Marianna Brighenti nacque l'8 ottobre 1808 a Massa Finalese, in
provincia di Modena, da Maria e Pietro Brighenti; prima di lei nel
1801 era venuto al mondo il primogenito de la famiglia, Luigi; e due
anni più tardi nasceva un'altra bambina, Anna. L'avvocato Pietro
era tenerissimo de' suoi, e a quei bambini, come non mancarono le
affettuose cure dei genitori, così arrise da prima anche la fortuna.
Il Brighenti, nato in Castelvetro nel 1775 di buona famiglia, aveva
fatto i primi studi a Vignola, di dove, vestito l'abito religioso,
quattordicenne, era entrato nel seminario vescovile di Modena; poi
aveva compiuto a l'Università il corso di filosofia e giurisprudenza,
ottenendone la laurea nel 1798, ed era stato capitano de la guardia
nazionale. Poco dopo conseguita la laurea, aiutò Ugo Foscolo ne
l'edizione bolognese, allora incominciata, de la _Vera storia di due
amanti infelici_; anzi la curò da solo, quando, partito l'autore per
Milano, dove sperava trovare impiego, il tipografo Marsigli volle
continuare ad ogni modo la stampa del libro. A questo proposito un
curioso aneddoto è narrato dal giornaletto modenese _La Ghirlandina_
(8 e 19 febbraio 1855), aneddoto rettificato da Antonio Cappelli ne
la Memoria _Ugo Foscolo arrestato ed esaminato in Modena_.[25] Il
Brighenti, desideroso di grandezza, ardente di carattere, ambizioso,
si diede a la politica, e stava per recarsi in Francia, quando preso
d'amore per la bella Maria di Francesco Galvani, nobile modenese di
condizione assai superiore a la sua, non seppe più allontanarsi da
la patria. Dopo due anni di vani tentativi per ottenere l'assenso
dei genitori de la fanciulla, fuggì con lei, che sposò, e che gli fu,
com'egli stesso ebbe a dire, _un angelo di bontà, di rassegnazione e di
conforto nelle sue tristi fortune_.
A ventitrè anni, fautore convinto de le idee liberali francesi, venne
nominato ispettore, cioè commissario di polizia, nei dipartimenti
de l'alto Po, del Reno e del Panaro. I rivolgimenti politici lo
costrinsero poi a rifugiarsi a Bologna, dove attese a la pratica legale
e di dove, cacciato, andò a Livorno e vi stette finchè ritornati
i Francesi riebbe il suo ufficio; ed anzi da esso passò ad altri
più importanti e che gli davan quindi maggior onore e profitto; fu
segretario aggiunto al Ministero di polizia in Milano, ebbe parte nel
riordinamento della polizia a Modena, a Reggio, a Bologna, a Ferrara, a
Rovigo; poi fu vice prefetto a Massa e Carrara, indi a Cesena.
La famigliuola venne gettata nel lutto da la morte del bimbo Luigi, pel
quale Pietro Giordani, allora quasi sconosciuto, dettava una pietosa
epigrafe. Dopo questa sventura i Brighenti più che mai si strinsero a
le loro due fanciullette, che crescevano d'indole dolce, fra le carezze
e gli agi e il generale rispetto che gli uffici del padre procuravan
loro.
A Cesena, verso i primi del 1807, l'avvocato _salvava la vita_ al
Giordani e gli dava inoltre largo aiuto ne la disperata miseria in
cui, scampato a la morte, quegli cadeva; di che, divenuto celebre,
il letterato gli conservò sempre una profonda gratitudine ed anche
quando, non si sa certo, ma si suppone il perchè, parve ritogliergli
con la stima l'amicizia sua, non cessò di adoperarsi in ogni modo per
riuscirgli utile. In quello stesso anno 1807 gli dedicava con belle ed
alte parole il discorso _Sullo stile poetico del marchese di Montrone_:
gli diceva aver molto e lungamente desiderato di dargli qualche
segno de l'amore e de la riverenza che gli portava per le sue tante
virtù, e fra queste aver in pregio sopra tutte la fede ne l'amicizia,
di che il Brighenti era «esempio a qualunque età ammirabile, alla
nostra quasi incredibile.» Confessava essergli debitore _di quanto
non aveva voluto mai obbligarsi a nessuno_; e sperava ch'egli avrebbe
gradita la dedica di quel libro del marchese di Montrone, uomo da
ambedue loro ugualmente onorato ed amato.[26] Nel 1809 il Giordani
raccomandava Pietro Brighenti a Vincenzo Monti per l'ufficio di
Direttore de la pubblica istruzione in Italia. Pare che in questi suoi
tempi fortunati l'avvocato modenese avesse sensi veramente generosi;
varrebbe a provarlo quest'aneddoto narrato da la figlia sua Marianna
ne la biografia di lui ch'ella scrisse e che rimane tuttavia inedita,
biografia da lei regalata autografa a l'avvocato Geminiano Corazziari,
il quale a sua volta ne fece dono al Museo del Risorgimento Italiano in
Modena (Sezione documenti): «Era il Brighenti segretario del Ministero
di grazia, allorchè in Milano vennero tradotti quattro de' più nobili
e cospicui Modenesi, i quali posero in mano al Brighenti una cedola di
mille luigi, se procurava loro la libertà ed egli lacerò l'_ordine_,
perchè sapeva che fra pochi giorni sarebbero stati fatti uscire, dietro
le di lui premure. Sì nobil modo di agire cattivogli l'animo di que'
signori, che sempre l'ebbero quale amico.»
Dopo la restaurazione il Brighenti, pel quale era già stato firmato un
decreto che lo nominava prefetto a Belluno e cavaliere della Corona
di ferro, povero e sospettato se ne andò nel 1815 a Bologna, dove
per procurare il pane a la moglie ammalata e a le due figliuole si
diede ad imprese musicali. Ne la musica era peritissimo; di argomento
musicale scrisse parecchio: l'_Elogio di Matteo Babini_ suo maestro di
canto e artista illustre, elogio detto al Liceo filarmonico di Bologna
ne la solenne distribuzione dei premi il 9 luglio 1819 e pubblicato
più tardi dal Nobili: il discorso _Su la musica rossiniana e sul suo
autore_, edito a Bologna nel 1830 (in-8º di pp. VI-30, Tipogr. Emidio
Dall'Olmo) e ristampato poi ad Arezzo nel 1833 (Tipogr. Bellotti). Era
socio ordinario ne la classe dei cantanti ed uno dei tre consultori de
l'Accademia filarmonica bolognese.
Volle provarsi in speculazioni mercantili, ma vi perdette molto
danaro e non avrebbe saputo come cavarsi d'impaccio, se la moglie
non gli avesse generosamente permesso di valersi de la sua dote. Si
volse allora a l'industria libraria, che gli diede molto profitto
con l'edizione del Giordani, poco invece con quella de le opere di
Vincenzo Monti, rimasta sette mesi sotto sequestro, e coi due giornali
l'_Abbreviatore_ e il _Caffè di Petronio_. In questo (anno 1825, n.i
17, 29 e 34) si trovano alcuni articoli firmati Mario Valgano modenese;
li scrisse la moglie stessa del Brighenti, la quale sotto il medesimo
pseudonimo si era fatta editrice de le opere di Pietro Giordani.
L'avvocato frequentava i più noti letterati: il Mezzofanti, lo
Strocchi, il Marchetti, il Costa, il Borghesi, il Monti, il Perticari;
e più volte rivide il Giordani, il quale, sempre premuroso di lui e
de le sue ragazzine, gli prevedeva in queste, consolazione e fortuna,
consigliandolo ad esser forte ne le avversità e a conservar la sua
salute, chè studiando costantemente forse sarebbe riescito a divenire
egli medesimo un bravo cantante; ad ogni modo avrebbe potuto «formare
Mariannina e formarla non solamente abile cantatrice; chè questo è
ancora il meno; ma amabile e prudente e accorta e insieme ingenua e
rispettabile. Vedrete che tesoro è una tale virtuosa.»[27]
Le previsioni del Giordani dovevano avverarsi a puntino: la grazia
unita al senno, l'arte e l'intelligenza accoppiate a purezza di costumi
e ad ingenuità furono le più care doti di Marianna. L'altra sorella
Anna mostrava meno ingegno; il padre tentò invano di far anche di lei
una cantante; pareva che dovesse riuscire discretamente ne la pittura,
benchè il Giordani prevedesse che _con quella placida fantasia_ non
sarebbe mai stata grande e sperasse solo di vederla divenire una
buona ritrattista. A quanto afferma il conte Giorgio Ferrari Moreni,
Anna «trattò con franchezza il bulino, come lo dimostrano due sue
incisioni felicemente condotte.»[28] Anzi tutte e due le ragazze
tentarono l'incisione, sperando di trarne un discreto guadagno,
ma non poterono continuare, poichè ne soffriva la loro salute. Il
letterato piacentino prendeva tanto interesse a Marianna e ad Anna
che, dovendo ne la primavera del 1818 andare a Roma, si proponeva di
fermarsi a Bologna soltanto per vederle. Ambedue eran cresciute belle,
e ancor più graziose che belle; tali appaiono nei due ritratti che
reciprocamente si fecero e che son conservati ne l'archivio Valdrighi
di Modena; non erano molto istruite, ma non certo incolte; educate
a quei sentimenti gentili che, se non dal mondo, il quale di rado
li sa pregiare, hanno il loro premio in sè stessi, ne la loro intima
dolcezza, cui nessun'altra è comparabile, le due sorelle si amavano
vivamente, quantunque non poco diverse di carattere: Marianna da la
fisonomia mobile ed espressiva, da la svelta persona un po' gracile,
era di un'indole profonda e seria; Anna più florida d'aspetto, tutta
fuoco ed allegria; avevan comune la vita intiera, gioie, dolori, studi.
Quando a Bologna si trovaron gettate in una condizione meschina, vi
si rassegnarono senza troppo rimpiangere gli agi perduti, paghe de
le loro gioiose speranze e de l'amore che legava strettamente tutta
la famigliuola e che trova espressioni ingenue e sincere nei versi
da loro composti per gli onomastici del padre, de la madre, o l'una
per quello de l'altra, versi poveri d'arte, ma ricchi d'affetto, di
cui alcuni appartengono a la loro prima giovanezza, altri, come certe
delicate letterine scritte molto più tardi, mostrano in Marianna ed
Anna, già donne mature, sempre la medesima riverente tenerezza, la
medesima filiale sommessione, che ha qualche cosa d'infantile e di
commovente.[29] Sotto la guida del padre le due ragazze si diedero
assiduamente a lo studio del canto; ne le opere e nei concerti diretti
da lui il loro gusto si affinava e il loro spirito si distraeva
piacevolmente; egli cantava spesso anche ne le sacre funzioni per
poter con quel guadagno straordinario condurre le figliuole al teatro;
inoltre era solito di presentare a la famiglia gli amici e conoscenti
suoi, fra i quali v'erano alcuni de' migliori ingegni di quel tempo;
e ne le gradite conversazioni le due giovani acquistavano non poca
cultura e finezza. Il loro carattere era venuto intanto pienamente
svolgendosi: Marianna, sotto un aspetto di gaiezza franca e modesta,
nascondeva un cuore appassionato e uno spirito riflessivo; semplice
ne le maniere, affabile insieme e dignitosa, era riconosciuta da tutti
per una vera dama; ciò che meravigliava i volgari, i quali non pensano
di poter trovare signorilità d'animo e di modi in gente povera e non
nobile. La bella persona e la grazia del suo canto le guadagnavano le
simpatie generali, cui ella preferiva d'assai l'affetto e l'amicizia
di quelli che mostravano di comprendere il suo cuore tenerissimo, il
quale s'apriva a la vita gioiosamente, ricco d'un tesoro di speranze,
d'avvenire, d'amore inesaurabile. La tenerezza fu il sorriso de la sua
gioventù e la consolazione di tutta la sua vita; benchè ella troppo
facile ad accendersi ed a credere gli uomini migliori che non sono,
restasse sempre dolorosamente ferita da la delusione. Ella guardava
la vita con uno sguardo serio, e anche nei brevi momenti di felicità
ch'ella ebbe, intendeva e compativa il dolore; più de la fortuna,
degli onori, del lusso, apprezzava la gioia d'esser amata, gioia che
cercò avidamente e instancabilmente, non potendo credere che l'anima
sua pronta a concedersi tutta nella purezza di un affetto devoto, non
dovesse trovar mai un'altr'anima, che la ricambiasse con ugual forza e
nobiltà di sentimento.
Anna più vivace, più schiettamente allegra, civettuola senza malizia,
era buona anch'essa, ma ne la vita voleva godere e ridere; le piaceva
di vedersi ammirata, corteggiata; e, come non dava, non chiedeva
passioni tragiche, rifuggendo per istinto da le pene di cuore; soffrire
non voleva, e men che mai soffrire per amore, perciò, riserbando a le
poche persone intime tutto il suo affetto, ricambiava di sorrisi, di
scherzi, di arguzie i suoi ammiratori. Paolina Leopardi paragonava le
due sorelle Brighenti a Minna e Brenda di Walter Scott, a Rosina ed
Elena di Lafontaine.
*
* *
Nel 1818 il Giordani, che doveva recarsi a Bologna, avvertiva il
Leopardi di scrivergli colà e di raccomandare la lettera a l'avvocato
Brighenti; e di costui gli parlò poi come d'una carissima persona,
quando fu a Recanati, mostrando questa volta, come molte altre
in diverse occasioni, il gentile desiderio di veder stringersi in
affettuosa relazione fra loro gli amici suoi; è probabile ch'egli
esortasse il grande Recanatese a porsi in corrispondenza col Brighenti.
Partito il Giordani, giunse in casa Leopardi una lettera de l'avvocato
modenese per lui, e Giacomo (21 settembre 1818) colse quest'occasione
per avviare la relazione epistolare che l'amico gli aveva consigliata
e che non interruppe più per lunghissimo tempo. Da prima si valse
del Brighenti per l'acquisto di certi libri e per la diffusione
di qualche esemplare de le sue prime canzoni; nel 1820 le lettere
divennero più intime e più frequenti, perchè il Leopardi volle affidar
a l'avvocato l'incarico di far stampare le tre Canzoni _Ad Angelo
Mai_ — _Per una donna malata_ (intitolata anche altrimenti: _Sopra
malattia di una donna poi guarita_) — _Sullo strazio di una giovane_
(altrimenti intitolata: _Sopra una donna morta col suo portato_); cui,
per consiglio del Brighenti, si sarebbero dovute aggiungere le due
canzoni già pubblicate a Roma: _All'Italia_ e _Sul monumento di Dante_.
Il Modenese conosceva queste due ultime da un pezzo, anzi intorno ad
esse egli aveva raccolto notizie e giudizi dai letterati suoi amici,
prendendone appunto sopra un esemplare de l'edizione romana di Bourlié,
esemplare che ancora ci rimane:[30] tali osservazioni sono in generale
sarcastiche, ma il Brighenti si era ricreduto nel giudizio intorno al
Leopardi poeta, e, trattandosi de l'edizione che il giovane recanatese
l'aveva pregato di fargli fare, si mostrava sinceramente premuroso.
Come era sua abitudine, da che l'accordo col padre era rotto, Giacomo
non parlò affatto in famiglia di questa sua progettata pubblicazione,
che Monaldo però venne tosto a scoprire con un'ira che gli fece
immediatamente scrivere al Brighenti per impedir ogni cosa; non voleva
che venissero ripubblicate le due prime canzoni, le quali erano
spiaciute a lui, quanto erano riuscite care ai liberali; e nè pure
voleva saperne de la canzone _Sullo strazio_, perchè «s'immaginò subito
mille sozzure nell'esecuzione e mille sconvenienze nel soggetto»; ed
anche perchè il poeta ne aveva tolto l'argomento da un fatto vero e
recente. In quest'occasione l'amicizia fra Giacomo e l'avvocato divenne
intimità, ed il primo aprì al secondo i dolori secreti de l'anima sua
con giovanile espansione, benchè si dicesse vecchio moralmente, anzi
decrepito. L'avvocato, padre tenero de le sue figliuole, desideroso
«che l'animo dei genitori abbia sempre a confortarsi della felice
riuscita della loro prole,» non ha coraggio di trasgredire l'ordine
di Monaldo, ma cerca di serbarsi l'amicizia di ambedue i Leopardi e
di metterli d'accordo, e dopo lungo scrivere e riscrivere, ottiene
finalmente che venga data a la luce la sola canzone _Ad Angelo Mai_,
inspirata da le scoperte ciceroniane del dotto monsignore. Giacomo
Leopardi aveva avuto il disegno di dettare alcune lettere, che con
buona quantità di osservazioni critiche dimostrassero il pregio di
quella classica scoperta, ma da un lato la malferma salute non gli
aveva permesse le fatiche d'un lavoro d'erudizione, da l'altra al suo
entusiasmo conveniva piuttosto la poesia che la prosa. Egli accompagnò
il Canto con una lettera dedicatoria al conte Leonardo Trissino, ne
la quale scrive: «Ricordatevi che ai disgraziati si conviene vestire a
lutto, ed è forza che le nostre Canzoni rassomiglino ai versi funebri;»
e gli dice ancora: «Diamoci alle Lettere quanto portano le nostre forze
e applichiamo l'ingegno a dilettare colle parole, giacchè la fortuna
ci toglie il giovare co' fatti.» Questo concetto che l'opera andasse
innanzi a la parola per importanza civile era ben fermo nel poeta,
che nel _Parini_ scriveva l'antichità potersi figurare come in Argo la
statua di Telesilla, poetessa guerriera e salvatrice della patria: «la
quale statua rappresentavala con un elmo in mano, intenta a mirarlo,
con dimostrazione di compiacersene, in atto di volerlosi recare in
capo; e a' piedi alcuni volumi quasi negletti da lei, come piccola
parte della sua gloria.»
Più tardi il Giordani accennava al rincrescimento che per la dedica
provò il pauroso conte Trissino; invero la _Canzone_ si ricollega
a le due prime leopardiane per l'amor patrio che la inspira, anzi
l'infiamma tutta, ed è aperto e non dissimulato come in quelle; lo
stesso Giacomo, accennando ironicamente al permesso dato dal padre,
perchè questa Canzone venisse pubblicata, permesso cagionato dal nome
di un monsignore ch'essa portava in fronte, aggiungeva: «Non sospetta
punto che sotto quel titolo si nasconda una Canzone piena di orribile
fanatismo»; il fanatismo era tale che se i censori papali lasciaron
passare la Canzone, la polizia austriaca invece ne fece caso e la
sequestrò[31] messa su l'avviso da un tal Luigi Brasil, che per molti
anni fu secondo aggiunto presso la direzione generale di polizia
austriaca in Venezia. Il Piergili con valide argomentazioni dimostrò
la più che probabilità che anche il Brighenti si tenesse in relazione
secreta con la polizia sotto lo pseudonimo di Luigi Morandini; ed
il marchese Gualterio trovò il nome del Modenese in un elenco di
confidenti de la polizia di Milano. Certo l'avvocato pel sequestro de
l'opuscolo leopardiano non mostrò alcun rincrescimento. In una lettera
al Leopardi scrive il Brighenti, con un manifesto senso d'amarezza e
d'invidia, degli spioni in cocchio che «sono la delizia dei circoli dei
nostri patrizi.» Le strette del bisogno avevan forse vinto l'onestà
di lui, che per trovar _il modo di assicurare la sua famiglia della
necessaria sussistenza_, ciò che gli _lacerava il cuore_, avvilito
de la umile e disprezzata condizione in cui era caduto, disperato di
saper trarsene altrimenti, dopo aver trovati inutili tutti i _mezzi di
risorsa_, a cercar i quali s'era _tormentato il cervello_, cedette a
provvedere a la sorte de le figliuole facendosi delatore. Ma de la sua
colpa nulla seppero Marianna ed Anna. Egli non poteva ignorare d'averle
troppo onestamente e rettamente educate, perchè esse preferissero un
pane infame a la miseria: le giovani poterono venerare il padre loro e
andarne altere, perchè l'inganno in cui vissero risparmiò al loro cuore
uno strazio che sarebbe stato più amaro di tutte le altre sventure, di
tutte le altre delusioni.
Le due ragazze lessero certamente in quel tempo la Canzone al Mai, e
se Anna, che amava i teneri sospiri dei poeti arcadi, potè non farne
gran caso, Marianna dovette sentirsi presa d'ammirazione per quel cuore
appassionato, credente ed amante, in contrasto con lo scetticismo
di quel grande spirito, e fremere dinanzi a la maestà de le figure
di Dante, del Petrarca, del Colombo, del Tasso, de l'Alfieri, con
tanto entusiasmo rievocate. Ella che dal padre e forse dal Giordani
aveva sentito parlare de la grandezza e de l'infelicità del contino
recanatese, non poteva restar indifferente al grido di dolore, che
si leva da quelle pagine, a la voce di quel desolato poeta, che ne
la vanità d'ogni cosa adora i sogni leggiadri, rimpiange le poetiche
favole antiche e lo stupendo potere de la cara immaginazione, conforto
ai nostri affanni, e anela a l'amore, ultimo inganno di nostra vita,
_al grande e al raro_, abbia pur nome di follia.
*
* *
Quando Giacomo Leopardi, che mai ebbe un sospetto su l'avvocato
modenese, andando a Milano presso l'editore Stella passò da Bologna,
gli furon fatte gentili accoglienze e premure perchè rimanesse, cortesi
proposte con segni di grande stima. In quei nove giorni contrasse più
amicizie che a Roma in cinque mesi: vi conobbe il conte e la contessa
Pepoli, il professore Paolo Costa, il conte Antonio Papadopoli e tutta
la famiglia de l'avvocato Brighenti, da cui certo ricevette buona parte
di quelle accoglienze allegre, _senza diplomazie_, di quelle _gran
carezze_, di cui tanto si lodava e che lo rinfrancavano talmente da
fargli scorgere qualche spiraglio di luce, traverso la nebbia fitta del
suo scetticismo. Probabilmente da l'avvocato stesso gli vennero quelle
proposte di occupazioni letterarie ch'egli sperava non richiedenti gran
fatica e convenienti al suo ingegno.
Tornato Giacomo da Milano a Bologna per fermarvisi lungamente, trovò
premurosissimo il Brighenti, il quale gli aperse la propria casa, lo
accolse fra gl'intimi; e le conversazioni confidenti con Marianna ed
Anna, giovani e graziosissime, riuscivano ben gradite a lui che fin
da due anni prima scriveva a Carlo: «Il parlare a una bella ragazza
vale dieci volte più che non girare attorno all'Apollo di Belvedere
o alla Venere Capitolina.» (Lettera 5 aprile 1823.) Egli aveva
già orribilmente sofferto, ma nulla aveva perduto ancora di quella
sensitività, che fu una de le più grandi caratteristiche de l'anima
sua: voleva ancora _toujours sentir, toujours aimer, toujours espérer_
(lettera 23 giugno 1823), persuaso che quella sua sensitività fosse
il più prezioso dei doni, sol che si trovasse un oggetto meritevole
di essa; nell'amore giudicava il piacere dato da un solo istante di
rapimento e d'emozione profonda, preferibile a tutte le gioie che
provano le anime volgari. Egli timido, riservato, malinconico, preferì
subito Marianna, seria anche nel sorriso, appassionata, un po' incline
a la tristezza, come tutte le anime profonde, Marianna, che nel suo
canto sapeva trasfondere tanta intima espressione d'affetto, ad Anna
mordace, sempre allegra, leggera. Marianna era nel pieno splendore de
la gioventù e de la bellezza, e il suo talento musicale e la sua voce
destavan già ammirazione in quanti la conoscevano, sì che appar anche
più naturale che il Leopardi, il quale adorava la bellezza e sentiva
profondamente le impressioni de la musica, gradisse la compagnia di
lei, specie in quei giorni non lieti, _sventrati_ da le noiose lezioni
al conte Papadopoli e al giovane Greco di cui s'ignora il nome. Il
Recanatese, frequentando la casa Brighenti, dava qualche aiuto a
l'avvocato per un'intrapresa edizione de le opere di Vincenzo Monti,
e qualche consiglio pel periodico _Il Caffè di Petronio_, giornale
di notizie teatrali e bibliografiche, di cui l'avvocato stesso era
fondatore e compilatore; passava qualche ora in piacevole conversazione
con la famiglia, spesso vi era invitato a pranzo, mandava in dono a
l'amico i formaggi marchigiani mandatigli dal padre: e quella franca
e cordiale ospitalità (franca e cordiale almeno per parte de le donne)
gli rasserenava lo spirito: i suoi biglietti di quel tempo a l'avvocato
sono con le lettere a Pier Francesco bambino le cose più sinceramente
allegre e graziosamente scherzose ch'egli abbia mai scritte; e lungo
tempo dopo egli ricordava ancora con vivo piacere la bella serata
del Natale 1825 da lui trascorsa in casa de la famiglia di Marianna.
Nè fu la sola; assai spesso, dopo desinare, il poeta amava restar a
tavola con gli amici, e in quell'ora egli ordinariamente assai parco
di parole, si compiaceva di ragionare a lungo, esponendo i suoi
pensieri con modestia e con riserva, ma con quell'arguzia acuta e
talora pungente che sarebbe stata una de le doti caratteristiche del
suo spirito, se la noia e il dolore non ve l'avessero soffocata. Questo
piacevole filosofare, che ricordava al Viani le Dispute conviviali di
Plutarco, il Convito di Platone e il Simposio di Senofonte, era uno dei
più graditi piaceri di Giacomo, tanto più che gli dava agio di mostrare
la superiorità del suo spirito e di piacer forse anche a gli occhi
de le donne intelligenti, malgrado la non bella persona e il vestire
dimesso. Se poi entravano ne la conversazione uomini di poco senno,
egli taceva tosto, non amando di contraddire, soltanto allorchè sentiva
qualche troppo grosso sproposito tirava una presa di tabacco con un
rumore affettato, cosa che faceva ridere chi ne intendeva il senso.
Narra il Brighenti che in una di quelle conversazioni serali Giacomo
componesse questa sciarada: _Uccide il primiero — Uccide il secondo —
Uccide l'intero. — Amore._
Marianna comprese presto d'aver destato un sentimento più fervente
de l'amicizia nell'animo del poeta; e quantunque un altro uomo le
occupasse tutto il pensiero,[32] quantunque ella non sentisse pel
Recanatese che una pietosa tenerezza e una ammirazione reverente,
seppe ne la sua bontà far sì che di quella passione non corrisposta
egli potesse serbarsi in cuore un senso di dolcezza e di conforto. A
lei medesima rimase per sempre una cara memoria di quell'affetto che
molti anni dopo rivelò a Paolina Leopardi; e una lettera di Giacomo,
certamente una lettera d'amore, si trovava ancora preziosamente
conservata fra i più diletti ricordi di lei, quando la bella ed
ammirata artista era divenuta una povera e disgraziata vecchia quasi
ottuagenaria.
Tornato a Recanati, Giacomo nei suoi confidenti colloqui con Paolina le
parlava con vivo affetto dei Brighenti, dicendo che avrebbe desiderato
rivedere il Modenese, come _un figlio desidera rivedere il padre_, e
di Marianna le narrava con tanta ammirazione, da lasciar indovinare
l'amore che per lei aveva provato, mettendo in curiosità Paolina così
da farle domandare la descrizione, ne' più minuti particolari, de la
bella Brighenti.
Giacomo ne faceva il ritratto, compiacendosi forse di poter parlare
di quella donna a lui cara con quell'altra anima femminile, che,
quantunque diversamente, gli era cara altrettanto: gli parve che
Marianna e Paolina fossero fatte per intendersi e per amarsi; così,
quando la malferma salute gli rese grave lo scrivere, colse l'occasione
opportuna per far entrare in corrispondenza fra loro le due giovani,
pregando la sorella di richiedere da Marianna, a nome di lui, notizie
dei Brighenti. Fors'anche ne la sua delicatezza, comprese che fra lui
e la graziosa Majà (come la chiamavano sempre) non essendo possibile,
dopo quanto era avvenuto, una corrispondenza, il mezzo migliore e più
gentile di coltivare l'amicizia che la giovane gli aveva offerta, era
quello di deporla ne le mani di Paolina, la quale aveva tanto del suo
cuore. La contessina invero, che non trovava in famiglia corrispondenza
a la sua innata ed espansiva tenerezza e che sentiva il bisogno di
confidarsi ad un'anima capace d'intenderla, nutrì per Marianna un
affetto vivissimo, le rivelò i suoi più intimi secreti e custodì quelli
di lei con gelosa premura.
Le tendenze artistiche di Marianna, chiare fin dal tempo de' suoi primi
studi, la bella voce di lei e le sue facoltà musicali, le promettevano
una buona riuscita su la scena, tanto più che nella sua delicata
sensitività essa comprendeva e sapeva rendere le passioni e, bella e
graziosa della persona, appariva adatta ad incarnare i più simpatici
tipi femminili, cui poesia e musica hanno dato una vita ideale. Ell'era
ancora ai primi passi de la sua carriera e già tutti prevedevano in lei
un'ottima cantante; Giacomo Leopardi se ne rallegrava sinceramente e
ancora nel 1830 rammentava con riconoscenza la cordialità e l'affezione
ch'ella gli aveva dimostrato. Mentre Giacomo era a Bologna, il
Brighenti fece fare il ritratto di lui dal disegnatore Lolli per la
progettata edizione delle sue opere ed alcuni anni dopo gliene dava in
dono il rame inciso dal Guadagnini, dono che fu carissimo a tutta la
famiglia Leopardi.
Paolina, che da le parole del fratello, tanto più disposto a sprezzare
che ad ammirare gli uomini, e da le stesse ingenue e gentili lettere
di Marianna, si era formato un alto concetto di quell'amica, la
considerava ormai come un essere privilegiato, cui natura avesse
largito in copia i doni onde con gli altri è tanto avara, e si
rallegrava, come d'un'insperata fortuna, d'averne il cuore.
Nel maggio del 1829, malgrado le proteste di certi parenti, Marianna
esordiva a Bologna con la _Semiramide_ del Rossini, nel teatro privato
di Emilio Loup, e Giacomo Leopardi, avuta notizia degli applausi
ch'ella aveva ottenuti, compiacendosene salutava cordialissimamente
lei, la madre e la sorella. In quell'autunno (novembre 1829) Marianna
(e fu il primo suo teatro d'importanza e perciò detto da alcuni il
suo vero esordire) cantò nel Teatro di Corte di Modena nell'opera del
maestro Alessandro Gandini _Zaira_ (poesia di F. Romani, quella stessa
che era stata non felicemente musicata anche dal sommo Bellini). Per
la parte di _Zaira_ era stata scelta la Corinaldesi, cui da ultimo
venne sostituita Marianna, la quale piacque e pel _talento_ e per
lo _squisito sentire_ e per la _singolare bravura_, come afferma il
maestro Gandini stesso;[33] il quale parlando d'un'altra artista, la
Giuseppina Jabre Noel, che nel 1830 eseguì a Modena la stessa opera,
dice che mancava de la finitezza tanto ammirata ne la Brighenti. De
l'esito de la _Zaira_ e dei meriti artistici di Marianna parlarono con
lode il _Messaggiere Modenese_, il 2 gennaio 1830, nº 1, ed il _Censore
Universale dei Teatri_ di Milano redatto dal Prividali, nei suoi n.i 91
e 92 (novembre, 1829).
L'anno a presso nel luglio Marianna andava a Siena nell'Imper. e Real
Teatro dei Rinnovati a sostenervi le parti di Giulietta e di Egilda
nelle opere _Giulietta e Romeo_ ed _Arabi_; e vi otteneva un così
grande trionfo che il _Giornale dei Teatri_ di Bologna ne parlava con
entusiasmo, narrando come per la sua serata era stato pubblicato a
stampa il suo ritratto e le si era offerto un sonetto in cui un tal
A. C. la vantava vincitrice d'Euterpe stessa. Io ebbi occasione di
vedere questo ritratto e precisamente l'esemplare che la Brighenti
donava a Paolina Leopardi; è lavoro anti-artistico e parrebbe quasi
una caricatura, tanto la fisonomia vi è intieramente diversa da quella
che vediamo negli altri ritratti che ci rimangono de la cantante; ma
la fantastica Paolina si dilettava, osservandovi la superba veste di
velluto azzurro a ricami bianchi, ornata di scintillanti gioielli d'oro
e di perle, il velo trapunto a fiori, che da l'altissima pettinatura
scende a velare le spalle nude, il diadema e la collana di perle,
l'ornamento d'oro e di gemme, che scintilla su la bianca fronte.
Ancor più forte che per la gioia di questi primi trionfi il cuore di
Marianna batteva per un nuovo affetto, il quale pareva prometterle
sicura felicità, giacchè colui che l'aveva destato, un certo Mori,
chiedeva a l'avvocato la mano de la figliuola; era un uomo colto,
assai amante de le belle arti, intorno a cui pubblicò alcuni anni dopo
qualche articolo su l'_Antologia_ di Firenze. Perchè il matrimonio
non avvenisse, si ignora; la buona Paolina, che fu a parte di questo
secreto, giacchè Marianna piena di speranza e di gioia, benchè ancora
dubitosa, gliene fece oscuramente cenno, chiamava questo il primo
amore di Marianna artista. Qualche tempo a presso anche Anna scriveva
a la Leopardi del Mori, di cui la sorella era stata _innamoratissima_.
Ammirata dovunque per la sua voce, pel suo talento, per la sua
bellezza, e dovunque rispettata per la sua perfetta onestà e per la
signorile dignità del suo portamento, Marianna ebbe dovunque andò
moltissimi corteggiatori, ma fra questi cercò vanamente un cuore
degno del suo e sempre fiduciosa, sempre tenera, passò di delusione in
delusione, soffrendo intime pene ogni volta che dovette persuadersi
di non essere amata nè come, nè quanto credeva. Nelle sue lettere a
Paolina ella si rivela aliena da ogni arte di civetteria, e i suoi
sentimenti, cui la fortuna non doveva accordare quella costanza che
certamente avrebbero avuto, se in degno modo ricambiati, erano di una
tale purezza che la Leopardi, cui non doveva certo far meraviglia la
severa virtù femminile, se ne stupiva e ne godeva tanto più, quanto
più capiva che molti erano i pericoli in mezzo a cui passava l'amica
e la frequenza e la difficoltà degli scogli ch'ella sapeva evitare,
anche se il suo cuore era infiammato da la passione; virtuosa, non per
freddezza, nè per calcolo, ma per vera dignità d'animo. Questa virtù
punto arcigna, era piena di grazia e talvolta anche tutta spirito
e brio; può farne fede questo sonetto, che Marianna scrisse non so
precisamente in quale anno, ma certo nella sua gioventù e che si trova
autografo ed inedito fra le carte lasciate dal prof. cav. Silingardi,
amicissimo dei Brighenti, al Municipio di Modena:
Signor Conte..... le vuo' dire
Cosa che al certo riesciralle ingrata,
Ma non voglio che il mondo abbia a ridire
Che corrispondo a gente maritata.
La padroncina mia femmi sentire
Certo di lei sonetto, in cui spiegata
V'era la doglia che la fe' soffrire
Con parole e sospiri all'impazzata.
Dirle mi piace: sono una fanciulla
Onesta e virtuosa ed il suo affetto
Inver da me non otterrà mai nulla;
Non già ch'io non le sia riconoscente,
Che di cuor la ringrazio del sonetto,
Ma circa amor, non ne facciamo niente.
Se nei versi citati predomina la grazia onesta, ma scherzosamente
birichina, un profondo sentimento inspira questi altri che pure
autografi ed inediti si trovano fra le carte del Silingardi.
Il 1º luglio 1827 fu uccisa da un amante a Modena la fanciulla Maria
Pedina: «la fortezza con la quale la detta giovanetta serbò intatta
la sua innocenza diede argomento a la seguente Invocazione, scritta da
Marianna Brighenti.»