Il principale era stanco del viaggio, preoccupato dal pensiero
dell'esito della grossa, importantissima fondita che stava per
essere gittata; oltre ciò, venuto colla speranza di vedere la moglie
felicemente sorpresa e tutta lieta del suo anticipato arrivo, la trovò
invece turbata di sì strana maniera, senza ch'ella ne volesse dire
la cagione, che al suo primitivo buon umore era successa una stizza
latente, la quale non cercava se non un'occasione per venir fuori e
sfogarsi. Fu aspro con tutti, trovò che il combustibile non era stato
abbastanza sollecitamente scaricato e riposto, gli parve che il fuoco
nelle fornaci languisse; ebbe un rimprovero per ognuno, e, più che
cogli altri, fu acerbo e severo con Atanasio.
— Sa tutto! — diceva fra sè quest'ultimo. — Or ora scoppierà la bomba:
— ed accarezzava nella tasca il manico d'un coltello. — Meglio! Sono
stanco di soffrire. La finirà una volta per tutte.
Pietro alzò la voce con accento imperioso.
“Avete udito tutti?” Disse dopo di avere ricapitolato le sue
istruzioni. “Domani alle sei al posto.... e guai chi manca!”
A quell'ora si sarebbero aperti i forni.
“A vegliare stanotte,” soggiunse, “rimarranno....” parve esitare un
momento, e poi terminò la frase: “Atanasio e Girolamo.”
Erano il primo e l'ultimo degli operai. Atanasio saltò fuori dalle file.
“Non ha nulla da dirmi signor Pietro?” gridò egli con voce alta e
sonora.
C'era tanta sfida nell'accento di quelle parole che Pietro si volse con
aria di profondo risentimento.
“Vi parlerò domattina:” rispose asciutto ed imperioso. “Ora fate quello
che vi dico.”
Se n'andò il principale, partirono gli operai, rimasero soli nelle
officine Atanasio e quell'altro che doveva essergli compagno. Il primo
di questi due scoppiò in una risata, proprio da pazzo.
— Ah, ah il vile! — esclamò, parlando a sè stesso. — Vuole prorogare
fino a domani la tragedia.... Vuole avere ancora questa notte per
sè..... Questa notte?... Giuro al cielo e all'inferno!... —
I forni incandescenti mandavano un calore veramente infernale, e
quell'altro, facendolo notare ad Atanasio, propose di allontanarsi un
poco.
“Eh via! tu senti caldo!” rispose il forsennato. “Minchione! to'! bevi:
questo ti rinfrescherà.”
E porse al compagno la bottiglia del _cognac_, che l'altro non si fece
pregare di molto per mettere alla bocca.
“Bisogna anzi aggiungere ancora del carbone:” gridava Antonio. “Animo!
Mano alla pala, e giù combustibile.”
E congiungendo l'atto alle parole, cacciò a palate monti di carbone sul
fuoco.
Due ore dopo batteva la mezzanotte al campanile del villaggio: tutto
era silenzio come in un cimitero, non si udiva che il crepitare del
fuoco e il ribollire del metallo in fusione. Girolamo, finita la
bottiglia del _cognac_, si era addormentato in un cantuccio sopra uno
stramazzo. Atanasio, accoccolato in faccia allo spiraglio ardente della
fornace, le mani sulle ginocchia e la faccia nelle mani, pensava.
— Aspettare fino a domattina!... Perchè?... E poi che avverrà egli?...
Mi scaccerà.... Forse mi vorrà umiliare in presenza di tutti.... Oh
no per Dio!... Non lo vo' tollerare.... È meglio finirla... Finirla
subito, e tutti! Sì, tutti! Lasciarli dietro di me a godersi il loro
amore? No: per la maledizione di Dio!... Un poco d'acqua in quel
metallo in fusione, e si salta tutti in aria, la fonderia, la casa,
tutti!... Oh sì, che bello spettacolo! —
Rise e si alzò con impeto, per mettere in esecuzione quell'orribile
progetto. Ma nel migliore ebbe paura. Aveva già in mano una secchia
per gettarla e si trattenne. Come se avesse avuto sentore del pericolo,
Girolamo in quella si svegliò.
“Che fai tu costì?” gli disse.
“Nulla,” rispose Atanasio: “Ho una sete che mi strugge le fauci, e
pensavo di andare per un po' d'acqua fresca.... Appunto, fammi il
piacere, vacci tu.”
Girolamo si scosse come un can bagnato, prese la secchia ed uscì.
Atanasio, senza aver bene coscienza di sè stesso, saltò contro uno
de' forni, il più grande, e con una gran mazza di ferro percosse
nell'usciolo che ne otturava l'uscita. Un zampillo di fuoco sprizzò
fuori lanciando scintille da tutte le parti. L'operaio ebbe appena il
tempo di gettarsi in là, le bocche delle forme non erano ancora aperte
e il rivolo di fuoco, come la lava d'un vulcano, precipitava rapido
e stendevasi al suolo empiendo tutto di fumo, crepitando, fremendo,
rombando. Atanasio spaventato volle gettarsi a tentar di tappare di
nuovo quella uscita. Era impresa oramai sovrumana, impossibile: il
fiotto impetuoso del liquido incandescente s'era aperto un largo
passaggio e non era più un zampillo, ma un vero fiume ribollente,
impetuoso, che si riversava per terra. Atanasio, assalito da alto
terrore, gettò un grido spaventoso d'allarme e fuggì smarrito.
Incontrò sulla soglia Girolamo che veniva correndo, spaventato ancor
egli da quel grido, che aveva udito risuonare per la notte.
“Che cos'è?”
“Scappa, scappa.... Il metallo ha rotto la fornace e si riversa
tutto....”
Le imposte delle porte e delle finestre della fonderia, i correnti e i
travi del tetto, tutto ciò che si aveva di legno là dentro, le pareti
stesse divampavano, fiammavano, e il tremendo fiotto di fuoco già si
precipitava di fuori nel cortile.
Delle due ale del fabbricato, quella a sinistra conteneva i magazzini
del combustibile, e lì presso subito, immediatamente confinante il
quartiere abitato da Pietro, da sua moglie, dal bambino. La bollente
lava di metallo fuso, come se fosse guidata dall'odio di chi le aveva
dato l'aíre, si diresse a volute sempre più crescenti verso quella
parte.
Girolamo si cacciò a fuggire, urlando come un dannato; Atanasio corse
qual dovette correre Caino, dopo il primo assassinio commesso nel
mondo.
Si fermò dopo dieci minuti sopra un'altura. Quale orrendo spettacolo!
La fonderia era tutta una fiamma, il magazzino di combustibili ardeva
come un mucchio di fascine, le fiamme lambivano colla loro lingua di
fuoco la casa dove abitavano i Frangia, e del quartiere dove stavano
Pietro, Lucietta e il bambino, già ardevano le persiane e i telai delle
invetriate.
In mezzo a tutto quel chiarore, si vedevano come macchie scure correre
affaccendati alcuni uomini; dal villaggio venivano pur correndo gli
abitanti, svegliati dalle grida di Girolamo prima, degli altri operai
poscia, e affrettati per ultimo dai rintocchi della campana suonata
a martello; fino al luogo dove s'era fermato Atanasio, si udiva
arrivare un rumore confuso che era il suono assembrato di grida, di
esclamazioni, di preghiere, di bestemmie, di pianti di tanti uomini e
di tante donne disperati, spaventati.
Atanasio stette un mezzo minuto a contemplare quello spettacolo, i
denti stretti, le braccia serrate al petto, un mezzo minuto che gli
parve un'ora; parevagli sentir nel volto il calore di quelle fiamme a
cuocergli le carni. A un tratto sentì un fruscio fra le piante, e un
essere animato giunse correndo presso di lui e gli saltò alle gambe
guaendo, mugolando, vociando in ogni suo modo. Era Azor fuggito di
casa, chi sa come, cui l'istinto aveva condotto sin là tra le gambe del
suo padrone. Questi si chinò verso la povera bestia ad accarezzarla. Il
cane lo addentava pei panni e pareva volerlo tirare.
— Dove mi vuoi tu condurre? — diceva lo sciagurato, resistendo. —
Laggiù? là in quell'inferno? Che cosa vuoi ch'io vada a fare?... Là
si compie ora la mia vendetta.... All'uno tutto, e all'altro nulla!
Ricchezze, agi, gioie, famiglia, e l'amore di lei! Tutto per lui!... Ed
io niente!... D'ora in poi non avrà più nulla neanch'egli, nè sostanze,
nè moglie, nè bambino.... —
L'idea del bambino lo scosse.
— Ah! quell'innocente!... E lei!.... lei!... Morire così
crudelmente!... —
Azor, come se vedesse che la pietà stava per entrare nell'animo del
padrone, raddoppiava il suo mugolìo.
— E lei che ti ha dato a me.... La vuoi salva?... Hai più cuore di
questo miserabile. —
Prese la corsa verso l'incendio, e il cane dietro di galoppo.
Quando giunse, il fuoco già consumava il tetto dell'ala abitata da
Lucietta; dalla finestra proprio della stanza di lei cominciavano ad
uscir fumo e faville. Atanasio vide la donna con in braccio il suo
bambino, che urlava con voce da straziare l'animo di qualunque.
Pietro, svegliato in sussulto alle grida di Girolamo, non aveva
avuto tempo che di dire alla moglie: — Salvati col bambino, — ed era
corso dove allora più premeva il pericolo. La donna, resa incapace di
muoversi dallo spavento, si era lasciata sopraggiungere dall'incendio.
Un uomo accorreva con una lunga scala: dietro di lui, ansante, Pietro
che in mezzo all'infernale tumulto, aveva pure udito il grido della
madre di suo figlio. La scala fu appoggiata al muro; in quella un
vortice di fiamme avvolse la misera donna col bambino alla finestra.
S'udirono come un grido d'agonia suprema le parole: — Mio figlio! — e
la madre e il piccino sparirono come inabissati.
Pietro, forsennato, fece per islanciarsi sulla scala: una mano di ferro
lo fermò.
— Indietro! — gli gridò una voce che egli non riconobbe. — Tocca a me. —
E Atanasio, lesto come uno scoiattolo, si arrampicò su pei piuoli, e in
un attimo fu alla finestra e si precipitò dentro.
Azor, postato innanzi a quella finestra, accompagnava il suo padrone
cogli abbaiamenti, come se lo volesse incoraggiare.
Atanasio, avvolto nel fumo che turbinava, non vide nulla, ma inciampò
in un corpo disteso per terra; si chinò, sentì che la era una donna,
l'afferrò e stringendola fra le braccia, scavallò di nuovo il parapetto
e incominciò a discendere con essa.
Lucietta era caduta in uno svenimento cagionatole dal terrore, ma le
fiamme non l'avevano ancora toccata. Però l'incendio pareva che non
volesse lasciarsi rapire la sua preda. Atanasio, con precauzione,
cercava col piede il piuolo su cui posare, quando un'ondata di fuoco si
scatenò addosso a lui, lo avviluppò, ne pose in fiamme la capigliatura
e lo svolazzo della tunica sulla schiena. Egli col suo fardello fra
le braccia vacillò: un alto grido d'orrore eruppe dai petti di tutti
gli astanti, che tremavano e palpitavano. Pure il robusto uomo non
fu vinto, con una mano aveva già afferrato il capo della scala, vi si
mantenne e fra mezzo alle fiamme continuò a scendere.
Giunse in terra; tutti gli furono attorno ed aiutarlo, a sorreggerlo
che barcollava come ebbro. Pietro gli tolse dalle braccia Lucietta
sempre svenuta. Ma subito un'idea orribile gli venne.
— E mio figlio?! —
La madre, a queste parole del marito, gridate con accento di
disperazione, risensò.
— Mio figlio! mio figlio! — ripetè. — Oh! salvatemelo, per amor di Dio!
—
La infelice, nello svenire, l'aveva lasciato cadere....
Vide in quella Atanasio che si premeva la fronte e le occhiaie dove
sentiva un orribile dolore.
“Voi, voi qui, Atanasio!” disse, puntando il dito contro di lui. “Voi
dovete salvarlo.”
Atanasio fremette a quell'accento, a quelle parole; tese le braccia
innanzi a sè, brancolando come per cercar la scala, volle camminare ed
inciampò; mandò un urlo da bestia selvaggia.
“Sono cieco!” gridò stramazzando al suolo come corpo morto.
Fu portato all'ospedale, insieme coi parecchi feriti di quel
disastroso incendio. Le gravi scottature che aveva riportato posero in
pericolo la sua vita, ma pur guarì tuttavia; i suoi occhi però furono
irremissibilmente perduti.
Durante la lunga malattia, egli non chiese mai novella nè di Lucietta,
nè di Pietro, nè della fonderia. Guarito, seppe che questa e la casa
erano rimaste un cumulo di rovine; che Pietro, per cercare di alleviare
il dolore della moglie che aveva minacciato divenirne pazza, l'aveva
condotta a fare un lungo viaggio lontano, lontano; che prima di partire
il padrone aveva lasciata una buona somma per lui.
Atanasio volle che questa somma fosse data ai poveri del villaggio; e
senza un soldo, uscito dallo spedale, prese la prima strada che gli si
parò dinanzi, per andare tanto lontano, che di lui in quel paese non si
sapesse mai più novella.
Fatto poco cammino, udì un guaiolare festoso e le piote d'un cane si
appoggiarono alle sue coscie: era Azor. Come aveva egli vissuto sino
allora? chi può saperlo?
— Sei qui tu? — esclamò Atanasio commosso. — Il solo amico, il solo
bene che mi resti.... Vuoi seguirmi nell'esilio? Vuoi essere la guida
del povero cieco?... Vieni. —
Come capitasse nel villaggio in cui l'ho conosciuto, questo sciagurato
non sapeva dire.
Quando il cieco morì, fu sotterrato in un cantuccio del cimitero, senza
una croce, senza un segno qualunque di memoria dei sopravvivi, ma il
domani Azor vecchissimo, fu trovato morto sulle zolle smosse, sotto cui
avevano riposto la salma del suo padrone.