È stato detto per altri, ed io credo di aver già alquante volte
bastevolmente dimostrato, come le lingue neolatine si continuino
alle latine parlate senza alcuna interruzione, e come negli odierni
linguaggi d’Italia, Francia, Spagna e Dacia non si debba ravvisare
che un’ultima età di quel primitivo idioma di Roma armata, il quale,
corrotto e corruttore ad un tempo, fu piuttosto tiranno che re delle
favelle da lui soggiogate. Ma se tutto ciò è facile ad essere inteso e
provato intertenendosi sulle generali, riesce poi per contrario assai
difficile a dichiararsi ne’ particolari, qualora il fedele istorico
di esse lingue voglia rendere patenti le ragioni di ogni più minuta
vicenda in quelle introdotta. E veramente le neolatine moderne, siccome
lingue parlate, sono antichissime, siccome scritte non oltrepassano
quasi mai il mille con indubbii ed abbastanza lunghi monumenti. Da
questo termine ascendendo noi troviamo un latino scritto, il quale, per
quanto sia barbaro confrontato col simigliante del secolo d’Augusto,
è bene però altra cosa dalle favelle che ne riuscirono: la mancanza
dunque di monumenti, che di età in età ci facciano conoscere la lingua
di transizione tra esso latino scritto, ed i neolatini parlati intorno
il mille, forma la vera disperazione dei filologi, e presenta quel
campo sterile ed abbuiato, sul quale, appunto per la incerta luce
che lo rischiara, molti hanno segnato vie diversissime; molti hanno
collocato mostri e fantasime; molti in fine, non potendo conseguire
l’aperto vero, hanno disposto una certa loro catena di verosimiglianze,
alla quale attenendosi, credettero di traversare a salvamento il
deserto, e di congiungere con felicità i due estremi opposti.
Si è diviso il latino, in latino vero, in latino romanzo, ed in
neolatino: si è assegnato il primo largamente alla dominazione di
Roma armata e vittoriosa; il secondo alla dominazione di Roma invasa
e prevalente soltanto come la sede dell’Apostolo; il terzo alla
dominazione Romana stabilmente conquistata dai Nordici, ossia ai
nuovi Regni stabili a’ quali è necessità una lingua nuova. Divisione
opportuna, ma che giova ai fatti non agl’idiomi, a cui un nome novello
non dà chiarezza, e solo può dar distinzione. Che questa lingua infatti
di transizione si dicesse Romanza o Romana o altrimenti, e non più
Latina, ciò poco montava per conoscerla; e quando poi i dotti a noi più
vicini vollero mostrarcela intera nel Provenzale, ossia nella lingua
d’_oc_, questi, valga la verità, commisero allora un poco perdonabile
errore, dandoci una fra le lingue neolatine, ossia della terza età,
per quella madre supposta comune che si cercava, ossia per quella
lingua di mezzo, donde poi dovevano nascere varie, secondo la varietà
degli elementi che le componevano, le neolatine Italiche, le neolatine
Galliche, le Ispane e le Daco-Romane.
Dovevano invece questi dotti medesimi, secondo il mio rimesso modo
di intendere, cercare almeno nelle due lingue neolatine che ci
presentano sinora monumenti più antichi, cioè in quelle di _oc_ e di
_oil_, sole quelle parti, le quali poscia col ripolirsi di esse lingue
si vennero disperdendo, per vedere se sopra queste, con pazienti e
regolari induzioni, si potesse ricostrurre il latino romanzo, e non
già con generici indovinamenti, o con fatti troppo posteriori. Doveano
sorprendere, in tal qual modo, in quei resti la fuggente memoria
di una loquela instabile di sua natura, perchè lasciata al volgo ed
all’urto di tante lingue nemiche quante venian piombando di que’ tempi
sull’Imperio lacerato: ed alla guisa di quegli abili architettori,
i quali dalle fondamenta tuttavia durevoli e da alquanti ruderi al
tempo avanzati, si ardiscono, insistendo sulle certe regole dell’arte,
rappresentarci di nuovo come fu veramente tutto un tempio, un teatro,
un ippodromo, doveano, dico, dall’arcaico delle neolatine ricostruire
il più vetusto Romanzo che si ignorava, e con questo venire, come colla
face di altrettante cagioni, illuminando le lingue nostre moderne,
divenute allora così quasi effetti necessarii e conseguenti di quelle.
Difficile impresa, ed alla quale si converrebbe bene che si facesse
buon viso, qualora, assunta da un erudito, fosse condotta a termine
colla possibile felicità; ma impresa, lo ripeterò pure, più forte assai
di quello che possa stimare chi in così fatti studii sia nuovo, o,
peggio ancora, chi d’essi sia soltanto mezzanamente istruito. Frattanto
io pago all’averla accennata ad altri di me più valente e fornito
di più beate comodità, ed inteso come sono da gran tempo a raccor
materiali per l’istoria dei Volgari Italiani, verrò cercando nella più
vecchia lingua d’oil alcune antichità per vedere se da queste si possa
aver fumo almeno di quell’italico sequiore che fu mezzano tra il latino
e il volgare odierno, e se per esse o con esse si possano render chiari
ed istoricamente definibili alcuni fatti presenti, de’ quali io non
so che altri abbia mai reso ragione o probabile od autorevole, ossia
attinta alle più intime e naturali cagioni, e, per così dire, alle
viscere istoriche della lingua.
Molti hanno cercato dottamente le fondamenta dell’alto Franzese; ma in
questi nostri tempi[1] sono a mia notizia tra i migliori M. Orell nella
sua Grammatica; M. Raynouard nelle Osservazioni sul Romanzo _de Rou_,
e nella Grammatica comparata delle lingue dell’Europa latina; l’Abate
de la Rue ne’ suoi Saggi istorici sui bardi, giullari, e troverri;
il Roquefort nel Glossario della Lingua Romana; Gustavo Fallot nelle
Ricerche sulle forme grammaticali della Lingua Francese e de’ suoi
dialetti nel XIII Secolo, e Mary-Lafon in varie opere di consentaneo
argomento. Giovandomi pertanto degli studii di questi illustri, e di
quelli ch’io stesso ho fatto lungamente sulle due antiche lingue di
Francia, verrò disponendo qui sotto un saggio delle mie osservazioni,
premettendovi però un breve cenno sovra essa lingua d’oil e suoi
principali dialetti, siccome di cosa non comune fra noi, e la cui
notizia potrà tornarci utile in seguito per aggiudicare appunto a
questa avvertita varietà de’ dialetti la varia enunciazione di una
medesima voce.
Dalla prima occupazione delle Narbonesi sino a Clodoveo erano già corsi
sei secoli, e più di cinque da che tutte le Gallie erano divenute
Romane. Nella lunghezza di tanti anni la lingua Celtica, ossia la
lingua dei vinti, avea ceduto in faccia alla lingua dei dominatori, e
questa medesima potea essere detta per tutte quante le Gallie quasi
naturale ed indigena, dopo che Roma, non ponendo più altro confine
alle proprie mura fuor quello che avrebbe segnato il Dio Termine
custode ai limiti dell’Impero, avea empito di coloni non solo, ma
di cittadini e di senatori le sue conquiste. I Provinciali e gli
Aquitani prevalevano in vero nella Romanità, ma non per ciò meno erano
Romani i Galli oltre il Ligeri, ed anzi pareva ch’essi lo divenissero
viemaggiormente, quanto meno invece si facea attuosa la forza vitale
del combattuto e derelitto centro della signoria degli Augusti. Il
Gallo-Romano regnava dunque solo dalle Alpi al Reno, quando i Franchi
varcavano quest’ultimo, e, dopo alquante fortunose vicende, facendo
prevalere finalmente l’affilata loro _francisca_ allo spuntato _pilo_
dei degeneri legionarii, stanziavano nelle Gallie settentrionali per
intere nazioni, e vi mescevano al primitivo linguaggio il naturale lor
teotisco.
Da quel tempo cominciò a comporsi nelle Gallie una lingua parlata in
parte novella, seguitò a durarvene un’antica, se non in quanto si dovea
poi modificare per altri barbari che avrebbero tentato di scombuiarla.
La prima, in memoria della sua origine, si disse anche in seguito
_Romanza_, o dal modo di affermare si nominò lingua d’_oil_, o d’_oilz_
o _Lingua Oytana_, la seconda perseverò ad appellarsi _Romana_, e poi
Limosina e Provenzale, ovvero, sempre dalla particella affermativa, si
indicò per _Lingua d’oc_, od _Occitana_ o _Occitanica_. Quella tenne le
province che i Franchi nelle successive loro conquiste coprirono d’orde
Germaniche tra i fiumi del Reno e della Loira: questa le rimanenti
meridionali, che o nol furono, o furono solo di passaggio o per minor
tempo.
Restringendoci pertanto a dire di quelle prime noi osserveremo, per
conseguenza al preposto, che se per tutte le Gallie settentrionali,
dalla identità della mescolanza, cioè del Gallo Romano dei soggetti
col Teotisco, o meglio ancora col dialetto dell’alto o vecchio Tedesco
dei conquistatori, ne dovea nascere un linguaggio solo e uniforme;
non è perciò meno vero che dalle varie condizioni d’ambi gli elementi
di che essa miscèla si componeva, questo poteva qua e colà variamente
alterarsi, donde poi ne potrebbero nascere in esso linguaggio medesimo
le possibili sottovarietà dialettali.
E già la principale influenza Franca non dovea esercitarsi sul
meccanismo, e direi quasi sull’ossatura della più ampia e diffusa
loquela de’ soggiogati, ma contenta all’aggiugnere alquante parole
designanti cose ed usanze novelle, doveva esercitarsi massimamente
sulla sua enunciazione, o vogliam dire sulla pronuncia. Per essa
dunque ne verrebbero modificati i corpi e le desinenze delle voci
gallo-romane, per essa si accrescerebbero gl’incerti suoni dei
dittonghi, frutti per lo più o di lingue mescolate o di alfabeti
ascitizii ed improprii, per essa finalmente ne riuscirebbe poscia
inferma e variabile la scrittura, quando sarebbe posta al duro
sperimento di raggiugnere con segni latini la diversità dei suoni
dialettali, e l’oscura mistione o di più vocali o di mal discernibili
consonanti.
Verso il Nord ci dice l’istoria che i Franchi s’accamparono e stettero
in maggior numero, e però le Fiandre, l’Artesia e la Piccardia noi
le troviamo con i suoni più aspirati e più aspri. La Borgogna, il
Nivernese, il Berrì e le province vogliam dette o più meridionali o
centrali, addolciscono per contrario la profferenza, e s’allargano
nelle vocali; ed in queste sappiamo che abbondarono i conquistati,
siccome in quelle che dovettero accogliere, non solo i possessori
antichi, ma quei Gallo-Romani che primieri dal Reno rifuggirono innanzi
le prime invasioni dei Franchi. Per differenza da questi sopra discorsi
noi troveremo invece uscire più mingherlino o più smilzo il dialetto
di Normandia, perchè i terzi abitatori sopravvenutivi dal Norte vi
portarono nella pronuncia la stretta e speciale secchezza delle lingue
Scandinave. Si potranno dunque largamente dividere, secondo l’opinione
del Fallot, i dialetti principali della lingua Oytana in normanno, in
piccardo o fiammingo, ed in borgognone, rimanendo poi il dialetto della
mezzana Sciampagna misto così del primo come del terzo.
Si parlerà dunque esso primo in Normandia, Bretagna alta, Maine,
Perche, Angiò, Poitù e Santongia; il secondo in Piccardia, Artois,
Fiandra, Hainaut, Basso Maine, Thierache, Rèthelois e Sciampagna
settentrionale; il terzo in Borgogna, Nivernese, Berrì, Orleanese,
Turenna, Basso Borbonnese, Isola di Francia, Sciampagna meridionale,
Lorena e Franca Contea. Dal che ne conseguirà finalmente essere il
dialetto normanno, il dialetto gallo-romano-franco-normanno della
lingua d’oil, ed occupare l’ovest della vera Francia: il piccardo o
fiammingo essere il dialetto gallo-romano-franco della lingua d’oil,
e tenerne le parti settentrionali: il Borgognone finalmente essere il
dialetto gallo-romano-franco-burgundio di essa lingua, e spandersi non
tanto all’est, quanto per mezzo il centro e il cuore della Francia, e
per ciò stesso doversi ritenere fra gli altri pel principale non solo,
ma per quello ancora che servì quasi di base all’odierno Francese,
contemperandosi cogli altri due dialetti che il premevano da ambi i
lati, e venendosi con essi a fondere o nell’Isola di Francia, od entro
le mura della regale Orleano.
La Lega Armorica, la vicina Aquitania, i possessi Normanni che
oltrepassavano la Loira davano al dialetto Normanno una maggiore
somiglianza colle lingue Occitaniche, e per ciò stesso, minorandone
i dittonghi, e riducendolo per lo più a suoni meno pingui e decisi,
lo venivano accostando insieme a ricordare l’italiano. Il Piccardo al
contrario dovendo segnare con latino alfabeto gl’incerti suoi suoni,
le aspirazioni e le gutturali che il mostravano meglio informato di
una settentrionale pronuncia, sostituiva il _ch_ al _k_, sovrabbondava
di lettere, e specialmente di vocali connesse per rendere il commisto
suono de’ suoi dittonghi e trittonghi. Il Borgognone per fine che amava
un non so quale lezioso strascico di enunciazione, inseriva quasi in
ogni parola una sua vocale caratteristica, ed amminicolando così le
_a_ come le _e_ di _i_ sovraggiunti, veniva a farsi vasto e pieno, e
per conseguenza talvolta lento e abbiosciato. Così alla futura Lingua
Francese che dall’unione avvertita indi ne nascerebbe, il Normanno
avrebbe dato la spigliatezza, il Piccardo lo spirito, la sonorità il
Borgognone.
Volendo cercar dunque per questi antichi dialetti, ossia per l’antica
lingua d’oil in essi stessi spartita, alcune forme sue proprie e
dismesse dappoi, le quali valgano però a dimostrarci o la nativa
simiglianza ch’essa teneva colla nostra volgare, o che ci rendano
ragione di alcuni oscuri accidenti della medesima, noi, per farci pure
un principio, cominceremo dall’articolo, e ne toccheremo in breve come
seguirà.
Le lingue su cui il latino era venuto imperiando avevano i nomi o
monoptoti o diptoti, distinguevano cioè tutto al più il soggetto
dall’oggetto della proposizione, ossia il nominativo agente
dall’accusativo paziente; quello che si dice dei nomi, ripetasi dei
pronomi, e quindi nel pronome articolare _ille_ esse dovevano cercare
_li_ e _lo_, ed in _illa_ _li_ e _la_ senza più. Ci è poi noto da
Prisciano l. v. _De Casu_ che i Barbari supplivano alle desinenze
casuali, ossia agli articoli pospostivi de’ Latini, con diversi
articoli prepositivi _pro varietate significationis_, ed ottenevano
altrettanto unendo all’articolare prepositivo _ille_ le preposizioni
di moto da luogo od a luogo, ossia le particelle _de_ ed _ad_[2].
Dipendentemente da quanto sopra, le antiche forme Normanne di questo
nuovo articolo erano appunto _li, del, al, lo: la, de la, a la, la_, e
così pure in Piccardo; se non che quest’ultimo dialetto non mostrando
avere articolo speciale pel femminino, accadeva ancora che la sola
forma maschile servisse per tutti i due generi. Si dovevano invece
alla Borgogna le forme più lonze _dou, ou_ od _au, lou_ ecc., e tutti
quegli _i_ aggiunti al fine dell’articolo femminile, che lo venivano
rimpinzando per rispetto agli altri dialetti. Era dunque l’articolo
prepositivo nelle due parti delle tre che formavano la lingua
d’_oil_ affatto somigliante a quello della lingua di _sì_, e tale può
riscontrarsi infatti nei migliori testi di Villehardouin. È però qui da
ripetere come in tutti gl’idiomi ad articoli preposti e non suffissi
essendo di massima importanza che il nominativo venga sempre distinto
dall’accusativo, acciocchè nel discorso non s’ingenerino stranissime
confusioni (e ciò tanto più qualora esse lingue formino transizione
tra una anteriore che abbia avuto i nomi pentaptoti o esaptoti, ed
una avvenire che li avrà monoptoti) così fu ancora che nei testi più
antichi in lingua d’oil, anteriori cioè al 1200, si scrisse quasi
sempre il nominativo femminile _li_ e non _la_, perchè questo appunto
non potesse confondersi col _la_ somigliante, ma accusativo.
Una cosa sembra a prima fronte singolare dell’antico francese, ed
ingenerare nel costrutto una non so quale perturbazione, ed è che
qualora un sostantivo o proprio o generico ne reggesse un altro
qualificativo del primo, poteva quest’ultimo lasciare la preposizione
_de_, e star contento all’articolo accusativo _lo_ o _le_; dicendosi
per ciò in quella lingua: _Chi infrange la pace lo re_, per: _dello
re_; _Alla corona lo re_, similmente per: _dello re_; _Allora venne
nell’oste un Barone lo Marchese Bonifacio in messaggio_ per: _del
Marchese Bonifacio_. Ma qualora si ricordino i due accusativi che
potevano in latino seguitare un verbo, e per ciò i Ciceroniani:
_itaque te hoc obsecrat_, per: _de hoc, illud te ad axtremum et oro et
hortor_, per: _de illo_ ecc.; e qualora si richiamino le nostre frasi:
_la Dio mercè, per la Dio grazia_, e meglio poi le antiche Fiorentine
_uscite di casa il padre, nelle case i Buondelmonti_, e simili, si
troverà ancora nei poco difformi accidenti le ragioni di una pari
discendenza da una non diversa lingua intermediaria, nella quale forse
un susseguente sostantivo retto e pronunciato appunto come regime non
come soggetto, prendeva qualità di aggettivo dell’anteriore sostantivo
reggente.
Per dichiarare pure coi confronti certi usi volgari dell’articolo, i
quali ricordano la sua origine dal pronome _ille, illa, illud_, tornerà
ancora opportuno lo scegliere fra gli altri questo esempio tratto da
Gerardo di Viane v. 2892-96, ove si può vedere chiaramente usato _la_
per _quella_:
_Sire Rollan, dist li quens Olivier,_
_Est ceu Joiouse, la Kallon a vis fier,_
_Don vos saviez si riches colz paier?_
_Nenil, biau Sire, dist Rollan li guerrier._
_C’est Durandart, m’espée à poig d’ormier._
cioè:
Sire Orlando, disse il Conte Oliviero,
È questa Gioiosa, _quella_ di Carlo al viso fiero[3]
Donde voi sapete sì ricchi colpi pagare?
Mainò, bel Sire, disse Orlando il guerriero,
È Durlindana, _la_ mia spada dal pugno d’oro[4].
Ma se da un lato ciò farà ricordarci gli usi del trecento, secondo i
quali l’articolo _la_ era anche presso noi pronome tanto nominativo
quanto accusativo, dall’altro seguiteremo osservando che, quasi a
compenso del suo eventuale difetto, esso articolo veniva in taluni casi
a sovrabbondare anteponendosi persino al pronome dimostrativo per modo
di inculcamento o ripetizione, e lasciava che si scrivesse _les ceux,
les celles_ pei semplici _ceux_ e _celles_, confrontando coll’_ille
is_ de’ latini, e dando al dimostrativo il trattamento istesso del
relativo. Inoltre, convenendo sempre più col nostro volgare, l’articolo
si prefiggeva ai pronomi possessivi accompagnati dal loro sostantivo, e
però la lingua Oytana ammettendo per buone le frasi che io scelgo fra
le moltissime o di Villarduino o di Girardo di Viana: _a la soe gent
— Les vos armes[5] — Li siens peire — Per la toie merci — En la moie
bailie — Un suen chevalier — Un siens fils_ — seguitava sempre meglio
a mostrarci la somiglianza maggiore che conservano insieme le sorelle
neolatine quanto più esse si confrontino nei tempi loro meno vicini ai
presenti.
Ora dall’articolo volendo passare ad alcune più lunghe osservazioni
sui nomi, mi si affaccia per prima quella regola famosa, detta della
_s_ caratteristica, della quale facendone onore a M.r Raynouard[6] si
potè dire di lui, che con solo il trovamento di questa norma perduta
egli avesse dissepolta e tornata a vita la vera intelligenza delle
due lingue d’_oc_ e d’_oil_. Stabilì dunque questa regola stupenda che
nelle due lingue Oytana e Occitana la s finale dei nomi non servisse
soltanto a distinguerne il plurale, siccome accadde dopo il XIV secolo,
ma valesse anzi a distinguere colla sua presenza in essi nomi il
soggetto o nominativo singolare, ed i regimi, ossiano i casi obliqui,
in plurale; e colla sua assenza per contrario i regimi, ossiano i casi
obliqui del singolare, ed il soggetto o vogliam dire il nominativo
del plurale. Ne uscì per quella il nome del Segretario dell’Accademia
Francese in chiarissima fama, ed essa stessa fu quasi la scintilla cui
secondò poi tanto incendio, quanto fu veramente l’amore che molti indi
posero al coltivamento delle Lingue Romanze.
Ed il nome del Letterato Francese fu certamente a me carissimo,
e, secondo poterono le mie forze, cercai sempre all’opportunità
d’innalzarlo, e l’ebbi, per sin ch’e’ visse, tra quelli de’ miei più
amici del cuore: ma poichè i meriti suoi sono tali che il toglierne la
novità di uno solo non è che picciolo fatto, e d’altra parte la verità
dee andar sopra a qualunque affezione; io dovrò dire che tutta la lode
di questa regola è da levarsi ai moderni, ed è invece da attribuirsi ad
un antico Trovatore che scrisse un breve Trattato grammaticale della
propria lingua nativa, ciò è Limosina, nel medesimo suo volgare, e
che, conservatosi manoscritto nella Libreria Fiorentina a San Lorenzo,
da poco tempo è venuto in copia alle mie mani per singolare cortesia
di quegli eruditissimi Bibliotecarii. Questo Trattato che il Renuardo
conobbe, fu anche detto da lui senza metodo, e scritto in termini
che mal si potrebbero comprendere senza l’aiuto degli esempii (_Gram.
compar. Discours prélim._ facc. I, e II); ma con tutto ciò valse, in
mano di un intendente quale egli era, a scovrire tutte le norme delle
desinenze dei nomi romanzi, ed a Raimondo Vidale che lo dettò, e non
ad altri, è perciò dovuta quasi intera la nostra gratitudine. La quale
ancora, acciocchè gli sia attribuita da tutti con cognizione, e per
sempre meglio diffondere una regola che si può dire la fondamentale di
questi studii, pubblicherò per la prima volta[7] tutto quel tratto di
Raimondo che può tornare opportuno al presente bisogno, e lo recherò
in nostra lingua, non tanto per servire alla generale intelligenza,
quant’anche per non anticiparmi in parte la edizione di tutto il testo,
che io spero, permettendolo Iddio, di dar fuori quanto prima corretto
degli innumerevoli errori di che è deturpato nel manoscritto[8].
«Oggimai dovete sapere che tutte le parole del mondo mascoline che
s’attengono al nome, e quelle che l’uomo dice nell’intendimento del
mascolino sostantive e aggiuntive si allungano in sei casi, ciò è
a sapere nel nominativo e nel vocativo singolari, e nel genitivo,
e dativo, e accusativo ed ablativo plurali: e s’abbreviano in sei
casi, ciò è a sapere nel genitivo, e dativo, e accusativo ed ablativo
singolari, e nel nominativo e vocativo plurali.»
«Allungare appello io quando l’uomo dice _cavalier-s, caval-s_,
non _cavalier, caval_; ed altresì di tutte le altre parole del
mondo: e però s’uomo dicesse: _lo cavalier es vengut_, o: _mal me
fetz lo caval_, o: _bon me sap l’escut_, male sarebbe detto perchè
il nominativo singolare si dee allungare, e così si dee dire: _lo
cavaliers es vengutz_, o: _mal mi fetz lo cavals_, o: _bon me saup
l’escutz_.»
«Ed il nominativo plurale deve l’uomo abbreviare, non allungare,
tuttochè si vada dicendo secondo mala usanza: _vengutz son los
cavaliers_, o: _mal mi feron los cavals_, o: _bon mi sabon los escutz_.
Altresì di tutte le parole mascoline s’abbreviano tutti li vocativi
plurali come li nominativi, mentre li vocativi singolari s’allungano
altresì come i nominativi.»
«Udito avete come l’uomo deve menare le parole mascoline in
abbreviamento ed in allungamento: ora vi parlerò delle femminine, e di
tutte quelle che l’uomo dice in intendimento di femminino. Saper dovete
che le parole femminine sono di tre maniere, le une che finiscono
in _a_, in così come _dompna, bella_ ecc., e molte altre parole
che finiscono in _or_, in così come _amor, lauzor, color_, ed altre
ne ha che finiscono in _on_, in così come _chanson, sazon, faizon,
ochaison_.»
«Saper dovete che tutte quelle che finiscono in _a_ aggiuntive e
sostantive, in così come _bella_ e _dompna_ si abbreviano ne’ sei casi
singolari, e s’allungano nelli sei casi plurali. Le altre che finiscono
in _or_, in così come _amor, color, lauzor_, e quelle che finiscono in
_on_, in così come _chanson, sazon, ochaison_ s’allungano in otto casi,
ciò è a sapere nel nominativo e nel vocativo singolari, ed in tutti li
sei casi plurali; ed abbreviansi solamente nel genitivo, nel dativo,
nell’accusativo e nell’ablativo singolari.»
«Ancora vi voglio dire che parole ci ha che si allungano in tutti li
casi singolari e plurali, in così come: _delechos, joios, volontos,
ris, gris, vils, cors, ors, las, nas, gras, pres, temps, fals, reclus,
ars, spars_ ecc., e nomi proprii d’uomini e di terre, in così come:
_Paris, Pois, Ponz_, e molte altre che ce n’ha che rimangono al
trovamento d’uomini sottili.»
«Ancora voglio che sappiate che nel nominativo e nel vocativo singolari
l’uomo dice _totz_, ed in tutti gli altri casi singolari dice _tot_;
e nel nominativo e nel vocativo plurali l’uomo dice _tut_, ed in tutti
gli altri casi plurali dice anche _totz_.»
«Saper dovete che parole ci ha del verbo che l’uomo dice in così come
del nome, ciò è a sapere gl’infinitivi, così come chi voglia dire: _Mal
m’es l’anars_, e: _Bon me sap lo venirs_: e queste altresì s’allungano
e si abbreviano come è detto delli nomi mascolini.»
«Le parole sostantive comuni, quando l’uomo le dice per mascoline,
s’allungano e s’abbreviano in così come le mascoline, e quando le dice
per femminine, s’allungano e s’abbreviano così come le femminine che
non finiscono in _a_.»
«In vostro cuore dovete sapere che tutti gli aggiuntivi comuni, ciò è a
sapere _fortz, vils, sotils, plazenz, soffrenz_, di qualunque parte che
siano o nome o participio, s’allungano nel nominativo e nel vocativo
singolari, siano o mascolini o femminini; così come chi volesse dire:
_fortz es lo cavals_, o _fortz es la dompna_, ed in tutti gli altri
casi s’allungano e s’abbreviano così come li sostantivi.»
«Sappiate che _uns_ s’allunga nel nominativo singolare, e per tutti gli
altri casi dice l’uomo _un_. E nel nominativo e nel vocativo plurali
l’uomo dice _dui, trei_, ed in tutti gli altri casi _dos, tres_; ed in
tutti gli altri numeri sino a _cento_ l’uomo dice per tutti d’una sol
guisa.»
E qui potrei io finire il mio estratto dalla operetta importantissima
di Raimondo; ma seguitando egli a parlare di altri più veri
allungamenti ed abbreviamenti nei nomi, i quali costituiscono
propriamente le declinazioni imparissillabe, e che fra poco avremo
occasione di rilevare anche nell’antico Francese, per indi trarne poi
deduzioni novelle, e forse non ispregevoli, per l’istoria del volgar
nostro, così gioverà ed ai confronti ed al cumulo delle autorità il
proseguire a recarne qui anche qualche altro tratto, traducendo sempre
il testo con fedeltà in italiano.
«Parlato vi ho delle parole mascoline e femminine come s’allunghino di
una _s_, e s’abbreviino della medesima in ciascun caso, restando però
sempre d’un sembiante: ora vi parlerò di quelle che sono d’un sembiante
nel nominativo e nel vocativo singolari, e di un altro in tutti gli
altri casi.»
«Primieramente vi dirò le femminine. Nel nominativo e nel vocativo
singolari dice uomo: _Madompna, sor, necza, Gasca, garsa_; ed in tutti
gli altri casi singolari dice uomo: _Midons, seror, boda_ (o _neboda_),
_Gascona, garsona_; ed in tutti li casi plurali dice uomo: _dompnas,
serors, bodas, Gasconas, garsonas_.»
«Delli mascolini potete udire oggimai che nel nominativo e nel vocativo
singolari dice uomo: _compainhs, peires, Bous, bars, bailes, ’N Ebles,
laires, Bretes, Gascs, gars, Carles, Ucs, Guis, Miles, Gaines, Folques,
Pons, Berniers, paus_; ed in tutti gli altri casi singolari, e nel
nominativo e nel vocativo plurali dice uomo: _compaignon, peiron,
Bozon, baron, bailon, ’N Eblon, lairon, Breton, Gascon, garson, Carlon,
Ugon, Guion, Milon, Ganellon, Folcon, Ponson, Bernison, paon_; e nel
genitivo e nel dativo e nell’accusativo e nell’ablativo plurali dice
uomo: _compaignons, peirons, Bretons, lairons, Gascons, garsons, paons_
ecc. E per ciò quando troverete una parola detta in due guise, dovete
cercarne tutti i casi, ed in questi ne troverete la ragione.»
«Similmente per tutte le seguenti dovete sapere che nel nominativo
e nel vocativo singolari dice l’uomo: _senhers, Coms, Vescoms,
enfes, homs, neps, abas, paistre_; e nel genitivo e nel dativo e
nell’accusativo e nell’ablativo singolari, e nel nominativo e nel
vocativo plurali l’uomo dice: senhor, Comte, Vescomte, enfant, home,
nebot, abat, pastor; e nel genitivo e nel dativo e nell’accusativo e
nell’ablativo plurali l’uomo dice: _senhors, Comtes, Vescomtes, enfanz,
homes, neboz, abaz, pastors_. Ed altresì se trovate di altre parole a
sembiante di queste, voi dovete pensare ed isguardare che in così le
deve uomo dire.»
«Delli nomi verbali ci ha di tre maniere, in così come: _Emperaires,
chantaires, violaires_; ed in così come: _jauzires_, e _grazires_; ed
in così come: _entendeires, valeires_ e _devineires_. Questi e tutti
gli altri di tale maniera, che ce n’ha molti, e che l’uomo dice così
nel nominativo e nel vocativo singolari, d’altro sembiante li dice nel
genitivo e nel dativo e nell’accusativo e nell’ablativo singolari, e
nel nominativo e nel vocativo plurali, ciò è a sapere: _Imperador,
chantador, violador_; e _jauzidor, grazidor_; e _entendedor,
validor, devinador_: e nel genitivo e nel dativo e nell’accusativo e
nell’ablativo plurali dice uomo: _emperadors, jauzidors, entendedors_
ecc. così come li mascolini.»
«Il somigliante è degli aggiuntivi comuni comparativi, i quali variano
nel nominativo e nel vocativo singolari dagli altri casi. Per ciò
nel nominativo e nel vocativo singolari dice l’uomo, con qualunque
sostantivo sia mascolino o femminino: _maires, meures, mielhers,
bellazers, gensers, sordiers, priers_; ed in tutti gli altri casi dice
l’uomo: _maior, menar, melhor, bellazor, gensor, sordeior, prior_ brevi
e lunghi in così come li sostantivi mascolini, de’ quali si è ragionato
di sopra.»
Riducendoci ora finalmente da questo, siccome spero, non inutile
trascorso sulle condizioni del nome in Lingua Limosina, alle consimili
affatto ch’esso aveva in Lingua Oytana, potremo anche dire di questo
modo.
Essere mestieri il qui replicare di nuovo l’osservazione fatta
superiormente, ossia che per le lingue neolatine, la cosa da prima
più importante nei nomi (sia per tradizione da più antichi linguaggi,
sia perchè gli articoli prepositivi ancora incerti non bastavano
alla piena chiarezza del discorso) doveva essere stata quella di
ben distinguere dal soggetto i regimi, così in singolare come in
plurale, e però di dare al medesimo tale desinenza, che, aiutando già
l’articolo ed il senso a determinare il numero, per essa poi si potesse
prontamente o dall’udire o dal vedere sceverare il detto nominativo
dagli altri casi. Riferendomi perciò ai miei Studi sul Latino arcaico,
dirò come io creda d’avere in essi bastevolmente dimostrato che le
desinenze della prima declinazione parissillaba latina dipendono dalla
suffissione al nome radicale, cioè al nome spoglio di flessioni,
dell’antico pronome articolare pospositivo _us_ od _is_, divenuto
poscia per rovesciamento il casco prepositivo _su_ o _si_. Intorno al
quale se i Glossografi ne deducono la preesistenza dai conservatici
_sim_ per _eum_, e _ses_ per _eos_, la Lingua Sarda poi s’incarica di
ravvivarcelo col suo prediletto articolo prepositivo _su, sa_, che vi
tien luogo costantemente del nostro dimostrativo _ille, illa. Domin-us_
era dunque quanto _su-domin_ (_il domino o signore_), e se aveva nel
nominativo singolare per finale la _s_, l’aveva di conformità alle
pari declinazioni Indiane, Greche e Gotiche. Al contrario il nominativo
plurale _Domin-i_ era quanto _Domin-ii_, ossia _Ii domini_ (_i domini
od i Signori_). Inoltre questa _s_ non si mostrava nei regimi singolari
_domin-i, domin-o, domin-um_, ed usciva invece nei regimi plurali
_domin-is, domin-os_, ad eccezione del genitivo che terminava in _orum_
per quella apparente anomalia che tuttavolta trova nelle Grammatiche
comparate gli opportuni ed autorevoli antecedenti. Dunque anche dietro
questo cotale materno inducimento poterono le lingue Romanze colla
presenza od assenza della s fare avvertiti i loro soggetti o regimi
così singolari come plurali; e, non ammettendo eccezioni per l’avvisato
genitivo plurale, stabilire una regola, la quale se apparentemente
non dava molta ragione di sè medesima, noi anzi al presente vediamo
averla avuta ne’ più antichi primordii della lingua laziare, e forse di
parecchie altre, che se piacerà a Dio, dichiareremo a suo luogo.
Ora questa avvisata regola non dovendo essere considerata da noi
soltanto come regola ortografica, ma bensì come opportuna distinzione
ortofonica, cioè non essendo stata solamente trovata per chiaramente
scrivere, ma perchè parlando si distinguessero udibilmente i casi
retti dagli obliqui, e però dovendo, non solo essere scritta, ma
ancora pronunciata con distinzione la s desinente, ne conseguirono,
specialmente ne’ nominativi singolari, anche per maggior distinzione
dai casi obliqui del plurale, alquante speciali contrazioni od uscite,
le quali fecero poi che una sola parola potesse sembrarne due, e
poscia tale divenir realmente, o nella istessa lingua quando questa non
conserverà più le primitive avvertenze, o nelle lingue affini che si
porranno ad imitar quella prima senza troppo voler render ragione a sè
medesime della isvariata mozione delle parole nella varietà de’ loro
casi.
E queste sono veramente quelle istoriche antichità degl’idiomi
neolatini, alle quali non curarono sin qui di accostarsi gl’Italiani
Grammatici, e che io cerco ora di additare agli studiosi, perchè in
esse si provino ad indagare le cagioni di tanti effetti nella lingua
del _sì_, per ispiegare i quali furono soliti i nostri antecessori
ricorrere ai voti nomi di _proprietà, vezzo, frase_ e simiglianti, e
non mai alla genesi intima dei linguaggi. Sia dunque che le poche cose
ch’io verrò qui sopponendo levino in altri frutto di indagini accurate,
di istorici confronti e di conseguenze dedotte da chiari e comprovati
antecedenti linguistici.
Il volgare nostro _messaggio_, il quale tratto con desinenza romanza
dal latino _missus_, sembra dover essere voce sola delle lingue
neolatine francesi, non è così appunto, ma in vece si mostrò ne’
più antichi monumenti della lingua d’oil, _meisages_ in nominativo
singolare, e _mesaigier_ ne’ casi rimanenti. Di qui dunque ne
vennero presso noi con pari significazione le due voci _messaggero_
e _messaggio_, delle quali veramente la seconda non è che la forma
antica speciale del nominativo singolare, e la prima la forma più
allungata de’ casi obliqui singolari, e del nominativo plurale della
lingua Oytana, e forse della lingua antica comune di transizione.
Parimente in essa loquela, nominativo singolare contratto era _li
glous_, o _li gloz_, e voce intera di tutti gli altri casi _glouton_;
donde possiamo intendere che a noi venivano privi di differenza, quanto
a significazione, le due voci _ghiotto_ e _ghiottone_, non valendo
cioè dappoi più a distinguere il soggetto dai suoi regimi, senza che
perciò si debba conchiudere che nol potessero fare dapprima anche nel
volgar nostro, movendo tale distinzione dalla terza imparissillaba de’
latini, comune a tutte le lingue figlie, e la quale, se nel nominativo
faceva _gluto_, in tutti gli altri casi si aumentava facendo _glutonis,
glutoni_ ecc. Per la qual cosa si dovrà ancora, al mio vedere, sbandire
quind’innanzi dai nostri Dizionarii la differenza posta tra queste
due voci, dicendovisi la seconda accrescitiva della prima, mentre
invece significano puntualmente la cosa stessa, e la desinenza lungi
dall’accrescervi, indica invece ai casi; siccome nel significato della
voce _sermo_ nulla s’accresce, qualora esca in _sermonem_, valendovi
solo l’aumento ad indicare accusativo quello che prima era nominativo.
Così era pure di quasi tutte le voci che risolvendosi uscivano in
_on_, le quali cioè, foggiandosi sull’avvertita terza declinazione
imparissillaba, contraevano, appunto come vedemmo avvertito dal
nostro Raimondo Vidale, il nominativo loro singolare. E però _barone_,
meglio confrontando col latino _vir_, (poi _viro-vironis, il forte_)
faceva nel soggetto _li bers_ o _li bars_, non _li baron_, ma _baron_
bensì in tutti gli altri casi: e _garzone_, se pure si mostrava
_garson_ o _garçon_ in tutti i regimi, era _guars_ o _gars_ nel
soggetto, e da questo soggetto appunto il Beato Jacopo da Todi traeva
il suo _garzolino_ per _garzoncello_. A somiglianza di ciò i nomi
proprii degli uomini, i quali per la nordica loro origine erano per
lo più corti ed aspri di consonanti, quando si volevano declinare
in qualche modo alla Romana, si aumentavano in _on_, non già per
vezzo nè per accrescimento, non per forma insomma di ipocorismo o
di magnificazione, ma per solo e semplice indizio ch’essi non erano
più nominativi singolari. Perciò, siccome vedemmo in Limosino, così
in antico Francese, il nome _Guè_ o _Guenels_, declinandosi faceva
_Guenelon_, donde i nostri _Gano_ e _Ganellone_ applicati ad un sol
uomo senza che si potesse render ragione di tale varietà d’uscita,
ignorandosi dai nostri Grammatici la regolare distinzione casuale
ammessa dalle lingue d’oc e d’oil, e però gli scrittori succeduti
coll’usanza indifferente mostrando apertamente di disconoscerla.
Così per modo simigliante _Bueves_ soggetto diveniva _Buevon_ regime;
_Naymes_ diveniva _Naymon; Othes, Othon; Guis, Guion; Karles o Charles,
Karlon o Charlon; Odes, Odon; Rauls, Rollon; Pieres, Pieron e Perron;
Phelippes, Phelippon; Marsile, Marsilion; Laizre, Lazaron_, dandoci
ancora ragione grammaticale ed istorica, non solo della varia uscita
de’ nomi medesimi, ma sibbene di quei molti _re Carlone, re Marsilione,
re Namone_ e simili, che durarono ne’ poeti nostri romanzieri del
ciclo di Carlo Magno sino al Boiardo ed al Cieco di Ferrara, e che
noi credevamo sinora avere scritto così o per istracurataggine o
per induzione sgraziata della rima, e non mai pensando che essi
traducevano letteralmente dai Romanzi Francesi anche quelle cotali
apparentemente grandiose desinenze, senza però avvertirne le sottili
grammaticali distinzioni, le quali avrebbero voluto ch’essi dicessero
_Carlo, Marsilio_ e _Namo_ quando questi erano nominativi, _Carlone,
Marsilione_ e _Namone_ soltanto qualora questi medesimi erano regimi.
Così nei nostri _Bosoni, Guittoni, Jacoponi_ non era in origine
accrescimento o dispregio, ma solamente una forma di regime, e però
si doveva dire: Messer _Buoso_ da Gubbio scrisse alquante rime, Fra
_Guido_ o _Guitto_ da Arezzo molte Epistole, ed il Beato _Jacopo_
da Todi moltissimi cantici; e per contrario: Rime di Messer _Bosone_
da Gubbio, Epistole di Frate _Guittone_ da Arezzo, Cantici del Beato
_Jacopone_ da Todi.
E già da questa forma medesima noi avremo la chiave ad aprire con
probabilità uno de’ piccoli segreti di nostra lingua, che altrimenti
ci resterebbe forse chiuso per l’avvenire siccome è stato, a mia
notizia, sino al presente; cioè per quale istorica cagione la maggior
parte delle forme avverbiali amino questa desinenza in _one_, non
tanto nella lingua scritta, quante più nei linguaggi viventi, cioè
ne’ diversi dialetti della Penisola, dicendovisi avverbialmente _in
ginocchione_ piuttostochè _in ginocchio, a tastone_ più volentieri
che _a tasto_, e così: _gatton gattone, grollon grollone, penzolone,
ciondolone_ ed altri simiglianti a gran numero. E la ragione di tale
desinenza è patente solo che da prima si consideri il modo col quale
latinamente gli aggiuntivi si facevano avverbii, che era o ponendo in
ablativo la voce da cui si formavano, gravando per lo più sulla sua
vocale desinente, od allungandola di una sillabica, la quale serviva
egualmente di più larga base ritmica all’arsi radicale, o passando
la detta voce a caso obliquo sotto il regime di una qualsivoglia
preposizione o sottintesa od espressa; e se da poi si considera che la
nuova lingua, avendo adottato per segno de’ suoi regimi aumentabili
questo accrescimento in _one_, doveva trovare in esso la via più
naturale alla formazione degli avverbii, ogniqualvolta questi non
dovessero presentare forme di soggetto. E però le due lingue di
Francia, e la loro sorella neolatina, che poco dissimilmente si venìa
formando in Italia, adottavano di comune accordo una tale maniera,
di cui, perdendosene poscia le ragioni sufficenti, se ne alterava
l’usanza, e se ne ismarriva l’origine e il procedimento.
Seguitando le nostre indagini avremo ragione della voce _Sire_
pensando che in lingua d’_oil Sires_ fu nominativo contratto della
voce _signor_, e che però vi si diceva _il sire, del signor, al
signor_ ecc. talchè il dire _del sire, al sire_ ecc. è confusione
posteriore fatta dopo che si scordarono le vere cagioni delle varie
desinenze, e si crearono due voci di quella che prima era una sola.
Similmente sapremo perchè si trovi scritto _sarto_ e _sartore_, solo
che osserviamo come in lingua d’oc nel nominativo si dicesse _sartre_
(sarto), e nei casi obliqui _sartor_ (sartore), talchè la voce vi si
declinava: _il sarto, del sartore, al sartore_ ecc. Nè diversamente
dal latino _latro, latronis_ ne uscirono due parole secondo che si
ricalcarono o sul soggetto o sui regimi, le quali poi furono, colla
ferma adozione degli articoli prepositivi, confuse in seguito: infatti
come _li lerres_ per gli Oytani, ed _el laire_ per gli Occitani erano
soltanto nominativi, e _larron_ o _lairon_ erano unicamente regimi,
così per noi _ladro_ avrebbe dovuto essere pure soggetto, e _ladrone_
avrebbe dovuto indistintamente servire per gli altri casi. Altrettanto
dicasi di _compagno_ che solo nei casi obliqui facea _compagnone_; e
di _sabbione_, il quale non è un accrescitivo del femminino positivo
_sabbia_, ma è _sablon_ regime del soggetto maschile oytano _li
sables_, od _il sabbio_.
E per tali minute avvertenze possiamo noi solamente risalire alla vera
origine delle differenti uscite della parola medesima, e però vedervi
nelle variate desinenze un ricordo tuttavia di quelle fogge latine, che
rendevano, singolarmente nella terza declinazione imparissillaba, tanto
diverso il caso retto dagli obliqui. Seguitando le quali ecco che noi
riscontreremo nella lingua d’oil come, in ispezialtà pei nomi che nei
regimi avevano _or_ a desinenza caratteristica, il nominativo (non più
solamente per dare indizio dell’antica contrazione, ma per opportuno
scompagnamento) usciva invece in _eres_ od _ers_, e perciò vi si diceva
nel soggetto _li emperers_, o _li empereres_, e negli altri casi _de
l’empereor, a l’empereor_ ecc. Onde poi avremo ragione di quell’antica
uscita di questa voce che noi troviamo ne’ vecchi testi di nostra
lingua, cioè _imperiero_, la quale poteva ben prendersi dalle lingue di
Francia o dalla comune di transizione, ma non doveva poi trasportarsi
da forma puramente nominativa, a forma invece capace di tutti i casi.
E da una tale avvertenza vedremo ancora come prendano lume di origine
tante nostre parole terminate in _iero_ o _iere_, le quali partitesi
da nominativi oytani, o stettero sempre contente a quella forma,
oppure da quella medesima deducendosi, si debbono ancora con essa
interpretare: talchè _cavalliere_ è desinenza nominativa di quella
lingua per differenza dai casi obliqui dimenticati che avrebbon fatto
_cavallatore_; _consigliere_ nominativo di quei regimi che avrebbon
dato _consigliatore, lusinghiere_ similmente di _lusingatore; parliere_
di _parlatore_, e così va dicendo. _Messere_ infatti non avrebbe
potuto essere che nominativo o vocativo singolare, e negli altri
casi sarebbe stato regolare il dire _Monsignore_ o _Messignore_; così
_giocoliere_ e _troviere_ mostravano le loro forme soggettive, e quelle
invece dei regimi _giocolatore_ e _trovatore_, senza ch’io stanchi
l’avvisato lettore con esempi più numerosi: stando invece contento alla
conchiusione inculcata che queste diverse uscite non formavano già
due voci, ma sì non erano che la voce medesima a varie desinenze per
iscompagnare appunto con esse il nominativo dai casi obliqui; servendo
così a mostrare, dalla lingua latina scritta o dotta che indicava i
casi cogli articoli suffissi, alla latina orale o rustica che si giovò
dei medesimi antefissi, un trapasso ed una condizione quasi mezzana in
tale differenza di terminazione in quel caso appunto a cui era meno
consueto il pronome articolare dimostrativo, ed al quale poi non si
conveniva l’aggiunta di alcuna preposizione che valesse a prefiggerne,
o segnalarne la direzione.
Ancora la regola di dover sempre posporre al soggetto singolare una _s_
faceva sì che quei nomi i quali sarebbero radicalmente finiti in _m_,
per non ammettere il poco pronunciabile _ms_, mutavano la _m_ nella _n_
facendo _ns_. Però soggetto di _fum_ era _funs_ non _fums_; di _flum,
fluns_ non _flums_; di _nom, nons_; di _raim, rains_; di _faim, fains_;
e per conseguente di _hom_ od _om, hons_, od _ons_ da cui può prendere
maggior chiarezza l’_on_ de’ Francesi odierni, a persuadere viemmeglio
che il loro _on dit_, non sia che l’antico _hons_ od _ons dit_, cioè,
_uomo dice_.
È pure osservabile che certi sostantivi participiali, o vogliam dire
certi participii divenuti sostantivi, mantenevano nel soggetto la
forma originaria de’ participii latini: e perciò _infante_, che era
_enfant_ negli altri casi, era anzi _enfes_ od _anfes_ nel nominativo,
ricordando l’_infans_ della madre, e per simiglianza _diamante,
aimant_, era _aimas_ nel soggetto ritraendo dall’_adamas_ donde si
originava.
Nel Poemetto sopra Cristo Salvatore attribuito al Boccaccio, si legge:
_Essendo in croce la eterna Maésta_
_Abbandonata da ogni persona,_
_Il Sole, chiuso in ambra dalla sesta_
_Ora_, ecc.
Il Boccaccio poi certamente nel Decamerone, siccome avvertiva il
Bembo nel III delle Prose, aveva scritto: _Giudice della Podésta di
Forlimpopoli_, e Dante nel VI dell’Inferno al v. 96.
_Quando verrà la nemica podésta:_
e dura tuttavia viva e verde questa voce ne’ nostri dialetti ne’ quali:
_essere_ o _non essere in podésta di fare una cosa_, vale: _avere_
o _non avere podestà di farla_. Ora in ciò non è da credere un cieco
arbitrio degli scrittori o de’ parlatori, ma è da vedere piuttosto in
queste voci le due differenti uscite che nella formazione delle lingue
volgari diversificano dal soggetto singolare i regimi. Dai nominativi
infatti materni _potestas_ e _majestas_, non avvertita la _s_ finale
dal romanzo Italico, rimanevano in esso le vedute _podésta_ e _maésta_;
ed avvertita la _s_ dal romanzo Oytano, vi si trovavano _poosteis_
e _majesteis_. All’incontro dagli obliqui materni _potestatem,
majestatem_ prendevano corso nel primo romanzo, spentasi la _m,
potestate_, o _podestade_, e _maestate_ o _maestade_, e, per iscorcio
compensato dall’accento, _podestà_ e _maestà_; e nel secondo romanzo
uscivano prima _poosteitz_ e _majesteitz_, e poi _pooisté_ e _majesté_.
Finalmente, riducendosi onninamente agli articoli, per distinzione di
tutti i casi, tutte le lingue neolatine, e per ciò le forme contratte
dei nominativi, che prima valevano a scompagnarli, divenendo un inutile
ingombro, cominciarono esse ad essere abbandonate o si trovarono invece
accomunate e confuse nel gran corpo della lingua senza indizio di loro
ufficio, e non dando più alcuna ragione della differente lor desinenza;
sino a tanto che poi, risalendo per entro la formazione dei linguaggi
neolatini, non si fossero con pazienti ricerche trovate quelle
filiazioni, a cui dirittamente ed istoricamente s’attengono le varie e
distinte forme esteriori delle parole[9].
La voce latina _dominus_ era dalla lingua d’_oil_ variamente mutata
in _damres_ o _dambres_ o _dams_, ed in _doms_. Da quest’ultimo
correttamente pronunciato per _dons_ nel soggetto (stante l’avvertita
regola di pronuncia che lasciò a noi, agli Spagnuoli ed ai Provenzali
lo scorciato _Don_[10]) usciva _donzelz_, mentre dai primi derivavasi
_damoiselz_ o _damoisaus_. Ed è qui opportuno di avvertire che gli
allungamenti i quali andavano nella nuova lingua accadendo in fin
delle voci, o si formavano, come per lo più, sul tema dei regimi,
o si formavano come pure talvolta, sul tema del soggetto. Se nel
primo caso, allora non si lasciava sentire la _s_ caratteristica pel
nominativo, se nel secondo, allora invece questa _s_ medesima non
solo si lasciava intendere distintamente, ma per ciò stesso doveva
sprolungare maggiormente e modificare l’accrescimento della parola.
Ed ecco, premessa questa notizia importantissima per la formazione
de’ nostri diminutivi, accrescitivi, vezzeggiativi e simili, che
scegliendo ad esempio la voce _damesels_ o _damsels_, noi dalla sua
forma in cui appare internamente la _s_ caratteristica, indovineremo
anche prestamente essersi dessa svolta non dal regime _dame_ o _dam_,
ma dal soggetto _dames_ o _dams_; e però quell’italico _damigello_,
di cui difficilmente avremmo potuto rendere ragione genealogica
abbastanza appurata, venirci ora chiarissimo per la toscana pronuncia,
la quale muta la _s_ interiore in _g_ per acconcio migliore ad
orecchie italiane. Similmente, secondo prima vedemmo, _donzello_ viene
dal nominativo _dons_, non dall’obliquo _don_; e così _jovencels_
anticamente _jovensels_, viene dal soggetto _jovens_, e dal solito
aumento minorativo _els_, e non mai dal regime _joven_, da cui esce per
contrario _jovenet_; talchè il nostro _giovincello_, che ha rimutato la
_s_ in _c_ per l’avvertita proprietà loquelare toscana di prediligere
un più distinto scolpimento di profferenza, ci riescirà definibile
assai chiaramente in tutti i suoi elementi di formazione insieme alle
voci simili, che saprà, dietro questo poco d’invio, trovare da sè ogni
intendente di nostra lingua.
Abbandonando dunque un tale argomento alle altrui più lunghe
disquisizioni, dopo che avrò detto come, per confronto al nostro
_Catalina_, si trovi scritto in francese antico tanto _Catherine_
quanto _Catheline_, e come il dialetto Piccardo dica coi Toscani
_Rousignol_ quello che il Borgognone scrive _Rossegnol_ e _Russinol_
il Normanno, passeremo ad alcune più brevi avvertenze sopra i nomi di
numero.
E cominceremo dal riferire che il dialetto Borgognone scrive _ambedoi_
e _andoi_, ed il Normanno _ambedui, amdui_ e _andui_, quella voce
stessa che da noi si trova scritta ora _ambeduoi_, ora _ambedui_
e _ambedue_, ed _amendue_ ed _ammendue_, ed altrimenti ancora, a
mostrarci appunto colla varietà della sua scrittura, la varietà delle
forme dialettali alle quali appartiene. Ma sulla voce medesima non è da
preterire che, tanto in lingua d’oil, quanto nella nostra, vuole essa,
accompagnandosi con un sostantivo, l’articolo dopo e non mai prima di
sè. Così nel solo Gerardo de Viane:
En l’ile furent _ambedui li_ guerrier....
Lai se combatent _ambedui li_ bairon....
De la ville issent _amdui li_ chevalier....
di che volendo averne un’istorica ragione, e di tutte insieme le forme
ed i valori di questo pronome numerale, ecco cosa mi pare si potesse
dire.
In latino _bis_ era _duis_, sicchè _ambo_ od _am-duo_, valse piuttosto
_l’uno e l’altro_, ossia _tutti i due_, o vogliam dire _insieme i
due_ che _due_ solamente. Dal Greco ἁμφὶ erano un’antica preposizione
_ambe_ ed una loquelare _am_ che valevano _intorno, tutto in giro_,
e ciò che è tale, essendo ancora tale da ogni parte, ne conseguiva
necessariamente che ed _ambe_ ed _am_ davano atto di compimento alle
voci alle quali si anteponevano[11]. Prefissosi infatti questo _am_
a _plus_, e declinatosi, se ne fece l’aggiuntivo _amplo_, che valse
conseguentemente _più d’ogni intorno, eccedente per ogni parte_, ossia
_tutto più_: aggiuntosi _am_ od _ambe_ a _duo_, se ne fece in lingua
d’oil _amdui_ ed _ambedui_, i quali dovettero significare _insieme i
due, tutti i due_, levando per modo il numero _due_ dalla sua sede
nella serie numerica indefinita, dandogli invece in sè medesimo
compimento, e coll’avvincerne le due unità di che si compone, od
attribuirgli riferimento agli antecedenti, o costituirne una precedenza
di unione pei susseguenti ch’esso reggerebbe.
Ecco pertanto come nell’italiano vennero _ambedue_ ed _amendue_ con
pari significazione, e come ne’ due Romanzi l’articolo dovette sempre
susseguirli, non precederli mai, a quello stesso modo che si dee dire
_tuttadue i cavalieri_ non _i tuttadue cavalieri_; ed ecco come in
antico si disse _ambedue_, e per simigliante _amendue_ ed _ammendue_,
non _ambidue_; perchè cioè il nostro pronome numerale non si formava
da _ambo_, _ambae_, _ambo_ e da _duo_, il che avrebbe fatto una
duplicazione, ma bensì dalle preposizioni _ambe_ od _am_ unite ad
esso _duo_. Fu solamente da poi, quando ai volgari si volle por opera
di osservazione, che certe flessioni figlie di voci già antiquate e
ossolète si vennero a nuove guise modificando, e si credette che sul
pronome _ambo_ e non più sulla preposizione indeclinabile dimenticata
si dovesse foggiare il pronome composto della lingua nuova, e si
scrisse accordandosi per generi: _ambidue i cavalieri, ambedue le
dame._ Que’ vecchi poi che si lasciarono scrivere _amenduni_ parve che
introducessero nella voce la epentesi facendo _amenduni_ da _amendui_,
se pur non mirarono a gittare il pronome entro le note forme donde
erano usciti i _taluni_, i _certuni_, i _qualcuni_, e così di’, non
pur troppo curandosi di contenere sempre una tal quale loro propria
discorrevolezza di pronuncia entro i cancelli fissati dalla germana
istoria delle parole.
Ancora la lingua d’oil non poteva restar contenta alla voce _prims_
da _primus_ per numero ordinale, giacchè avendola tratta a significare
_fino_ e _sottile_, ne nascevano per conseguenza non poche dubbiezze:
ricorse essa perciò alla desinenza sua prediletta, e seppe trovare
l’altra _primiers_ o _primers_ (forse soggetto di _primarius_, o
_primaio_) alla quale, volendo fare indicati i generi, per un certo
inducimento latino, aggiunse il notissimo finimento in _anus_, e
ne ottenne _primerain_ e _primeraine_, donde poi taluni fra’ nostri
vecchi trassero le voci _primerano_ e _primerana_. E parimente come da
_primarius_ aveva fatto _primiers_, da _quartarius_ fece _quartiers_ a
valere la _quarta parte_, da cui si derivò in nostra lingua, non solo
la frase blasonica _scudo partito a quartieri_ per dire in _quattro
parti_, e che fu, tra gli altri, comune all’Ariosto; ma si dedusse
ancora la voce dell’uso _quartiere_ per _appartamento_, a significare
quella delle quattro parti, in che si solevano dividere per lo più le
case de’ nobili, che era abitata dalla persona a cui o su cui si dirige
l’intesa del ragionamento[12].
Da ultimo su questi nomi numerali qui mi gioverà ricordare che
puntualmente come noi da _primus_ e da _ver_ femmo _primavera_ ed
i francesi da _primus_ e da _tempus, printemps_; così questi stessi
dissero _primsoir_ perciò che noi pure diciamo prima sera nelle frasi:
_ci vedremo in_ od _a prima sera_ ecc. e _prinson_ perciò che, essendo
ai Latini _prima vigilia_, è pure per noi _primo sonno_[13].
Passando ora ai pronomi personali di possesso, diremo (toccandone
leggermente com’è nostr’uso alcune particolarità per notizia opportuna
o convenienti confronti coll’italiano) come erano non solo nell’antico
francese le sottili forme di regime _mi, ti, si, li_, somiglianti alle
nostre, invece delle più vaste _moi, toi, soi, lui_ che invalsero
dappoi; ma come, singolarmente nel dialetto Borgognone era una
distinzione, la quale merita d’essere pazientemente rilevata da chi fa
soggetto de’ proprii studii tali minute osservazioni linguistiche, e da
chi ha appreso dalle Grammatiche comparate che la desinenza casuale del
possessivo o genitivo soleva essere in us o nel suo assottigliamento
_is_, ed in _i_ quella del dativo e del locativo. Vi si diceva cioè me
il regime diretto ed il regime proprio de’ verbi, vi si diceva _mi_ il
regime indiretto e quello proprio delle preposizioni[14].
Vi si scriveva per ciò _glorifie me_; non _mi_, ossia _glorifica me_,
non _glorificami_; _fai me salf, fà me salvo_, non _fammi; c’un me
mat davant, ch’uno me uccida prima_, non _mi uccida_: al contrario
si scriveva _por mi, a mi, de mi, dedenz mi_. E da ciò si dee trarre
per conseguenza come nel ritoccare l’antica lezione de’ nostri stessi
testi più antichi, ne’ quali può essere pure un ricordo di queste tali
avvertenze (forse più comuni di quello si creda, perchè dipendenti
dalla lingua di transizione, la quale s’atteneva più al romano parlato
che allo scritto) si debba andar riguardoso per non affliggerli di
forme posteriori, e per non lasciarvi smarrire quelle tenui memorie di
artifizii opportunissimi ai tempi, e che giova sempre all’istoria della
lingua il porre in nota. Per differenza dal Borgognone il dialetto
Piccardo che non conosceva queste e radicali, mutava il _me_ sempre in
_mi_ da principio, poscia nella forma che gli si fece prediletta _moi_;
forma poi di regime che passò da ultimo a valergli ancora per soggetto,
seguendo un andazzo popolare dopo che i temi della avvertita lingua
di transizione _jo, je, jeu, ju, jou_, dovuti solo al latino scritto,
scaddero dalla loro esclusiva e privilegiata significazione nominativa.
Quello che si è detto delle distinzioni tra _me_ e _mi_, poi divenuto
_moi_, si ripeta tra _te_ e _ti_, poi divenuto _toi_, ossia che la
prima guisa era quella dell’accusativo, e che per lo più s’accompagnava
coi verbi che il richiedevano; l’altra era dei regimi indiretti, e
che, salvo pochi casi eccezionali, venìa sempre accompagnandosi alle
preposizioni.
In antico Francese vedemmo che _li_ valeva lui, invalse che _li_
divenisse regime indiretto dei verbi (aferesi del dativo latino _illi_)
e _lui_ regime delle preposizioni; e però Maria di Francia N. Fav. 36.
scrisse:
_Que de sa keuve li prestat_
_Se li pleust._
cioè — Che di sua coda _gli_ prestasse se _gli_ piacesse. — E
Villarduino: _E por reprover lou servise que il li avoient fait_,
ossia: che _gli_ avevano fatto. E questo _li_ fu puntualmente il nostro
_gli_ che ebbe gli stessi servigi; e se pure qualche maestro scrisse.
_Io dissi lui, Risposi lui_, dando ai verbi quello che era delle
preposizioni, mostrò ancora come l’usanza si rendea licenziosa, e come,
piuttostochè dell’antico modo, egli si sovvenisse del più moderno uso
delle lingue di Francia[15].
Nè mi sembrano da trascurarsi dall’istorico delle lingue queste tali
distinzioni sebbene minute e fuggevoli, giacchè per esse si può render
conto istorico di talune apparenti anomalie. E per esempio _lor,
lour, lur_ furono regimi dei verbi, mentre regimi delle proposizioni
furono pel mascolino plurale _ols_ od _els_, che poi si fece _eus_ e
finalmente _eux_; e pel femminino altresì plurale _eles_. Ora ecco
come, ricalcando quest’uso, Dante potè dire: _e suon di man con
elle_; giacchè se al seguito dei verbi si scriveva: _Lors lor vint
une novelle; lour aivons donneit; mes peres lour vendi_; d’altra
parte invece, al seguito delle preposizioni si scriveva: _une d’eles,
avec eles_, ossia _una d’elle, con elle_, non _una di loro_, o _con
loro_[16].
Inoltre non vorrò scordarmi di aggiungere come quello che si è detto
di _me, mi_, poi _moi_; di _te, ti_, poi _toi_, si dee ripetere del
pronome personale riflessivo, _se, si_, poi _soi_; ossia che la prima
forma era dell’accusativo ed accompagnatoria dei verbi, e che la
seconda era dei regimi indiretti ed accompagnatoria delle preposizioni,
e come nell’antico francese, questi istessi pronomi facendovi l’ufficio
da prima quasi esclusivo di possessivi, dovesse accadere che _di me_ o
_a me_ valessero _mio_; _di te_ o _a te_ valessero _tuo_; _di sè_ o _a
sè_ valessero _suo_: perchè poi in seguito, allorquando per rispondere
ai latini _meus, tuus, suus_, o meglio per riprodurre le arcaiche
desinenze genitive _mis, tis, sis_, si vollero allungate le prime
forme; da _mi_ uscì _mis_; da _ti, tis_; e da _si, sis_; e però, a
dire _mio signore_, o _signore di me_, si scrisse con Maria di Francia
_Mis Sire_, e poscia _messire_, da cui venne quel nostro _messere_,
che ora forse solamente ci rende una ragione men dubbia della sua _s_
duplicata.
Volendo ancora dire per ultimo alcune altre poche cose de’ rimanenti
pronomi, seguiremo aggiungendo come, sempre dal bisogno di distinguere
il nominativo dagli altri casi (e ciò tanto più ne’ pronomi
dimostrativi che non potevano ammettere l’articolo) venne nel nostro
volgare la convenienza dello scrivere _questi_ nel soggetto, e di
lasciar _questo_ per gli altri casi, e così nel nominativo singolare
_quelli_, e _quello_ nei regimi, facendo per tal modo simili fra loro
i nominativi dei due numeri singolare e plurale. Infatti parimente
i Francesi dicevano nel nominativo singolare _cil_, e ne’ regimi pur
singolari _cel_; _cil_ di nuovo nel nominativo plurale, e _cels_ ne’
regimi plurali. Ma, la regola della _s_ caratteristica prevalendo,
anche _cil_ nominativo singolare assunse una _s_ e divenne _cils_, e
noi pure, invece di _quelli_, potemmo, con ischiacciamento della doppia
_l_, scrivere _quegli_, nè diversamente dicevano _cist_ tanto nel
nominativo singolare quanto nel plurale, e _cest_ ne’ regimi singolari,
e _ces_ o _cez_ ne’ regimi plurali.
Sui quali pronomi insistendo, mi pare possibile che essi _cil_ e
_cist_ non siano dimostrativi semplici e radicali, siccome opinano i
Grammatici Francesi da me veduti, ma sieno invece composti, se pure si
vorrà aver ragione di quel _c_ che vi si trova prefisso all’_ille_ ed
all’_iste_ latini. E veramente, solo che un poco si torni addietro per
la popolare latinità, e che non si voglia ricorrere al rovesciamento
della sillabica finale _ce_[17], si incontreranno ne’ comici
quelli _eccilla, ecciste_ (da _ecce illa, ecce iste_ per dimostrare
presenzialmente la persona indicata) dai quali ci parrà facilmente che
una spontanea aferesi, voluta dalla velocità del dialogo, avrà fatto
uscire _cilla_ e _ciste_ per _quella appunto_ e _questi appunto_. Di
qui dunque vennero le vedute forme Borgognone _cil_ e _cist_; di qui le
Piccarde _chil_ e _chist_; di qui il _chilla_ e _chisto_ dei così detti
regnicoli; di qui finalmente il _quella_ e _questi_ più schiacciato
della maggior parte d’Italia: mentre per avventura il nostro neutro
_ciò_, che in Normandia e Borgogna era _ceo_ o _co_, e _chou_ o _cho_
in Piccardia, avrà preso origine per rovesciamento dal latino _ho-c_ od
_ho-cce_.
È pure osservabile come i Borgognoni e i Piccardi amavano di sostituire
alla acuta desinenza Normanna in _i_ la più chiusa e vasta _ui_:
pertanto essendosi introdotto l’uso di scrivere e di pronunciare
_celi_ (puntualmente il nostro _quelli_) in luogo di _cil_; e _cesti_
(il nostro _questi_) in luogo di _cist_, questi cotali popoli, per
induzione dell’etnica loro pronuncia, dissero e scrissero invece
_cestui_ e _celui_ venendo così, non solo a confrontare coi nostri
_costui_ e _colui_, ma insieme a svegliare il sovvenimento sia delle
chiuse profferenze _istus_ ed _illus_, dai regimi delle quali potevano
muovere queste forme anche latinamente, sia della insigne varietà di
genti che qui presero antichissima stanza e poterono quindi anche fra
noi provocare i medesimi fonetici risultamenti.
Così nei pronomi relativi può essere soggetto di brevi parole che in
lingua d’oil _ki_ o _qui_, conservando il valore del _qui_ latino,
fu sempre significativo il solo soggetto maschile; e _ke_ o _que_,
recente dal _quae_ materno, valse unicamente il soggetto femminile,
e che soltanto dopo il milledugento cominciò quella mescolanza la
quale attribuendo tutto a tutto indistintamente, lasciò poi a noi
Italiani il _che_ a far tanti servigi, quanto lunga opera sarebbe il
solo ricordarli distintamente. Ma inoltre in esso Franzese è notevole
che regime diretto di questo pronome era _cui_ o _cuy_ (_quem,
quam, quod_), e regime indiretto comune era _dont_, a valere cioè
_di cui_ (_cujus_), _a cui_ (_cui_), _da cui_ (_a quo, qua, quo_),
così singolarmente come pluralmente, e così per l’un genere come per
l’altro; dal qual modo prendendo lume di fratellanza i vecchi usi
simili del nostro _don_ o _donde_, mi pare ancora che si possa fissare
il paradigma di questo pronome presso noi in antico come segue: