da Paolina, la quale rispondeva:
«non è possibile che si accresca l'affezione mia per te; ma se lo
potesse, certo accadrebbe dopo che mi hai detto che il nostro Giacomo
ti prediligeva. E già io me ne avvedeva dalle sue parole e non ricordo,
ma forse avrò fatta a lui anch'io la domanda _sacrementelle_: ne eri
innamorato?» (Vedi Lettera XCII, 1º agosto 1845, nel volume citato di
E. Costa.)
Pietro Brighenti, che nel 1846 era stato da Pio IX nominato giudice
supplente a Forlì e aveva tenuto l'ufficio sette mesi in assenza del
titolare, mentre sperava un impiego più sicuro, non accorgendosi quasi
che la sua vita andava spegnendosi lentamente, spirò a Forlì, assistito
da la figlia Anna, mentre Marianna era a Modena; ambedue le sorelle
sentirono allora che niun più grave colpo avrebbe potuto ormai portar
loro la sorte.
Nella sua biografia del padre che, come notammo, è ora conservata
autografa nel Museo del Risorgimento in Modena, Marianna scrive: «Non
puossi, nè debbesi tacere de l'amorosa assistenza che essa (_Anna_)
gli fece nei tre mesi della sua malattia, non che della forza d'animo
che dimostrò nel giorno 2 agosto, dodici ore avanti la di lui morte, in
cui veggendolo afflitto per non ricevere lettere dalla figlia assente
(erano allora pressocchè intercette le comunicazioni per la guerra tra
Austriaci e Bolognesi), ritirossi un breve istante dalla camera e vi
rientrò con una lettera in mano, che figurò scritta dalla sorella e con
l'angoscia più disperante nell'animo, ma a ciglio asciutto e con voce
ferma la lesse al letto del moribondo e con questo gli ultimi istanti
ancora della vita gli consolò.» La biografia, dedicata a S. A. la
Principessa Federica Hohenzollern Sigmaringen Marchesa Pepoli, è tutta
inspirata da sensi di sincera venerazione e d'affetto.
Dopo un inutile tentativo, fatto non si sa bene a quale scopo presso
la Corte modenese, dove ottenne buone parole, molte gentilezze e
null'altro, Marianna stette qualche tempo in Bologna quale istitutrice
in casa del conte Pepoli; uscitane, insieme a la sorella pensò di
stabilirsi a Modena, dove ambidue dettero lezioni private e apersero
un istituto femminile, che su le prime parve dare buon compenso morale
e materiale a le loro non poche fatiche. Ambedue, e più Marianna,
che aveva doti di mente e di cuore più adatte al grande ufficio di
educatrice, si erano accinte a l'impresa con vivo amore e con sincero
entusiasmo, ed alcuni saggi pubblici che fecero dare a le alunne
ebbero l'approvazione di persone autorevoli; ma qui pure le aspettavano
delusioni e dolori, così che nel 1865 la povera Marianna confessava a
Paolina d'esser rimasta abbandonata da molte alunne, le quali non le
avevano nè pure concesso il conforto de la loro riconoscenza e di quel
rispetto che sarebbe stato così caro al suo cuore. In generale però
i genitori e i parenti de le sue scolare si lodavano de l'opera sua,
cosa che le dava una consolazione almeno, quella di provarle che la sua
coscienza non l'ingannava, asserendole non aver ella mancato mai al suo
dovere. Si occupava sempre con amore di studi e prediligeva la poesia:
in una lettera, il cugino Francesco Galvani le parla dei romanzi di
Walter Scott, di cui avevano conversato lungamente a voce; l'altro
cugino G. Galvani pure in una lettera le parla di studi e le manda un
Petrarca da lei richiestogli.
La pietosa venerazione inspirata da le virtù e da le sventure di
Marianna Brighenti era tanta che, per non amareggiare troppo lei e sua
sorella, si ricoperse di un velo indulgente quanto di men che bello si
veniva scoprendo ne la vita del loro padre. Il marchese Gualterio nel
suo libro su _Gli ultimi rivolgimenti italiani_ (Firenze, Le Monnier,
1851), cercò di scusare il Brighenti che, da certi documenti venuti in
luce, appariva delatore, immaginando che alcuno abusasse de la buona
fede di lui, libraio ed editore, facendogli recapitare, a qualche
secreto agente, come lettere, le proprie rivelazioni a la polizia
austriaca.
Gli ultimi anni di Marianna passarono in una condizione meschinissima,
da le angustie de la quale la sollevava talvolta il generoso soccorso
de le anime buone, fra le quali va annoverata Paolina Leopardi.
Con umiltà, ma con dignità, le Brighenti invocavano aiuto: vidi una
minuta di una loro supplica a una nobilissima signora, già loro amica,
in cui tra il dolore de le strettezze e de l'abbandono in cui si
trovavano, traspare la degna alterezza di non aver meritate le loro
sventure e di sentirsi oneste.
Chi ne le due povere vecchie, miseramente vestite, dal viso pallido,
ove le rughe denotavano una lunga istoria di patimenti e di dolori,
avrebbe riconosciuto l'ammirata Imogene d'un tempo, splendida nel
fastoso abbigliamento, ne lo scintillío dei gioielli e più di tutto ne
la luce de la sua gioventù e de la sua bellezza? e la spiritosa Anna,
gioia e tormento di tutti i damerini eleganti, e arcadico sospiro dei
poeti? Anna morì l'11 aprile 1881 a settantacinque anni, e Marianna le
sopravvisse sino al 31 gennaio 1883, tutta assorta ne le sue memorie.
Quella vecchia, quasi ottuagenaria, nei suoi bei giorni aveva contato
a migliaia gli ammiratori, a diecine gl'innamorati: Agostino Gagnoli
e Antonio Peretti eran stati entusiasti di lei; il primo le aveva
dedicato un tenero sonetto, ed in versi pure, fra i molti altri,
l'aveva esaltata, come si disse, anche Prospero Viani (1835); ma
nell'abbandono de la sua tarda età, ad uno ella pensava con maggior
tenerezza, ad uno ch'ella non aveva amato d'amore, ma di cui un'unica
lettera serbava con cura e rileggeva commossa, ella che di lettere, di
versi, d'omaggi a lei rivolti aveva così gran numero; questi rimasero
fra le sue carte, testimoni de l'ammirazione che ella aveva destata,
ma quella lettera, invano chiesta e richiesta con istanza dal Viani,
scomparve: Marianna, scendendo nella tomba, volle forse portar seco
il secreto de le ardenti parole che Giacomo Leopardi aveva scritte un
giorno per lei sola.
La meschina eredità di lei passò a una misera sua cugina, Luigia
Montavoce di Gualtieri, che non seppe come fra quei poveri oggetti
e quei cenci vi fossero carte preziose, autografi del Giordani, del
Leopardi, del Pepoli, del Rosini, del Cagnoli, di Paolina Leopardi, di
Carolina Ungher, del Mari, del Peretti, del Viani ec.
Stretta dal bisogno, la poveretta vendette quelle carte a un tabaccaio,
che le distrusse quasi tutte; per caso furon salve, insieme ad alcune
lettere del Giordani e di Monaldo Leopardi, e a tutte quelle di
Paolina, le quali pubblicate da Emilio Costa valsero a sollevare il
velo che nascondeva in gran parte agli occhi dei posteri le gentili
figure de le Brighenti e de la Leopardi.
Povera Marianna! Ben più lacrime che sorrisi ebbe la vita per lei, a
la sua corona di donna e d'artista poche rose furon intrecciate fra le
spine pungenti; ma le sue sventure nobilmente sopportate accrescono la
simpatia che le guadagna il suo cuore gentile, ed ella rimane una de le
rare creature femminili per le quali, se pure non corrisposto, non ci
appare vano l'amore di Giacomo Leopardi.