MCMXV

IN FIRENZE = R·BEMPORAD

& FIGLIO, EDITORI

_ALLA MAESTÀ

DEL RE VITTORIO EMANUELE III_

_Sire,_

_In un'opera, che rimarrà immortale, come la saviezza e la bontà da Voi

già dispiegate, durante il Vostro regno, la Maestà Vostra ha dimostrato

quanto Le stieno a cuore gli studi della erudizione, e come sia

convinta, dopo certe sapienti, lunghe indagini, debba, da ogni sforzo di

dottrina, derivar un nuovo civile incremento._

_Nel nome di Dante l'Italia rafferma la sua gloria di madre d'ogni alta

cultura e però, con libero pensiero, con omaggio devoto, ho voluto

offrire al Sovrano che, sin da' suoi giovani anni mostrò intelletto

infiammato del sapere, questo studio di schietta italianità._

_Della Vostra Augusta Maestà_

_Dev.mo Obbed.mo Suddito_

_ENRICO BEMPORAD_

_EDITORE_

_Firenze, 1º settembre 1914._

_PREFAZIONE_

Per la prima volta si pubblicano, corrette nel testo, ridotte alla lor

vera lezione, e sottoposte ad indagine critica, rivendicate, con validi

argomenti, al suo autore le _Chiose_ alla prima Cantica della _Divina

Commedia_, scritte da Jacopo, figlio di Dante Alighieri.

E c'è da meravigliarsi che fosse lasciato così negletto un testo

prezioso per la ermeneutica dantesca: uno fra i più antichi commenti del

sublime poema, e che contiene una interpetrazione nuova, con

singolarissimo intendimento, per la prima volta or da noi messo in

rilievo. E non accade l'insistere su la importanza di tale sottile

interpetrazione circa le allegorie della _Divina Commedia_, se si

riflette che Jacopo può averla udita, raccolta dalle stesse labbra del

padre.

Ma procediamo per ordine.

Furono, sino ad oggi, raccolte in copia notizie risguardanti i

figliuoli di Dante Alighieri, ma non si è ancora appurato, tali notizie

essendo sovente incompiute, qual de' figliuoli fosse il primogenito, o

Pietro, o Jacopo. Forse, Pietro è da reputarsi il maggiore, poichè,

mentre il padre avea preso stabile dimora in Ravenna, egli era già

investito di due benefici ecclesiastici[1]. E ciò si ritrae da una

sentenza del Cardinale Bertrando del Poggetto:--sentenza, da cui

s'apprende che Pietro si rifiutò di pagare le procuragioni dovute al

Cardinale, ed è del 4 gennaio 1321: otto mesi innanzi la morte di Dante.

E i benefici doveano essere stati a Jacopo ottenuti dalla moglie di

Guido Novello da Polenta.[2] Allorchè il padre ebbe bando da Firenze,

nel 1302, i figliuoli rimasero nella città con la madre, stretti

d'angustie, ridotta la famiglia a scarso, sottil tenore di vita. Dopo la

battaglia di Monteaperti, per l'atto di condanna del novembre 1315,

anche i figliuoli son cacciati in bando _(Dantem Allagherii et filios):_

non già perchè avessero compiuto gesta contro la saldezza della

Repubblica, ma per effetto della legge spietata che accomunava nella

condanna de' ribelli eziandio i lor figliuoli, che avesser tocco i

quindici anni. Sbanditi dalla patria, si rincontravano col padre su la

via dell'esilio; ed egli amorevolmente li accolse e li ebbe seco prima a

Verona, poi a Ravenna. Nè ci soccorrono documenti a chiarirci del tempo

da essi trascorso col padre: ben sappiamo che in Ravenna si trovavano

alla morte di lui e, con l'aiuto di Ser Pier Giardini, misero a ordine,

devotamente, i manoscritti lasciati dal divino poeta.

Rileviamo dal Boccaccio che gli ultimi tredici Canti del _Paradiso_

andaron smarriti per circa otto mesi e furono, per ventura, dopo

assidue, insistenti ricerche, trovati. E già se ne disperava al segno

che Jacopo, il più acceso negli studii letterarii, avea formato il

disegno di supplire egli alla mancanza. Lieti per la preziosa

recuperazione, volsero l'animo a significare la gratitudine degli esuli

verso Guido Novello da Polenta, allora podestà per i bolognesi, e

ch'era stato agli esuli fiorentini generoso di ospitalità. E fecer

disegno, e il posero in atto, di offrire a quel Signore la prima copia

integra della _Divina Commedia_, accompagnata da un _Sonetto_ e da un

_Capitolo_, scritti da Jacopo a dilucidare in quali e quante parti è

diviso e suddiviso il grande Poema.

Di lì a breve tratto (nel settembre 1322) i due figli dell'Alighieri,

scaduta la signoria de' Polenta, lasciavan Ravenna. E, nel 1323, nel

1324, Pietro era in Firenze. Come gli desse l'animo di tornare nella

città donde era stato sì aspramente cacciato, non sappiamo al certo; ma

non ci è conteso il supporre ch'egli facesse questo pensiero: era stato

sbandito unicamente come figliuolo dell'Alighieri e, morto il padre, non

veniva a mancar la ragione del suo bando? Tanto più che nella sentenza

di condanna non era neppure specificato il nome di lui. Questo egli,

forse, credeva, ma andava errato. Nel bando era pur segnata la sua

condanna di morte: e, sovrappreso da timori, sollecitato da consigli,

prima che contro di lui si risollevassero gli odii, si sguinzagliasser

le invidie, e il malanimo sì aspro e operoso contro il padre, si dannò

da sè a nuovo esilio e si ritrasse in Verona, ove fu giudice del Comune

e Vicario del Podestà.

Morì nel 21 aprile 1364 in Treviso ed ivi ebbe sepoltura in Santa

Margherita degli Eremitani, oltre il Sile.

* * * * *

Nel 1325 la Signoria di Firenze concedeva perdonanza a' cittadini

mandati in bando e, dava loro balìa, salvo a' ribelli, di tornar in

patria, se assentissero di pagar una certa quota su la ammenda, della

quale erano stati colpiti. Jacopo di Dante volle approfittar di quella

congiuntura e rifarsi fiorentino. Fu allora ordinata una pratica per

appurare se egli dovesse avvantaggiarsi delle larghezze concesse: e fu

deciso in suo prò e ciò, verosimilmente, per un garbuglio di legulei,

poichè nella sentenza di condanna, secondo abbiamo toccato più sopra,

era accennato a' «figliuoli di Dante» senza specificarne i nomi.

Tuttavia, egli non prese stanza in Firenze, ma riparò a Fiesole ove, nel

1326, ebbe i primi ordini ecclesiastici. Nè si attutivano gli odii

contro di esso, aizzati da' nemici del padre. Acchetate le parti de'

Bianchi e de' Neri, si era formata un'unica parte, schiettamente guelfa:

ma non s'erano acchetati i rancori verso coloro, che avean macchinato

contro l'ordine, la ragione dello Stato e fra essi Dante primeggiava:

acerbo, implacato riprensore de' costumi de' suoi concittadini;

disfogatore, senza tener modo, delle sue ire contro personaggi e

famiglie, cui non aveva il suo focoso risentimento risparmiato alcun

vitupero e che aveva dannato a perpetuo dileggio, ad una infamia

insanabile. Donde l'acuta avversione de' Donati che non sapean perdonare

neppure alla sua memoria. I genii sono, generalmente, importuni:

prendono troppo posto nel mondo, appaiono invasori, sono dominatori,

loro malgrado. Egli era stato, e con spiccatissimi tratti, e quasi a

studio, importuno a molti.

E costoro si sfrenavano sempre in calunnie contro il poeta, aveano in

dispetto il suo Libro divino, che s'ingegnavano tener nella oscurità (da

cui i secoli l'hanno rivendicato) credevano poter spengere quella

fiamma, che dovea essere una tra le luci più vive del civile consorzio.

Alla divulgazione della _Divina Commedia_ fu contrapposto in Firenze

ogni ostacolo, con subdoli espedienti, o recisi pareri: coloro che il

poeta aveva percossi, o sfiorati della sua folgore; coloro ch'egli aveva

collocati, con scherni sublimi, nelle sue bolgie infernali, urlavano

come dannati contro di lui. La morte del poeta non li placava:

sentivano che la loro onta dovea essere immortale. Il poema, combattuto

a Firenze, era già letto, comentato, diffuso, suscitava ammirazioni in

altre città d'Italia, per esempio a Bologna; nella patria del fiero

ghibellino rafforzava, perpetuava le inimicizie. Un comentatore,

contemporaneo d'Jacopo, esclama: _Universus et totus infernus

florentinis noscitur esse plenus._ E a cotale esclamazione fa seguire i

nomi di circa una trentina di ragguardevoli fiorentini, che in varii

cerchi infernali son dal poeta allogati.

Se è lecito trar paragoni tra uomini e tempi, tanto diversi, Dante fu

tra molti de' fiorentini suoi contemporanei in disgusto, come furono,

nel decorso secolo, fra gl'inglesi Giorgio Byron, e fra i tedeschi

Enrico Heine: e ciò per lo stesso motivo, per la sanguinosa satira de'

loro compatriotti, per aver flagellato ove credeano fosse buono e degno

l'assestar colpi.

Un'idea dell'accanimento de' nemici di parte contro il poeta è da

rilevarsi dallo stesso opuscolo di un suo contemporaneo, il frate

Vernani, da noi ripubblicato e tradotto dal latino, nel quale l'autore

del _De Monarchia_ è chiamato «ignorante» e dipinto, scusate se è poco,

com'uomo di mal'affare. Già il qualificativo di «barattiere» del quale

egli gratificò sì copiosamente altrui era stato, con fermezza, aggiunto

al suo nome.

E, scomparso il poeta dalla scena del mondo, il livore non posava, nè

stava pago di scatenarsi contro l'opera di lui, anzi inveleniva contro

il figliuolo Jacopo. Costui traeva alquanto al vanitoso, era di una

sfolgorata ambizione, ma aveva culto, quasi religioso, per l'ingegno del

padre: e non si ristava dall'adoperarsi alla divulgazione della

_Commedia_. Infatti, fra il 1330 e il 1340 appaiono scritti un gran

numero di Codici danteschi fiorentini, non pochi fregiati con lo stemma

degli Alighieri, ed è agevole l'inferirne che a tanta copia di codici,

oltre l'attrattiva esercitata dall'opera su le menti degli amici, non

dovessero essere estranei il fervore, lo zelo di Jacopo.

Tale amore filiale faceva acuire a' pertinaci nemici del poeta le lor

vendette. E nel 1335 fu riaperta la pratica contro Jacopo e si pose

innanzi, di nuovo, il dubbio, se a lui fosse lecito rimanere in Firenze,

senza offesa delle leggi.

Ma l'esito di questa seconda pratica non ci è noto: pur abbiam documento

che, negli anni 1341-42, egli si trovava un'altra volta lontano dalla

sua città natale. E menò vita assai avventurosa. Fu, nel 1342,

reintegrato nel possesso de' beni paterni. E narreremo di lui qualche

tratto ben singolare. Da giovane, insieme col fratello, avendo voluto

rendersi prete, ricevette gli ordini, e si era pur dato tutto alle cose

dell'anima e avea scritto versi su la Morte, che gli accattaron favor

popolare per la sincerità della loro ispirazione. E nel 1341 e '42

godeva la prebenda di un canonicato, in quel di Verona: procacciatagli,

è da farsi congettura, dal fratello Pietro. Giunto all'età matura venne

in desiderio di tor moglie: e poco stette in tal proposito, chè fu

condannato per mancata promessa di matrimonio e per non aver restituito

la dote, che aveva, alla chetichella, arraffata.

Si sa che venne a morte prima del 1350; manca ogni data più precisa.

* * * * *

Il Boccaccio chiama i due fratelli Alighieri «dicitori in rima». E già

conosciamo di Pietro una Canzone morale contro a' Pastori: una Canzone

per Papa Giovanni XXII e per l'Imperatore Lodovico. Di Jacopo, oltre il

sonetto a Guido da Polenta, il Capitolo, in questo volume riprodotto, e

che contiene un sì abile, fedel riassunto della _Commedia_ e i versi su

la Morte, di cui toccammo più sopra. Di Jacopo si è pur conservato un

sonetto, indirizzato a Paolo dell'Abbaco e un poemetto intitolato

_Dottrinale_, in cui egli si atteggiò a dare insegnamenti di Cosmologia.

Ond'io da mia natura,

non per troppa scrittura

ardisco a tale impresa,

però ch'io ho difesa

dalla mia compagnia

d'avere Astrologia,

Acciò che sia palese

per ciaschedun paese

del sito italiano

da presso e da lontano

l'esser dell'universo,

dirò a verso a verso.

Nel nome del Signore

ch'è superno motore

che mi concede gratia

sì ch'io possa far satia

di verità la gente

et futura et presente....

Che piagnendo mi dice

che sua vera radice

quaggiù non è intesa

da que' che l'han compresa:

anzi le par travolta

e tra bugie ravvolta.

Ond'ella se ne duole,

e riparar si vuole

forse col mio ingegno,

bench'i' non ne sia degno,

a voler ch'io ripeti

filosofi e poeti....

Ond'io volto a Levante,

Jacopo di Dante,

incomincio mia boce

col segno della croce,

che mi conceda tale,

ch'io faccia un Dottrinale.

Ma i due figliuoli di Dante furono tutt'e due commentatori della

_Commedia_: Pietro di tutto il poema, Jacopo non andò oltre la prima

Cantica. A Jacopo, mentre ebbe dimora in Firenze, molti dovean far capo

per richiederlo di spiegazioni su i passi più ardui. Ed è curioso che il

possessore di un antichissimo codice scrivesse in margine ove non

s'intendeva: _Jacobe, facias declarationem._ In una tra le varie stesure

dell'_Ottimo_ è riferita, col nome di Jacopo, una chiosa, mentre altre,

numerosissime, di leggeri riconoscibili per la singolarità del dettato,

vi si leggono senza che ne sia accennata la provenienza.

Nel codice Palatino 313, che contiene grandissima parte del Comento di

questo figlio di Dante, sebbene spesso le sue chiose sien corrotte e

alterate, interposte ad altre d'indole e di dettato differenti, quasi

ogni chiosa è segnata della sigla _Jac_ (Jacopo). Al Commento, contenuto

nel Codice laurenziano XC. Sup. 124 si attribuiva maggior credito,

poichè vi si notava il figliuolo di Dante averlo trascritto di sua mano,

e fin nel secolo decimosesto la dichiarazione di Jacopo fu con diligenza

ricercata.

Siamo nel settecento, al ravvivamento degli studi danteschi. Il Commento

di Jacopo fu conosciuto dal Pelli, dal Melius, che non vi assegnarono

molta importanza e soltanto nel 1848 un gentiluomo inglese, lord Vernon,

insigne per promovimento dato agli studi della classica letteratura

italiana, tenero, rispettoso di ogni gloria nostra, più che non fossero

in quel tempo molti italiani, lo dava in luce a sue spese.

Ma, contro il divisamento del nobile signore, la pubblicazione riusciva

assai imperfetta, quasi inutile per i troppi errori accumulativi, per

difetto di critica indagine. L'edizione, di soli cento esemplari, potè

esser nota a pochi eruditi: ed ormai è a dirsi introvabile. Però di

questa edizione e della nostra discorreremo, con più larghezza, altrove.

I pochi, cui riuscì ad aver contezza di queste Chiose non vi trovaron

ciò che, senza fondamento, si ripromettevano di attingervi.

Avevano in animo di ritrarre dalle _Chiose_ di Jacopo ragguagli di fatti

storici avvenuti al suo tempo, notizie curiose su i personaggi

satireggiati, o lodati, nel poema. Non tenner conto che a Jacopo

riusciva ben disagevole l'aver di nuovo ricetto, come sbandito, nella

patria e ottenere la restituzione de' beni paterni. Gli approdava,

dunque, il tenersi lontano da ogni causa di dissidii cittadineschi, il

dissimulare, anzi, menare il buon per la pace e non andare stuzzicando

vespai. Si stava contento alla esposizione delle principali allegorie

del poema.

Male erano ispirati coloro che alle _Chiose_ dello scrittore, cui era

consigliata tanta prudenza, chiedevano, come oggi si dice, le

_indiscrezioni_ di uno stemperato cronista. La forma delle _Chiose_

apparisce un po' grezza, ispida se vuolsi, con l'arida impronta di

altre prose scolastiche in quel tempo: vi ricorron penose

circonlocuzioni, i periodi vanno alquanto intralciati, v'è una certa

sconnessione e spesso la sintassi è zoppicante. Ciò, specialmente, nella

prima versione. E da tali sconci molti furono turbati e sentenziarono

che non si trattava di un lavoro originale, ma bensì di una cattiva

traduzione dal latino. Altri sollevarono dubbi perfino su la autenticità

di tale scrittura.

Ma un uomo di gran sapere, lo Scheffer-Boichorst, fu il primo a

dimostrare di quanto rilievo fosse il breve Commento e vi rivolse

l'attenzione degli studiosi. Egli pose in chiaro l'analogia che è fra

alcuni brani del Commento e il Capitolo di Jacopo, intitolato

_Divisione_: e analogia di sostanza e di dettato. Tale Capitolo si

riscontra, o solo, o insieme con l'altro Capitolo di Busone da Gubbio in

molti codici della _Commedia_, e in modo da formar quasi parte integrale

del poema. La stessa intima relazione col Commento ha il _Dottrinale_ di

Jacopo, come accennò nel 1890 il dottissimo dantista Fr. Roediger, e vi

sono pure strette attinenze col Sonetto indirizzato a Guido da Polenta.

E se ne può trarre la conclusione che chi aveva scritto quelle rime

fosse pur l'autore del Commento.

E, poichè queste somiglianze ricorrono anche in certi vocaboli singolari

e costrutti piuttosto ricercati, si corrobora, in favor del volgare, la

questione circa la lingua in cui, originariamente, furon scritte le

_Chiose_.

Restava però sempre da dire. E nel 1903 il prof. Luiso tentava mandare a

rifascio l'edificio, appena eretto, in onore del nostro autore. Egli

brandiva, qual arma formidabile a spulezzar via quanto era stato, con

dottrina, accumulato il Codice Laurenziano (XC, Sup. 114) già ben noto,

da tempo, ai colti nella ermeneutica dantesca, e che reca la notizia che

il figlio di Dante lo fece «co le sue mani»: forse perchè la prima

chiosa che vi si legge è traduzione del principio delle _Chiose_ di

Jacopo. Per assegnare ad Jacopo il commento latino, contenuto in questo

Codice, si credette necessario, anzitutto, di recare al niente le

_Chiose_, andate sin'allora sotto il nome di lui.

Ma peccato che il valentuomo, il quale si avventava ad una sì temeraria

risoluzione, non credesse opportuno darsi la briga di mettere a

raffronto i due testi. Con questo piccolo avvedimento si sarebbe

chiarito che la chiosa italiana è assai più precisa e più nitida della

latina e il preteso volgarizzatore non merita di essere tanto svilito.

Ed era pur da procedere, se non erriamo, al raffronto fra altre chiose

che offrono, nel codice Laurenziano (XC, Sup. 114) spiccati riscontri

con quelle volgari di Jacopo: ad esempio la chiosa su Amfiarao, ove il

figlio di Dante cita Stazio «nel suo Thebaidos», mentre il compilatore

del Commento contenuto nel codice Laurenziano XC, Sup. 114, dice

«Stazius _secondo_ Thebaidos» prendendo forse il _suo_ di Jacopo per una

abbreviazione[3].

Ma, senza poterci offrire un testo latino che risponda in tutto alle

Chiose volgari, e i due testi son molto dissimili, salvo in qualche

chiosa che hanno a comune, il censore si dette a rifrustare nel commento

volgare i latinismi e, sin il vocabolo _leno_ gli sa di latino e non gli

sovviene che _leno_ significa _arrendevole_ e in questo senso non solo

spesso si trova nelle scritture del trecento, ma e' corre pur oggi, qual

moneta di buon conio, nella lingua parlata.

Un altro dotto, Michele Barbi, sventò tali censure e con la virtù della

sua dialettica, n'ebbe facil vittoria.

Che, se non bastasse il por mente alle intime affinità tra le _Chiose_ e

le altre opere di Jacopo, sarebbero ancor da accennare i brani e

vocaboli che son recati nelle _Chiose_ dalla _Divina Commedia_ e dal

_Convivio_. E ciò non avrebbe potuto derivarsi da un testo latino, nè

sarebbe occorso ad un volgarizzatore sciatto ed imperito.

Ed al Luiso doveva saltare agli occhi tale difficoltà: egli che, con

tanto accorto giudizio, rimette (7º capitolo) nel testo delle Chiose le

parole _senno umano_, invece di _sermo umano_ che offrono i due

manoscritti: e la correzione risponde perfettamente alle parole _senni

umani_ (nell'_Inferno_, VII, 81). Ed è, senza dubbio, la genuina

lezione, come risulta anche dal codice Ashburnhamiano 833, dove questa

chiosa è citata col nome di Jacopo.

Se nel suo Commento è qualche latinismo si spiega con l'aver egli dovuto

ricorrere sovente ad interpretazioni latine antecedenti alla sua opera;

ma lo stile artificioso, strano è eguale dal principio alla fine: stile

tutto proprio d'uno scrittore, e che non può essere stato calcato su un

preteso originale latino. Secondo noi, rispetto alla lambiccatura del

dettato nel Commento vi è, forse, una spiegazione nel fatto che Jacopo,

il quale era vanitoso, e sentiva orgoglio d'esser figlio di Dante, abbia

creduto imitare il padre, o inalzarsi, eleggendo uno stile artificioso e

usando vocaboli e modi nuovi, giusta l'esempio paterno. Ma di Dante

mancavano al figlio il genio poderoso, il gusto e gli studii profondi:

studii, in cui si era fatto molto innanzi il figlio Pietro, ma nel quale

l'arte del dire non pareggiò la dottrina. Jacopo credè supplire alla

coltura con la felice natural disposizione dell'ingegno: ed ebbe studio

più di stranezze che di eleganze: e si persuase venir in opinione con

ostentati artifici. E non sai s'e' riesca più bizzarro, o più risibile

in quella sua solenne sicumèra con cui si atteggia ad insegnare a tutti

i principii della Cosmologia «per sua natura» così e' dice, non per

troppa scrittura. Per natura egli vuol significare ingegno,

intellettualità. E di ciò pur si ha riscontro nelle prime terzine del

suo Capitolo:

O voi che siete dal verace _lume_

alquanto illuminati nella mente,

ch'è sommo fructo de l'alto volume,

perchè vostra _natura_ sia possente

più nel veder l'esser dell'universo,

guardate a l'alta Commedìa presente.

E si mettano a riscontro con questi versi il Sonetto a Guido da Polenta

e le linee onde muovon le _Chiose_.

«Acciò che del frutto universale novellamente dato al mondo per lo

illustre filosofo Dante Allighieri fiorentino con più agevolezza si

possa gustare per coloro in cui il _lume naturale_ alquanto

risplende _senza scientifica apprensione_, io, Jacopo, suo

figliuolo ecc.».

Insomma siccome egli è intellettuale, ma senza troppa «scrittura» così

scrive anche nel linguaggio nativo _(in prosa materiale)[4]_ per quelli

che sono di mente lucida, ma senza «scientifica apprensione». E chi

riflette a quanti autori occorrono per illustrare la _Divina Commedia_

sarà preso da meraviglia nell'avvenirsi a vederne citati nelle Chiose

pochissimi: Omero, Aristotile, Orazio, Virgilio, Lucano, Ovidio, Tito

Livio, Boezio, Terenzio, la Bibbia, tra i quali si debbon escludere

Omero e Aristotile, Terenzio e Boezio che, per varie ragioni, egli

certamente non ebbe fra mano e forse anche alcuni altri, che soleva

citare di rimbalzo.

In generale, non va oltre alla sommaria citazione delle sue fonti; e

suol dire «secondo i poeti, secondo le poetiche scritture» le storie di

Antenore e d'altri[5].

Vuolsi pur ammettere che Jacopo abbia preso a prestito un certo numero

de' suoi racconti, delle sue esposizioni da altri scrittori sincroni.

Così, ad esempio, nel tratto ove parla delle Furie, per il significato

delle quali si richiama a' soliti «poeti»: ed una parte di questa Chiosa

proviene da Lattanzio, l'altra da Sant'Isidoro: e il tutto si legge in

altro Commento dantesco del tempo, ove non pur son menzionati i detti

autori, ma se ne riferiscon quasi testualmente le parole.

Pur tuttavia le _Chiose_ del nostro furon tenute in conto quale opera

d'un figliuolo di Dante e fin che non le surrogarono Commenti più ampii

e diffusi a tutto il Poema.

A noi delle _Chiose_ pervennero soltanto due copie nel testo integrale e

due frammenti.

* * * * *

L'importanza del lavoro di Jacopo non è da ricercarsi nella quantità e

qualità del materiale d'erudizione e di raffronto, di cui disponeva,

bensì nella esposizione, ch'ei fa con tanta evidenza, della struttura

del Poema e nella dimostrazione omogenea e continua delle sue allegorie,

ciò che non si riscontra in alcuno degli antichi commentatori. E, se

afferma nel _Proemio_ di voler dimostrare parte del profondo ed

autentico intendimento della _Commedia_, ciò si riferisce essenzialmente

al contenuto allegorico.

Però lascia in disparte la descrizione dello stato delle anime dopo la

morte, con i loro martìri, e le loro gioie, quale resulta dal senso

letterale del testo; muove dal concetto che si debba ravvisar nel Poema

un Trattato di filosofia morale in cui si dimostrano «le qualitadi della

generazione umana»: la prima, quella de' viziosi mortali, chiamandola

_Inferno_; la seconda quella dei penitenti, il _Purgatorio_; e la terza

quella dei perfetti, il _Paradiso_ «a dimostrare la beatitudine loro e

l'altezza dell'animo congiunta con la felicità, senza la quale non si

discerne il Sommo Bene.»

Jacopo, dunque, reca tutto alla vita attuale e, astraendo dal magnifico

dramma, dalle situazioni, dalle figure che il poeta ha scolpito sì di

forza, suggeritegli dalle tradizioni popolari e chiesastiche, e

considerandole quali mezzi atti a muovere la immaginazione, ci rivela il

loro intimo significato, magistralmente nascosto dal poeta sotto il

colore di una visione d'oltre tomba.

Gli orribili, tremendi castighi dell'_Inferno_ si riducono a sofferenze

insite nei vizii stessi e derivanti dallo stato morboso in cui si

trovano i contravventori alla legge divina: le consolazioni del

_Purgatorio_ ad aspirazioni verso la libertà; le beatitudini del

_Paradiso_ alle sodisfazioni del vivere in purezza e conforme a' dettami

della celeste Bontà. Alle ardenti fantasie dantesche subentra un arido

schema di filosofia morale: alle esaltazioni estetiche, procurateci

dalle immortali bellezze del Poema, è sostituito lo scopo pratico di

«dare correzione e lode a chi n'è degno.»

Il concetto di Jacopo ci ravviva e ravvalora la dichiarazione del

soggetto del Poema, contenuta nella Epistola di Dante a Cangrande: _Homo

prout, merendo aut demerendo per arbitrii libertatem justitiae

praemianti aut punienti obnoxius est_ e, come causa finale, _removere

viventes in haec vita de statu miseriae et producere ad statum

felicitatis._

Simili concetti sono pur espressi nei Commenti di Pietro Alighieri e di

Guido da Pisa: e l'uno e l'altro ne trasser forse l'ispirazione dalla

lettera a Cangrande, ma nell'uno e nell'altro non con la continuità, la

pertinacia onde Jacopo vi si attenne.

E vediamolo all'opera: scrutiamo nella sostanza del suo nuovo commento.

Dante, nell'età di trentatrè, o trentaquattro anni, si trovava smarrito

nella selva oscura, o voglia dirsi smarrito tra le molte genti offuscate

dalla ignoranza; già la sua mente era irradiata dal fulgore della

intellettuale verità, quando fu affrontato dalle tre fiere: la lonza, il

leone, la lupa: simboli de' tre vizii prevalenti, o fondamentali:

lussuria, superbia e avarizia. Allo smarrito si para innanzi Virgilio,

cioè l'effetto della umana ragione, che lo campa dalla lupa insaziabile

e proferisce il vaticinio della prossima venuta del veltro, cioè d'una

costellazione migliore della presente e onde sarà trasfusa la pace negli

animi angustiati. Lo invita poi a seguirlo qual messaggero delle tre

donne celesti: Beatrice, simbolo della Sacra Scrittura; la gentil donna

interpretata la profonda mente della Deità; e Lucia, la grazia di Dio.

Il corto andar alla felicità non è possibile all'uomo, «attratto tanto

dalla dolcezza de' vizii quanto dall'altezza delle virtù». Occorre prima

avere una esatta conoscenza delle une e degli altri.... Riconosciuto

poi, mercè la Ragione, che le allettative de' vizii hanno, in fondo,

dell'amaro, l'uomo si deciderà a seguire le virtù, che gli assicurano

vera felicità.

Così Dante, guidato dalla Ragione, si avvia alla contemplazione de'

viziosi: e prima si abbatte ne' vili, ma _guarda e passa_, non si

curando di loro che non fanno al suo proposito. Son morsi, punzecchiati

da vili insetti, simboleggianti la nullaggine, l'acuta inanità del loro

pettegolezzo, della disutile loro ciarla: e corron dietro ad una

insegna, senza che ad alcun di loro dia il cuore di sopravanzar gli

altri. È la turba de' meschini, nè buoni, nè rei, senza valore per la

contemplazione de' vizii, cui vuol darsi il poeta.

Discende poi il primo de nove gradi, ond'è composto l'_Inferno_, dove

son allogati coloro, che non ebber battesimo e gli antichi valorosi, che

vivono _senza speme, in disìo_, come dice Jacopo, per il loro non

colpevole difetto.

Comincia dal secondo grado dell'_Inferno_ la caterva dei viziosi, che si

estende dal secondo al quinto, ove han posto gl'incontinenti. E, mentre

nel primo le anime sono imbarcate dal demonio Caron, del secondo

troviamo guai motore e giudice il demonio Minos. Il continuo agitarsi

dei lussuriosi corrisponde alle inquietudini amorose, perchè come dice

Jacopo, l'effetto di ogni peccato è degnamente pena dell'operante.

Terzo grado: i golosi. Motore il demonio Cerbero, le cui tre bocche

simboleggiano i tre appetiti. Pena: le infermità, le gotte, le podagre,

che si accumulano in siffatti peccatori. E, sia detto qui di volo, nel

suo tipo del goloso, in Ciacco, il poeta raffigura uno tra gli uomini

cui attribuisce la maggiore intelligenza nel suo tempo, e lo interroga

con curiosità, poichè molto si aspetta dal dire di quell'uomo

raffinatissimo, in cui riconosce somma autorità e previdenza

dell'avvenire.

Quarto grado: Avari e prodighi. Motore, il demonio Pluto (posto qui da

Dante probabilmente per la somiglianza tra Pluto e il vocabolo greco

_Plutos_). Pena: infinito affaticare così nel ritenere come nello

sparnazzare.

Quinto grado: Iracondia e Accidia. Motore, il demonio Flegias. Pena: la

affuocata irruenza degl'iracondi e degli accidiosi, la occulta e finta

irata voglia.

Arriva al sesto grado, cioè al peccato della malizia: la eresia,

protetta dalle Furie, che raffigurano il «malo pensamento» il

_dischiesto_ (sconveniente) parlare, come dice Jacopo e la malvagia e

infuriata operazione. La città è chiusa in mura, che sembran di ferro,

per la segretezza della eresia. È impossibile avervi adito senza la

esperienza della mente che, simboleggiata dal messo del cielo, gli vien

in aiuto, aprendogli le porte. Le Furie son cinte di serpenti, a indicar

il trascorrere d'un pensiero in altro e per la proprietà di fredda e

velenosa malizia degli eretici. Per la gran diversità delle eresie,

diverse arche tramischiate di fiamme per dimostrare l'ardente fermezza

degli eretici nelle loro credenze.

Col settimo grado i bestiali: motore il Minotauro: o, come si scrive in

certe rubriche, _Hominotauro_: qualità umana unita alla bestiale.

Chiose alla cantica dell'Inferno di Dante Alighieri pubblicate per la prima volta in corretta lezione con riscontri e fac-simili di codici, e precedute da una indagine critica · 第 5 / 34 题