--Lei è uscito da poco dal collegio, non è vero?
--Ora torna dal campo.
--Dal campo!... A proposito--disse levandosi; ma disse quell'a
proposito precisamente a sproposito, giacchè ciò che stava per metter
fuori non c'entrava per nulla col campo--Cominciate a fare anche voi
altri il vostro dovere qui su questa lista. Vi avviso che non voglio
rovinarvi però. Non accetto meno di venti franchi, ma non accetto
neppure più di cento franchi.
--Così dicendo, la Luisa aveva levato da un tavolino una borsa, una
lista, ed un _lapis_ che presentò colla bocca aperta al Bonaventuri.
--Che cos'è?--domandò questi con aria un poco sorpresa.
--Ho fatto voto, che tutti quelli che i quali metteranno il piede in
questa sala, dal primo all'ultimo del mese, dovranno per una volta
almeno aiutarmi a fare un'opera buona. È una colletta per una povera
famiglia che muore di fame.
--Volontieri--rispose il Bonaventuri.--Che cosa debbo fare?
--Scrivere su questa lista il vostro riverito nome e cognome, colla
cifra che intendete di mettere in questa borsa, per la mia
irresponsabilità.
E guardò con un bel sorriso in faccia a O'Stiary.
--Spero la mi permetterà di avere anch'io questo piacere di far del
bene in sua collaborazione--disse Enrico traendo di tasca il
portamonete.
--Veramente, per la bella prima volta!--sclamò ridendo la Luisa--è un
po' da sfacciata!
--Faremo dunque il male in mezzo--fece il Bonaventuri parlando
forte.--Ecco i miei cinquanta franchi.
--Ed ecco i miei--soggiunse il Paganino da Genova, mettendo i suoi
cinque biglietti da dieci nella borsa.
Il povero Enrico fa sopraffatto da uno sgomento indicibile. Egli aveva
pensato in cuor suo di non dare che venti lire, e capiva che bisognava
metterne cinquanta come gli altri, e temeva di non averli nel suo
portamonete. Dei cento franchi della mezza mesata sborsatagli dal
tutore, e che dovevano servirgli per quindici giorni, gli pareva di
averne già spesi in guanti, in profumerie, in gingilli, in mancie e al
caffè, una metà abbondante. Non sapeva bene quanto gli restasse nel
portamonete, ma temeva d'essere a corto. Guardò trepidando in esso, e
con lieta sorpresa vi trovò appunto i cinquanta franchi che parevano
lì apposta contati. Non gli rimaneva più che un bigliettino sudicio da
cinquanta centesimi, che rimase là unico e vergognoso, come una
protesta contro la lèsina del tutore.
--Ed ecco i miei--ripetè anche lui mettendo l'obolo nella borsa di
Luisa, che lo ringraziò col suo più splendido sorriso.
"Spero bene--pensò--che il tutore non mi vorrà mangiare se gli
racconterò che ho dato cinquanta franchi a scopo di beneficenza--pensò
Enrico, dopo che la Luisa lo ebbe ringraziato.--"Io non potevo dar
meno di Paganino e di Bonaventuri, che devono essere meno ricchi di
me."
* * * * *
Poco dopo entrarono nuovi visitatori. Erano il signor Ciambelli colla
Romea, un fuseragnolo di donna, con due occhi discreti e una
carnagione che arieggiava la porcellana colorata, per amor
dell'intonaco ch'ella si praticava sul viso.
Ciambelli, suo amante, un pancione nero come un croato, le aveva messa
su una _buvette_, dove la Romea troneggiava dal suo banco, chiamando,
col desio e colle occhiate lunghe, i passanti, che non volevano
saperne di entrare nella di lei bottega a bevere l'amaro prima di
andare a pranzo.
La Romea era una sgualdrina come tante altre, ma la si teneva
ingenuamente in conto di donna onesta, e parlava delle mantenute col
disprezzo d'una principessa!
Quanto la godevano per questa pretesa le sue poche pratiche!
A un certo punto si parlò di far un piccolo taglio di macao. La Luisa
sulle prime fece finta di opporsi, ma poi, vedendo che tutti erano del
parere fece recar le carte e lasciò che giuocassero.
Enrico, un po' per timidezza, un po' per innata ritrosia, ma
sopratutto perchè non voleva far vedere d'essere corto a quattrini
stava in disparte.
Sappia gli andò vicino:
--Non fai conto di giuocare tu?
--Ma... non ho voglia.... Non sapevo che si giuocasse.... È meglio che
stia a vedere...
--Ti pare? Il più giovine della brigata, far la figura del più
vecchio? Mi faresti sfigurare. Ricordati che questa sera comincia a
formarsi la tua riputazione di gentiluomo e di uomo di mondo. Bisogna
che tu provi un po' di tutto, in società, se vorrai starci bene, e se
vorrai poter educare con cognizione di causa i figli che avrai dalla
signorina Elisa.
Enrico si fece tutto rosso in viso.
--Che c'entra? Come sai? Chi t'ha detto?
--Noi sappiamo tutto--sclamò con aria di mistero il marchesino.
--Ma io ho ben poco danaro con me... non sapevo.
--Se non è che questo ti servo subito. Figurati! E schiuso il
portamonete ne trasse un biglietto da cinquecento e lo diede a Enrico
dicendo:
--Quando non ce n'è più, ce ne sarà ancora.
Avrebbe potuto rifiutarsi ancora il nostro collegiale garibaldino?
Andò al tavolo verde.
* * * * *
Dopo mezz'ora egli aveva perduto fino all'ultimo i suoi cinquecento
franchi.
La Romea gliene aveva beccati fuori la metà.
Sappia gliene prestò subito altri mille.
Il demonio del gioco lo aveva già preso alla strozza.
A mezzanotte il disgraziato aveva perduto i mille e giocava già
disperatamente sulla parola.
Al tocco dopo mezzanotte il Sappia si levò dal tavoliere, e disse:
--Mi pare ora di andarcene.
--Facciamo i conti--gli disse Enrico che appena cessato l'incanto e
l'emozione si trovò di aver indosso una febbre indiavolata.
Fatti i conti trovarono di avere perduto fra tutt'e due seimila e
trecentoventi franchi. Enrico ne doveva mille e cinquecento all'amico,
mille e duecento a Silvestro Bonaventuri, e trecento alla Romea,
Il povero giovinetto era così confuso di dover danaro perfino ad una
donna, era così spaventato, così abbacinato dalla perdita, dal timore
di non poter il giorno dopo farsi onore nelle ventiquatt'ore, dello
spavento che il tutore e la Elisa venissero a sapere la sua scappata,
che quasi quasi ne piangeva a calde lagrime.
Il Sappia dovette scuoterlo più volte.
--Ma domani come si fa? Pensa che debbo trecento franchi anche alla
signora Romea.
--Ci penso io--gli rispose l'amico.--Non seccarti. In ogni caso la
Romea ne deve a me cinquecento da sei mesi, che non me li ha mai
restituiti.
Preso poi in disparte il Bonaventuri, che conosceva, per quel tanto
che si conoscono certe persone:
--Favorisca--gli disse--a indicarmi dove ella sta di casa.
--Oh--sclamò il Bonaveuturi, come schermendosi--la si figuri; ha tutto
il tempo; lei è padrone di tutta la mia sostanza...
"Buono a sapersi" pensò il Sappia fra se.
* * * * *
Enrico quella notte non chiuse occhio e fece il più inviolabile
proponimento di non giuocare mai più.
Nella ingenua purezza della sua coscienza di vent'anni, egli sentiva
di quel fatto un rimorso indicibile.
A mattina andò dal tutore e gli spiattellò senza reticenze la sua
avventura della sera innanzi.
La fu una scena di inenarrabile delusione per lui, una tempesta di
maggio, un finimondo.
Il tutore gli fece una parrucca che non finiva più. Egli era un di
quegli uomini che non crederebbero di far il loro dovere se non quando
s'accorgono d'avere ben tormentata la loro vittima. Essi hanno nelle
vene, io credo, un po' di sangue di Torquemada. Questo modo di
educare, essi lo chiamano _saggezza_. E certo se facesse l'effetto di
render saggio meriterebbe quel nome; ma siccome non ottengono invece
che quello di seccare dovrebbe esser chiamato _seccatura_.
Allo stringer dei nodi il tutore si rifiutò perfino di pagargli quel
primo debito di giuoco.
Enrico non sapeva più in che mondo si fosse. Corse a trovare il
marchese d'Arco.
Questi ascoltò in silenzio il racconto e le giustificazioni del
giovinetto; poi senza dir motto si levò, andò al suo scrigno, ne
abbassò l'imposta, tirò fuori un cassettino, ne trasse tre bei
biglietti da lire mille e li porse al giovinetto dicendogli questa
sola frase:
--Ma cerca di non giuocare mai più se ti è possibile!
Enrico da quel tratto restò assai più confuso che non lo fosse stato
prima dalla lavata di capo e dalle smanie esagerate del suo tutore.
--Oh, marchese, come è buono lei!--sclamò il giovine buttandosi al
collo del vecchio e baciandolo sulle labbra.
--Mi prometti sul tuo onore che non giuocherai più? ripigliò
sorridendo di gioia e dopo un certo silenzio il marchese.
--Sì, glielo prometto in parola d'onore e colla sicurezza di mantenere
la mia promessa.
--Tu devi sapere Enrico, che a' miei tempi ho giuocato molto anch'io.
Allora il giuoco era di _bon ton_, non era proibito, lo si faceva in
pubblico. Il governo straniero usava di questo mezzo per
demoralizzarci, per distoglierci dalle idee di patria e di
indipendenza. Vedi dunque che ti parlo con cognizione di causa. Fin
d'allora mi capitava sempre, che perdendo, io pagava puntualmente
entro le ventiquattr'ore il mio debito; ma se vincevo pochi lo
pagavano a me.
--Possibile?
--Possibilissimo mio caro Enrico. Credilo pure; la gente che paga i
debiti di giuoco non è a questo mondo che un decimo di quella che non
li paga. Questa almeno è la statistica della mia dolorosa esperienza!
Non so se gli altri saranno stati più fortunati di me nella loro vita.
Ma è così! Ora capisci bene. Se tu quando perdi sei certo di dover
pagare, e quando vinci sei certo di non essere pagato che dieci volte
su cento... la cosa diventa molto seria. Sarebbe necessario perchè tu
restassi almeno in pace che vincessi novantacinque volte su cento; il
che assolutamente non è possibile avvenga. Hai fatto bene dunque a
promettermi che non giuocherai più.
E qui si mise a parlargli di tutt'altro.
Il marchese artista nell'anima tempestava Enrico di domande sulla sua
posizione, sulla pittura, sulle sue idee circa le due scuole, sulle
sue speranze di farsi un nome, sull'avvenire sognato.
Enrico s'accalorò in quel dialogo. Il marchese godeva enormemente a
sentirlo parlare così modesto, così schietto, così sincero e così
pieno di illusioni.
--Ma non credi tu--gli disse a un certo punto--che il positivismo, il
realismo e la democrazia abbiano a uccidere l'arte?
--Ah, marchese, al contrario! L'esaltazione del popolo sarà
l'esaltazione dell'arte.
Il marchese crollava il capo sorridendo.
--Ah, entusiaste!
--Non lo crede lei?
--Io no davvero,--rispondeva il marchese.--Il popolo, e per popolo
m'intendo quella parte della popolazione d'un paese che si stacca
dall'aristocrazia illuminata e dalla borghesia ricca e studiosa, il
popolo non sente bisogno dell'arte, nè la capisce. Mancando
assolutamente di sentimento estetico come vorresti tu ch'essa amasse
il bello nelle sue manifestazioni?
--Eppure se c'è un'esposizione di quadri e di statue vi accorre...!
--Il popolo no, non se ne cura. La statistica della affluenza del
pubblico alle esposizioni parla chiaro. In ogni modo anche i pochi che
ci vanno non vi sono attirati dal bisogno di ammirare il bello, ma
dalla curiosità di veder nei quadri dei fatti interessanti, allegri o
pietosi. Il quadro sarà pessimo come arte, ma rappresenterà qualche
fatto ben volgare, ben chiaro, che squadri al popolo? Sarà il
prediletto da lui. Esso non s'accorgerà che artisticamente parlando il
quadro è uno sgorbio, un abbominio. Il popolo non monta verso l'arte
se non quando l'arte discende giù fino al volgo. E il naturalismo
stesso, l'impressionalismo, di cui tu mio caro Enrico, ti dichiari
seguace e cultore, non è forse l'arte che abdica in favore dei grossi
istinti del volgo?
Enrico era impaziente di andar a pagare i debiti fatti la sera prima.
Erano i primi debiti di sua vita e gli rimordevano la coscienza. Diede
dunque ragione al marchese e se ne andò ringraziandolo di nuovo con
espansione.
Prima di spiccarsi dal suo vecchio amico, questi aveva cavato da una
cartella che stava sulla tavola un foglio di carta e accostando alla
mano di Enrico il calamaio gli aveva detto:
--Scrivimi qui la ricevuta e la promessa di non più giuocare.
Enrico si dichiarò debitore delle tremila lire al marchese e promise
nella ricevuta di restituirgliele quando fosse andato in possesso
della propria sostanza.
Della mesata insufficiente fissatagli dal tutore non si fiatò. Non si
ricordò di parlarne.
Il marchese non gli aveva neppur lasciato il tempo di spiegare la
cosa, e quando Enrico s'era trovato esaudito, col danaro in mano,
s'era scordato di entrar in quell'argomento.
Enrico corse a casa di Sappia, a cui raccontò il rabbuffo e la
crudeltà del tutore e il bel tratto del marchese d'Arco. Volle andar
egli stesso nella bottega della Romea, a portarle i suoi trecento
franchi, che gli bruciavan le dita e dovette spenderne un'altra
quarantina di giunta, in bottiglie _di champagne_, ch'essa gli
appioppò senza che lui, timido ancora, osasse di rifiutarle.
Poi, con Sappia, ritornò a casa.
--Parlerò io al tuo signor zio antidiluviano--aveva sclamato il Sappia
quando Enrico gli aveva raccontato del fiero rabbuffo avutone.--Lui li
chiama _minuti piaceri_? Altro che minuti! Impercettibili,
microscopici... piaceri!
Il notaio a stento acconsentì di portar l'assegno di Enrico da
duecentocinquanta a trecento franchi al mese.
--Domando io caro signor marchese--gli disse congedandolo, e colla più
profonda convinzione di dir cosa sensata ed onesta--domando io come
potrà mai arrivare a spendere più di otto franchi al giorno fuori di
casa?
--Nei mesi di trentun giorni e negli anni bisestili--disse il Sappia
con una finissima ironia che il tutore si guardò bene dal notare--gli
otto franchi al giorno sì può calcolare che diventino soltanto sette e
novantadue centesimi.
--Ho fatto un buco nell'acqua--diss'egli tornato che fu all'Enrico, il
quale non s'aspettava nemmeno i cinquanta franchi d'aumento--Bisogna
che tu faccia la lite al testamento di tuo padre, che ti ha voluto
tener sotto a quel mastodente fino ai ventiquattr'anni; se no finirai,
col rovinarti moralmente e materialmente, te lo dico io!
--No--rispose Enrico.--Prima di tutto io non vorrei fare questa lite,
neppure nel caso che non offendessi l'ultima volontà e la memoria di
mio padre. In ogni modo, dato che il tribunale mi desse torto, io
sarei perfettamente rovinato, giacchè avrei fatta opposizione; e tutta
la sostanza andrebbe ai gesuiti che stanno aspettando al varco la
preda, È meglio ch'io mi stia ai primi danni.
* * * * *
Così erano passati circa due anni, e a dispetto dei trecento franchi
al mese, Enrico O'Stiary era diventato uno dei giovani più brillanti
di Milano. Cavalcate, scarrozzate, scherma, cene, club, ballerine, e
pur troppo di nuovo, il giuoco--nel quale era ricascato con vivo,
quantunque inutile rammarico, con profondo, ma pur vano rimorso--erano
le occupazioni delle sue giornate e delle sue notti. E la povera Elisa
trascurata, infelice, ma orgogliosa nel suo dolore s'era fatta intanto
donna.
Il tutore non badava più all'Enrico.
Disperava di cambiargli la testa. "Chiudeva un occhio per non
inquietarsi" come diceva lui.
Il marchese d'Arco dal canto suo, il quale vedeva il suo giovane amico
far la vita del gentiluomo, e non s'era curato mai di sapere quale
somma il tutore gli avesse fissato pei minuti piaceri, era ben lontano
dall'idea ch'egli si stesse rovinando a bagno maria. Egli poi non
sospettava che Enrico si fosse rimesso a giuocare. Gli sarebbe parso
fargli uno sfregio pensando che un'O'Stiary avesse potuto mancare così
alla parola d'onore.
Quando si trovavano parlavano d'arte, di cavalli, di politica, e le
miserie umane le lasciavano da parte.
Enrico dal canto suo, si guardò bene dal ricorrere un'altra volta al
marchese per denaro, e lo schivava come un rimorso. Il Sappia pensava
largamente a tutto. Suo padre e sua madre gliene davano in una certa
abbondanza, ed egli aveva un credito grande presso gli usurai! E anche
lui--lo sciagurato--faceva delle orribili operazioni a babbo morto!
Ma era venuto un bel giorno che anche il Sappia erasi trovato nella
necessità di chiedere danaro ad Enrico.
Il povero giovine gli avrebbe data la vita, ma non aveva che i suoi
duecento franchi al mese.
Risolse di farla finita col tutore; di parlargli fuor dei denti, di
ottenere insomma quello a cui gli pareva di aver diritto.
Ci pensò un paio d'ore, poi piuttosto che aver a fare con don Ignazio
si aperse alla balia.
La balia gli aveva detto di avere dodicimila lire alla Cassa di
risparmio.
Non lasciò che l'Enrico terminasse la frase; corse per quanto glielo
permettevano i settantanni nella sua camera, e portò al contino le
dodicimila lire in tre bei libretti puliti e fiammanti ch'era un
piacere a vederli.
--Ma no, non voglio, non voglio--diceva Enrico colle lagrime agli
occhi.
La balia alzò la destra, e con una specie di entusiasmo, sclamò:
--Ma non è forse roba sua codesta? Quale uso più degno potrei fare di
questo danaro... io che non ho più nessuno al mondo?
* * * * *
Pochi mesi dopo convenne di nuovo rivolgersi altrove.
Il tutore, quand'ebbe messa da parte del tutto la speranza di vedere
il conte far giudizio, pensando al giorno ormai vicino in cui gli
sarebbe toccato rassegnargli la sostanza taglieggiata e forse perduta,
intieramente aveva cominciato a cercarsi dattorno un altro sposo per
la sua Elisa, che già aveva trascorso il diciottesimo anno.
Egli comandò a sua moglie di far di tutto per disingannarla nel caso
ch'ella nutrisse ancora qualche speranza di diventare la moglie del
contino e si mise a sparlare a tavola del suo pupillo e a tentar di
metterglielo in mala vista.
Ma egli non pensava che dieci anni di pensieri e d'illusioni
accarezzate non si distruggono in un giorno!
L'uomo adatto, del resto non tardò a presentarglisi sotto la miglior
luce del mondo. Era Aldo Rubieri--che s'era fatto un bel nome e una
bella sostanza, e che quantunque artista, parve al babbo un modello di
uomo serio e un marito esemplare.
* * * * *
Chi mai avrebbe detto a Enrico O'Stiary che quei cinquanta franchi da
lui con lieto animo versati nella borsa di Luisa a titolo di
beneficenza la sera d'un giorno d'autunno del 1866, dovessero essere
il primo anello di una lunga e disastrosa catena di sagrificî, di
spese, di perdite, di debiti, di rovesci, che lo dovevano condurre tre
anni dopo, quando egli era lì lì per aver la piena disponibilità della
propria sostanza, ad essere un uomo rovinato?
Ma sopratutto chi gli avrebbe detto che la causa principale, la causa
effettiva del suo rovescio, non doveva essere nè l'amico Sappia, non
doveva essere la Luisa, non doveva essere il giuoco, ma piuttosto la
gretta protervia del suo tutore, che aveva negato fin dal principio di
fissargli quel tanto, che nella sua posizione era necessario?