Soggetto _chi_ e _che_
Regime indiretto _donde_, o _di cui_ o _che,
a cui_ o _che, da cui_
o _che_
Regime diretto _cui_ o _che_
E non è anche da preterire come questo _donde_, prediligendo forse per
la preposizione anteposta, il caso genitivo, venisse spesso a farsi,
nelle lingue neolatine, _istrumentale_, o ciò che altrimenti direbbesi
_causativo_: di che poi ne uscirono tanti usi tenuti per eleganti
presso noi, ai quali non è più chiaro il valore pronominale di questo
avverbio, ma che erano però naturalissimi in quel tempo in cui si
trovavano volgari tutte le sue nozioni, e nei quali può essere tradotto
in _di che_ o _di cui_ più comunemente.
Era pure nell’antico francese una voce, la quale prima fu _alkes_ od
_alques_, e valse (secondo opina M.r Fallot, che io seguito più da
presso) _qualche cosa_, poi significò _qualche poco di cosa, alcun
che_, da ultimo variamente od _un poco_, od _assai_. Per origine una
tal voce fu un pronome indeterminato, dappoi si impiegò avverbialmente
applicandola per lo più all’aggiuntivo, al modo che diciamo: _assai
largo, molto bene, ben vasto_. Sembrò dunque al ripetuto ch. Fallot
che questo _alkes_ si derivasse da _aliquid_; e però se, applicato
a quantità od a misura di cose, valse quanto si è detto, applicato a
tempo significò qualche tempo antecedente o susseguente secondo poi
portava il discorso. Per quella quasi generale modificazione che nella
Lingua Oytana subirono le sillabe desinenti in _l_, le voci _alkes_
od _alques_ divennero in seguito _aukes_ od _auques_, e poi, secondo
i dialetti, _aques, acque, aike, aikes, aiques, auques, aulques_ ecc.
Vediamone alcuni esempii: — ju ki ne sai aissi cum niant, et ki aikes
cuyde savoir. — (_Serm. di S. Bernardo_), cioè: — io che ne so così
come niente, e che _qualche cosa_ penso sapere. — Non sarà però, a
quanto io stimo, che il lettore non desideri nella mia traduzione un
non so che di più preciso, dovendogli sembrare che l’_aikes_ sia meglio
indeterminato ed assoluto che non sia il qualche cosa, il quale viene
forse a minorar troppo la presumente ed oltraggiosa baldanza del nostro
amor proprio. Potrà egli dunque in suo capo prestamente supplire colla
voce _anche_, e tradurre; _e che anche penso sapere_. Così nella nuova
Race, di Fabl. et Cont. l. 37, si legge:
_A tant une plainne a veue,_
_Si est auques aseurez._
ossia — allora una pianura ha visto, si è alquanto assicurato, — dove
pure _auques_ è bensì per _aliquid_ od _alcun che_, ma dove ancora è
patente la possibilità di tradurre così: _si è assicurato anche_. E più
innanzi:
_Mout ot la dame bon talent_
_De lui faire auques de ses biens,_
cioè: — Molto ebbe la dama buon talento di fargli alquanto de’ suoi
beni, — oppure: _di fargli anche de’ suoi beni_, che è similmente reso
con fedeltà e concisione. Da tutto ciò mi pare potersi dedurre senza
violenza che quanto da noi si disse della voce _alkes_ oytana possa
essere ripetuto altresì della italica _anche_, cioè che questa potrebbe
venir considerata come un residuo di antico pronome indeterminato,
il quale, dal volgare _alquis_[18] per _aliquis_, era forse _alchi_
od _alco_ e che poi divenne, allungandosi e componendosi, _alcuno_:
da _aliqua_ od _alqua_ era per avventura _alca_, divenuto poscia pel
modo anzidetto _alcuna_; da _aliquid_ finalmente fu _alche_, ed indi
(ricordando quel di Donato a Terenzio — habet enim _n_ littera cum _l_
communionem) si fece _anche_ tenendo una neutrale significazione, e per
questa passando prontamente a far gli ufficii di avverbio. Nè è perciò
appunto che di tale sua primigenia nozione non ne conservi qua e colà
apparenti gl’indizii, giacchè quando Dante scrisse:
_Mettetel sotto ch’io torno per anche...._
_Io direi anche, ma io temo ch’ello_
_Non s’apparecchi a grattarmi la tigna...._
_. . . . . . . . . . io sono Oreste,_
_Passò gridando, ed anche non s’affisse._
lasciò, a quanto mi sembra, intravedere nell’_anche_ l’_aliquid_ dal
quale usciva, riferito a quantità, a numero od a tempo. E quando
Giovanni Villani pose _e con anche genti venne da Lucca_, parve
trasponesse la voce a disegno perchè ne trasparissero i primitivi
servigi: e quando finalmente Matteo Villani, insistendo sulla frase
Dantesca, disse: _e avendo i primi mandò per anche_, non fece che
autorizzare sempre meglio in _anche_ la possibilità dell’accennata
derivazione[19].
E poichè siamo su tali pronomi non mancherò di far osservare due cose.
La prima che _altrui_, e poi _autrui_, non era nell’antico linguaggio
di oil altro che regime indiretto del soggetto _altres_, giacchè
derivatosi dal latino _alterius_ per mezzo di quella facile metatesi
che, da _alter_ facendo altre, da _alterius_ faceva _altreius_ ed
_altruius_, non poteva avere significazione diversa dalla genitiva. Di
più, essendo ristretto così a questo solo servigio, non abbisognava
di segnacaso o di articolo, poichè la speciale sua desinenza non lo
lasciava confondere cogli altri casi. E da ciò pure si deriva che
parimente presso noi non ne abbisogni, dicendosi: _le cose altrui, la
donna altrui_, per dire: _le cose_ o _la donna d’altri_; e che poi,
come già vedemmo di _mio, tuo, suo, loro_, passasse spontaneamente a
divenire, sulla forma stessa genitiva del pronome discretivo _alter_,
un vero aggettivo possessivo di persona indeterminata, cosicchè
_l’altrui_ fu lo stesso che lo _d’altri_, ossia _quello d’altri_[20].
La seconda che da alius essa lingua d’oil, cui erano prediletti gli
scorti nella pronuncia, fece pure in antico _al_ ed _el_ nel puntuale
significato di _altro_; dalla quale semplice forma radicale ne vennero
similmente fra noi le composte _alsì_ per _altresì_, _altanto_ per
_altrettanto_ e simili, da ricercarsi ad agio dagli archeofili,
a’ quali mi basta colla presente lezione di aver almeno svegliato
l’appetito delle ricerche.
Finalmente aggiungerò come il nostro pronome coálito _ciascheduno_,
si componga evidentemente di _ciasche_, della _d_ epitettica o
intercalare, e del complemento individuante da noi prediletto ne’
pronomi, cioè _uno_. Dal che poi chiaramente s’induce come noi pure
Italiani dal _quisque_ latino femmo da prima _ciasche_, siccome fecero
_kaske_ o _casque_ gli Oytani, e come indi _ciascuno_ non fosse
per conseguente che una forma composta di quello che potè essere
radicalmente soltanto _ciasco_ e _ciasca_ e _ciasche_, strignendo
così sempre meglio i legami che unirono strettamente da prima, e che
uniscono tuttavia abbastanza le due più vicine fra le lingue sorelle
dell’Europa latina.
Parecchie altre antiche particolarità del linguaggio oytano potrei
venire io qui raccogliendo, le quali non tornerebbero per avventura
inutili alla storia della lingua nostra volgare e de’ suoi principali
dialetti; come sarebbe la formazione dei futuri nel dialetto
Borgognone, e l’altra dissimile nel dialetto Normanno, l’uso nei
verbi elegante dell’infinito invece dell’imperativo[21], e l’arcaica
scrittura di tante parole, dalla quale dipendendo appunto la germana
loro nozione, dipende ancor quella di molte nostre voci tuttavia
controverse nella origine, e per conseguenza nella rispettiva loro
più vera significazione. Ma stimando di essermi per ora adoperato
bastevolmente intorno la utilità di codeste indagini grammaticali
ed istoriche, per invogliar pure i miei connazionali allo studio
dell’antico francese, tenterò ancora un altro modo, e poi con esso
imporrò fine alla mia lezione.
Vorrei cioè persuader loro coll’inducevole argomento degli esempii che
questo istesso francese antico, non solo può giovare agli etnografi
ed ai filologi, ma può aprire a tutti i nostri scrittori una miniera
inesausta di bellezze italiane, le quali essendo da prima comuni alle
lingue cognate, ora si sono andate od intralasciando o rimutando così
da non aver più libero corso in ammendue le favelle. Vorrei insomma
ch’essi stimassero come quella fortuna istessa degl’idiomi, la quale li
scompagnò in seguito e li mandò per vie diverse alla gloria, così che
lo imitarsi al presente scambievole sarebbe in loro un voler perdere la
bellezza individuale acquistata; com’io diceva quell’istessa Fortuna,
considerata nel buio del Medio-Evo, ci durò invece ad autorevole
testimonio che tanti popoli antichi quanti erano intorno al mille dalle
correnti del Reno al flutto che flagella Calpe e Pachimo poteano ben
dirsi fratelli, stretti siccom’erano dal potente vincolo del neolatino,
elargito loro da Roma, perchè prima v’imparassero a riverire il temuto
nome degli Augusti, poscia vi apprendessero ad amare a comune il santo
nome di Gesù Cristo.
Ma come potrei io qui far conoscere a’ miei italiani, anche solo per
cenno, una parte almeno di quei moltissimi autori, i quali scrivendo:
_Versi d’amore e prose di Romanzi_
in lingua d’oil, sono pure tanto istruttivi per noi, quanto certo
qualsivoglia di quella onorata schiera di Siculi, a’ quali i Toscani
non lasciarono forse altro onore che quello d’essere stati tra i
primi trovatori in lingua di sì? Certo che un’opera così lunga non
può essere nè del tempo presente, nè del luogo: per la qual cosa
non volendo pure ch’essa sia interamente desiderata dall’argomento,
cercherò ora di supplirvi in qualche modo collo estrarre dalla Vita che
di Luigi IX il Re Santo di Francia scrisse il Signore di Gioinville
suo contemporaneo, alcuni fatticelli, i quali possano trovare in sè
medesimi compimento, e traducendoli fedelmente, colla giunta di solo
quanto basti ad integrarli, rendere per guisa tale ricalcata in nostra
lingua l’immagine dell’antica lingua francese.
Se da questo mio fatto ne sorgerà poi nei lettori il giudizio che pure
la stretta mia traduzione ricordi la prosa del buon secolo della nostra
favella, sia allora finalmente che la lingua d’oil abbia l’amore di
molti italiani, e sia che il volgarizzamento, di cui io appena esibisco
un indizio, venga condotto a termine da qualcuno, il quale conoscendo
intimamente la natura dei due linguaggi, sappia, col rendere fedelmente
quello del buon Siniscalco di Sciampagna, dare ancora al suo libro quel
nativo colore di italica antichità che possa farlo pienamente gradevole
agl’intendenti.
Questo stampava io nel 1843, e ponea al seguito della Lezione
sei brevi racconti, a maniera di novelle, che furono poscia
riprodotti a parte per occasione di nozze. Le suddette Novelline
non dispiacquero, e fui eccitato da alcuni amici a compiere la
traduzione di tutta la prosa originale del pio e valoroso Barone di
Francia. La impresi svogliato, e poi, fattomi innanzi nel lavoro,
l’ultimai di buona voglia, ed essa è quella appunto che seguirà qui
tutto appresso.