Un mattino, svegliatomi prestissimo, vidi innanzi alla mia finestra,
di cui avevo lasciate aperte le persiane, il cielo di sopra la montagna
rischiararsi così lieto della prima luce dell'alba, che coraggiosamente
determinai bearmi del meraviglioso spettacolo dell'aurora. Uscii piano
piano nel giardino, e pel viale dei pini m'avviai verso un'eminenza di
terreno da cui avrei potuto mirar meglio la stupenda scena. A un tratto
udii una voce lamentosa, or bassa, or alta, impressa sempre di molto
affetto, che pareva declamasse dei versi. Stupito, ammorzai il suono
dei passi, e venni pian piano avanzando verso quella voce, con molta
cautela.
Inoltratomi un poco più, vidi in quella penombra crepuscolare gli
abiti scuri di maestro Ambrogio, il quale, accoccolato, meglio che
seduto, sulla gran pietra che copriva la fossa del suo cane, con una
voce armoniosa e con un accento espressivo, come io non gli aveva udito
mai, lasciava sgorgare dalle labbra un'onda di vera, soave, purissima
poesia.
Attonito, e insieme commosso, mi accostai, e riparatomi dietro il
tronco d'uno di quei grossi pini, stetti ad ascoltare.
Ambrogio teneva i gomiti sulle ginocchia, stringendosi colle mani
la fronte; aveva ai piedi il suo cappellaccio, e le chiome gli si
sollevavano sulla testa agitate dal vento mattutino.
Se io avessi potuto tenere a mente e qui riscrivere i versi che
impetuosi uscivano in quel momento dalle labbra di quell'umile
maestrucolo elementare di un povero e rimoto paesello montanino, io
darei alla letteratura moderna uno squarcio di poesia sublime, come se
ne ha troppo poca al tempo che corre.
Egli parlava d'amore: — di quell'amore che è il _fiat_ divino della
creazione, che è la legge intima e suprema di tutto l'universo, che
è l'idea manifestata colla parola della vita, che è la finalità della
sussistenza e dell'intelligibilità; — di quell'amore che è nel mondo
morale quell'ultimo supremo fluido, se pur così può nominarsi, al quale
corrisponde nel mondo fisico l'etere, la essenza prima, non ancora
accertata, ma indovinata e presentita dalla scienza moderna, nella
quale tutte hanno origine le forze della natura; — quell'amore che
quindi, sostanza universale, tutto invade e pervade, e si manifesta in
tutti i rapporti degli esseri, dai purissimi spirituali ai composti
corporei, ad ogni menoma animazione della materia, legge chimica,
per così dire, delle affinità intellettive insieme e sensitive
nell'universo vivente.
I due cardini del mondo della vita essere il pensiero e l'amore.
Perfette le creature celesti, dove purissimi, non offuscati dalla
materia, e questo e quello; perfettibile l'uomo, in cui limitati e
l'uno e l'altro dagl'istinti materiali, offuscatori sì d'ambedue,
ma domabili pure e riducibili; passeggiere ed effimere animazioni di
materia, affatto mortali gli esseri al di sotto dell'uomo, in cui un
accenno soltanto di pensieri e d'amore.
E qui, volgendo con brusca transizione il discorso alla memoria di quel
bruto sulla cui fossa egli sedeva, lo apostrofava con voce di pianto.
Quel diseredato composto di materia organizzata lo aveva pure amato,
lui creatura intelligente, più che non avessero fatto gli uomini suoi
pari. Non alla regola dell'utile, non alla vanità delle apparenze aveva
esso misurato il suo affetto. Altrove il povero cane avrebbe potuto
trovare quando che si fosse pane più bianco e più ricco albergo e
temperie più mite, da non comprarsi con altro che coll'ingratitudine
d'abbandonarlo. Qual uomo se ne sarebbe rimasto?
Lui povero, solo, debole, brutto, quella bestiola lo aveva nondimeno
fortemente amato, e senza tregua e senza condizioni. Perchè aveva da
essere distrutto affatto quell'essere amoroso, così da non esistere più
mai nella sua discioltasi individualità? Perchè a tanto affetto aveva
da mancare corrispondenza di pensiero, il quale è l'elemento necessario
a costituire l'immortalità di un'anima? Oh! se avesse egli, il poeta,
se avesse potuto instillargli una parte di quel suo pensiero che alcune
volte sentiva soverchio in sè confondergli il cervello e urtarglisi
dolorosamente nelle pareti troppo ristrette del cranio! Quante fiate
non aveva egli vaneggiando sognato, — come l'_homunculus_, cui Goethe
fa creare da Wagner nelle storte di Fausto, — di crear esso, con un
miracolo di scienza e di fede, uno spirito immortale collo spiro di
vita che animava quella materia foggiata a bruto! Non avrebbe esso
avuto dell'uomo che le facoltà amative e intellettive; non gli orgogli,
non le perfidie, non le deficienze, che, dipendenti da quella forma,
ond'egli si assuperbisce cotanto da dirla simile a quella di Dio,
torcono al male i più belli suoi pregi.
L'uomo disconosce ed infrange la legge d'amore. Dal peccato fu
l'umanità col divino sacrificio redenta; ma l'individuo conviene sè
stesso redima, e nol fa; e il soffio di Satana, traversando gli errori
sociali e le seduzioni d'un falso interesse, ne corrompe l'anima
tuttavia. Non si sa amare in terra dai più, come non si sa pensare; i
meschini sono derelitti, del pari che è rigettata la verità.
Ma non sempre durerà sulla terra questa ribellione dell'uomo al suo
destino; e il poeta, con islancio veramente profetico, sorvolava sulle
età che sono, per vagheggiare nell'avvenire la società progredita,
migliorata, quando tutti i rapporti umani saranno regolati dalla sola
legge dell'amore, e del paradiso terrestre, che allora si sarebbe
veramente dischiuso alla nostra schiatta, faceva con sì vivaci e
splendidi colori una dipintura sublime, che nulla io conosco da
metterle a paragone nelle opere dei gloriosi poeti dell'umanità; e
terminava con un inno di gioia e dirò di trionfo, il quale ben pareva
quello che ai nuovi tempi avrebbe dovuto innalzare l'umana famiglia per
salutare l'adempimento della sua ventura.
In sull'ultimo egli s'era rizzato in piedi e, levata superbamente la
testa, aveva abbandonate del tutto al vento le sue chiome arruffate.
Esse gli facevano come un'aureola intorno alla vasta fronte, e il
sole, che mandava allora i suoi primi raggi, le indorava con tinte di
fuoco. La persona di lui, mi appariva in quell'istante più alta e più
nobile di forme e d'atteggio. Splendevano d'una luce straordinaria
le sue pupille alzate al cielo; splendeva, come per propri raggi che
ne emanassero, la fronte solcata dallo stampo del pensiero, tocca dal
segno potente del genio. Infuocate gli erano le guancie, infuocate le
labbra tremanti. Vibrava con un'armonia ineffabile e nuova la voce del
Vate, disposandosi alle mille voci, ai mille sussurri, ai canti degli
augelli, al fruscío delle frondi, al ronzío degl'insetti, con cui a
quel momento la terra salutava l'apparire del sole sull'orizzonte.
Avreste detto che i potenti versi del poeta assembravano in una, e
traducevano in parola umana quel cantico eterno e meraviglioso e nuovo
sempre, che con tutte le voci della natura innalza ogni mattina la
terra alla gloria del Creatore.