Come ’l buon Re sapesse all’uopo difendere i laici da oltraggio, e come
fosse leale e fino guardatore di giustizia e di pace.
Io vidi una giornata che tutti li Prelati di Francia si trovarono
a Parigi per parlare al buon San Luigi, e fargli una richiesta, e
quando egli lo seppe, si rese al Palazzo per là udirli di ciò che essi
volevan dire. E quando tutti furono assembrati, si fu il Vescovo Guido
d’Auserre, che fu figliuolo di Monsignor Guglielmo di Melot, il quale
cominciò a dire al Re per lo congedo e commune assentimento di tutti
gli altri Prelati: — Sire, sappiate che tutti questi Prelati, i quali
qui sono in vostra presenza, mi fanno dire che voi lasciate perdere
tutta la Cristianità, e ch’ella si perde entro vostre mani. — Allora
il buon Re si segnò della Croce, e disse: Vescovo, or mi dichiarate
come egli si fa e per quale ragione. — Sire, seguitò il Vescovo, egli
è per ciò che l’uomo non tiene più conto delle scommuniche: perchè
oggidì un uomo amerebbe meglio morire tutto iscommunicato, che di
farsi assolvere, nè vuol nullamente dare soddisfazione alla Chiesa.
Pertanto, Sire, elli vi richiedono tutti a una voce, per Dio e perchè
così dovete farlo, ch’egli vi piaccia commandare a tutti i vostri
Bailivi, Prevosti ed altri amministratori di giustizia, che, ove egli
sia trovato alcuno in vostro Reame, il quale sarà stato un anno e uno
giorno continuamente iscommunicato, ch’essi il costringano a farsi
assolvere col mezzo dell’apprensione de’ beni. E il Sant’uomo rispose
che molto volentieri il commanderebbe fare di coloro che si trovassono
essere tortosi ed iniqui verso la Chiesa ed il prossimo. A che il
Vescovo, soggiunse ch’e’ non apparteneva a’ laici a conoscere di loro
causa. Ma a ciò rispose il Re ch’egli non farebbe altramente; e diceva
che ciò sarebbe contro Dio e Ragione ch’egli facesse costrignere a
farsi assolvere coloro, a chi i Cherici per avventura facessero torto,
sì che non potessero essere uditi in loro buon diritto. E di ciò loro
donò esempio del Conte di Brettagna, il quale per sette anni ha piatito
contro i Prelati di Brettagna, tuttochè scommunicato, e finalmente
ha sì ben condotto e menato sua causa, che il nostro Santo Padre il
Papa li ha condannati inverso il medesimo Conte. Per che, seguitava
dicendo, se dal primo anno io avessi voluto costringere esso Conte a
farsi assolvere, avrebbe egli dovuto lasciare a que’ Prelati contro
ragione ciò ch’essi gli domandavano oltre suo volere; il che facendo
avrei io grandemente misfatto in verso Dio ed in verso il detto Conte
di Brettagna. Appresso le quali cose udite per tutti que’ Prelati, loro
convenne satisfarsi della buona risposta del Re, sicchè non udii più
anche che ne fosse parlato o dimandato pel tempo avvenire.
La pace ch’egli fece col Re d’Inghilterra fu contra la volontà di
tutto suo Consiglio, il quale dicevagli: — Sire, egli ci sembra che
voi facciate un gran male al vostro Reame de la terra che voi donate
e lasciate a questo Re, e ben ci sembra ch’egli non ci ha alcun
diritto per ciò che suo padre la perdè per appensato giudicamento. —
A che rispose il buon Re ch’egli sapeva bene come ’l Re d’Inghilterra
non ci avesse nessun diritto, ma, diceva egli, che a buona causa
egli bene doveva donargliela, poichè soggiungeva: Noi due abbiamo
ciascuno l’una delle due sorelle a donna, donde i nostri figliuoli ne
sono cugini germani: egli si conviene dunque che tra noi sia pace ed
unione: ed egli anche m’è grato di aver fatto in così la pace col Re
d’Inghilterra, per ciò ch’egli è al presente mio uomo ligio, ciò che
non era punto davante.
Finalmente la grande lealtà del Re fu assai conosciuta nel fatto di
Monsignor Rinaldo di Tria, il quale apportò a quel sant’uomo talune
lettere patenti, per le quali dicevasi ch’elli avea donato agli eredi
della Contessa di Bologna (la quale non ha guari tempo era morta)
la Contea di Dammartino. Ora su tali lettere il suggello del Re
ch’altra fiata c’era stato, era tutto rotto ed infranto, sicchè di
detto suggello non ci avea più che la metà delle gambe della imagine
del Re e lo sgabello sul quale essa imagine tenea li piedi. Ora il
Re mostrò le dette lettere a noi che eravamo di suo consiglio, per
consigliarlo sopra ciò. E tutti fummo d’opinione che ’l Re non era
tenuto a mettere in esecuzione quelle lettere esautorate, e che per ciò
gli eredi non doveano gioire di quel Contado. Ma egli, pur dubitando,
appellò tantosto Giovanni Saracino suo Ciambellano, e gli disse che gli
apportasse una lettera patente che innanzi gli avea commandato fare. E
quando egli ebbe la lettera veduta, riguardò attentamente al suggello
che vi era ed al rimanente del suggello delle lettere del detto
Rinaldo, e ci disse: — Signori, vedete qui il suggello del quale io
usava innanzi la partenza pel mio viaggio d’oltremare, e vedrete anche
che questa rimanenza di suggello rassomiglia a punto all’impressione
del suggello intero, per che non oserò io, secondo Dio e Ragione,
ritenere la suddetta Contea di Dammartino. Ed allora appellò il
nominato Monsignor Rinaldo di Tria, e gli disse: Bel Sire, io vi rendo
la Contea che voi dimandate.