Vi confesso che obliai a quel punto dove mi fossi e innanzi a chi, in
un trasporto tale di fantasia che raramente ebbi a provare l'uguale.
Vi sarà avvenuto parecchie volte che un pezzo efficacissimo di musica
ispirata vi ecciti la mente con sì gradevole emozione che pare una
strana e direi quasi spirituale ebbrezza vi assalga a dischiudervi
innanzi all'intelletto un mondo sterminato e confuso di pensieri
vaghi, indefiniti, ma sublimi; e vi sembra che questi pensieri vi sieno
ispirati da una sfera superiore, sieno vostri e pure più alti di voi,
e vi sentite innalzarsi l'anima e nello stesso tempo crucciarsi nel
sentimento della sua impotenza, e vi affannate per afferrare e ridur
concreta una di quelle tante idee che vi barbagliano nella mente, e vi
indispettite di non lo potere, e un certo brivido vi corre per le vene,
e sentite il bisogno e la capacità temporanea in voi di nobili gesta,
e avete lo spirito scosso dalla mano potente dell'entusiasmo.
Ebbene, io mi trovava in tale stato a quel punto.
Mi precipitai verso quell'uomo e, prendendogli ambe le mani, esclamai:
“Chi siete voi?.... Ma chi siete voi, cui Dio concesse la fortuna di
tal forma per tanta possa di pensiero?”
L'esaltazione in lui era troppa per cedere di subito. Al mio repentino
apparirgli, non parve nè anco essere stupito. Mi guardò con dignitosa
fierezza, agitò la testa, e facendo balenare nello sguardo una fiamma
cui niuna parola varrebbe ad esprimere, proruppe:
“Chi sono? Chi sono?... Sono un uomo che ha molto sofferto, un uomo che
non ha nemmeno più un nome, che si è seppellito vivo nell'ombra della
morte, più coraggioso di Carlo V, il quale rinunziò alla corona dopo
averla portata tanti anni!.... E anche a me Dio aveva data una corona!
La più splendida delle corone!, ingemmata di stelle e lucente di que'
raggi che circondano il suo trono. La corona del poeta! E me la vidi
brillare dinnanzi, sì vicino da poterla afferrare; e sentii degna la
mia fronte di cingerla e potente il mio petto da meritarmela. Oh come
palpitai per essa ne' miei giovani anni! Oh come la portai nobilmente
ne' miei sogni, e sentii nelle mie travagliose veglie notturne ardermi
essa divinamente le tempie, e sollevarmi il capo oltre la nebbia
dell'atmosfera terrestre, e lanciarmi la mente sulle ali dell'idea nei
sogni dell'infinito!...”
“Ma fra quella corona e me, vidi levarsi, ipocrita, maligna, beffarda
la malvagità umana, e indietreggiai, come chi sul suo cammino scorga
drizzarsi fischiante, sanguinolenta, la testa dell'idra.... Oh! non
crediate ch'io non abbia lottato. Ebbi coraggio, ebbi sofferenza, ebbi
nobili indignazioni, ebbi timide transazioni pur anco.... Un giorno
scoprii che l'odio generava l'odio, che l'invidia seminava intorno
i denti del mostro di Cadmo e da ogni nemico vinto faceva sorgere
legioni e legioni di calunniatori e di rabbiosi latranti. Indolorito,
ammaccato, trafitto, disperato fuggii.”
Un po' di calma entrava in lui; sciolse dalle mie le sue mani, e se le
passò lentamente sulla fronte e sulla faccia; poi appoggiandole sulle
mie spalle, e tenendomi innanzi a sè, in modo che la sua persona pareva
cresciuta e sopravanzarmi, e fissando entro i miei occhi il suo sguardo
lucente ancora di febbre, soggiunse:
“Voi avete sorpreso il segreto della mia vita: quel segreto che da
tanti anni rinserro con sì gran cura nella mia solitudine e nel mio
nulla. Di belle fiate il dèmone mi assale e mi scuote e mi tormenta!
Io lotto.... e l'ho vinto sempre. Voi avete assistito ad una di
queste tremende battaglie che mi logorano la vita. Dimenticatelo....
Dimenticatemi!.... in nome dell'anima vostra, delle vostre speranze, in
nome di Dio!”
Io volli parlare: egli non me ne lasciò il tempo:
“Non mi dite nulla, non mi dite nulla, ve ne scongiuro.”
Si lasciò ricadere sopra il sasso, e stette un poco con le braccia
sulle ginocchia e la testa reclinatavi su, tutto raccolto e in ogni suo
membro tremante.
Poi tornò a sollevare il capo, si ravviò macchinalmente le chiome che
gli scendevano sulla fronte, prese il cappello che era in terra, e se
lo mise in capo; quindi girò verso me i suoi occhi, ora affatto spenti.
Aveva nuovamente l'aspetto smemorato e mezzo scemo che gli era solito;
il suo volto era pallido e le labbra scolorate più di prima.
“Ella,” riprese a dire colla voce cavernosa e fioca che gli conoscevo
abituale, “ella ha udito i vaneggiamenti d'un povero pazzo. Spero che
vorrà tacerli a tutti.... Oh per pietà non dica nulla!...”
“Tacerò;” risposi: “ma bisogna ch'io le parli....”
S'alzò di scatto, e agitando le mani verso di me balbettò con accento
d'uomo stanco e sfinito:
“Non adesso, non adesso per carità!”
E senza lasciarmi aggiungere una parola, si allontanò a gran passi;
ma quando fu alquanto discosto si fermò e volgendomisi anche una volta
colle mani giunte:
“Silenzio!” disse: “mi raccomando.”
Poi continuò con passo barcollante la sua strada.
Per due giorni mi fu impossibile rivederlo: al terzo dì, Ambrogio venne
al castello tale e quale com'era sempre; approfittando d'un momento, in
cui nessuno poteva udirci, sollecito mi disse:
“Ella vuole parlarmi, ed ancor io voglio parlare a lei. Domani mattina
venga a casa mia.”
Aspettai con ansiosa sollecitudine il mattino seguente; e, levato
appena il sole, scesi a gran passi la collina verso il villaggio.
Ambrogio era sulla soglia della sua casa. Mi salutò con una certa
solennità e mi fece entrare nella sua povera abitazione.