Come per lo gran disagio della pistolenza il Re pose di torsi dalla via
di Babilonia, e di alcune mie particolari incidenze.
Quando il Re e suoi Baroni si videro addotti a tale stremo, e che nullo
rimedio non ci avea, tutti s’accordaro che il Re facesse passare sua
oste di verso la terra di Babilonia nell’oste del Duca di Borgogna,
il quale era da l’altra parte del fiume che andava a Damiata. E per
ritrarre le genti sue agiatamente il Re fece fare un barbacane davanti
il ponticello di che vi ho davanti parlato, ed era fatto di maniera
che vi si potea assai entrar dentro per due lati tutto a cavallo.
Quando quel barbacane fue fatto e apprestato tutte le genti dell’oste
s’armaro, e là ci ebbe un grande assalto de’ Turchi, i quali videro
bene che noi ne andavamo oltre nell’oste del Duca di Borgogna che
era dall’altra parte. E come s’entrava in quel barbacane, i Turchi
gettaronsi sulla nostra coda, e tanto fecero e tanto si penaro ch’essi
presero Messere Erardo di Vallery, il quale tantosto fu riscosso per
Messer Gianni suo fratello. Tuttavia il Re non si mosse nè le sue genti
sino a che tutto lo arnese, l’armadura e ’l saettamento non fussono
portati oltre. Ed allora passammo tutti appresso ’l Re, fuorchè Messer
Gualtieri di Castillione che faceva la retroguarda nel barbacane.
Quando tutta l’oste fu passata oltre, quelli della retroguarda furono
a gran misagio pe’ Turchi ch’erano a cavallo, perchè essi traevano
loro di fronte molto saettume non guardandoli a bastante l’altezza del
barbacane; e li Turchi a piè gittavano loro grosse pietre e zolloni
e ghiove indurate alle facce, sì che non se ne potevan difendere nè
durare al parapetto: e ne sarebbon stati tutti perduti e distrutti,
se non fusse stato il Conte d’Angiò fratello del Re, che andolli
aspramente riscuotere, e li ammenò a salvamento.
E qui, per dare alcuna inframessa, vi vorrò raccontare cosa ch’io
vidi il giorno davanti Quaresima-entrante. A punto in quel giorno
morì un travalente, pro ed ardito Cavaliere che avea nome Messer Ugo
di Landricorto, il quale era meco a bandiera e fu interrato nella mia
Cappella. Ed in così ch’io vi udiva la Messa, sei de’ miei Cavalieri
erano là appoggiati sovra de’ sacchi d’orzo, e parlavano alto l’uno
all’altro, e facean noia al Prete che cantava la Messa. Ed io mi levai
stante e loro andai dire ch’e’ si tacessono, e ch’egli era cosa villana
a gentiluomini di parlar così alto intanto che la messa si cantava.
Ed essi cominciarono a ridere, e mi dissero ch’e’ parlavano insieme
di rimaritare la donna di quel Messer Ugo ch’era steso là nella bara.
E di ciò anche li ripresi io duramente, e loro dissi che tali parole
non erano buone nè belle, e ch’essi avevano troppo tosto obbliato il
lor compagnone. Ora avenne egli che la dimane, in che fu la grande
battaglia di che vi ho parlato, essi vi morirono tutti di mala morte,
e ne furo anco tutti gittati a fiume. Sicchè alla sua volta ben altri
avrebbono potuto ridere di lor follia, anco veggendo come alla fine
sia convenuto alle donne loro rimaritarsi a tutte sei. Perchè egli è
da credere che Dio, non lasciando alcuna malefatta impunita, ne volesse
prendere vendicanza.
Quanto poi egli sia di me, io non avea punto peggio o meglio degli
altri: perchè io era naverato ed affranto grievemente della detta
giornata di Quaresima-entrante. E inoltre ciò aveva io il male delle
gambe e della bocca, donde ho parlato davanti, e la scesa di rema nella
testa, la quale mi filava a meraviglia per la bocca e per le narici.
E con ciò io aveva la febbre doppia, che l’uomo dice quartana, di
che Dio ci guardi. E di tutte queste malattie dimorava io obbligato
al letto fino intorno a mezza Quaresima e più a lungo. E se io era
bene malato, parimente lo era il mio povero Prete; sicchè un giorno
avvenne, in così ch’elli cantava messa davanti a me giacente in letto
malescio, che quando egli fu all’indritto del suo sagramento, io lo
scorsi così tramalato, che visibilmente lo vedea ispasimare. Perchè, a
far sì che non si lasciasse cadere in terra, mi gittai fuora del letto
tutto inmalìto com’io era, e, presa mia cotta, andai abbracciarlo per
didietro, e gli dissi ch’e’ facesse tutto a suo agio ed in pace, e
ch’e’ prendesse coraggio e fidanza in colui che dovea tener tra sue
mani. E adunque se ne rivenne un poco, e nol lasciai fino a che non
ebbe accapato il suo sagramento, ciò ch’egli fece. E così accapò egli
di celebrare sua messa a quella fiata, ma unque poi non cantolla, e
morì così santamente che Dio ne ha l’anima al fermo.