Pensai di agevolare colle mie parole quell'effusione che mi pareva
prossima a prorompere dalle labbra di lui:
“Nessuno vi amò, voi dite; ma questa ventura non si ottiene che ad
un prezzo: quello di amare a nostra vòlta; e voi, avete voi amato,
realmente amato qualcheduno nel mondo?”
“Se ho amato!” esclamò con impeto, “Dio buono! Era tutto amore la
mia intelligenza; su tutto il creato si versava potente, desioso di
sacrificarsi, il mio affetto. Cominciò la mia famiglia medesima a
respingermi. Mia madre, — mia madre stessa, capite? — si vergognò
d'avere a figliuolo un mostro qual ero io!...”
Feci un atto di stupore, quasi d'incredulità.
“Ah! ciò non vi par possibile. È una disgrazia sì grande che pare Dio
non la dovrebbe mandare a nessuno, che raramente o non mai si vede
intravvenire pure fra le tante tristizie del mondo, avere una madre e
non conoscerne i baci e le carezze!.... Ebbene, tale sventura toccò
a me.... Mia madre mi disamò per riportare tutto il suo affetto sui
miei fratelli; e quando la morte glie li tolse, tutti! per lasciarle
soltanto il negletto, quasi rendendo in colpa me della crudeltà della
sorte, il suo disamore divenne odio....
“Finchè erano vissuti, i miei fratelli mi avevano disprezzato e
maltrattato. Mi disprezzarono e maltrattarono i compagni nel collegio,
dove mia madre mi aveva relegato lontano dalla casa paterna per non
aver turbati i suoi occhi dalla mia presenza. Fui fatto lo zimbello di
tutti, e siccome ero il più debole, tutti ne abusarono per amareggiarmi
con ogni sorta di oltraggi. Chi può dire quanto dolore s'ammassi di
questa guisa nel cuore d'una creatura che sente! Ah! se io non divenni
un tristo, convien pur dire che ero stato creato buonissimo. Io piansi
meco stesso da solo, e perdonai sempre. Finalmente un giorno trovai fra
quelle persecuzioni un difensore e me ne feci un amico.... Gran Dio! lo
feci padrone dell'anima mia, il mio esemplare, il mio idolo!.. Quanto
io lo abbia amato nessuno lo seppe, nè anch'egli..... Eppure io stesso
doveva.... io stesso!....”
Si coprì colle mani la faccia e stette lì muto alcuni minuti, ma
singhiozzava penosamente. Poscia si lasciò cadere abbandonatamente sur
una seggiola a me dappresso, e, mostrandomi il volto sconvolto da una
profonda e viva angoscia, riprese con voce debole e sommessa:
“Egli era bello, robusto, ardito ad ogni esercizio di corpo, ad ogni
audacia atto e valente. Pietà lo prese di questo scimmiotto che era
la vittima di tutti. Sotto la protezione della sua forza io conobbi un
po' di pace. Lo ricompensavo, facendo tutti i suoi compiti ed amandolo
come si amerebbe l'incarnazione del buono e del bello sulla terra. Ero
suo schiavo. M'avesse detto: «gettati da questa finestra,» vi giuro che
l'avrei fatto.
“Fuor del collegio i medesimi scherni e le medesime vergogne, meglio
coperte dalla vernice della cortesia ma non meno maligne e spietate;
e da queste non poteva più, come prima, difendermi quel tale che io
amava sempre con tutta la potenza dell'anima mia.... Non poteva, e più
ancora non voleva più.... Esso non mi aveva amato mai: era stata una
sprezzante compassione la sua. Quando nella debole creatura, ch'egli
aveva difeso, avvertì un'intelligenza superiore alla sua, mi odiò.
“Col giungere dell'adolescenza anche in me erano nate nuove e
indefinite aspirazioni: quelle tormentose e gradite aspirazioni
che inconsciamente spingono l'anima verso l'ideale e sollecitano e
addestrano alla grandezza l'ingegno predestinato. Ero stupito e confuso
di me medesimo, non mi riconoscevo più. Stimatomi io stesso fino allora
l'ultima fra le creature viventi, mi sentivo delle vampe superbissime
d'una eccelsa ambizione. Me ne vergognavo, nascondevo accuratamente nel
mio timido silenzio tali accessi di pazzia; avrei voluto dissimularli
anche a me stesso. Ma nei miei sogni pertinacemente tormentosi, mi
appariva la felicità seducente del sorriso, non solo della bellezza,
ma della gloria. Un giorno scoppiò in me l'ispirazione come un fulmine;
quasi per un lampo, mi vidi a un tratto illuminato l'esser mio e il mio
destino, e scoperto il segreto delle mie angosce mentali. Ero poeta!
“Poeta! Re della terra, re del pensiero! Favorito da Dio d'una favilla
uguale alla sua luce divina; sentendo nel proprio essere più vasta
l'orma del suo spirito creatore; capace di padroneggiare il mondo
dell'ideale, di apprendere il sovraintelligibile, di accostarsi al
miracolo della creazione! Essere infimo, debole, il più dispregiato
degli uomini e conoscersi degno della più splendida corona! Comprendete
voi quali intime esaltazioni e quali segreti affanni, quali inquiete
lusinghe e quali terribili accasciamenti mi si avvicendassero e
turbassero l'anima nella mia oscura giovinezza?...
“Oh i miei primi versi!... Erano l'esplosione d'un delirio d'amore,
erano il poema della gioia amorosa della vita, erano il misterioso
canto della natura tradotto in armonia di parole, in palpiti di
cuore umano. Che cosa non avrei dato per potere ad un tratto farli
suonare potenti all'orecchio del mondo, e comparire innanzi ai miei
concittadini cinto di quella splendida luce di poesia che mi sentivo
nell'intelletto e nel cuore? Eppure avevo vergogna di me e dell'opera
mia; e la nascondevo agli sguardi di tutti colla cura con cui si
nascondono le traccie d'un delitto. Se il mondo avesse mai risposto
colla beffa a quel vero sangue mio sgorgatomi dall'anima? Guai! Li
amavo tanto quei poveri versi!...
“Amavo!... Oh non amavo soltanto lo sfogo del mio cuore, non amavo
soltanto l'amico mio... Amavo una fanciulla fieramente leggiadra come
un superbo fiore di stufa signorile. Aveva ella tutto in suo favore:
potenza conquistatrice di bellezza, nobiltà di natali, ricchezza di
fortune, felicità d'ingegno. Era una seduzione il vederla, una malìa,
un incanto, un'ebbrezza l'avvicinarla, l'udirla, il riceverne la fiamma
dello sguardo. E l'amavo... io povero, io meschino, io di sì brutte
forme!
“Era per lei che godevo d'esser poeta; era innanzi a lei che volevo
presentarmi cinto dei raggi della gloria; era ai suoi piedi che ambivo
deporre la mia corona d'alloro non ancor conquistata.
“Avevo letto di quella tale principessa che baciò sulla bocca il gobbo
poeta addormentato, per le dolci cose che uscivano da quelle labbra;
sognavo che di me pure la sublime armonia del canto facesse obliare la
meschinità della persona.
“Così non poteva durare. Deliberai aprire il mio animo a quell'unico
amico che avessi.
“Alfredo mi sfuggiva, pareva quasi vergognarsi di me; sempre più
avvenente, audace, temuto da ogni competitore pel valor suo, desiderato
in tutti i salotti per la sua piacevolezza, primo in tutto ciò che
imprendesse e in ogni dove comparisse, cavalcatore esperto come nessun
altro meglio; Alfredo godeva nel mondo i più invidiabili successi.
“Suonava con arte e sentimento, componeva romanze, ballabili e melodie
che le signore eseguivano con diletto nelle serate invernali; scriveva
gaie leggerezze su pei giornali e molli versettini negli _Album_ delle
dame, che gli valevano una certa gloriola di letterato e il titolo
d'_uomo di spirito_, cui egli si confermava mercè una cara franchezza
e subitaneità di motti e di rimbeccate. Era uno di quegli ingegni che
riescono in ogni cosa a cui s'accingano, ma ai quali la deplorabile
facilità impedisce di nulla mai approfondire.
“Io gli svelai in una i miei due eccelsi amori: quello alla Musa e
quello alla mia donna. Gli dissi vivere oramai per quelli soltanto;
esser quelli la mia ultima ragione, la luce che m'illuminava il
pensiero, lo scopo di tutto.
“Sorrise, scherzò dapprima, di poi il mio ardore parve colpirlo, il mio
entusiasmo apprendersi anche a lui; tacque per un poco, divenne serio,
anche i suoi occhi lampeggiarono; sollevò la fronte e la scosse superbo
come per dire: «ancor io, e forse più, sono degno di tanto.» Mi recitò,
declamando alcune delle sue ballate; trovò freddi gli elogi ch'io glie
ne faceva. Tentò cambiar discorso; pareva inquieto e malvoglioso; ad un
tratto chiese di poter leggere i miei versi: tremando glie li affidai,
e se ne partì con essi.
“Stette più giorni senza farsi vedere. Avrei voluto andare in casa di
lui, e non osavo. Venne finalmente una sera da me. Dalla finestra, che
guardava verso l'occaso, appariva in fondo all'orizzonte una striscia
di nubi color sangue, stesa là dove il sole era da poco tramontato.
La luce crepuscolare da quelle nubi diffusa illuminava soltanto con
tinta giallastra la mia cameretta e la fronte di noi due che ci eravamo
appressati alla finestra. All'entrare d'Alfredo io aveva impallidito
come uomo che aspetta la sentenza del suo avvenire; e il cuore mi
palpitava forte forte nel petto. Ci tenevamo stretti per le mani; le
mie ardevano, le sue erano fredde come ghiaccio. Anch'egli mi parve un
po' commosso; esitava a parlare, di certo era alquanto turbato.”