I bestiali sono compartiti in tre classi:

1.ª Quelli che fanno forza, violenza altrui in cosa o in persona. I

centauri raffigurano i correnti pensieri bestiali.

2.ª Quelli che se stessi offendono personalmente, o realmente.

Personalmente i suicidï, trasformati in sterpi, poichè de' tre

animati: vegetabile, razionale e sensitivo loro è rimasto soltanto

il primo. Le Arpie raffigurano le tristi ricordanze. Realmente, gli

scialacquatori, sparnazzatori delle loro sostanze. Ignudi, perchè

si spogliavano delle loro sostanze: perseguitati da nere e bramose

cagne, a indicare la oscurità, i triboli della indigenza.

3.ª Coloro che sforzano la natura, cioè Iddio, e la lor qualità è

suddivisa in tre classi: quelli che bestemmiano Iddio; quelli che

peccano in lussuria contro la natura; gli usurai.

Ottavo grado: i fraudolenti. Motore, Gerione che accoglie in sè tre

qualità: uomo, serpente e scorpione.

Dieci bolgie: i lusinghieri, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri,

ipocriti, ladri, mali consiglieri, seminatori di scandalo, falsari. I

simoniaci han volto le piante de' piedi in su per lo ritroso loro

affetto, sommettendo le spirituali dovizie della misericordia alle

terrestri ricchezze.

Commentando il ventesimo Canto della prima _canzon_ dei «sommersi»

Jacopo espone che gl'indovini hanno ritroso il viso per la loro ritrosa

operazione. Gl'ipocriti della sesta bolgia portan cappe dorate di fuori

per una singolare etimologia della parola «ipocrisia»: da _ipo (hippo!)

quod est supra_ e _kresis (chrepsos): quod est aurum_.

Eccoci a' ladroni della settima bolgia: essi sono spartiti in tre

categorie: quelli che non ne hanno l'abito continuo, senza alcun

determinamento del sì o del no; subito fanno e si pentono dopo: quelli

che di continuo sono adusati ad arraffare: e, infine, quelli che non

continuamente rubano, con determinato volere del sì o del no, ma

soltanto parandosi la occasione ne prendon diletto.

La nona bolgia è spartita in due: gli scismatici e i seminatori di

scandali. I falsatori dell'ultima bolgia son compartiti in tre classi:

realmente, personalmente e quelli che falsificano le monete.

Eccoci al nono grado che accoglie i traditori, e vi son posti a guardia

i giganti, simboli della «iniqua superbia nella qualità frodolenta».

Come la «superbia passa oltre il dovere della natura, così i giganti

oltre il dovere di grandezza e di possa.» I traditori son divisi in

quattro classi: Caina, quelli che tradiscono i loro carnali e parenti, e

sono raffigurati nell'algore di ghiacci, a significare la freddezza

dell'animo loro, privo d'ogni naturale calore: Antenora, color che

tradiscono lor genti in patria: Tolomea, quelli che servono e tradiscono

chi li adopera.

E abbiam negletto, nel nostro riassunto, altre allegorie delle pene

assegnate ai peccatori; allegorie tutte aggiustate su la medesima

traccia già esposta, poichè vi si riflettono sempre le naturali

conseguenze caratteristiche per ogni specie di viziosi.

Non sembra che Jacopo abbia mai esteso ad altra Cantica del Poema il suo

Commento, sebbene verso la fine delle Chiose si legga: «Siccome nelle

chiose del seguente libro si conta».

E non accadrebbe dire che il Luiso cita un passo, riferentesi al

_Paradiso_, e che dal chiaro erudito è tenuto per un brano del Commento

della Seconda Cantica. Ma quel brano non è del figliuolo di Dante: non è

altro, se non una delle rubriche, onde son preceduti i singoli Canti

delle Tre Parti della _Commedia_, e si trovano, ora in latino, ora in

volgare in numerosissimi manoscritti, che furono eziandio divulgati più

volte per la stampa.

Le Chiose di Jacopo non recano alcuna data e, per questo rispetto, non

si può, neppure approssimativamente, accertare il tempo in cui furono

scritte.

L'unico modo a scuoprir il posto, che loro spetta nella ermeneutica

dantesca, è da ottenersi nello scrupoloso esame del loro contenuto, in

un paziente raffronto fra esse e altri Commenti sincroni. Tali raffronti

lunghi e minuziosi, non entrerebbero però ne' termini imposti a questa

_Prefazione_.

Ma ci contenteremo di qualche osservazione succinta.

* * * * *

Dal passo sul veltro si ricava che Jacopo confuta l'opinione di altri,

che vollero vedere nel veltro, o un personaggio di nazione gentile, o

anche di bassa estrazione. Egli l'una e l'altra ipotesi ribatte come non

conformi alla intenzione del poeta. E pur sembra che, nel parlar di

Alberigo dei Manfredi, si rivolga contro altri, i quali allegarono che

l'anima del frate non poteva essere posta nell'inferno, essendo egli

ancora vivo.

Abbiamo già accennato agli scarsi studi d'Jacopo e a' pochi mezzi,

ch'egli possedeva per risalir direttamente alle fonti, valersi di

materiali utili alla erudita interpetrazione del poema.

Non siamo sicuri che pur dove accenna, in termini generali, alle sue

fonti, citando nomi d'autori, egli li abbia veramente consultati. Così

non può aver trovato nella Bibbia certi ragguagli, che asserisce; come

pure non può aver letto «in Ovidio, o negli altri poeti» che Cerbero era

«alcuno così nominato che più in cotal vizio (la golosità) si resse»; nè

in Omero che Chirone «fu crudelissimo e bestiale in tutte sue

operazioni, ecc.». Abbiam pur menzionato il fatto che per due chiose

allegoriche dove Jacopo non cita alcun nome, e che son di Lattanzio e

Isidoro, da altro commentatore sincrono, non pur son richiamati i nomi

degli autori, ma riprodotte le lor testuali parole.

A ridurla a oro, è evidente che Jacopo si serviva di altre esposizioni

del poema ove trovava materiali a lui acconci. Non si può, dunque,

consentire col ch. Rocca, che volle metter le Chiose a capo di tutti i

commenti, supponendole scritte nel 1325, anteriori, quindi, d'un anno al

Commento di Ser Graziolo, cancelliere bolognese, il più antico sin ora

conosciuto.

Il Rocca basa la sua ipotesi, specialmente, su le identità della Chiosa

allegorica circa le tre bocche di Cerbero.

E noi crediamo pregio dell'opera il riprodurre integralmente la Chiosa

di Ser Graziolo e quella di Jacopo.

* * * * *

SER GRAZIOLO: «Questo Cierbero è uno demonio preposto in questo

terzo Cerchio a tormentare l'anime; il quale, siccome si truova, è

uno cane infernale, e ha tre teste; e neentemeno in questo presente

capitolo punisce il vizio della gola. Per questo Cierbero che ha

tre teste propriamente si figura l'appetito della gola, il quale si

divide in tre parti: in qualità, in quantità e in quanto continovo.

L'appetito della qualità si è desiderare buoni cibi e non curare

della quantità d'essi; l'appetito della quantità si è desiderare

molti cibi e molto mangiare, e non curare della qualitade d'essi.

L'appetito del quanto continovo si divide in quanto contiovo e

quanto partito (discreto). L'appetito del quanto contivo si è

desiderare continovamente di mangiare; l'appetito del quanto

partito si è desiderare per spazii di tempi.»

JACOPO DI DANTE: «Per lo detto demonio l'appetito della gola si

considera, che in ciò gl'induce; il quale con tre gole

figurativamente è formato, siccome per tre modi cotale appetito per

loro si possiede: de' quali l'uno è di quantità, l'altro è di

qualità, il terzo è di quanto continovamente. In quel di quantità

comunalmente d'ogni cibo assai si desidera gustare; in quel di

qualità particularmente di cose elette, non curandosi di quantità.

Il terzo, il quanto continovo, in due modi diviso si contiene: cioè

il quanto continovo e il quanto discreto. Il quanto contiovo è

continovo esser goloso, e il quanto discreto è alquanto esser

goloso e alquanto non essere.»

* * * * *

Or si dice, ma non è un bene apporsi, che la Chiosa è bene a suo luogo

nel Commento di Jacopo, poichè essenzialmente allegorico: dà stupore

nella esposizione di Graziolo che non contiene se non rarissime

allegorie.

L'argomento sta proprio a martello? E non poteva Jacopo, che già aveva

tolto a presto chiose allegoriche da Guido da Pisa, averne preso

un'altra, che gli andava a genio, a Ser Graziolo? Il singolare è che tal

chiosa contiene un errore, in cui son caduti e l'uno e l'altro

scrittore. Chè, mentre gli appetiti, simboleggiati dalle tre bocche di

Cerbero, dovrebbero essere tre, in realtà vi si parla di quattro. I due

primi sono la qualità e quantità dei cibi, cioè mangiar bene e mangiar

molto e tu supporresti, di leggeri, che terza dovesse essere la qualità

con la quantità riunita, cioè mangiar bene e molto. Ma non così

divisavano gli antichi commentatori, mettendo come terzo appetito un

«quanto continuo». Ed ecco qui è ora l'errore.

Questo «quanto continuo» si suddivide, alla sua volta, in «quanto

continuo» e «quanto discreto»: cioè «quanto partito» come traduce le

parole di Ser Graziolo un volgarizzatore trecentista del Commento del

bolognese.

Ed oltre alla contradizione de' quattro appetiti corrispondenti alle tre

bocche di Cerbero, vi è ancora un'altra difficoltà, poichè appar

evidente che il «quanto discreto» non potrà essere una suddivisione del

«quanto continuo». Quindi, a fil di logica, suppone il valoroso Rocca si

debba correggere in modo che la quantità si divida in due parti, cioè la

quantità discreta e la quantità continua, secondo ben afferma, del

resto, Ser Graziolo, poichè la «quantità discreta» è mangiar molto per

spazii di tempi _(per intervalla temporum)_ e la «quantità continua» è

l'aver sempre l'appetito desto e trovarsi disposto al mangiare.

E l'errore nel testo latino di Ser Graziolo si spiega facilmente così:

che invece di scrivere _appetitus quantitatis_ abbia ripetuto _appetitus

quanti continui_, che aveva scritto poco discosto, mentre non si spiega

nel testo di Jacopo, che dice: _il terzo, cioè il quanto continovo_.

Ma la questione si ingarbuglia sempre più. Guido da Pisa, che aveva

trovato la Chiosa nel Commento di Ser Graziolo, fraintendendo le parole

_per intervalla temporum_, cioè «per spazii di tempi» aveva difformato

l'ultimo inciso così: _Quantum vero discretum est et aliquando multum et

aliquando parum et procurare et comedere._

A ciò sono in tutto rispondenti le parole di Jacopo: «Alquanto discreto

è _alquanto_ esser goloso e _alquanto_ non essere». Per il vocabolo

_alquanto_, traduzione dal latino _aliquando_ è evidente che Jacopo

deriva la sua Chiosa dalla esposizione di Guido da Pisa, che l'aveva

trovata nel Commento di Ser Graziolo. E la serie cronologica di questi

Commenti è forse da porsi in tal modo:

1.º Ser Graziolo (1324).

2.º Guido da Pisa (fra il 1325 e 26).

3.º Jacopo Alighieri (dopo il 1326).

Tutti e tre non vanno col loro Commento oltre la Cantica dell'_Inferno_.

Solo Jacopo sembra avesse in intendimento di chiosare anche la Cantica

del Purgatorio, ma non si ha notizia, fin ora, che il recasse in atto.

* * * * *

Concludiamo: noi non abbiamo risparmiato cure in questa pubblicazione e

crediamo aver gettato ampia luce su un punto, sì controverso, della

nostra storia letteraria.

Nelle indagini, nella cura del testo, nel raffronto dei varii codici, fu

a noi guida sapiente il dott. Fr. Roediger, maestro nella più eletta

erudizione della nostra letteratura e fra i pochissimi stranieri

assolutamente padroni del linguaggio nostro.

E chiunque vorrà far paragone della nostra edizione con la precedente,

scarsa di notizie, e tanto errata nel testo, e pur da tempo esaurita,

potrà ben dire che queste _Chiose_ potean, sin ora, considerarsi come

inedite. E la lode de' buoni, e discreti, sarà il massimo guiderdone

alla nostra non lieve fatica.

Chiose alla cantica dell'Inferno di Dante Alighieri pubblicate per la prima volta in corretta lezione con riscontri e fac-simili di codici, e precedute da una indagine critica · 第 6 / 34 题