Qui si fa incidenza per contare alquanti fatti che ci avvennero in
Egitto, e che erano stati intralasciati.
Prima di passar oltre non voglio obbliare alcune bisogne che arrivarono
in Egitto immentre che noi ci eravamo. E primieramente vi dirò di
Monsignore Messer Gualtiero di Castillione, del quale udii parlare ad
un Cavaliere che lo avea veduto in una ruga presso Kasel, là ove il Re
fu preso; e si diceva ch’elli aveva sua spada tutta nuda in pugno, e
quando e’ vedeva li Turchi passare per quella ruga, ed elli correa loro
sopra e li cacciava a grandi colpi davanti a lui; perchè avveniva che
in questa caccia li Saracini, traendogli così davanti come di dietro,
lo covrivano tutto di verrettoni. E mi diceva quel Cavaliero che,
quando Messer Gualtiero li aveva così cacciati, ch’elli si disferrava
delle verrette che lo mordevano, e si armava di ricapo. E fu là lungo
tempo così combattendo, e lo vide più volte sollevarsi sulle staffe
gridando: A Castillione, Cavalieri! e: Ove sono i miei prodi? Ma non
vi se ne trovava pur uno. Ed uno giorno appresso, come io era collo
Ammiraglio delle galee, m’inchiesi a tutte sue genti d’arme, s’egli
ci avea nullo che ne sapesse dire alcune novelle. Ma io non ne potei
giammai savere neente, fuori a una volta ch’io trovai un Cavaliere
che avea nome Messer Giovanni Frumonte, il quale mi disse che, quando
ammenavanlo prigioniere, elli vide un Turco montato sul cavallo di
Messer Gualtieri di Castillione, e che il cavallo avea la colliera
tutta sanguinente; ed egli gli domandò cosa fosse divenuto il Cavaliere
a chi era il cavallo. E il Turco gli rispose ch’esso gli avea tagliata
la gorgia tutto di sopra ’l suo cavallo, di che esso cavallo era in
così sanguinoso, e imbruttito.
Vi dirò anche ch’elli ci avea un molto valente uomo in nostra oste, che
avea in nome Messer Giacomo del Castello Vescovo di Soissone, il quale
quando vide che noi ne rivenivamo verso Damiata, e che ciascuno se ne
volea ritornare in Francia, amò meglio nel suo gran cuore di rimanere a
dimorare con Dio, che rivedere il luogo dove era nato; e s’andò soletto
a gittare didentro i Turchi, come s’egli li avesse voluti combattere
tutto solo: ma tantosto l’inviarono a Dio, e lo misero nella compagnia
de’ Martiri, perch’essi lo uccisono in poco d’ora.
Un’altra cosa vidi, in quella che ’l Re attendeva sul fiume il
pagamento ch’elli facea fare per riavere suo fratello il Conte
di Poitieri; e questa fu che venne al Re un Saracino molto bene
abbigliato, e molto bell’uomo a riguardare. E presentò al Re del lardo
strutto in orciuoli, e dei fiori di diverse maniere, i quali erano
molto odoranti, e gli disse: ch’egli erano i figliuoli di Nazac Soldano
di Babilonia ch’era stato ucciso, che gli facevano il presente. Quando
il Re udì quel Saracino parlar francesco, gli domandò chi glielo aveva
sì bene appreso. Ed egli rispose che esso era Cristiano rinegato. E
incontinente il Re gli disse, ch’e’ si tirasse a parte e al tutto fuori
di sua presenza, poichè non gli sonerebbe più motto. Allora, trattolo
disparte, lo inchiesi come egli avea rinegato, e donde era. E quel
Saracino mi disse ch’egli era nato di Provino, e venuto in Egitto col
fu Re Giovanni, ch’era maritato in Egitto e che vi avea di molti beni.
Ed io gli soggiunsi: E non sapete voi a bastanza che, se moriste in tal
punto, voi discenderete tutto dritto in inferno, e vi sarete dannato
per sempre? Ed egli mi rispose: che certo sì, e che sapea bene com’egli
non ci fosse legge migliore di quella de’ Cristiani; ma, parlò egli:
io temo, se riedessi verso voi, la povertà ove sarei, e gl’infami
rimprocci che l’uomo mi darebbe tutto il lungo della mia vita,
appellandomi Rinegato, Rinegato. Pertanto io amo meglio vivere a mio
agio e ricco, che divenire in tal punto. Ed io gli rimostrai ch’egli
valeva troppo meglio temere l’onta di Dio e quella di tutto il mondo,
quando, al finale Giudicamento, tutti misfatti saranno manifestati a
ciascuno, e poi appresso essere dannati senza ritorno. Ma tutto ciò
non mi servì di niente, ed anzi se ne partì da me, ed unqua più non lo
vidi.