Di ciò che avvenne in Damiata alla buona Dama Madonna la Reina.
Qui davanti avete udito le grandi persecuzioni e miserie che ’l buon
Re San Luigi e tutti noi abbiamo sofferte ed addurate oltre mare.
Ora anche sappiate che la Reina, la buona Dama, non ne iscapolò punto
senza averne la parte sua, e ben aspra al cuore, siccome udirete qui
appresso. Perchè tre giorni avanti ch’ella partorisse, le vennero le
amare novelle che ’l Re suo buon barone era preso. Delle quali novelle
ella ne fu così turbata in suo corpo, ed a sì grande misagio, che
senza posa in suo dormire le sembrava che tutta la camera fusse piena
di Saracini venuti per ucciderla, e senza fine gridava: a l’aiuto
a l’aiuto, là dove anche non c’era anima. E di grande paura che il
frutto ch’ella portava non ne perisse, faceva durare tutta notte un
Cavaliero al piede del suo letto senza dormire. Il qual Cavaliero era
provato ed antico di ottant’anni e più: ed a ciascuna fiata ch’ella
isgridava, ed egli la tenea per mezzo le mani, e le diceva: Madonna la
Reina, state, io sono con voi, non aggiate paura. E avanti che la buona
Dama, infantando, si dovesse giacere, ella fece vuotar la camera de’
personaggi che vi erano, fuor che di quel vecchio Cavaliere, e quando
fu sola con lui, gli si gittò innanzi a ginocchi, e lo richiese che
le donasse un dono. E il Cavaliere glielo ottriò per suo sagramento.
E la Reina gli va dire: Sir Cavaliere, io vi richieggo sulla fede
che voi m’avete donata, e per la fede che dovete al Re mio e vostro
Signore, che se i Saracini prendessono Damiata, durante il tempo di
mio giacere, che voi mi tagliate il capo avanti ch’essi possano toccare
al mio corpo. E il Cavaliere con sereno viso le rispose, ch’egli molto
volentieri il farebbe, e che già avea avuto in pensiero di così fare se
il caso fosse accaduto.
Nè tardò guari che la Reina isgravossi nel detto luogo di Damiata d’un
figliuolo ch’ebbe in nome Giovanni, ed in suo sovranome Tristano, per
ciò ch’egli era nato in tristezza ed in povertà. E il proprio giorno
ch’ella isgravossi, fulle detto che tutti quelli di Pisa e di Genova,
e tutta la povera Comune che era nella Città, se ne volevano fuggire
e lassare il Re. E la Reina li fece venire davanti il suo letto e
loro domandò e disse: Signori, per la Dio mercè vi supplico ch’egli
vi piaccia non abbandonar mica questa Città, perchè voi sapete bene
che Monsignore lo Re, e tutti coloro che sono con lui sarebbono tutti
perduti: e tuttavia s’egli non vi viene a piacere di così fare, almeno
aggiate pietà di questa povera cattiva Dama che costì giace, e vogliate
tanto attendere ch’ella sia rilevata. E coloro le rispuosono, ch’egli
non era possibile, e ch’essi morrebbono tutti di fame in così fatta
cittade. Ed ella loro rispose ch’e’ già non vi morrebbon di fame, e
ch’ella farebbe accattare tutta la vittovaglia che si potrebbe trovare
nella cittade, e ch’ella li terrebbe oggimai alle spese del Re. E
così le convenne fare, e fece comprare di vittovaglia ciò ch’uomo
ne potè trovare, ed in poco di tempo, avanti il suo rilevamento le
costò trecensessanta mila lire e più per nodrire quelle genti; e ciò
non ostante convenne alla buona Dama levarsi avanti il suo termine, e
ch’ella andasse ad attendere nella Città d’Acri, per ciò che bisognava
rilasciare Damiata ai Turchi ed ai Saracini.