II.

Mentre infatti il modesto corteo accompagnava all'ultima dimora il

cadavere della vecchia Marta, una carrozza da viaggio, lentamente

tirata da due cavallacci da nolo, s'arrampicava su per la lunga salita

che conduce all'entrata del paesello, al quale, di quel tempo, ancora

non aveva fatto capo (nè la cosa è diversa oggidì) alcun tronco di

strada ferrata.

In quella carrozza stavano due persone: una donna e un uomo. Questi

era nel pieno fiorire d'una giovinezza di cinque lustri; la donna

mostrava di essere dai quaranta ai cinquant'anni. Avevano tale

rassomiglianza nei tratti del viso e più nel carattere della fisonomia,

nell'espressione della figura e dello sguardo, nella voce e nelle

mosse, che chiunque non li avesse pur conosciuti mai, al primo vederli,

dicevali madre e figliuolo.

Nella donna l'età inoltrata e una pallidezza morbosa delle sembianze,

la quale rivelava in lei una malattia guarita da poco e una salute

ordinariamente cagionevole, non avevano distrutto tuttavia la traccia

d'una beltà, che doveva essere stata in giovinezza fra le prime e

più seducenti. Le chiome abbondevolissime e d'un nero corvino, in

mezzo al quale spiccavano come fili d'argento i primi capelli canuti

che correvano in quella massa ondulata di seta, le si spartivano

graziosamente sopra una fronte della forma più pura, cui le rughe

appena cominciavano a segnare di leggerissime linee. Dello stesso bruno

gli occhi, dolcissimi e mitissimi nel guardare, pieni di quella luce

di benevolenza che basta a renderci simpatica una persona; e a tale

sguardo corrispondeva il sorriso tutto bontà e amorevolezza, ilare,

se così può dirsi, anche nella mestizia, pacato e sereno. Dal soave

luccicare degli occhi, e dal piegar delle labbra, si vedeva che quella

persona aveva molto sofferto nella vita e tutto con rassegnazione e con

coraggio sopportato.

Ed invero ella aveva molto sofferto!

Anna, tal era il suo nome, nacque in quel villaggio, a cui s'avvicina

a così lento passo la carrozza che la porta; ed era nipote da parte di

padre della povera estinta.

La madre di Anna non era affatto una contadina; ma, figliuola del

maestro del villaggio, uomo d'ingegno e di cuore, aveva ricevuto

dal padre un'educazione intellettuale forse superiore al suo stato.

Con sua figlia il povero maestro compiacevasi di vivere ancora di

quando in quando nel mondo del pensiero, e tornava a gustare le gioie

dell'intelletto, a provare le emozioni che sono destate dalle bellezze

della poesia e dell'arte. Questo tesoro d'educazione, la figliuola

del maestro ebbe per sua principal cura trasmetterlo a sua vòlta alla

ragazza nata da lei, quando fu tanto felice da averne una; di che

avvenne che Anna, crescendo, bellissima e d'animo squisito, acquistasse

eziandio tali qualità di spirito che nessuno avrebbe creduto mai più

trovare nella povera figliuola d'un rozzo flebotomo (che questo era il

mestiere del padre) in uno dei più alpestri e rimoti villaggi.

Nè il padre in vero ci aveva merito o colpa, che vogliate chiamarla,

poichè, facendola un po' da chirurgo, un po' da medico, un po' anche

da veterinario, era tutto il giorno in giro per la campagna, tutte le

sere all'osteria, e lasciava che le faccende di casa fossero regolate

affatto come piacesse alla moglie, di cui riconosceva, ancorchè non lo

confessasse, tutta la superiorità.

Ma per la povera Anna doveva ben presto cominciare una serie di gravi

sventure. E la prima e delle maggiori fu ch'ella appena in sui quindici

anni perdette la madre: proprio quando la sua gioventù, più vivace ed

irrequieta che in altre, per lo sviluppo precoce dell'intelligenza avea

bisogno maggiore del senno e dell'amorevole autorità materna.

Poco tempo dopo un pittore capitava per caso in quel villaggio, e

allettato dalla stupenda bellezza di quei siti alpestri, stabiliva

farvi dimora per alquanti mesi. Ma poichè ebbe veduto quell'occhio di

sole, come si suol dire, che era l'Anna, gli parve che non si sarebbe

più mosso di lì per tutto l'oro del mondo, e che dove lucevano quei

neri diamanti di occhi, lì avesse a dirsi senz'altro che stava di casa

la felicità.

Forse da principio non fu che un leggiero invaghimento, un capriccio

di giovane e d'artista, del quale credette egli medesimo facil cosa il

liberarsi, come credeva pur facile la vittoria sul cuore inesperto e

probabilmente fragile d'una contadinella. Cercò di avvicinare la bella

Annina, con ogni accorgimento d'amante la perseguitò, fece nascere

sempre più frequenti le occasioni di vederla, di parlarle, e riuscì

così bene, che, conosciuti tutti i pregi e le virtù che adornavano

quell'anima e quell'intelligenza, la sua meraviglia fu grande, e il

capriccio divenne vero amore e prontamente grandissimo.

Era egli un bel giovane, parlava bene, e possedeva il merito che in

questa fatta di casi è il maggiore: amava ardentemente e davvero;

s'intende che la fanciulla non potè fare a meno di corrispondergli.

Ma l'onestà si frapponeva a quei due ardori, e seppe imporre un freno

insuperabile all'audacia dell'uno e rassicurare completamente la

timidezza dell'altra. Eppure nessun impaccio vi era ai loro colloqui,

perchè il padre di lei, per ragione del suo mestiere, era tutto il dì

fuori di casa.

Ma se il bravo sor flebotomo non s'era ancora accorto di nulla, ben se

n'erano accorte le comari del villaggio, e ognuno capisce come quelle

buone femmine non potessero tralasciare una sì bella occasione di

far commenti e di mormorare. Aggiungete che in quei remoti villaggi,

dove le comunicazioni sono poche e rade, dove la vita è patriarcale e

la popolazione forma quasi una sola famiglia, ognuno che non sia del

paese è un forestiero, vale a dire poco meno che un nemico da tenersi

lontano, da guardarsi con sospetto, e da detestarsi a chius'occhi. Un

artista poi! Non capivano punto che cosa fosse in realtà; ma nella

loro testaccia quadra i vecchi, soliti a radunarsi sotto i rami del

grand'olmo in piazza, se ne facevano un superstizioso concetto come

d'un gettatore di malìe o press'a poco, e quando lo vedevano colla sua

cartella sotto il braccio, col suo cavalletto portatile andar girando

per la campagna e sedersi qua e colà a tracciar giù linee e metter

colori, poco mancava facessero il segno della croce, e crollavano

dubbiosamente la testa: i ragazzacci, da parte loro, in quelle

tremende occasioni, avevano già protestato più d'una volta con qualche

sassatella.

Di più i giovani del paese, accortisi che il forestiero amava la bella

Anna, della quale erano tutti più meno accesi, e che a codesto amore

la bella del villaggio non era punto avversa, pensate se diventarono

gelosi della zazzera, dei baffi e del pizzo alla medio-evo e della

casacca di velluto nero del pittore! A loro vòlta tutte le ragazze, a

cui Anna, senza volerlo, rubava tutti i dami, non aspettavano di meglio

che un'ombra di pretesto per addentare la buona riputazione di lei.

E quindi, in conseguenza di tutto ciò, la storia degli abboccamenti

del pittore colla figliuola del flebotomo, ampliata, interpretata

malignamente, correva per le bocche di tutti.

Dei parenti della fanciulla, fu la prima a commuoversi la zia Marta,

la quale, in fatto di costumi, era così esigente in altrui, come

inappuntabile essa medesima, e si credette in debito di provvedere e

riparare a siffatto scandalo. E la buona donna aveva ragione; ma in

ciò ebbe torto, che, invece di parlare alla ragazza ed appurar ben bene

come stessero le cose, tentando d'indurla coi consigli a più prudenti

propositi, andò direttamente dal fratello, perchè colla sua autorità

paterna facesse cessare senza indugio la tresca.

Per mala ventura, nel momento in cui la sorella venne a raccontargli

la cosa, il padre di Anna, che era devotissimo seguace di Bacco, si

trovava precisamente più che a mezzo ubriaco. Impetuoso com'egli era

inoltre di carattere, ed assolutissimo nei suoi voleri, chiamò a sè la

figliuola e con modi e con parole tutt'altro che da ispirar fiducia

e destar tenerezza, l'interrogò sulla verità di quello che gli era

stato riferito. Anna, troppo franca per negare, confessò schiettamente

l'amor suo; e il padre, salito in una maledetta collera, minacciatala e

peggio, giurò che non avrebbe mai concessa la sua figliuola ad uno che

non sapeva chi fosse, e sentenziò irrimediabilmente che i due giovani

non si avrebbero a vedere mai più.

È cosa conosciuta da tutti come l'amore contrastato si accende vieppiù,

così da predominare ogni volere ed ogni riguardo negli amanti. La

ragazza pregò, pianse, languì; il giovane affrontò la collera del padre

di lei, supplicò, umiliossi, tutto fu inutile; e allora vedendo senza

speranze il caso loro, con quell'esaltamento che dà alla gioventù

la passione, i due innamorati si appigliarono ad una risoluzione da

disperati com'erano, e fuggirono insieme.

In quel pacifico villaggio fu uno scandalo inaudito: il padre di Anna

montò su tutte le furie e fece giuramento che non avrebbe mai perdonato

la colpevole, ingrata figliuola; Marta, alla quale un eccesso simile

pareva una cosa impossibile, vide già la nipote perduta per l'eternità

nelle fiamme dell'inferno.

I giovani si sposarono, e siccome erano buoni tutti e due e si amavano

davvero, furono una eccezione alla regola generale che converte questi

maritaggi d'amore in una infelicità piena di rimpianti e di rimorsi.

Ma, per quanto facessero, il padre morì senza voler perdonare e

rivedere l'Anna; nessuno de' congiunti s'era intromesso a favore della

fuggita figliuola, e questa dimenticò per la nuova dimora e pei nuovi

affetti il paese natio e la gente del suo sangue.

E di questa, parecchi anni dopo, non rimaneva che Marta, vedova, e con

una bambina nata da un'unica sua figliuola morta soprapparto.

Le condizioni di Marta erano tutt'altro che prospere. Il marito

non le aveva lasciato niente: il genero, il padre della nipotina,

era stato uno scaldapanche d'osteria; non aveva essa altro mezzo di

sostentamento che il suo lavoro, e pensate voi che gran guadagni possa

fare il lavoro di una donna ormai vecchia. Fu peggio ancora quando

la salute, che veniva indebolendosi da assai tempo, l'abbandonò del

tutto; e la povera Marta dovette mettersi a letto, col convincimento

che, trascinando per più o men tempo una vita stentata e di tormenti,

per lei la era finita. Allora, pensando all'avvenire di Maria, la sua

nipotina, la quale, morta lei, sarebbe rimasta sola nel mondo, bene

aveva avvisato di ricorrere alla figliuola di suo fratello, di cui non

aveva ricevuto più novella, ma supponeva buone e prospere le fortune;

però un delicato scrupolo ne l'aveva sempre trattenuta. In gran parte

era essa la Marta, che aveva conferito ad accrescere l'avversione del

padre di Anna per l'unione di costei col pittore; dei dispiaceri e

dei danni che la figliuola di suo fratello da ciò aveva sofferti, in

qualche modo ella poteva pure accagionarne la zia; e che avrebbe detto

l'Anna, che pensato, se ora, trovandosi nel bisogno, dopo non essersi

fatta viva per tanto tempo, la zia ricorresse a lei supplicando? Non

avrebbe forse risposto: «Voi non avete avuta compassione per me, ed io

non ne voglio avere per voi; voi non vi siete mai più interessata dei

fatti miei, ed io non voglio darmi pur un pensiero dei vostri!» Esitò a

lungo; ma quando sentì proprio che la morte s'avvicinava, il bisogno di

Maria vinse ogni altra considerazione, e pregò il parroco di scrivere

a quell'unica parente che le rimaneva.

Ma la nonna di Maria aveva gran torto di dubitare del cuore di Anna.

Questa aveva infinitamente sofferto del negato perdono paterno; e

chiunque della famiglia le aprisse le braccia, essa era disposta a

gettarvisi colla gratitudine di chi ne riceve la più generosa delle

grazie; la sola idea poi di poter essere utile in alcun modo a qualcuno

di suo sangue le sarebbe stata una gioia.

Lei, poveretta, le disgrazie non l'avevano risparmiata. Suo marito,

cui essa amava e che l'amava cotanto, giovane ancora, dopo non molti

anni di matrimonio, erale morto, lasciandola con mediocri fortune e con

un bambino in tenerissima età. Qual immenso dolore sia nella vita la

perdita di quell'essere che si ama supremamente, unicamente, ben lo sa

chi ebbe la grande sciagura di provarlo. Tutti i suoi affetti, tutta la

sua ragion di vivere, tutto il mondo, Anna aveva fino allora raccolto

nell'uomo dell'amor suo. Mancatole costui, credette tutto finito per

sè, le parve impossibile il vivere, a tutta prima desiderò di morire.

Ma era madre! Poteva ella abbandonare quel misero orfanello? Nel suo

figliuolo, nel suo Guido, concentrò tutti gli affetti suoi, tutta la

sua potenza d'amore, ogni interesse, ogni sentimento. E chi non sa come

ami una madre? Per suo figlio ebbe la forza di tutto sopportare, ebbe

il coraggio così della rassegnazione, come dell'opera. Poche erano le

fortune che l'artista lasciava; Anna sostenne ogni privazione; lavorò

indefessa per poter allevare ed educare il figliuolo, ornargli la mente

ed il cuore, farlo degno di suo padre.

Dalla famiglia del marito Anna non aveva ricevuto che disprezzi, per

quello stupido orgoglio de' borghesi, il quale vedeva offesa la dignità

del lignaggio dal matrimonio di un loro congiunto con una contadina;

finchè lo sposo era vissuto, Anna a codeste punture non aveva nemmeno

badato; lui morto, quando la infelice vedova, per cagion di suo figlio,

dovette necessariamente umiliarsi, invece che aiuti, non n'ebbe che

disdegni e contrasti. La misera madre si ristrinse in sè stessa; si

disse che da sola avrebbe bastato al nobile ufficio di allevare il

figliuolo e di farne un uomo, e Dio la compensò di tanto, che il suo

Guido riuscì il più virtuoso, bello ed educato giovane e il più amoroso

e riconoscente de' figli.

Quando la lettera del parroco giunse ad Anna, questa trovavasi

per disavventura inferma ancor essa: perchè la sua salute, fatta

cagionevolissima per gli affanni sofferti, era assalita da frequenti

malattie. Avrebbe ella voluto che Guido partisse tosto pel villaggio;

ma il figliuolo non aveva acconsentito a niun patto di abbandonare la

madre inferma, da lui tenerissimamente amata.

Si attese adunque che la convalescenza fosse progredita così da

permettere ad Anna il viaggio non breve; e la madre di Guido, appena si

sentì bastevoli forze, non volle più saperne d'indugi, e partì sperando

giungere ancora in tempo di vedere un'ultima volta la sorella di suo

padre e di ricevere da lei quella benedizione e quel perdono che dal

padre non aveva potuto; parendole che, per essa, anche il genitore

dalla tomba l'avrebbe perdonata e ribenedetta.

Ed ecco come avvenisse che la carrozza da viaggio incominciava appunto

a salire la cresta della collina su cui si trovava il paesello, quando

la campana della parrocchia mandava alle aure della sera i tristi

rintocchi che annunciavano la sepoltura della vecchia Marta.

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea · 第 42 / 58 题