VII.

Gli affari della fonderia, intanto, sotto l'abile direzione del signor

Pietro, prosperavano sempre meglio.

Il giovane principale, che tutto curava, tutto voleva vedere egli

stesso, a tutto sopraintendeva e provvedeva, era perciò obbligato

a fare frequenti gite lungi del villaggio, per acquisto di carbon

fossile, di minerali, di macchine, per trattare a viva voce di

ordinazioni, per intraprendere forniture ed appalti: e queste assenze,

più o meno lunghe, dimolto rincrescevano e recavano malinconia a

Lucietta la quale il suo sposo amava sempre più, come, in realtà, il

bravo Pietro meritava che fosse.

Nei tristi giorni della lontananza del marito, la giovane soleva

cercare conforto nelle occupazioni della maternità, intorno a quel

gioiello di bimbo, ch'ella amava con vero trasporto, e nella compagnia

d'Atanasio, il quale, come compagno d'infanzia di Pietro, le pareva

ricordarle più efficacemente il caro lontano. E questi stesso, prima di

partire, soleva dire sorridendo ad Atanasio:

— Ti raccomando mia moglie veh! Falle buona compagnia. —

L'operaio obbediva zelantemente; in quei giorni tutte le ore che

aveva libere, le passava con Lucietta: e sapeva così bene condurre

il discorso, che parlavano il più spesso dei tempi passati, prima

del matrimonio di lei, delle ore che trascorrevano così leste e

così liete nelle belle sere estive sull'aia della casetta di papà

Taddeo; e Lucietta, che vedeva il volto sempre cupo ed arcigno

dell'operaio rasserenarsi, e capiva quanto bene gli facessero siffatte

chiacchierate, gentilmente e con amorevole bontà vi si prestava.

La infelice non sapeva, colla sua generosa e caritatevole debolezza,

quale ardore ponesse nel sangue di quell'uomo, quali folli idee nella

mente, quali audaci e impossibili sogni nella fantasia! Quando Pietro

ritornava, Atanasio allontanavasi di nuovo, si rifaceva più solitario e

più taciturno; ma fra sè e sè continuava a pensare agli avuti colloqui,

interpretava a suo modo, o per dir meglio a gusto della sua passione,

parole ed atti di Lucietta, si guastava lo spirito e la ragione

col martellare continuo d'un'idea fissa. La sua diventava così, per

davvero, un'infermità del cervello, una monomania.

Allora appunto, quando era al suo apogeo questa morale esaltazione

del disgraziato, Pietro ebbe a partirsi di là per quattro o cinque

giorni, affine di procacciarsi certo nuovo combustibile di cui voleva

fare esperimento in una nuova maniera di forni. Ferveva più che mai il

lavoro; per la fine della settimana dovevasi dare compìta una certa

fusione importantissima e di grandi proporzioni, per cui da tanto

tempo s'era in moto ad aggiustare le forme, preparare il materiale,

acconciare gli alti forni. Prima di partire, il principale ebbe a sè

Atanasio, e gli disse:

“Mi tocca abbandonare la fonderia proprio in un momento de' più

importanti e in cui si richiederebbe imperiosamente la mia presenza;

ma urge pure all'estremo andare per quel tal affare nel quale non

posso farmi sostituire da nessuno. Invece qui alla fonderia lascio

te, che sai, e sei capace, e di cui mi fido interamente; adunque su

te, mio caro Atanasio, tutto il carico fino a sabato. Io arriverò

immancabilmente venerdì sera; voglio trovar tutto pronto, perchè

sabato mattina di buon'ora si possa cominciare il gitto; bada bene di

preparare ogni cosa, e non voglio sentir poi pretesti nè scuse. Hai

capito?”

“Sì signore.”

“Dunque ci conto sopra. Ricordati bene! A venerdì sera.”

Il signor Frangia partì. Atanasio non ebbe in realtà altro pensiero

fuori questo: — Lucietta è sola! — La giovane donna, per maggior

fatalità, mai non era stata così benigna ed amorevole all'operaio, nel

quale non vedeva che il compagno d'infanzia, l'amico devoto, la persona

di maggior fiducia di suo marito.

L'esaltazione di Atanasio era al colmo. Pensava rapire Lucietta e

fuggire; gettarsele ai piedi, confessare il suo amore, domandarle

il contraccambio e poi uccidersi; passare un giorno, un'ora di

felicità con lei, e poi morire tutti e due. Contava i giorni. Ancora

settant'ore, e poi il marito sarebbe ritornato; — e quella volta,

prima che egli venisse, doveva compiersi qualche gran fatto; — lo

aveva giurato a sè stesso, se lo veniva ripetendo le mille volte lungo

la giornata; si diceva per incitarsi, per irritarsi vieppiù, che egli

sarebbe stato un vile se al ritorno di Pietro le cose fossero rimaste

come prima, ed egli avesse continuato a sopportare in silenzio lo

spasimo della sua passione.

E mentre siffatta battaglia gli ruggiva nell'animo, egli rimaneva

calmo, taciturno, e freddamente tutto disponeva come se fosse il più

tranquillo uomo del mondo, perchè puntualmente fossero obbediti gli

ordini del principale.

Non c'erano più che due giorni all'arrivo di quest'ultimo.

— Domani, — disse a sè stesso Atanasio, la sera, partendosi da Lucietta

e corrispondendo con uno strano sguardo al gentile saluto ch'ella gli

fece, mentre la si ritirava nelle sue stanze col suo bambinello in

braccio: — domani tutto sarà finito. —

Girò per la campagna fino ad ora tarda con Azor dietro. Dopo mezzanotte

arrivò all'osteria e si diede a picchiare furiosamente. Apertogli,

entrò con passo concitato e comandò, secondo il solito, gli si recasse

nell'usata stanzetta una mezza dozzina di bottiglie, tabacco, lume,

e lo si lasciasse solo. Si chiuse dentro egli col suo cane. Nella

sua testa, quella notte dovette avvenire una tempesta più terribile

di quella che ci racconta Vittor Hugo aver tormentato il cervello di

Jean Valjean nel più bello dei capitoli dei _Miserabili_. Al mattino

uscì come le altre volte, ma si portò seco una bottiglia intiera di

_cognac_.

Lavorò tutto il giorno, come se nulla fosse; Pietro doveva arrivare

alla sera ed avrebbe trovato tutto disposto secondo i suoi ordini.

Il metallo era in fusione nei forni e cominciava a gittar zampilli

di fuoco da qualche commessura, come se impaziente di prorompere e

precipitarsi nelle bocche appostate entro le escavazioni inferiori.

Un calore d'inferno emanava da quel focolare incandescente, in cui

il ferro era liquido come l'acqua. Atanasio esaminò tutto per bene,

diede le ultime disposizioni; poi, venuto il momento di cessare i

lavori, dato un fischio ad Azor che si teneva prudentemente lontano da

quell'inferno, si diresse a passi lenti verso casa sua. Erano le sei;

il treno di ferrovia per cui doveva giungere il padrone non arrivava

che alle dieci, tutti gli operai erano chiamati per quell'ora, affine

di riceverne gli ordini. Atanasio aveva quattro ore innanzi a sè.

Si recò a casa sua, e si vestì cogli abiti da festa. Canterellava

fra sè co' denti stretti; ma doveva avere sulle sembianze la traccia

dell'interno turbamento, perchè Azor sedutosi in un angolo della

stanza lo guardava fiso in modo inquieto, con que' suoi occhi pieni

d'intelligenza seguitandolo in ogni movimento.

Tratto tratto Atanasio si fermava, pensava, rifletteva come uomo che

fa per ricordarsi qualche cosa, e poi, dato di piglio alla bottiglia

del _cognac_ ne tracannava giù due o tre sorsi abbondanti. Quando fu

vestito come gli pareva meglio, diede un'ultima sorsata e maggiore

delle altre al liquore, si mise la bottiglia in tasca e fece per

uscire. Azor, solito ad accompagnarlo sempre, si alzò sollecito e corse

alla porta per seguirlo.

— No, carino! — gli gridò l'operaio con istrano accento: — quest'oggi

non si può: devi rimanere. —

Il cane non volle subito tirarsi indietro: il padrone impaziente gli

diede un calcio che lo mandò a guaire sotto il letto; Atanasio era già

fuor dell'uscio, quando si pentì del suo brutto tiro e tornò indietro.

— Azor! — chiamò con voce amorevole; e il cane venne strascinandosi

colla pancia a terra, tutto umile, al suo cenno.

Atanasio lo prese fra le braccia e lo baciò.

— Chi sa se ti rivedrò ancora! — disse. — Sta' costì mio buon Azor, e

Dio te la mandi buona. —

Lo pose sul letto e poi uscì correndo.

Trovò Lucietta, a cui disse voler parlare da solo a solo: aveva

gli occhi stralunati, le mani e le labbra che tremavano; si vedeva

chiaramente che l'infelice era fuori di sè.

“O mio Dio! che cosa è avvenuto!” domandò ansiosamente la moglie di

Pietro, spaventata a quella vista. “Qualche grande disgrazia?”

Atanasio, come aveva sognato tante volte di fare, le si buttò in

ginocchio ai piedi. Che cosa disse, non seppe mai egli stesso. Parlò

come in delirio; e Lucietta, credutolo proprio assalito dalla follia,

ebbe paura. Aveva essa fra le braccia il suo piccino e lo strinse al

seno più forte e fece per fuggire. Il dissennato le impedì il passo.

“No, no,” esclamò egli, “ora il dado è tratto. Voi non mi potete

lasciar più che dandomi la vita o la morte.... Voglio che sia così....

O mia, o di nessuno mai più!”

“Guardate quello che fate!” disse Lucietta. “Calmatevi; pensate al

vostro amico, al vostro benefattore, a Pietro...”

“Ah! non parlatemi di lui:” esclamò Atanasio digrignando i denti.

In quella s'udì una voce chiamare dal cortile con allegra premura:

“Lucietta! Lucietta!”

Era Pietro, il quale, impaziente di rivedere la sua famiglia, arrivava

col treno di due ore prima, per fare una sorpresa a sua moglie.

Atanasio si gettò indietro quasi spaventato; quell'omaccione forte

e robusto come un Sansone, si pose a tremare come un fanciullo. Che

cosa avrebb'egli detto a Pietro? che cosa fatto ora in presenza di

lui? Pensò un momento scannare Lucietta, poi gettarsi sul marito che

accorreva, e sul cadavere di lui uccidere sè stesso. Ebbe paura egli

medesimo de' feroci impulsi della sua anima. Corse alla finestra e la

spalancò, non si era che al piano terreno e all'altezza del terrazzo;

si slanciò nella strada e corse via, per l'oscurità della notte già

piena, come un forsennato.

Che cosa gli restava da fare? Agitò seco stesso la questione lungo

tempo, senza decidersi a nulla. Quando suonarono le dieci, egli, come

tratto da una forza fatale, si trovò al suo posto nella fonderia a capo

degli altri operai.

— Lucietta gli avrà detto tutto, — pensava: — fra Pietro e me che cosa

sta per succedere? —

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea · 第 11 / 58 题