ha da penetrarsi di celebrare una cosa solenne, anzi l'accettissimo dei
sacrifizii al Creatore dell'universo.
Forse è da credere che il padre di Domenico, il quale, per quello che
ne afferma il suo figliuolo, fu uomo assai versato nello studio della
vita e dei costumi dei nostri uomini grandi, così operando venisse
mosso dal concetto medesimo, che persuadeva Niccolò Machiavelli a
deporre gli abiti villerecci, e vestire il lucco prima di entrare nello
studio, dove o meditabondo consultava i secoli passati, o scrivendo i
discorsi sopra le Deche di Tito Livio legava la sua sapienza ai secoli
avvenire.
Di fatti tôrre cotesto banco a Domenico sarebbe stato lo stesso che
separare il Paganini dal suo _Stradivario_, o arrisicando più oltre,
Orfeo dalla sua lira; ed egli, mostrando talvolta un regolo accomodato
con garbo, narrava molto piacentemente come egli fanciullo, vegliando
le intere notti seduto al banco, certa fiata vinto dal sonno ci si
addormentasse, e la lucerna a caso spinta mettesse fuoco al legname,
onde il padre da cotesta notte in su cogliendo ora un pretesto, ora un
altro, non si coricasse se prima non lo aveva veduto andare a letto; la
quale cosa egli prese indi a poco a costumare più presto del solito per
aver agio, appena sentiva addormentato il padre, di uscirsene chiotto
chiotto da letto, e tornarsene ai libri.
E intanto che Domenico narrava questi casi faceva bocca da ridere, ma
una lagrima gli dondolava nel cavo degli occhi, cui egli, io non so
dire il come, si ribeveva. Perchè mai ei se la ribeveva? Forse pari
alla conchiglia marina, la quale mostrata appena la perla richiude
i nicchi, egli aborriva palesare i tesori di bontà, che possedeva
nell'anima: ad ogni modo egli adoperava nel celare le sue virtù tanto
studio, quanto altri ne pone a nascondere i suoi vizii.
Queste cantere e questi scaffaletti del banco baleneranno un giorno
peggio delle batterie di un vascello a tre ponti per fulminare coloro,
che contristarono il suo cuore, o piuttosto (e questo io credo che
preferirà) per chiarire come il suo cuore fosse ampio abbastanza, dopo
cavatone un mantello pei suoi nemici e per parecchi dei suoi amici,
a farci il gonfalone per la Patria rifiorita alla gloria vetusta: ma
questo poco gl'importava, o fingeva importargli poco: ad ogni modo
scarsi erano quelli che in cotesto punto lo sapevano, come saranno
numerosi gli altri che a suo tempo lo dovranno sapere. E allora quale
egli avrà premio dei benefizii per esso seme di perpetui tradimenti?
Quale ristoro agl'ineffabili affanni senza pure stringere le ciglia
patiti da lui? — E' pare gli basterebbe un ricordo, un saluto, un
palpito del popolo, che glorioso ammira come visione divina, e avvilito
dei vizii proprii e dalla tirannide altrui deplora come fratello
infermo; nè cercherebbe di più; imperciocchè egli, sicuro dì vivere
oltre i funerali, non dubiti che ai morti dentro le tombe si aspettino
altri premii della vita nobilmente spesa, o piuttosto creda che essi ne
godano un solo ma grande e divino, cui egli fa consistere nel sentirsi
ricordare dai superstiti con amorosa benevolenza.
Però egli non ci spera; chè la esperienza gl'insegnò come popoli e mari
conservino nella medesima maniera la traccia di quale per sua sventura
ci navighi sopra; e questo contrasto tra il desiderio e la speranza
lo tengono sempre annuvolato a mo' di un giorno di primavera, allora
quando le lagrime della pioggia appese ad ogni fiore e ad ogni foglia,
mentre la luce dei nuvoli rotti riconduce la giocondità sopra la terra,
porgono testimonianza che al breve corruccio della natura successe la
consueta grazia del cielo.
Inclito figlio di questa alma genitrice, unica forse per la potenza di
cavare dalle lagrime i colori dell'iride, ornarsene il capo come gemme
preziose e potere dire: — sono la regina del pianto, ma sono regina!
— A Domenico più che a veruno altro intelletto italico parve che Dio
veramente consentisse la facoltà di celebrare con immortale epitalamio
le nozze del dolore con la poesia, e cantando innamorare le anime della
sventura....
Ma di ciò basti, chè altri potrebbe credere com'io, svisceratissimo
di lui, ci mettessi troppa mazza; torniamo al banco: quivi ogni cosa
occorre disposta ottimamente.
Havvi una cantera, sul davanti della quale si legge: _Religione_,
e dentro tu vedi sopra frusti di carta appunti di letture e note di
pensieri; però lo inchiostro diventato colore della ruggine dimostra
come lo scritto appartenga a tempi remoti, e che da parecchi anni
Domenico ha smesso aggiungervene dei nuovi. In fondo della cantera
occorre un foglio stampato, il quale dice così: _livree, che tutti
i sacerdoti di questo mondo mettono addosso a Dominedio, perchè
questi faccia loro le spese e le faccende di casa, massime quelle del
Canovaio_.
Alla cantera della Religione tiene dietro quella della _Filosofia_:
poche note ci scorsi dentro, ed anco queste vecchie: nel fondo stanno
scritte, così che appena aprendola tu le possa leggere, le parole:
_dolori di capo_.
Succede un'altra cantera indicata col titolo: _Economia politica_;
io la trovai piena di appunti presi, ma considerazioni di suo mi ci
apparvero scarse, e queste poche cominciavano nel modo che segue:
— _uscita topo di casa alla scienza, entrò nella dispensa della
presunzione, dove, pasciutasi a crepa pancia di ciarlataneria,
non le riesce più di ripassare dal buco; dov'ella da ora in poi si
risolva a provare molto, ad affermare poco, e sopratutto a procedere
modestamente, a casa sua un giorno e' ci potrà tornare_.
Seguita la cantera della _Poesia_: un vero scrigno di diamanti, tutti
della sua miniera, e forbiti e riforbiti con inestimabile amore: verun
frammento è rimato, bensì tutti dettati in prosa o in verso sciolto, e
lì pure nel fondo occorre di leggere:
«Odio il verso che suona e che non crea,
«Perchè Apollo mi disse: io Fidia prima
«Ed Apelle guidai con la mia lira.»
e poco sotto: — _fiore caduto dalla mano della creazione per gloria e
per conforto della razza umana_.
Di Storia ci hanno due cantere piene zeppe di appunti, e dentro
appaiono distinte in iscompartimenti, che dicono: — _Storia Epica_ —
_Storia Filosofica_ — _Storia Oratoria_ — _Storia Drammatica_ — _Storia
Pindarica_ — _Storia Chiaccherina_ — _Storia Bugiarda_ — _Storia
Maligna_ — ed anco ci erano i nomi degli scrittori, scarsi quelli delle
prime maniere di storia ed antichi; infiniti gli altri e moderni, anzi
pure modernissimi, quali fossero però io non trovo spediente palesare;
questo sarà fatto a suo tempo e luogo: intanto basti sapere che anco il
fondo di questa cantera possiede la sua leggenda, la quale dice: _fili
di passioni perpetuamente pari, rinterzati con contingenze così fisiche
come morali perpetuamente diverse; spesso in meglio, qualchevolta in
peggio_.
Dentro una cantera più capace delle altre occorreva scritto: _Filosofia
della Storia_. Mirabile la quantità dei ricordi presi, non so nemmeno
io per quale vaghezza, sopra carte di mille colori; forse essi
dinotavano i popoli ed anche i tempi diversi; ma proprio di suo io non
ci lessi niente, eccello la solita sentenza in fondo del coperchio, che
diceva: _arte di cercare e scoprire leggi regolatrici del mondo morale.
Peccato! che i professori avendo creduto scoprire prima di cercare, è
da temersi che non troveranno più il bandolo della matassa: e' sarebbe
stato mestieri confidarne la cattedra ad Aasvero, l'ebreo errante dalla
nascita di Gesù Cristo in poi, ed anco non sarebbe bastato. Ora volge
la stagione della semente; i secoli futuri porteranno quella della
messe; adesso non fa frutto, però che gli uomini continuino a guardare
il mondo col cannocchiale alla rovescia: cercate_.
Sopra la cantera accanto si leggeva: _Politica_, e rovistandoci dentro
si trovavano note, frammenti e ricordi, e per la massima parte estratti
dal Machiavello, che egli dichiarava maestro nell'arte di guardare
bene le cose e giudicare gli uomini dirittamente: in fondo egli aveva
scritto: _scienza difficile per cui pensi un mese, parli tre minuti, ne
scriva cinque; pianissima per quale ne parli sempre, ne scriva tutti i
giorni, e non ci pensi mai. I giornalisti l'hanno condotta a giornata,
ma questi spettano alla politica come zanzare alla estate. Però chi
avrebbe cuore di respingere la dolce stagione pel tedio delle zanzare?
E chi astenersi dalla politica per colpa dei giornalisti? Questa
scienza con larga notizia dei casi passati e dei presenti, pratica
grande di negozii, esperienza di uomini, di rado s'inganna a giudicare
su i generali, pure qualchevolta s'inganna; nei particolari poi erra
meno infrequentemente, perchè su certi punti le bisogna indovinare:
ora, oltrecchè lo indovinare gli effetti di cause recondite sia sempre
incerto, accade spessissimo che avventure inopinate, e nè inopinabili,
ti vengano a mutare le carte in mano, e la opera che sotto gli occhi
tuoi cominciò Achille tu te la veda finire da Tersite. Palestra
terribile, dove non pertanto troverai Ercole e i Pimmei, nè questi già
insaccati nella pelle leonina di quello, bensì baccanti, schiammazzanti
e arrangolati da dare la emicrania a Ferdinandone di porto_[1].
Oltre le note questa cantera conteneva un libro scritto di mano di
Domenico, e certamente opera sua; era nitido, senza mende e però
ricopiato; nondimanco nell'ultima pagina occorreva avvertito: _va
rifatto_, e dopo quest'altra avvertenza: _post obitum_. — Ah! se
per leggerlo stampato devo aspettare che tu sia morto, Domenico, io
pregherò il cielo di non farmelo leggere mai, non già per prolungare
la mia vita di un filo solo oltre la trama che mi prescrissero i fati,
bensì perchè aborro sopravviverti, Domenico.
Penultima veniva la cantera della _Filologia_. Se non me ne fossi
sincerato proprio con questi occhi, io non avrei creduto mai che
Domenico potesse raccogliere con pazienza affatto benedettina tante
schede intorno alla lingua: eranvi migliaia di voci lasciate fuori
dei dizionarii, con gli esempii accanto, di locuzioni erronee, di modi
tenuti buoni e poi trovati viziosi, e all'opposto di modi ripresi per
viziosi e poi rinvenuti legittimi; di prove ad esprimere il concetto
stesso in venti e più maniere, vera anatomia della lingua, e in fondo
della cantera al solito si leggeva: _arnesi pei quali lo intelletto si
rivela all'intelletto: parole, ale dell'anima; parole, vincolo per cui
un cuore si lega e si separa da un altro cuore_.
L'ultima cantera era piena di racconti, e sopra la più parte di questi
si leggeva: _politici_. Certa nota chiariva la intenzione dello
Scrittore, la quale sonava in questa sentenza; _che cosa importi
esercitare l'arte per l'arte non si capisce; le scritture movono
sempre dalle passioni o buone o triste o neutre, e partoriscono sempre
effetti profondi nella comunanza civile. Tu venererai buone le lettere
allorquando confortano la virtù, ottime poi e pietose quando la
confortano languente, e la riaccendono spenta: imperciocchè la virtù
si spenga talora pur troppo in mezzo ai popoli! Però reputa addirittura
cuore malnato colui, che potendo sovvenire con libere carte alla Patria
serva o avvilita, se ne astiene. Ora la Patria nostra non comparendo
libera tutta, e la parte emancipata non agile, non vispa, bensì torbida
e tarda nei moti dell'odio e dello amore, a queste infermità devono
principalmente sovvenire le lettere. Se così non adoperano, quale tu
troverai differenza tra il letterato e il musicante e lo strione? Guai
al letterato, che sè reputa artista soltanto! Egli ha da essere, la
Dio mercè e la valorosa dignità sua, tale che alla occasione si possa
cavare da lui o magistrato, o legislatore, o capitano, o maestro di
quelle scienze, che porgono fondamento all'ordinato vivere. Dicono che
le opere uscite dalle mani delle arti durino assai più delle altre, che
la passione crea; e questo dissi certa volta ancora io; però, fattaci
sopra migliore considerazione, adesso risolutamente nego, conciossiachè
le figure, le imagini, i baleni insomma della scrittura prorompano
appunto dalle passioni: ma quando anco e' fosse così, coteste opere
di arte si conserveranno come le statue di granito dei re di Egitto,
spaventevoli all'occhio, obliate dalla memoria._
_Ora di Ettore non avanzano simulacri, e tu, di', non preferiresti
durare nei ricordi della gente, che hanno sacro il sangue versato
per la Patria come Ettore, che ingombro agli occhi come le statue di
Faraone? Però quando pensi, scrivi, argomenti ed operi, intenditela
con la tua coscienza e con Dio, nè porgere mai orecchio al susurro dei
critici maligni, i quali vivono a mo' dei tarli, rodendo, e le infelici
opere loro ad altro non sono buone, che a deturpare il capo di Giove
con le tele di ragnatelo._
Così argomenta Domenico, e, se bene o male, altri giudichi, non io;
solo dirò che Francesco, oltre i racconti politici, vide nella cantera
altri manoscritti intitolati racconti fantastici, racconti bizzarri;
ma Domenico gli aveva condannati tutti scrivendo sopra le fasce:
_stravizii dello spirito_.
Di questi percosse Francesco uno, il quale Domenico aveva battezzato
_Storia_, non già racconto, ond'egli senza riguardo alcuno lo prese e
cominciò a leggerlo. Allo improvviso, quando ei se lo aspettava meno,
si sentì battere sopra la spalla, e levando il capo vide Domenico, il
quale sorridendo gli disse:
— Tu hai morso la mela proibita e duolmene per te, che d'ora innanzi tu
partorirai i figliuoli con molto dolore e morirai. —
— E tu goditi la tua immortalità e lasciami leggere, rispose Francesco,
non meno dell'altro motteggevole e arguto; diffatti non si rimase
finchè non giunse in fondo, allora si ripose prima il manoscritto in
tasca, e poi voltatosi a Domenico con faccia imperterrita, disse:
— Vedi, tu avresti a fare una cosa; tu me lo avresti a donare.
— Queste tue maniere, rispose Domenico, arieggiano agli imprestiti
volontarii, che l'Austria metteva addosso alla Lombardia; tu prima
pigli, poi chiedi. —
— Già! O che i buoni esempii non hanno a fruttare mai? Diversamente,
tu lo sai, tanto è il male che non mi nuoce, quanto il ben che non mi
giova.
— Ma tu, che cosa intendi farne?
— Stamparlo.
— Guardatene! Ch'ella è Storia pretta, sai? E le _Dramatis personæ_
vivono tuttavia.
— Che monta questo? Mettonsi esse forse alla gogna per opere ree?
Dunque lascia correre l'acqua per la china; ancora, ne caveremo
guadagno, e poichè certo uomo di Stato versatissimo nelle scienze
economiche (e mi dicono anche nelle morali, ma in queste un po' meno)
bandisce come articolo di fede, che i poveri non hanno a possedere
altro patrimonio, eccetto quello della carità pubblica, così bisogna
da ogni lato empire questo salvadanaio: ne caveremo pertanto danaro pei
poveri.
— Se dal mio calamaio può uscirne questo, accostati Francesco tanto
ch'io possa rovesciartelo sul capo, e amministrarti un secondo
battesimo d'inchiostro: ma di' un po, come si chiama egli l'uomo di
Stato tanto generoso pel popolo?
— Te lo dirò un'altra volta; per ora mi basta che tu convenga meco
che non importava innalzare la economia alla dignità di scienza, nè
beccarsi il cervello per riuscire poi a cosiffatte dottrine. Il Senato
di Genova fin dal principio dello scorso secolo, senza andare a scuola
di pubblica economia, intendendo manifestare l'animo riconoscente al
popolo dell'Algaiola, il quale per esserglisi mantenuto fedele vide
le sue case sovvertite, i colti arsi, gli armenti distrutti, con
amplissimo senatusconsulto decretò potessero cotesti fedeli disperati
domandare liberamente la elemosina a Genova ed anco nelle Riviere,
credo, ma questo non lo so bene. —
Misericordia! Pensa se Genova si sarà rimescolata da cima a fondo per
tanto scialacquo! Dev'essere senz'altro da quel dì che giudicarono
necessario sottoporre in massa il patriziato genovese ai curatori,
perchè non mandasse a male il fatto suo.
I discorsi che furono poi _hinc et inde_ alternati non importa
riferire; tanto ne avanzi che Francesco si portò seco il manoscritto,
il quale adesso stampato voi leggerete, se vorrete leggere. Forse non
vi dorrà avere gittati via il tempo e i danari: ad ogni modo vi consoli
il pensiero che il danaro non avrete gittato via di certo, perchè
tapperà qualche buco fatto a cagione di debito palese o di miseria
segreta. —