Come il buon Re ponesse condizioni di tregua ed alleanza cogli
Almiranti d’Egitto contro ’l Soldano di Damasco, e come gli Almiranti
sapessero non menarle a conchiusione.
Ritornando alla prima materia, io vi avea lasciato a dire la risposta
che ’l Re mandò al Soldano di Damasco, la quale fu tale, cioè che ’l Re
invierebbe agli Almiranti d’Egitto per sapere s’essi il rileverebbono,
e gli renderebbono la tregua che gli avevan bensì promessa, ma cui
avevan già rotta come è detto davanti; e che, se essi ne mantenessero
il rifiuto, assai volentieri il Re lo aiterebbe a vendicare la morte di
suo cugino il Soldano di Babilonia ch’essi avevano morto.
Perchè, appresso ciò, il Re, durante ch’elli era in Acri, inviò Messer
Giovanni di Vallanza in Egitto verso gli Almiranti per inchiedere
che essi satisfacessero gli oltraggi e violenze fatti al Re, tanto
ch’e’ ne fusse contento. Ciò che gli Almiranti gli promisero fare
purchè il Re si volesse alleare ad essi, ed aiutarlo allo ’ncontro
del Soldano di Damasco dianzi nomato. E per ammollire il cuore del
Re, appresso le grandi rimostranze che Messer Giovanni di Vallanza il
buon produomo lor fece, biasimandoli e vituperandoli così dei torti
commessi come delle tregue e convenenze rotte, inviarono essi al Re
e liberarono di lor prigioni tutti i Cavalieri che distenevano in
cattività. E così gl’inviarono l’ossa del Conte Gualtieri di Brienne,
il quale era morto captivo, affinchè e’ fusse sepolturato in terra
santa. Ed ammenonne Messer Giovanni duecento Cavalieri, ed altra gran
quantità di popolo minuto che tutti erano prigionieri dei Saracini. E
quando elli fu venuto in Acri, Madama di Saetta, ch’era cugina germana
del detto Messer Gualtieri di Brienne, prese l’ossa del detto suo
cugino e le fece sepolturare nella Chiesa dello Spedale d’Acri bene e
onorabilmente, e vi fece fare un servigio grande a meraviglia, in tal
maniera che ciascun Cavaliero offrì un cero ed un danaio d’argento;
ed il Re offrì un torcetto con un bisante alla moneta di Madama di
Saetta: donde ciascuno si meravigliò, perchè giammai non se gli era
veduto offrire danaio alcuno che non fusse di sua moneta, ma il Re sì
il volle fare per sua cortesia. Tra i Cavalieri che Messer Giovanni
di Vallanza rammenò d’Egitto io ne conobbi ben quaranta della Corte
di Sciampagna, i quali erano tutti diserti e male attornati; e tutti
questi quaranta io feci abbigliare e vestire a’ miei danari di cotte e
sorcotti di verde, e li menai davanti il Re pregandolo che li volesse
tutti ritenere in suo servigio. E quando il Re ebbe udito la richiesta
egli non mi disse un motto qualunque. E fuvvi uno delle genti di suo
Consiglio che là era, il quale mi riprese dicendo ch’io facea molto
male quando apportava al Re tali novella, poichè nello stato suo ci
avea già eccesso di spendio di più che sette mila lire. Ed io gli
risposi che la mala ventura il faceva così parlare, poichè in tra noi
di Sciampagna avevamo ben perduto in servigio del Re trentacinque
Cavalieri tutti portanti bandiera; e dissi altamente che ’l Re non
facea punto bene se non li ritenea, visto il bisogno ch’elli aveva
di Cavalieri; e ciò dicendo, per pietà della mia contrada, cominciai
a plorare. Allora il Re m’appaciò, e m’ottriò quello che gli avea
domandato, e ritenne tutti quei Cavalieri, e me li mise nella mia
battaglia.
Quando ’l Re ebbe udito parlare li messaggeri degli Almiranti d’Egitto
che erano venuti con Messer Giovanni di Vallanza, e ch’essi se ne
vollero ritornare, il Re disse loro ch’e’ non farebbe con essi nissuna
tregua prima che gli avesser rendute tutte le teste de’ Cristiani
morti che pendevano sulle mura del Cairo sino dal tempo che i Conti di
Bari e di Monforte furono presi, e ch’essi gl’inviassero altresì tutti
i fanciulli che, cattivati in poca età, essi aveano fatto rinegare
e credere alla lor legge. Inoltre voleva esser tenuto quieto delle
dugento mila lire che loro doveva anche. E per tutto ciò rinviò con
essi il detto Messer Giovanni, attesa la grande saggezza e valenza
che era in lui, per annunciare da parte sua un tale messaggio agli
Almiranti.
Durante queste cose il Re si partì d’Acri e se n’andò a Cesarea con
tutto ciò ch’elli avea di genti, e vi fece rifare le mura e le bastite
che i Saracini avevano rotte e abbattute, ed era a ben dodici leghe
d’Acri tirando verso Gerusalemme. E ben vi dico ch’io non so come e’ vi
potesse fare tutto ciò che fecevi, se non per la benedetta volontà di
Dio; perchè unqua durante l’annata e il tempo che ’l Re fu a Cesarea,
non ci ebbe mai nullo che ci facesse alcun male, nè in Acri similmente,
là ove noi non eravamo guari di gente[83].