Il quale dirà a quelli che lo leggeranno di che cosa ragioni.
Care ricordanze dì affetto e venture di rado liete, spessissimo
triste, e avvicendarsi cotidiano di fratellevoli offici operarono sì,
che Domenico e Francesco sieno, come si costuma dire, due anime in un
nocciolo. Il mio e il tuo non si conosce fra loro; amici sono, quali
io penso che ormai non se ne abbia a trovare più la stampa nel mondo: a
mala pena forse tu ne potresti cavare la idea nel trattato, scritto da
quell'omaccione che un giorno fu Marco Tullio intorno all'_Amicizia_;
piuttosto ti ci accosteresti dove tu immaginassi la domestichezza loro
arieggiare quella degli Etiopi, appresso i quali si reputa non pure
inurbano ma turpe se lo amico dello zoppo accompagnandosi con lui per
le vie della città non arrancasse a sua posta; ond'è, che dopo tutto
questo non ti parrà forte davvero se ti dirò, che essendosi recato
l'altro ieri Francesco in casa Domenico, inteso dalla fante com'egli
fosse uscito per certe sue faccende, se ne andasse diffilato nel suo
studio dove assettatosi davanti al banco si mise, senza un rispetto al
mondo, a rovistare per le scritture di lui.
Il banco di Domenico è veramente un magnifico arnese, condotto di legni
pellegrini con sottile lavoro: glielo donava il padre suo, comecchè
questi non si trovasse con gli averi in troppo prospera fortuna, e ciò
non mica per superbia, bensì perchè ornando oltre le sue facoltà lo
studio al figliuolo, questi riponesse nell'animo, che quando il nostro
spirito dà opera alle umane discipline: