XII.

Dopo quel giorno fui più volte a visitarlo, ed egli a poco a poco si

dimesticò con me in guisa che mi parve non vedesse mal volentieri la

mia frequenza.

Conobbi in breve che, dotto principalmente nella storia e nella

filosofia, maestro Ambrogio non era ignaro affatto di nessuna delle

parti dell'umano sapere, essendo egli uno di quegli spiriti complessivi

e vasti che tutto possono abbracciare.

Credo che io venissi appunto acquistando gradatamente la sua fiducia,

perchè non mi dimostravo per nulla curioso dei fatti suoi, e non gli

avevo mosso ancora mai un'interrogazione sul suo passato. Non già che

non mi stuzzicasse il desiderio di sapere alcuna cosa in proposito; ma

pensavo che una sconsiderata richiesta su tale argomento l'avrebbe di

subito impermalito e posto in sospetto, con rischio di farmi perdere a

un tratto tutto il guadagno che ero venuto facendo nel suo animo.

Un giorno che io non aveva più che poco tempo da rimanere in

quel paese, e ch'egli mi parve più espansivo del solito, pensai

inopinatamente di assalirlo con queste parole:

“Presto parto, Ambrogio, per non tornar forse mai più in questo

villaggio.”

Egli non mi lasciò continuare.

“Ho pensato a codesto, e parecchie volte,” disse, “più che non avrei

voluto. E talora.... vi parlo schietto.... mi parve il mio meglio; mi

dicevo anzi che sarebbe stato più a mio vantaggio, o non foste venuto

mai, o non vi avessi conosciuto; talora invece me ne sono sentito a

trafiggere come dalla puntura di un dolore. A buono o a mal mio grado,

voi avete pure nuovamente collegata la mia anima, ormai disavvezza,

ad un mondo d'idee e di fatti che alla fin fine ho amato cotanto, e,

partendo voi, quest'ultimo anello si rompe, per lasciarmi, proprio del

tutto, senza più rimedio, ripiombare in quella solitudine desolata

che ho pur voluto, che voglio sempre, che deve essere la mia sorte,

ma contro cui, alle volte, si ribella l'anima mia. Mi sono proposto il

quesito: se avrei dovuto scrivervi....”

“E l'avrete sciolto affermativamente, io spero. Scriviamoci, ve ne

prego.... per util mio. Nei vostri colloqui io sento aver molto appreso

e molto da apprendere. Da un carteggio, voi avrete per mio mezzo

continuata alcuna attinenza con quel mondo esteriore a cui rinunciaste,

e che pure vi è necessità di seguitare nel suo svolgimento civile e

morale; e nell'espansione del vostro cuore in un cuore che vi giuro

profondamente devoto ed amico, oltre che un sollievo, otterrete il

giovamento di me, a cui le vostre parole saranno ammaestramento e guida

e conforto.”

Ambrogio scosse il capo.

“No, no,” disse. “Partito di qui, voi mi oblierete, io vi devo obliare.

Ve l'ho già ripetuto più volte: io al mondo sono morto.... In un paese

colaggiù, della mia regione nativa, giace un corpo entro una fossa del

cimitero, e sopravi un'umile pietra con inciso il mio nome, il nome

che portai fra i viventi. Io sono uno spettro, a cui non è concesso

rientrar nella vita.... e che non lo vuole. Nella vostra esistenza —

poichè il caso, non la nostra volontà, ha fatto che io una qualche

orma v'imprimessi — debbo passare non altrimenti che come un'ombra

fugace. Sarò la memoria d'un estinto. Ora gli estinti non tornano,

come il passato non si muta, come il destino non si rinnovella....

e se tornassero, quei poveri estinti, sarebbero i mal capitati....

Lasciatemi nella mia ombra di morte.”

Io volli ribattere; ma egli non mi ascoltava, assorto, come gli

avveniva di frequente, nelle sue meditazioni. A un tratto si alzò, e

passeggiando con agitazione per la stanza, così prese a dire:

“Credetemi, credetemi... Che la felicità sulla terra è un motto

vano, l'hanno detto centinaia di Filosofi.... e hanno avuto torto. La

felicità per l'uomo è la pace dell'anima, la quiete dello spirito, la

tranquillità della coscienza e della vita. E tutto questo non lo trova

se non chi vive ignorato. Il detto del Vangelo va umanamente corretto

in questa guisa: «Beati i poveri di spirito, perchè essi vivono

ignorati!» Descartes lo disse prima di me. Essere oscuri, non contare

per nulla nel mondo, e saperlo, e contentarsene, e fare modestamente

un po' di bene intorno a sè, fuori d'ogni preoccupazione di lode e

d'applauso, ecco la vera virtù, ecco la sola possibile felicità dei

mortali.... Ed è quello che ho trovato qui, in quest'angolo rimoto del

mondo, e che non voglio perder più.... No, no, no, in fè di Dio!”

Si piantò dritto innanzi a me, e ponendomi sopra una spalla la sua

destra, riprese con accento tra di melanconia, tra d'ironica beffa:

“Sapete voi che cosa sono gli applausi del mondo? Vi hanno essi

allappato la bocca col loro acre sapore gli encomii volgari della

gente? Vi ha fatto girare la testa quel «fiato di vento che or vien

quinci ed or vien quindi» e che è il mondano rumore? Vi è salita al

cervello l'orgogliosa ebbrezza d'una rinomanza che fa ripetere ai

polluti echi della pubblicità il vostro nome?.... Io, io l'ho provata

la miseria di quell'acuto diletto; e sciolto, qual ora mi sono, da ogni

laccio di vanagloria, posso pur dire che mi sono arrampicato sino sul

piedistallo della celebrità, e, come nell'anima gli spasimi dei grandi,

come nella mente le torture del genio, ebbi nella vita le immani

superbie dei veri trionfi.”

Si cacciò nelle arruffate chiome ambe le mani e se ne serrò la testa

con moto quasi convulso.

“E il mondo mi conosceva egli? M'apprezzava egli a dovere?.... No,

lasciate ch'io lo dica. Nella corona di spine che impose alla mia

fronte, era troppo poca la sacra fronda d'alloro... Il mondo!...

Perchè vi affannate a meditare, lottare nella battaglia de' pensieri,

travagliarsi a scrivere per esso? Malaccorto! Non lo sapete? Su cento

lettori, novanta sono mediocrità e peggio, svogliati, inintelligenti e

superbi che non vi capiscono e v'insultano nei loro giudizi, non meno

colle loro lodi che colle loro censure: sui dieci che rimangono, nove

sono invidiosi, i quali, quanto maggiore il vostro merito, tanto più

vi odiano: uno forse, — uno solo! — per gran ventura, vi comprenderà,

forse, e porrà in voi stima ed affetto.... Uno!.... felice ancora chi

lo trovi!”

Fece una pausa, e tornò a passeggiare per la stanza. Io sentiva che il

suo cuore era presso a traboccare in confidenze, mi guardai bene dal

dir parola, per timore che una voce imprudente potesse richiamarlo al

suo solito scetticismo diffidente.

Si fermò di nuovo innanzi a me e mi disse commosso e quasi

stentatamente:

“E io, quest'uno, non l'ho trovato.... non l'ho trovato mai! Nessuno mi

amò.... Da ultimo, quando fattomi umile ed oscuro, si ebbe compassione

del povero maniaco; il poeta fu spregiato o temuto, odiato quasi

sempre. Io non sono di quest'epoca. Appartengo o ad un passato che non

so nemmanco quale, o ad un avvenire che per ora non accenna neppure di

effettuarsi. Ho amato la verità, e gli uomini mi disamarono.... Voi,

voi medesimo avete alcuna curiosità per l'incognita che io rappresento

e che vorreste spiegare; ma alcuna affezione l'avete voi per me?”

Vedendo che mi accingevo a rispondere, s'affrettò ad impedirmelo

bruscamente.

“Oh non parlate!.... Crederei io alle vostre parole?.... E non vorrei

che mentiste!.... E se mai aveste il coraggio di gettarmi in faccia una

verità dolorosa, ne soffrirei tuttavia, tanto ancora in me rimane del

vecchio uomo!... E poi, me... veramente me, qual fui.... conoscete voi

bene?”

Mi prese una mano; le sue erano fredde come ghiaccio.

“Le anime nostre simpatizzarono: la vostra intelligenza comprese la

mia. Lasciatemi questa illusione. Avete scorta la superiorità della

mia mente e non ve ne adontaste meco, nè mi metteste odio: per ciò....

Vi stimo.... Oltre questo basso mondo, ci troveremo un dì, — ho questa

credenza — là dove brillano di tutta la loro luce, puri d'ogni opaca

volgarità, gli spiriti nostri. Vedrete allora che non avete avuto

torto. Vedrete come all'interiore abbia infelicemente corrisposto il

mio fisico inviluppo. Non vi pentirete d'avermi creduto da più.”

Si pose sulla fronte la mia mano che teneva ancora fra le sue. Quella

fronte ardeva, come se travagliata dalla febbre.

“Qui dentro si è combattuta a lungo e si combatte ancora talvolta

una tremenda battaglia: quella cui legò Adamo all'umanità; quando al

dilemma postogli dal Creatore, rispose: ch'io pur muoia, ma ch'io

pensi! la battaglia dell'intelligenza finita coll'infinito; una

battaglia che non si vince mai!....

“Credete voi che un uomo possa, o sull'ali dell'ispirazione, o cogli

sforzi faticosi della scienza, elevarsi tanto alto da abbracciare tutto

il corso dell'umanità e farne risaltare il perchè della esistenza, quel

perchè ond'è costituita la finalità dei nostri destini?

“Qui è tutto il segreto della creazione; questi sono i misteri

eleusini, a cui forse è iniziazione la morte.... Io mi ruppi la mente

contro quelle tremende porte di ferro.... Che cosa parlano questi

immensi geroglifici scritti a sistemi di pianeti nell'infinito spazio?

Che cosa sussurra questo vermiciattolo che pensa, un puntino nel gran

volume, quest'atomo che è l'uomo? Tutto si viene ad infrangere innanzi

alle tenebre di questo perchè.... E senza un sentore almeno di esso,

credete voi possa esistere teologia, filosofia, scienza, poesia umana?

Bene avvisati quelli che inventarono la rivelazione, e felici coloro

che vi poterono credere! Senza questo punto d'appoggio, tutto oscilla

nel vago e si perde nel nulla.”

S'interruppe ad un tratto, lasciò andare la mia mano, e le braccia gli

caddero lungo la persona; la faccia gli si fece pallida, pallida.

“Ah! io vaneggio:” esclamò. “Voi mi direte pazzo.... e forse lo

sono!.... Ma gli è che la parola è pure un'inetta traduzione del

pensiero.... Compatitemi!”

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea · 第 27 / 58 题