XIII.

Pensai di agevolare colle mie parole quell'effusione che mi pareva

prossima a prorompere dalle labbra di lui:

“Nessuno vi amò, voi dite; ma questa ventura non si ottiene che ad

un prezzo: quello di amare a nostra vòlta; e voi, avete voi amato,

realmente amato qualcheduno nel mondo?”

“Se ho amato!” esclamò con impeto, “Dio buono! Era tutto amore la

mia intelligenza; su tutto il creato si versava potente, desioso di

sacrificarsi, il mio affetto. Cominciò la mia famiglia medesima a

respingermi. Mia madre, — mia madre stessa, capite? — si vergognò

d'avere a figliuolo un mostro qual ero io!...”

Feci un atto di stupore, quasi d'incredulità.

“Ah! ciò non vi par possibile. È una disgrazia sì grande che pare Dio

non la dovrebbe mandare a nessuno, che raramente o non mai si vede

intravvenire pure fra le tante tristizie del mondo, avere una madre e

non conoscerne i baci e le carezze!.... Ebbene, tale sventura toccò

a me.... Mia madre mi disamò per riportare tutto il suo affetto sui

miei fratelli; e quando la morte glie li tolse, tutti! per lasciarle

soltanto il negletto, quasi rendendo in colpa me della crudeltà della

sorte, il suo disamore divenne odio....

“Finchè erano vissuti, i miei fratelli mi avevano disprezzato e

maltrattato. Mi disprezzarono e maltrattarono i compagni nel collegio,

dove mia madre mi aveva relegato lontano dalla casa paterna per non

aver turbati i suoi occhi dalla mia presenza. Fui fatto lo zimbello di

tutti, e siccome ero il più debole, tutti ne abusarono per amareggiarmi

con ogni sorta di oltraggi. Chi può dire quanto dolore s'ammassi di

questa guisa nel cuore d'una creatura che sente! Ah! se io non divenni

un tristo, convien pur dire che ero stato creato buonissimo. Io piansi

meco stesso da solo, e perdonai sempre. Finalmente un giorno trovai fra

quelle persecuzioni un difensore e me ne feci un amico.... Gran Dio! lo

feci padrone dell'anima mia, il mio esemplare, il mio idolo!.. Quanto

io lo abbia amato nessuno lo seppe, nè anch'egli..... Eppure io stesso

doveva.... io stesso!....”

Si coprì colle mani la faccia e stette lì muto alcuni minuti, ma

singhiozzava penosamente. Poscia si lasciò cadere abbandonatamente sur

una seggiola a me dappresso, e, mostrandomi il volto sconvolto da una

profonda e viva angoscia, riprese con voce debole e sommessa:

“Egli era bello, robusto, ardito ad ogni esercizio di corpo, ad ogni

audacia atto e valente. Pietà lo prese di questo scimmiotto che era

la vittima di tutti. Sotto la protezione della sua forza io conobbi un

po' di pace. Lo ricompensavo, facendo tutti i suoi compiti ed amandolo

come si amerebbe l'incarnazione del buono e del bello sulla terra. Ero

suo schiavo. M'avesse detto: «gettati da questa finestra,» vi giuro che

l'avrei fatto.

“Fuor del collegio i medesimi scherni e le medesime vergogne, meglio

coperte dalla vernice della cortesia ma non meno maligne e spietate;

e da queste non poteva più, come prima, difendermi quel tale che io

amava sempre con tutta la potenza dell'anima mia.... Non poteva, e più

ancora non voleva più.... Esso non mi aveva amato mai: era stata una

sprezzante compassione la sua. Quando nella debole creatura, ch'egli

aveva difeso, avvertì un'intelligenza superiore alla sua, mi odiò.

“Col giungere dell'adolescenza anche in me erano nate nuove e

indefinite aspirazioni: quelle tormentose e gradite aspirazioni

che inconsciamente spingono l'anima verso l'ideale e sollecitano e

addestrano alla grandezza l'ingegno predestinato. Ero stupito e confuso

di me medesimo, non mi riconoscevo più. Stimatomi io stesso fino allora

l'ultima fra le creature viventi, mi sentivo delle vampe superbissime

d'una eccelsa ambizione. Me ne vergognavo, nascondevo accuratamente nel

mio timido silenzio tali accessi di pazzia; avrei voluto dissimularli

anche a me stesso. Ma nei miei sogni pertinacemente tormentosi, mi

appariva la felicità seducente del sorriso, non solo della bellezza,

ma della gloria. Un giorno scoppiò in me l'ispirazione come un fulmine;

quasi per un lampo, mi vidi a un tratto illuminato l'esser mio e il mio

destino, e scoperto il segreto delle mie angosce mentali. Ero poeta!

“Poeta! Re della terra, re del pensiero! Favorito da Dio d'una favilla

uguale alla sua luce divina; sentendo nel proprio essere più vasta

l'orma del suo spirito creatore; capace di padroneggiare il mondo

dell'ideale, di apprendere il sovraintelligibile, di accostarsi al

miracolo della creazione! Essere infimo, debole, il più dispregiato

degli uomini e conoscersi degno della più splendida corona! Comprendete

voi quali intime esaltazioni e quali segreti affanni, quali inquiete

lusinghe e quali terribili accasciamenti mi si avvicendassero e

turbassero l'anima nella mia oscura giovinezza?...

“Oh i miei primi versi!... Erano l'esplosione d'un delirio d'amore,

erano il poema della gioia amorosa della vita, erano il misterioso

canto della natura tradotto in armonia di parole, in palpiti di

cuore umano. Che cosa non avrei dato per potere ad un tratto farli

suonare potenti all'orecchio del mondo, e comparire innanzi ai miei

concittadini cinto di quella splendida luce di poesia che mi sentivo

nell'intelletto e nel cuore? Eppure avevo vergogna di me e dell'opera

mia; e la nascondevo agli sguardi di tutti colla cura con cui si

nascondono le traccie d'un delitto. Se il mondo avesse mai risposto

colla beffa a quel vero sangue mio sgorgatomi dall'anima? Guai! Li

amavo tanto quei poveri versi!...

“Amavo!... Oh non amavo soltanto lo sfogo del mio cuore, non amavo

soltanto l'amico mio... Amavo una fanciulla fieramente leggiadra come

un superbo fiore di stufa signorile. Aveva ella tutto in suo favore:

potenza conquistatrice di bellezza, nobiltà di natali, ricchezza di

fortune, felicità d'ingegno. Era una seduzione il vederla, una malìa,

un incanto, un'ebbrezza l'avvicinarla, l'udirla, il riceverne la fiamma

dello sguardo. E l'amavo... io povero, io meschino, io di sì brutte

forme!

“Era per lei che godevo d'esser poeta; era innanzi a lei che volevo

presentarmi cinto dei raggi della gloria; era ai suoi piedi che ambivo

deporre la mia corona d'alloro non ancor conquistata.

“Avevo letto di quella tale principessa che baciò sulla bocca il gobbo

poeta addormentato, per le dolci cose che uscivano da quelle labbra;

sognavo che di me pure la sublime armonia del canto facesse obliare la

meschinità della persona.

“Così non poteva durare. Deliberai aprire il mio animo a quell'unico

amico che avessi.

“Alfredo mi sfuggiva, pareva quasi vergognarsi di me; sempre più

avvenente, audace, temuto da ogni competitore pel valor suo, desiderato

in tutti i salotti per la sua piacevolezza, primo in tutto ciò che

imprendesse e in ogni dove comparisse, cavalcatore esperto come nessun

altro meglio; Alfredo godeva nel mondo i più invidiabili successi.

“Suonava con arte e sentimento, componeva romanze, ballabili e melodie

che le signore eseguivano con diletto nelle serate invernali; scriveva

gaie leggerezze su pei giornali e molli versettini negli _Album_ delle

dame, che gli valevano una certa gloriola di letterato e il titolo

d'_uomo di spirito_, cui egli si confermava mercè una cara franchezza

e subitaneità di motti e di rimbeccate. Era uno di quegli ingegni che

riescono in ogni cosa a cui s'accingano, ma ai quali la deplorabile

facilità impedisce di nulla mai approfondire.

“Io gli svelai in una i miei due eccelsi amori: quello alla Musa e

quello alla mia donna. Gli dissi vivere oramai per quelli soltanto;

esser quelli la mia ultima ragione, la luce che m'illuminava il

pensiero, lo scopo di tutto.

“Sorrise, scherzò dapprima, di poi il mio ardore parve colpirlo, il mio

entusiasmo apprendersi anche a lui; tacque per un poco, divenne serio,

anche i suoi occhi lampeggiarono; sollevò la fronte e la scosse superbo

come per dire: «ancor io, e forse più, sono degno di tanto.» Mi recitò,

declamando alcune delle sue ballate; trovò freddi gli elogi ch'io glie

ne faceva. Tentò cambiar discorso; pareva inquieto e malvoglioso; ad un

tratto chiese di poter leggere i miei versi: tremando glie li affidai,

e se ne partì con essi.

“Stette più giorni senza farsi vedere. Avrei voluto andare in casa di

lui, e non osavo. Venne finalmente una sera da me. Dalla finestra, che

guardava verso l'occaso, appariva in fondo all'orizzonte una striscia

di nubi color sangue, stesa là dove il sole era da poco tramontato.

La luce crepuscolare da quelle nubi diffusa illuminava soltanto con

tinta giallastra la mia cameretta e la fronte di noi due che ci eravamo

appressati alla finestra. All'entrare d'Alfredo io aveva impallidito

come uomo che aspetta la sentenza del suo avvenire; e il cuore mi

palpitava forte forte nel petto. Ci tenevamo stretti per le mani; le

mie ardevano, le sue erano fredde come ghiaccio. Anch'egli mi parve un

po' commosso; esitava a parlare, di certo era alquanto turbato.”

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea · 第 28 / 58 题