I.

Era il crepuscolo vespertino d'una triste giornata di tardo autunno.

Grossi nuvoloni occupavano tutte le creste della catena alpina; al

momento che il sole si tuffava dietro di questa, il denso velo delle

nubi erasi squarciato alquanto al lembo dell'orizzonte, e n'era balzato

fuori uno sprazzo di luce color rosso di fuoco, che dileguandosi

ben tosto, aveva lasciato luogo ad una tinta plumbea grigiastra, che

rattristava con freddi riflessi il paese e la sera.

Le foglie ingiallite si spiccavano dai castagni, e venivano giù adagino

adagino, quasi baloccandosi per l'aria. Di quando in quando un buffo

di vento sollevava i piccoli mucchi delle frondi cadute ed ammassate

qua e là dal caso o dal lavoro dell'uomo, e avvolgendo le foglie in

un turbinío, le cacciava innanzi a sè, come una nube, per lasciarle

ricadere lungo la strada in una striscia che ne segnava il cammino,

finchè non erano più che due o tre a rincorrersi pazzamente come

ragazzi ruzzanti.

I vaccari tornavano dalla pastura, la faccia e le mani arrossate

dalla brezza freddiccia, e si spingevano innanzi le pigre bestie

muggenti, accompagnando colle battiture e colle voci d'ammonizione e

minaccia alla loro cornuta schiera, una canzone a cadenze monotone e

strascicate, nella mestizia del tono in minore.

Dai fumaiuoli delle modeste abitazioni del villaggio, a rivelare

che le buone massaie preparavan la cena, usciva il grigio fumo che

disegnava capricciosamente i suoi ghirigori, sul fondo più oscuro

dell'atmosfera. Al di sopra e in mezzo di questa uniformemente bassa

ed umile popolazione di casuccie, coperte la maggior parte di paglia,

il campanile della parrocchia sollevava il suo capo, sormontato da una

gran croce di ferro e coronato di tegole verniciate a brillanti colori.

Il qual campanile, in quest'ora appunto, mandava le più gravi e solenni

note della sua maggior campana, per invito alla preghiera, in suffragio

d'un'anima, volata nel mondo degli spiriti.

All'udire quei rintocchi lenti e pieni di tanta mestizia, uscivano di

casa le madri di famiglia e le ragazze, accomodandosi in fretta sul

capo il fazzoletto stampato a colori; e, appoggiandosi sul bastone, gli

uomini ai quali la tarda età toglieva d'andare a quel lavoro quotidiano

ne' campi, da cui ora stavano per tornare i loro figliuoli e nipoti.

Le comari del villaggio, incontrandosi, si scambiavano intanto delle

parole come queste:

“Suona per la sepoltura della povera Marta.”

“Poveretta! Dio l'abbia in gloria! Andiamo a dire un _De Profundis_ per

quell'anima; benchè la ne abbia meno di bisogno che qualunque altra;

chè se ci fu mai cristiana che morisse nella grazia del Signore, la

Marta è stata quella di certo.”

“Sicuro! E se non va quella lì in paradiso, dritto dritto, non ci va

più nessuno.”

“E per lei, davvero che la morte si può dire una grazia! Ha finito di

tribolare.”

“Oh sì! che ha tribolato, e di molto!”

“Una grazia la morte! che cosa dite? Se la povera donna fosse stata

sola al mondo, avreste ragione. Ma pensate un poco a quella poveretta

di Maria che lascia dietro di sè!”

“Ah! gli è pur vero. Per codesta creatura così giovane e inesperta, la

è proprio una gran disgrazia.”

“Ed oltre a esser giovane, quasi ancora una bambina, è tanto semplice,

così innocente!....”

“E vi so dir io che la Marta si affliggeva di molto al pensiero di

lasciarla; e pregò di belle volte il Signore che le raddoppiasse anche

il male che soffriva, purchè le volesse prolungare di tanto la vita da

poter vedere provveduta quella poveretta, che è come un'agnellina senza

forza e senza malizia in mezzo alle tristizie del mondo.”

“Come sopporta ella questo colpo la Maria?”

“Che v'ho da dire? La pare smemorata. Sapete com'è quella semplicetta,

che non si sa mai se capisca o non capisca. Per me, io credo che non

sappia nemmeno che la sua nonna è morta, nè che cosa voglia significare

la parola morire.”

Intanto uomini e donne erano giunti ad una delle più umili capanne,

posta ad un de' capi della strada che attraversava quel povero

villaggio montanino. Era piccola, angusta, d'un solo piano, e poteva

dirsi davvero che la miseria ci stava di casa. La frotta delle

persone accorse colà vi susurrava a bassa voce, con un quasi timoroso

riguardo; ed era il profondo rispetto che ad ogni animo onesto impone

la sciagura. Nel già scuro ambiente di quella stanzaccia terrena che

formava la parte principale dell'abitazione, ardevano fiocamente alcuni

lumi accesi; su due sgabelli di rozzo legno stava posata una bara, e

sopra, gettatovi, un logoro tappeto nero. In quella umile dimora era

piombata, il giorno prima, la morte.

Ad un punto un vecchio dai canuti capelli, in abiti sacerdotali, il

parroco del villaggio, fece un cenno, e la mesta comitiva s'avviò.

Precedeva il sagrestano portando la croce, poi la confraternita a cui

apparteneva la defunta, una trentina di donne tutte incappate, quindi

il parroco in mezzo a due preti, e dietro la cassa della morta, portata

a spalle dal becchino e dal suo aiuto.

Il funebre corteggio era chiuso dalla massa incomposta e confusa delle

donne e dei vecchi, e in essa non vedevi persona che non avesse le

lagrime agli occhi e la preghiera sulle labbra.

Ma, subito dopo la bara, prima d'ogni altro, veniva la povera Maria.

Era una fanciulla di quattordici anni, troppo grande per la sua età,

magra, sfiancata, di volto scarno, di larghe occhiaie, in fondo a cui

brillavano d'un fuoco selvaggio certe pupille d'indescrivibil colore;

la pelle aveva abbronzata, i folti capelli arruffati sul capo come i

serpenti del Gorgone; vestita a casaccio d'una vestucciaccia che non

era fatta per dar grazia alle sue membra lunghe, ossee, dinoccolate.

Come aveva detto la donna che abbiamo udito discorrere poc'anzi,

non si poteva discerner bene se questa ragazza capisse o no. Da quei

suoi grandi occhioni, ora sereni come l'azzurro del cielo, ora scuri

come il mare in tempesta, ora privi di luce come la pupilla d'un

cadavere, ora scintillanti di riflessi dorati che parevan raggi di

sole, l'intelligenza non appariva che a lampi; la fronte era bensì

giustamente sviluppata, modellata a perfezione e adorna della maggiore

nobiltà di linee; ma il silenzio ostinato, in cui la giovanetta si

rinchiudeva, i pochi segni di sensibilità e le poche manifestazioni

di pensiero che in lei si scorgevano, erano cagione che la gente la

credesse poco meno che scema, e la facevano vivere mezzo segregata

dalla vita ordinaria e dal consorzio del mondo.

Non v'era che la nonna, la quale, o s'illudesse per soverchio amore,

o fosse più penetrativa degli altri, credeva avere scôrto dietro quel

riparo di ghiaccio un'anima affettuosa, notato sotto quella distrazione

di spirito un'intelligenza.

“La mia innocente,” soleva ella dire, “val meglio di molti e molti, che

la compatiscono come una scema.”

Quando la buona vecchia Marta era caduta malata di quella infermità,

che, tenutala un anno a patire nel letto, l'aveva ora tratta al

sepolcro, Maria, la quale soleva andare al pascolo sulla montagna e

vagolare tutto il giorno per i dirupi come una selvaggia, a raccoglier

fiori, di cui tornava la sera tutta adorna il capo e il seno; Maria

s'era seduta sullo sgabello a piè del letto della povera nonna, e non

vi era più stato verso di farnela muovere.

Ella stava là, coi gomiti delle sue lunghe braccia appoggiati alle

ginocchia, la faccia sorretta dalle mani, e gli occhi larghi, fissi di

continuo sulla inferma. Parlava poco o punto, stava immobile, lasciava

servir la nonna dalle comari, cui la carità mandava in soccorso

dell'ammalata, e non era che raramente, quando la si trovava proprio

sola colla Marta, che si chinava sul letto di lei e le dava caldi baci,

in cui palpitavano, per così dire, la tenerezza e l'affetto.

Un anno intero di codesta vita aveva nociuto di molto alla salute della

giovinetta. La era cresciuta anche troppo, ma diventata sempre più

sottile e macilenta; le sue guancie avevan preso un color terreo, e

negli occhi non apparivan più che rarissimi gli sprazzi di luce.

La vecchia nonna, prima di morire, aveva parlato lungamente al vecchio

parroco della meschinella e dell'avvenire che l'aspettava, e pregato

costui di scrivere a certi congiunti che unicamente le rimanevano,

lontani di parentela e di dimora, coi quali la moribonda, da tempo

remoto assai, non aveva mai più avuta alcuna attinenza.

Nell'ultimo istante, proprio nell'atto di spirar l'anima, con un ultimo

sguardo, Marta aveva ancora una volta raccomandata l'orfanella al buon

sacerdote, che su lei pronunziava la preghiera dell'agonia, e alla

miserella che rimaneva sola nel mondo si era rivolto l'estremo segno

d'intelligenza e d'affetto della morente.

Quanto a lei, — a Maria, — pareva che il suo spirito fosse ben

lontano da quella scena di morte, da quel luogo, da quel doloroso

momento. Immobile al suo solito posto, ella continuò a rimirare la

morta, come aveva sino allora rimirata l'inferma; e per quanto le si

dicesse o facesse, nessuno era riuscito a levarla di là. Con apparente

indifferenza guardò tutti i preparativi che vennero fatti per portare

all'ultima dimora il corpo di quell'unico essere che l'avesse amata;

e solamente di quando in quando una contrazione nervosa veniva a

sconvolgere i lineamenti dell'infelice, senza che pure una lagrima

spuntasse su quegli occhi asciutti e riarsi. Quando vide la nonna

messa entro la bara e udì battere i chiodi del coperchio sopra di lei,

Maria s'alzò tremante, e la contrazione della sua faccia fu orribile,

accompagnata da un grido di spasimo; ma non altro; ricadde accasciata,

muta, impassibile, e parve non sentire più nulla.

Ora, essa veniva dietro la bara a passo lento, dritta la persona,

l'occhio fisso su quel drappo nero che la precedeva, come se potesse

vedervi di sotto il viso della morta; e di tutto quanto avveniva

intorno a sè pareva affatto ignara.

Si giunse al cimitero. La fossa, già scavata, era là, pronta ad

ingoiare quegli ultimi resti. Maria venne fino all'orlo di quella

buca, vi si chinò sopra, come desiosa di vedere che cosa vi fosse

nello scuro fondo di essa. La cassa vi fu pianamente calata, e intanto

si mormoravano intorno le estreme preghiere. Tutti piangevano; ma la

fanciulla era immota, tranquilla e come insensibile. Però quando si

gettò nella fossa la prima palata di terra, e questa si udì risuonare

cupamente sul coperchio della cassa, Maria mandò ancora quel grido di

spasimo, e si slanciò innanzi colle braccia protese, come se volesse

precipitarsi in quella tremenda apertura, ed abbracciarsi alla morta,

e farsi seppellire con essa. Le donne le furono attorno a trattenerla.

Sentendosi afferrare, ella si fermò, guardò attonita chi l'aveva

trattenuta, e calmatasi di subito, si liberò dalla stretta di quelle

pietose; poi, incrociate le braccia al seno, stette senza pur far

parola.

Tutto era finito, ed ella stava ancora là in quel medesimo

atteggiamento. Le donne incominciarono con dolci parole a dirle di

venir via, pietosamente confortandola: Maria non le guardava neppure.

Una fra le altre, più insistente, non ottenne di meglio che uno

sguardo senza espressione ed uno scrollar di testa; allora la donna,

con tutta amorevolezza, aveva preso pel braccio la giovanetta e voluto

trascinarla con sè; ma ella se n'era disciolta con sì impetuosa mossa,

e con tanto sdegno le aveva detto «lasciatemi!» che la donna erasi

allontanata quasi impaurita.

Il parroco che aveva accompagnato sino colà il cadavere della povera

morta, fece segno lasciassero stare quell'afflitta, che egli stesso

sarebbesi preso cura di lei. Le donne partirono. Maria, quando le ebbe

vedute tutte allontanarsi, e si credette sola, si buttò con impeto

quasi disperato in ginocchio, e chinandosi a toccare col capo, a baciar

colle labbra gementi quella terra frescamente smossa, sotto cui giaceva

la nonna, ruppe in dolorosissimi singhiozzi, che le facevano tremare

tutta la persona, e pareva dovessero farle scoppiare il cuore.

La luce del giorno era quasi del tutto sparita, e come in mezzo ad una

nebbia grigiastra, in quella tenebra invadente pigliavano fantastiche

forme a contorni indecisi i cipressi, le croci penzolanti, i modesti

tumuli di quel campo sacro alla morte.

Il parroco, che s'era ritirato un poco, lasciò prorompere quel primo

sfogo di dolore, sino allora contenuto, della giovinetta; e poscia,

venutole presso, pose dolcemente una mano sulla spalla di lei, che

tutta si riscosse.

“Chi è?” domandò Maria, voltandosi con atto vivissimo; e poichè si

trovò dinanzi quel buon vecchio prete, al quale aveva sempre visto la

nonna parlare con tanta riverenza, chiese rispettosamente:

“Che cosa vuole, sor Prevosto?”

“Vieni:” disse il parroco, facendole cenno di alzarsi.

Ella obbedì docilmente, ma domandò:

“Dove?”

“A casa.”

Maria scosse mestamente la testa.

“Non ho più casa,” disse con una semplicità e un'indifferenza che

commovevano più che le smanie della disperazione. “La mia casa è dove

sta la nonna; la nonna è qui, mi lasci stare con lei.”

“Ti ricordi come ti dicesse la nonna che a me bisognava obbedire?”

“Sì, che me ne ricordo.”

“Dunque da' retta: io ti dico di venir meco. E se non ti piace star

sola in casa, ti lascierò stanotte la Margherita a farti compagnia.”

“Oh no, no!” interruppe la fanciulla.

Poi, sorreggendosi colla mano il mento, guardò fiso nuovamente la tomba

in atto di meditazione.

“Dicono che i morti tornano.... Mi pare che debba esser vero.... Io lo

credo.... Che direbbe la nonna se vedesse un'altra nella sua casa?...

Non ho punto paura, io, a star sola.”

“Sia, come vuoi; ma intanto vieni. Tu vedi che la notte è già scura, e

la brezza si fa troppo più fredda che a te non convenga con quei poveri

pannucci che hai addosso.”

Maria infatti diede in uno scossone di brivido.

“Sì, l'aria è fredda,” diss'ella. “E la povera nonna, non avrà ella

freddo qui?”

“Ella non ha più nessun bisogno nè malore; ella ora è un angiolo di

Dio, che prega per te. Vieni!”

La prese amorevolmente pel braccio e la trasse con sè. Ella cedette

e seguì la sua guida, ma il capo e gli occhi erano volti verso quel

mucchio di terra che segnava la fossa recente. Uscirono così dal

cimitero. In quel punto un ragazzetto arrivava correndo.

“Sor Prevosto,” gridò egli: “è arrivata or ora una carrozza, e dentrovi

una signora mezzo ammalata, e un signore coi baffetti neri, che sono

andati all'osteria del _Gallo rosso_, e hanno cercato di Marta che è

morta, e di Maria, e anco di lei, sor Prevosto: e quando hanno udito

quel che era e quel che non era, volevano venir qui senz'altro; ma

poi la signora non se ne sentì; e quel dai baffetti volle che la si

mettesse a letto, ed a me che ero per colà mi diede otto soldi, perchè

le venissi a dire, a lei sor Prevosto, che sono giunti coloro a cui

ella ha scritto; ed io son corso....”

“Va bene,” disse il parroco; poi vóltosi a Maria: “Sono i tuoi parenti,

a cui la nonna mi aveva detto di apprendere la disgrazia che ti ha

colto; è la tua nuova famiglia che t'aspetta.”

E le fece affrettare il passo verso l'osteria del villaggio.

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea · 第 41 / 58 题