CAPITOLO SETTIMO.

Luglio.

Calori, languori, esami: soffia il terror del _cinque_ e dello

_zero_ anche sulle giardiniere. Il tranvai è come una gazzetta vocale

viaggiante che ci tiene in giorno non solo degli avvenimenti politici,

ma delle passioni predominanti a volta a volta nello spirito pubblico.

Da una settimana, su tutte le linee, colgo a volo da passeggieri

d'ogni condizione frammenti di discorsi scolastici, espressioni di

timori e di speranze, accenni a difficoltà e a pericoli, esclamazioni

sospirose di mamme, che parlano di “preferenze„ e d'“ingiustizie„,

di “raccomandazioni„ e di “pressioni„ come se avessero i figliuoli

sotto processo. Sui tranvai che passano davanti alle scuole verso il

mezzogiorno, salgono ragazzi e giovinetti coi capelli arruffati, col

viso acceso e con le mani sporche d'inchiostro; i quali parlano con

voce eccitata e stanca di soldati che si raccontino a vicenda i casi

d'una battaglia. Si sente nella voce d'alcuni l'intenzione di farsi

ascoltare e il compiacimento altero della vita intellettuale, si vede

negli occhi loro un balenìo di speranze lontane di gloria, di alti

uffici sociali e di ricchezze conquistate con l'ingegno. Ahimè! E io

penso a quanti di loro, dopo esser passati per la trafila d'altri cento

esami, e aver tentato e abbandonato, sgomentati dalla moltitudine dei

concorrenti, molte altre vie maestre e traverse, parrà una fortuna

di potersi rifugiare in uno di quei carrozzoni, col libretto degli

scontrini in mano e il corno appeso al collo. E non vedo l'ora che

sian passati questi “giorni del terrore„ dell'istruzione pubblica,

poichè i discorsi che ascolto mi fanno pensare a migliaia di cervelli

strapazzati, di cuori trepidanti, di amari disinganni paterni, di

castighi, di scene domestiche dolorose, ed anche a suicidi miserandi

d'adolescenti; e all'udir quelle allusioni alla farraggine delle

materie d'esame, mi domando con tristezza quanto tempo passerà prima

che s'abbia il sapiente coraggio di procedere a una semplificazione

degli studi, la quale ne faccia d'un carico opprimente un nutrimento

sano e gradevole, e penso con dolore che passerà un tempo anche più

lungo prima che siano migliorate in modo le condizioni del lavoro

meccanico, che non paia più una condanna il dovervi rimanere e quasi

una degradazione il discendervi; senza di che non vi è salvezza per la

società civile, che sarà uccisa dalla pletora degli spostati infelici

e violenti. Ma mi rallegra un caso ameno, e non raro. Mi trovo sopra

una giardiniera con un arguto professore di liceo, il quale, dicendomi

che dallo strapazzo intellettuale nascerà nel venturo secolo qualche

nuova malattia, una specie di tabe scolastica, che istupidirà un'intera

generazione, tace tutt'a un tratto per tender l'orecchio verso due

signore, che salgono dietro di noi, seguitando un discorso in cui egli

ha inteso il suo nome. Ah! sono pericolosi i tranvai, in questi giorni,

per i professori! Tendo l'orecchio anch'io. — Il grande scoglio è

quello —, dice la signora più giovane, sospirando; e ripete il nome. —

L'anno scorso si sperava d'esserne liberati, poichè n'è stufo anche il

preside; ma ha delle protezioni al ministero, dicono, e restò. Basta

guardarlo in faccia. Un di quei cani!

*

Ma il luglio, con l'aprirsi dell'_Arena_ e del _Teatro torinese_,

posti sulla linea dei viali, mi portò un divertimento nuovo, che trovo

descritto fra gli appunti, in una pagina finita. È uno spasso per me il

percorrere quella linea la sera della domenica, all'ora che finiscono

le rappresentazioni diurne. All'imboccatura di via Vanchiglia, e poi

davanti all'Arena e al Teatro, si fanno tre infornate successive

di passeggieri che portano nel tranvai tre ordini di discorsi

disparatissimi di argomento, d'intonazione e di mimica, discordanti

all'occhio non meno stranamente che all'orecchio. La prima è tutta

d'uomini, usciti dal gioco del pallone, che continuano i commenti e le

discussioni sulle partite e sulle scommesse, ripetendo cento volte le

stesse parole: quindici, quaranta, fallo, dividendo, battuta, rimessa,

e imitando i colpi e le mosse con gesti impetuosi e esclamazioni

ammirative, in cui spira un soffio sano di forza, di lotta, d'aria viva

ed aperta. Davanti all'Arena, dove si rappresenta l'operetta, salgono

dei giovanotti col viso acceso di tutt'altra fiamma, i quali commentano

con risate e parole grasse le maglie piene, i gesti impronti e i motti

equivoci, spandendo intorno un soffio di sensualità e di licenza, che

desta nei vicini dei sorrisi lubrici e delle fantasie peccaminose. Un

po' più là vengon su dal Teatro bottegaie, crestaine, qualche volta una

famiglia intera, tutti coi lucciconi, ancora commossi dalla chiusa del

dramma, esclamando tutti insieme: — Una bella produzione! — Fa troppo

pena. — Hai visto com'è morto? — Ha fatto la fine che si meritava. —

Povera ragazza! E son cose che succedono! — e spira nei loro discorsi

lo sdegno contro il malvagio, la pietà per l'innocente oppresso, la

gioia della virtù trionfante, una commozione buona, sincera, profonda,

che fa comprendere quale grande forza, disconosciuta dai più, male

usata da molti, inettamente trascurata da municipi e da governi, sia

il teatro popolare. E da un capo all'altro della giardiniera gioco,

musica e dramma, nomi di battitori e d'attori, ritornelli, volate,

pistolotti, morte, amore, totalizzatore mi si confondono all'orecchio

in una sola conversazione strana, antitetica, burlesca e triste come

la vita: immagine della vita anche in questo: che a ciascun gruppo

pare leggiero, stupido o odioso l'argomento dei discorsi dell'altro, e

che basta l'accidente più futile, come l'apparizione d'un cappellino

stravagante o il barcollare d'un ubbriaco che passa, a far sì che

tutti si distraggono dai loro pensieri e mettan fuori in coro un _Oh_

prolungato di stupore, che rivela il fondo fanciullesco di tutti.

*

Pioggie, uragani, il mondo sottosopra: un'estate degna dell'inverno

di Abba-Garima. Ma debbo ai carrozzoni chiusi d'essermi trovato in una

delle congiunture più curiose che possano occorrere a un passeggiere di

tranvai. Dopo tanto tempo ritrovai sulla linea di via Garibaldi il bel

capitano di fanteria e la moglie ipotetica dell'impiegato delle Poste

(lettere raccomandate). Alla prima occhiata mi parve che non fossero

più audaci come l'altra volta, che la passione, quetandosi un po',

avesse ridato luogo in loro alla prudenza dei primi giorni. Eran sedute

dentro con noi altre persone, fra cui ricordo un giovanotto che aveva

nella cravatta una grossa spilla di porcellana, con su scritto ad arco

in caratteri leggibilissimi: — _Cerco moglie;_ — ma questi e gli altri

discesero in Piazza Castello, e restammo noi tre soli. Vidi allora

negli occhi dei due, che sedevano l'uno di fronte all'altro, balenare

un raggio come di speranza. Senza dubbio, s'avevano da dire qualche

cosa d'importante prima di lasciarsi, come facevan sempre, come due

persone che non si conoscessero, e aspettavano che io discendessi in

via Po. Ma io dovevo fare ancora un buon tratto; oltrechè mi tratteneva

lì la curiosità inseparabile dalla mia professione. M'accorsi ch'erano

impazienti, incontrai uno sguardo di lui che mi disse chiaramente: — Se

sapesse che piacere mi farebbe a discendere!

— Pensi un po' se non lo capisco! — gli risposi dentro di me. — Ma

debbo trattenermi per ragion di studio: lei ci ha il suo amore, io ci

ho il mio libro.

Il tempo passava. Uno sguardo della signora mi disse: — Se ne vada

dunque una volta! — ma così apertamente, che ne fui offeso. E le

risposi con gli occhi: — No, non è codesta la maniera: me lo chieda con

più garbo e potrà essere ch'io la contenti.

Si scambiarono un'occhiata che equivaleva a un'esclamazione a due voci:

— Che testardo importuno! — Egli tormentava con la mano la dragona

della sciabola; essa l'anello dell'ombrellino.

Un momento dopo egli mi diede una guardata che fu un vero e proprio

spintone; ma essa corresse subito l'effetto dell'atto brutale con uno

sguardo ansioso e quasi umile, che diceva: — Lei ha capito; mi faccia

questo favore; non abbiamo più che un minuto; la supplico.

Impietosito, feci l'atto di alzarmi; ma in quel momento sonò il

campanello e il tranvai s'arrestò: saliva una famiglia.

E allora mi fulminarono tutti e due insieme con una tale occhiata,

che mi parve di sentirmi entrare a un punto nelle carni la punta

dell'ombrellino e la punta della sciabola, e m'affrettai a discendere,

volgendo in mente questa pagina, che mi costa un rimorso. Ma non m'ero

certamente ingannato: l'amore doveva esser già malaticcio, e mi diceva

il cuore che un giorno l'avrei visto trasportar dal tranvai, come da un

carro funebre, morto di consunzione.

*

Seguita un tempo matto, variato d'acquazzoni violenti, di

rasserenamenti repentini e di scrosci di pioggia rincalzanti; durante

il quale faccio una scoperta preziosa che mi apre sul tranvai un

nuovo ordine di godimenti artistici squisiti. Costretto a star sempre

dentro al carrozzone, scopro che riescono bellissimi, all'apparire

improvviso del sole, certi prospetti della città, veduti nel vano

delle due porticine che li racchiudono come in una cornice oscura,

giovando all'occhio come il far canocchiale della mano davanti a certi

particolari d'un quadro. Quante piccole maraviglie! Da via Garibaldi

immersa nell'ombra vedo un pezzo della facciata del Palazzo Madama,

con dinanzi l'alfiere marmoreo del Vela, piccolo come una figurina

di scacchiera, d'una bianchezza di neve, luminoso e vivo su quel

fondo cupo, come se splendesse di luce propria e avesse sentimento

della sua gloria. Nella via del palazzo di Città vedo inquadrato

nell'uscio, illuminato di fianco, il gruppo violento del Conte Verde

e dei Saraceni, in mezzo alle statue più lontane del principe Eugenio

e di Emanuel Filiberto: un quadretto un po' manierato e teatrale,

ma vivissimo, della vecchia Torino austera e guerriera. Vedo in via

Roma, come dentro a una finestra, l'alta figura impennacchiata del

vincitore di San Quintino, che spicca in nero sulla lontana facciata ad

arco della Stazione, trasparente e ridente come la porta monumentale

d'un giardino maraviglioso. In via Po, come pel vano di due opposte

feritoie, ammiro da una parte la Gran Madre di Dio, lumeggiata dal sole

che tramonta, spiccante sul verde fosco della collina, come un blocco

smisurato di marmo roseo, e dall'altra parte la faccia posteriore del

Castello, rude e tetra, nell'atto che n'esce e passa sul ponte una

processione di _Figlie verdi_ coi veli bianchi: un quadretto medioevale

misterioso e severo, a cui non mancano che due alabardieri corazzati

ai due lati del portone, minacciante ancora una sortita d'assediati. E

ricordo altri innumerevoli quadri alti e stretti, che presentano sfondi

lontani e vaporosi di vie diritte e lunghissime, segnati d'un tratto

nero da un camino d'officina, somigliante a un dito titanico; quadri

pieni del verde dei colli e dell'azzurro e del bianco delle Alpi, su

cui s'intaglia vigorosamente la spalla enorme d'un passeggiere ritto

sulla piattaforma; quadri semplici e profondi, d'un sol colore turchino

carico, in cui brilla uno spicchio argenteo di luna, e sopra la luna

una stella. E durante una corsa sola, cangiando il tempo, tutte queste

vedute s'annebbiano e tornano a rischiararsi, perdono e riprendono

i colori, e mentre il quadro davanti, su cui si disegna la testa del

cocchiere, si riaccende, il quadro di dietro, sul quale spicca la testa

del fattorino, si rioscura, tanto che di là par mattino e di qua sera;

e poi tutto quanto, davanti e di dietro, si confonde in un solo color

grigio, rigato dalla pioggia obliqua, dietro alla quale spariscono le

case, le colline, le Alpi, il cielo, e le due piccole porte non son più

che le cornici di due paesaggi confusi, che rappresentano l'uggia e il

malumore.

*

E acqua e fulmini e ira del cielo. I giubilati debbon scappare

ogni momento dai viali per rifugiarsi nei tranvai chiusi, dove,

raggomitolandosi e tossicchiando, si lagnano dello sconvolgimento delle

stagioni, del mondo mutato, dell'estate che non è più estate come al

loro buon tempo. E in loro posso esaminar gli effetti lamentevoli di

questi improvvisi mutamenti atmosferici che aggravano il peso degli

anni, sconvolgono i nervi, inacerbiscono tutti gl'incomodi, scolorano

tutt'a un tratto il mondo e la vita a innumerevoli creature umane. Vedo

delle vere carrozzate d'umor nero, tranvai che paion sale d'aspetto di

medici consulenti, con dei visi di vecchi atteggiati a quella serietà

cupa e immobile, che tradisce la mente inquieta, intenta a osservare

i movimenti irregolari della macchina interna scomposta, minacciante

qualche brutta sorpresa. Quant'è mutato anche il mio buon veterano di

via Garibaldi! Me lo trovo davanti, rincantucciato in un carrozzone

della linea di Vinzaglio, con la fronte solcata da una ruga verticale

profonda, e al mio: — Come sta? — risponde con voce rauca: — Niente,

niente bene. E come si può star bene? Non c'è più stagioni! Chi ne

capisce qualche cosa? È il mondo che va a soqquadro.... E poi, e poi,

sono settantott'anni! — Ma non dice più quel numero in tuono di vanto:

intacca a metà della parola, che par che s'allunghi e s'appesantisca

sulle sue labbra cascanti. E quanto gli resta di vita negli occhi

lo spende a cercare dal finestrino il suo Ciuchetto, che trotterella

accanto al tranvai, tutto impillaccherato, e ad ammonirlo col dito,

quando ricompare dopo uno sviamento, perchè, dice, _lui_ sa che _egli_

vuole che cammini sempre accosto al muro, per cansare i pericoli e

perchè egli lo possa vedere. E pare che col sentimento della propria

decadenza fisica cresca in lui l'affetto per la povera bestiola, il suo

unico amico, il quale tra non molto, dopo tanti anni di fida compagnia,

egli dovrà lasciar solo nel mondo, a morire forse d'una morte atroce,

dopo molti mesi di vita randagia e famelica, esasperata da persecuzioni

crudeli. Fuggono intanto di qua e di là dal tranvai, sotto la pioggia

dirotta, gli alberi frondosi dei viali, fuggono le colonne snelle dei

nuovi portici, appaiono e dispaiono le imboccature delle grandi strade,

e sopra ogni cosa scorre a traverso ai vetri il suo sguardo velato

da un'espressione di tristezza, come se egli pensasse che è quella

una delle ultime volte che gode quello spettacolo e il suo spirito

pigliasse comiato quel giorno dalla sua cara e bella Torino. — Ah,

bella, sì, e quanto! — par ch'egli dica con quello sguardo, — bella

anche con questo tempo, bella anche così grigia e malinconica, anche

così immollata e infangata come il mio povero cane....

*

Una bella giornata, finalmente, e una bella scena, un esempio

nuovissimo della potenza del femminino eterno, quale non può darsi che

sulla carrozza di tutti. Una bella ragazza bruna, esuberante di vita,

con un roseto vermiglio sul cappellino, stretta in un superbo vestito

nero luccicante di perline nere, che le modella come una maglia il

busto svelto e opulento, siede in capo a una panca della giardiniera,

tenendo una gamba sull'altra e un piedino per aria; il quale sfida

il mondo, di pieno accordo col viso, scintillante di civetteria,

e sorridente d'una larga bontà consolatrice. La giardiniera corre

sotto il sole giù per il viale Regina Margherita, dov'è costretta a

rallentare perchè è smossa la strada, e lì s'incontra con un reggimento

di fanteria che vien su in quattro file, di cui la prima a sinistra

passa rasente la pedana, dalla parte dov'è seduta la bella. Primi i

soldati della fanfara, passando con le trombe alla bocca, volgon gli

occhi a quel viso bruno che sorride sotto quel cespo di rose rosse e

a quello stivaletto giallo che segna il tempo della musica sotto quel

vestito imperlato. E dalla fanfara pare che la scintilla trapassi

lentamente per tutta la colonna. A tre, a cinque, a otto per volta, man

mano che passano, tutti i chepì si voltano, tutti gli occhi s'avvivano,

tutte le bocche si arrotondano; sul viso degli uni guizza un sorriso,

dalla bocca degli altri scocca una parola; molti si girano indietro,

parecchi perdono il passo, e chi dà di gomito al vicino, chi si sporge

un po' in fuori per veder più da presso il piedino e il roseto. A dieci

passi di distanza l'effetto della scintilla è già visibile. E via via,

ufficiali, soldati, caporali, sergenti, teste bionde del settentrione

e teste brune del mezzogiorno, visi barbuti e imberbi di piemontesi,

di napoletani, di siciliani, di sardi, per quanto la colonna è lunga,

tutti si voltano dalla stessa parte, come se sfilassero davanti a un

generale d'armata, ed esprimono con lo sguardo il pensiero medesimo,

con una regolarità preveduta, che finisce con mettere in allegria

tutti i passeggieri del tranvai, adocchianti a vicenda i soldati e la

ragazza, la quale sorride amabilmente a tutto il reggimento, come una

sovrana contenta. Oh eterno femminino! E pensare che la grande forza

dello Stato è formata da cento colonne d'uomini come quella, ciascuna

delle quali, passando davanti a quel roseto, farebbe come quella fa;

che quel visetto bruno darebbe una scossa elettrica a tutto l'esercito

nazionale, se tutto l'esercito le sfilasse accanto a quel modo! Che

cos'è mai un grande esercito visto dall'alto d'una giardiniera, quando

sporge fuor di questa lo stivaletto d'una bella ragazza!

*

E pioggia da capo, e vento, e tuoni: i cocchieri hanno il viso

lavato dagli acquazzoni, i cavalli grondano, i vetri sgocciolano,

le signore salgono con le vesti fradicie e con la bocca torta, e

lanciano, entrando, occhiate feroci l'una all'ombrello dell'altra. La

cortesia consueta si risente del cattivo tempo anche fra le persone

più cortesi, e pure i visi più simpatici appariscono in una luce poco

favorevole. No, non son questi i giorni da cercar moglie sui tranvai:

non ci si vedono che signorine smorte, imbronciate contro il cielo:

il mio bel pittore, se ancora non ha trovato, deve perdere il suo

tempo. E argomento dal suo viso l'una e l'altra cosa, vedendolo salire

sul carrozzone in via Madama Cristina; e più che dal viso, dall'atto

rabbioso, in lui insolito, col quale dà uno strappo all'ombrello che

non si vuol chiudere. Sul suo largo viso roseo di buon ragazzo v'è

un'ombra di malinconia anche più scura di quando lo vidi l'ultima

volta, e sotto quell'ombra un'altra, che par d'una irritazione

abituale. Gli domando se ha trovato: egli scrolla le spalle d'atleta

con un moto di dispetto fanciullesco, corretto da un sorriso forzato

di cortesia, e inveisce contro il tempo. Ma è tutt'altra, capisco, la

causa del suo malumore; lo capisco un momento dopo da una tirata rude

e sconnessa ch'egli fa contro le ragazze torinesi, con la violenza

improvvisa d'un uomo d'animo semplice, a cui manca ogni sentimento

dell'arte delle transizioni. — Anime fredde, pezzi di ghiaccio,

bambole; belle bambole, piene di tritura di legno. — C'è di mezzo

una bambola — dissi tra me, — senza dubbio. — Per loro — continuò

— tutto sta nel _bel contegno_; ma quando sotto il bel contegno non

c'è nulla.... è la virtù delle statue. Manca la materia combustibile,

questo è quanto. Angeli d'alabastro, santine di neve. Ha detto bene

l'Alfieri: _là dove Italia boreal diventa_. Figliuole di Borea. — Io

lo incoraggiai, paternamente. Che diavolo! Se non faceva breccia un

uomo come lui, un Ercole gentile, bello, artista, sul fior dell'età,

chi l'avrebbe fatta? — Ah sì, artista! Non è aria per l'arte qui; se

fossi un uomo di scienza, o se portassi le cedole appese al collo,

forse.... — E poi lo cominciava a seccare anche la città; anzi era un

pezzo che lo seccava: tutta quella geometria, tutto quel giallo, quel

girare e rigirare e parersi sempre nello stesso luogo! A giorni gli

saltava il ticchio di far le valigie e di scappare come un cassiere.

Non aveva alcuna meta determinata: gli sarebbe piaciuto di andare a

caso, di città in città, lontano, fino all'ultima punta della Sicilia.

— Guardi un po' queste case, queste strade, se non fanno pigliare in

odio l'angolo retto e l'omologia. E la gente è tal quale. Non le pare

che tutti si rassomiglino? Come no? Ma ci son centinaia di signorine

che paiono state tutte calcate l'una sull'altra, ritagliate con un solo

giro di forbici sopra un foglio piegato in cento.

— Ah! — gli dissi ridendo — ce ne dev'esser una che è sfuggita alle

forbici....

Ma non mi badò, e insistette. Da qualche tempo vedeva delle carrozzate

di gente che avevan tutti un'aria di famiglia; tutti i giovani

gli parevano impiegati a _mille e due_, i vecchi, tutti sergenti

pensionati, le signorine, tutte istitutrici di collegio, tirate a filo

di regolamento....

— Eh, lasci andare, — gli osservai, — ci son pure delle belle

ragazze....

— Oh per questo sì! — E qui si tradì. — Ci son dei tipi.... delle

figure raffaellesche.... certi visi bianchi con gli occhi azzurri....

d'una purezza, d'una grazia! Ma manca la vita, la fiamma. N'ha più una

siciliana nel dito mignolo che dieci di loro da capo a piedi....

Io ci volevo un core

Dentro a quel seno bianco....

E tacque un momento; poi riprese bruscamente: — Io, già, vedo delle

gran facce antipatiche. — E chiamò la mia attenzione sui passeggieri.

— Veda un po' che mutrie. Mi par di vedere un piccolo museo d'automi di

cera. Sarà anche un po' effetto del tempo, forse.... Insomma, mi secco.

— E dopo un po', nell'atto di scendere, soggiunse sorridendo, ma con

accento di tristezza: — Mi darei per un nichel....

— È preso, — pensai, — non c'è dubbio; preso da un viso bianco con gli

occhi azzurri. Oh, imbroccherò bene il tranvai dove ci saran tutti e

due....

*

Fu il pittore che me l'attaccò? Fu il brutto tempo? Fu una cattiva

disposizione di salute? Per alcuni giorni soffersi anch'io del suo

male — l'uggia del prossimo — un male bisbetico, il quale s'inasprisce

in particolar modo nei tranvai, dove le facce antipatiche, che per la

strada non si vedono che di sfuggita, ci rimangono sotto gli occhi per

qualche tempo, e s'è quasi forzati a guardarle. Antipatiche, perchè?

Non può esser altro che per questo, che son per noi delle maschere di

nemici ipotetici, facce da cui argomentiamo opinioni, passioni, gusti,

consuetudini opposte alle nostre, esseri, fra i quali e noi, se ci

frequentassimo, non potrebbe correre nè affetto, nè stima, nè accordo

alcuno. Quante ne vidi in quei giorni, e quante ne ricordai! E a chi

non accade lo stesso? Son persone sconosciute con cui da anni, ogni

volta che c'incontriamo, scambiamo uno sguardo malevolo, o indifferente

ad arte, o facciamo uno sforzo per non guardarci; gente di cui lo

sguardo, la voce, la sola vicinanza ci mette in impiccio, ci dà una

molestia, un senso sgradevole come quello d'una punta di stecco fra i

denti o dei capelli tagliati nel collo; disgraziate creature, di cui

il passo, il modo di far fermare il tranvai, di salire, di sedersi, di

pagare, di metter lo scontrino sul cappello, tutto ci è spiacevole,

come se fossero stati impastati e ammaestrati per farci dispetto.

Quando ce li vediamo all'improvviso daccanto, ne risentiamo una scossa,

come per un urto, e un sentimento di suggezione ad un tempo, come se

sotto il loro sguardo si tradisse il nostro pensiero, ed essi potessero

misurare la piccolezza dell'animo nostro dal potere che hanno sopra di

noi. E quella promiscuità forzata del tranvai ce li rende più uggiosi,

come degli intrusi in casa nostra, ed è una vera liberazione quando

discendono. Quanti ce ne sono, e come ci pullulano davanti in quei

giorni di malumore! Pare che ciascuno ci perseguiti e che tutti si

siano dati l'intesa per non lasciarci pace. Non ricordo bene quanto

sia durato quel periodo; ma so che mi parve di riveder tutti quelli che

avevo intoppati in vari anni. Feci delle corse calamitose, durante le

quali cinque o sei, successivamente, mi si strofinarono addosso salendo

e scendendo, m'infradiciarono coi loro ombrelli, mi soffiarono in viso

il loro alito, mi gridarono all'orecchio degli _alt_ e dei _ferma_

stonati, nasali, villani, melliflui, irritanti, mi fecero sentir dei

discorsi scipiti, vanitosi e pedanteschi, mi tormentarono coi loro

sguardi insistenti coi quali parevano dirmi: — Siamo saliti apposta per

te e spendiamo con piacere due soldi per farti soffrire. — Che rabbia

e che vergogna! Sì, proprio, patimenti vergognosi, antipatie ignobili,

rabbie miserabili, mosche e vermi dell'anima, che, se un atto della

volontà si potesse rassomigliare a un atto meccanico, direi che vanno

spazzati via con la scopa.

*

Una commozione viva di pietà mi ruppe il corso di queste giornate

maligne. In una giardiniera di via Garibaldi, su una delle prime

panche, era seduto un soldato con l'uniforme d'Africa: un piccolo

fantaccino macilento, che pareva non accorgersi d'essere guardato

da tutti, e che alle domande di cui lo tempestavano alcuni vicini

curiosi rispondeva a monosillabi, con l'accento d'una persona seccata,

guardando qua e là, come se cercasse qualcosa per aria, con lo sguardo

diffuso e fuggente, proprio degli scampati a una strage. Ebbi un

rimescolo quando, voltandomi indietro, vidi ritta dietro all'ultima

panca, col suo sacco solito, la vecchia di Pozzo di Strada, immobile,

con tutta l'anima negli occhi, fissi sull'elmetto di quel giovane con

l'espressione attonita e profonda dell'ipnotizzato, intento all'oggetto

che lo affascina. Certo, essa viveva ancora tra la disperazione e la

speranza, e la vista di quell'uniforme le risollevava nell'anima in

tutta la prima violenza la tempesta dei due opposti sentimenti che se

la contendevano. Era una povera divisa di tela come quella, che da

quattro mesi eterni essa vedeva col pensiero, lacera, sforacchiata,

insanguinata, fatta a brani e sparsa per le rocce e pei rovi del campo

di battaglia scellerato. Chi sa mai che cosa pensasse, che cosa vedesse

in quel momento nella figura di quel soldato? Che cosa le diceva mai

quello spettro del suo figliuolo, sorto improvvisamente sulla sua

strada: — Mamma, son vivo? Mamma, soccorrimi? Mamma, muoio? son morto?

addio per sempre? — Le era un conforto o uno strazio il vederlo? Non

si poteva comprendere da quel suo viso chiuso di vecchia contadina

usata a soffrire, da quel suo occhio immobile, dilatato, asciutto, che

pareva fisso in un punto solo di quella persona come in un altr'occhio

che s'affisasse in lui, fisso come se non si fosse dovuto movere

mai più se la corsa non avesse avuto più fine. E mi domandai perchè,

appena vedutolo, essa non fosse corsa a interrogarlo con quell'ingenua

illusione delle madri ignoranti che domandano allo sconosciuto reduce

dall'America notizie del figliuolo emigrato. Pensai che forse ella

aspettava che il tranvai si fermasse per andarsegli a sedere accanto;

ma il tranvai si fermò ed ella non si mosse. Fu timidezza? O la ritenne

il terrore di saper la verità? Discese, come sempre, al crocicchio di

via Venti Settembre, e appena fu sul marciapiede, si fermò, col suo

sacco in spalla, e si voltò indietro a guardare il soldato un'ultima

volta. E poi tirò via, a guadagnarsi il pane, curva sotto il suo sacco

e sotto il suo dolore.

*

Ripiove, e riecco la noia dei carrozzoni chiusi; ma rallegrata da

una “scena d'interno„ amenissima. V'è nel mezzo una signora secca e

elegante, già sulla “detestata soglia„ della maturità, visibilmente

stizzita dalla vicinanza d'una bella bionda giunonica di vent'anni,

che la offusca con lo splendore del suo viso e con lo sfarzo dei

suoi abiti, e a cui ella saetta delle occhiate di traverso come se

le volesse dar fuoco. In un angolo, seduto sulle ginocchia di sua

madre, un bimbo paffuto, inebbriato dal profumo d'un canestrino di

lamponi, su cui lascia gli occhi, senza punto intenerire la servotta

rosata e tutta curve che lo tien fra le mani; la quale finge di non

sentire il gomito e il ginocchio audace d'un satirello canuto, con

gli occhiali d'oro e il nastrino di cavaliere, che par che fonda al

suo contatto. — _Invidia, gola e lussuria_, — mi dice all'orecchio

quel diavolo di _Schopenhauer_, a cui nulla sfugge; un mio buon amico,

pessimista marcio, ma galantuomo, che non avrebbe alcun difetto oltre

la sua filosofia, se non fosse, nonostante questa, infiammabile come

un arabo. Il tranvai si ferma per aspettare la pancia d'un signore

che viene avanti di lontano a passo di lumaca, come se dormisse

camminando. E l'amico scatta: — Ma costui s'infischia del mondo! — e se

la piglia col fattorino: — O che dobbiamo aspettare il comodaccio di

quel pachiderma?... E avanti dunque, maledetta l'accidia! — _Accidia

ed ira_, — dico io, puntando il dito nel petto a lui, che sorride

amaro. Sale finalmente l'aspettato, s'adagia, e si riparte. Ma ecco

che, dopo pagato il biglietto, il nuovo entrato si lascia sfuggire

dal portamonete bellissimo un soldino, che rotola fra i piedi dei

passeggieri. Si china lui, si china il fattorino, si scomodano tutti,

e il soldo non si trova, ed egli s'ostina a cercare e a scomodare

il prossimo, che principia a brontolare, sudando e soffiando, col

viso acceso e turbato, come se avesse perduto un diamante. — To' —

dice allegramente lo Schopenhauer, — l'_avarizia_. — Ma la nostra

attenzione è attirata in quel punto da una vecchia signora segaligna,

entrata poc'anzi dall'altro uscio, la quale, all'atto di pagare,

s'accorge, quasi spaventata, di non avere in dosso il portamonete.

— Mi permetta di pagar per lei, _madama_, — le dice cortesemente un

signore che le sta accanto. — A chi dovrò render la moneta? — domanda

essa, con un'aria di diffidenza. — La darà a un povero, — risponde il

passeggiere. Quella sta un momento pensando.... Che sarà mai passato

per quel cervello di scarafaggio? Prende un'aria sostenuta, come se

fosse stata offesa, tira il campanello, e discende. — E _superbia_! —

esclama il mio amico ridendo. — Tutti e sette in una corsa sola! Ah,

siamo proprio maturi per un nuovo diluvio. È un mondo finito!

*

Sì, strano davvero un mondo in cui si fanno delle scoperte come quella

che facemmo il giorno dopo, sulla linea della barriera di Casale, io

e un mio amico emiliano, critico letterario acuto, e raccoglitore

attivissimo di “documenti umani„. Questi, nell'atto di pigliare il

biglietto, osservò e mi fece osservare la mano aristocratica del

fattorino, piccola e bianca, con le dita affusolate; alla quale

corrispondeva, più nell'espressione che nei lineamenti, il viso

pallido, contornato d'una barba castagna finissima. Subito dopo il

fattorino scambiò col controllore alcune parole in italiano, ma con un

accento emiliano spiccato, in cui il mio amico riconobbe la pronuncia

particolare della classe signorile della sua regione. Osservammo i suoi

modi: era singolarmente cortese, ma un po' impacciato, un po' timido,

come se fosse nuovo al suo ufficio; nel quale, peraltro, pareva che

mettesse molto impegno. — Qui c'è un mistero, — disse il professore,

investigatore eterno d'uomini e di cose; e appena il fattorino si fu

scostato, domandò al controllore come si chiamasse. Costui, una figura

alta di prete spretato, dalla voce e dai gesti rudi, sorrise, e gli

diede la risposta nell'orecchio. L'amico ebbe una scossa. Era un conte,

d'uno dei più illustri casati d'una città illustre, discendente, forse,

della madre d'un poeta famoso.

Eccitati dalla curiosità, domandammo al controllore se sapesse da quali

vicende quegli fosse stato ridotto in quella condizione. Non lo sapeva;

ma conosceva l'uomo da vari mesi. Oh, un gran buon volere, una gran

forza d'animo. Da principio ei gli aveva detto: — Badi, questo mestiere

non fa per lei; vedrà che non ci può reggere. — Ma il conte gli aveva

risposto con fermezza: — Vedrà che mi ci adatterò come gli altri. —

E, infatti, aveva tenuto duro. Egli, peraltro, gli continuava a far

delle raccomandazioni, di quando in quando: che non usasse con la gente

troppe delicatezze, perchè eran mal ricambiate; che a chi trattava male

rispondesse secco, se voleva che lo rispettassero; che certi villani,

a trattarli coi guanti, s'insuperbiscono, e diventano più prepotenti.

Ma sciupava il suo fiato: quegli era malato di gentilezza incurabile,

e appunto per questo, che cos'è il mondo! i passeggieri, in generale,

trattavan peggio con lui che con gli altri.

Mentre il controllore parlava, il fattorino girava dentro il carrozzone

e con le sue mani patrizie pigliava i due soldi da signore, da donne

del popolo, da operai; nessuno dei quali poteva immaginare per che

lungo ordine di magnanimi lombi discendesse il sangue purissimo a

quell'uomo che porgeva loro lo scontrino con tanto rispetto. Ed io

lo guardavo, e pensando ai tanti che si bruciano le cervella per un

rovescio della fortuna, sentivo una simpatia e un'ammirazione più

viva per lui, che la mala sorte sopportava con così sereno coraggio,

guadagnandosi il pane con un lavoro onesto, mostrandosi veramente

nobile d'animo quale era di sangue.

Tornato accanto a noi, egli porse lo scontrino a una graziosa ragazza

in capelli, salita un momento prima sulla piattaforma, con un grosso

involto di panni sotto il braccio; la quale mostrò di compiacersi assai

dell'atto e del sorriso cortese con cui egli prese i suoi due soldi

e le disse grazie, inchinandosi leggermente. Il fattorino rientrò; il

professore domandò alla ragazza: — Vuol diventare contessa?

Quella lo guardò, stupita.

— Ma sì, — riprese l'amico; — non ha che da innamorare quel fattorino,

che è un conte.

La ragazza diede in un gran ridere; poi, accennando col piede

il canestrino della colazione posato contro il parapetto della

piattaforma, disse: — I conti non mangiano lì dentro.

Noi confermammo ed essa continuò a ridere; ma, cominciando a dubitare,

arrossì un poco, e si mise a guardare il giovane, che era dentro

il carrozzone, con una curiosità viva, che diventò seria a poco a

poco, come se le sorgesse dietro un sentimento di pietà. E forse per

dissimulare questo sentimento tornò a sorridere. Ma si rifece seria da

capo e, messo fuori un _mah!_ pensieroso, espresse il suo pensiero con

questo proverbio filosofico: — _Il mondo è fatto a scala_....

*

Sì, uno strano mondo veramente; e scopersi appunto in quei giorni,

perdurando la pioggia, che in nessun modo se ne può veder meglio la

stranezza che di dentro al carrozzone, osservando tutto ciò che passa

di volo nel finestrino di faccia, quando si corre per una delle vie

principali. È la lanterna magica della vita pubblica, la più bizzarra

fuga delle più disparate immagini che si possano incalzare nella mente

d'un febbricitante che sogna. Ecco una gran donna seminuda, dipinta

a colori di pesca, che vi offre una bottiglia enorme d'un liquore

miracoloso, e cede il posto subito all'annunzio d'una conferenza

agraria; al quale succede una vetrina di decorazioni cavalleresche e

una vetrina di burattini, e poi il vano d'una stradetta oscura della

vecchia Torino e il cartellone della _Figlia di madama Angot_ e il

fondo nero d'una chiesa, stellato dalle candele accese dell'altar

maggiore, nel momento che un gruppo di devoti uscenti alzano la tenda

della porta. La cornice rimane immobile per pochi secondi inquadrando

una gran testa di maiale esposta nella vetrina d'un salumaio; poi

racchiude successivamente l'interno d'una bottega dove una bocca

squarciata urla una _liquidazione volontaria_, l'annuncio del Fonografo

a dieci centesimi, le _Vergini di Torino_, romanzo a dispense, e una

vetrina piena di cedole e di marenghi, nell'atto che vi specchia la

sua miseria una povera donna in cenci, con un bimbo al seno e uno

per mano. Si va di tutta corsa, e nella cornice che fugge passano con

rapidità crescente una elegante signora senza testa, col prezzo fisso

sul petto, un uomo scorticato dalla fronte ai piedi, che vi mostra

tutti gli organi dipinti, e cinquanta lire di mancia per chi ritrovi

una cagna; e poi, più a rilento, un angolo di giardino tropicale, pieno

di ananassi e di banani, e _L'assassinio della corriera di Lione_,

dramma in sette quadri, “con sparo di pistole sul palco„, e le teste

d'una ragazza e d'un giovanotto che amoreggiano al banco in fondo a

una tabaccheria. Segue un'altra breve fermata, durante la quale il

finestrino vi presenta un annunzio d'_Indulgenza plenaria_ affisso

alla porta d'una chiesa; e avanti da capo, a precipizio, l'immagine

colorita d'un biciclista che par che v'irrompa addosso, il _Pagamento

gratuito dei coupons_, la Colonia Eritrea a volo d'uccello, una gran

madonna di porcellana che guarda il cielo e un giocatore che guarda

il pallone in aria, seguìti istantaneamente da un crocchio di signori

che bevon la birra dietro un lastrone di cristallo e da un piroscafo

imbandierato che porta all'altro mondo mille affamati. L'occhio e il

pensiero riposano per un breve tratto in cui non passa che l'assito

nudo d'una casa in riparazione; e poi ricominciano a incalzarsi più

rapidi gli abiti fatti, i libri di lusso, gli specifici portentosi,

le ghiottonerie, la _Società di Cremazione_, il _Cinematografo_,

il _Sapone della Vergine_, intercalati di cento grida stampate:

— O anemici! — Tutti al Bazar! — Leggete tutti! — Incredibile! —

Inarrivabile! — Occasione unica! — che vi par di sentirvi risuonare

nell'orecchio; fin che, al momento di sboccar nella piazza, vi appare

nel finestrino, ultima visione, un piccolo cane agitantesi sull'alto

d'un carro carico e latrante furiosamente non si sa a chi o a che

cosa.... forse a quel carnevale strambo della vita, a quella confusione

matta di cose e di idee, a quella fuga ciarlatanesca di vanità, di

pompe, di promesse, di menzogne e d'insidie, che gli dà le vertigini e

gli muove la bile.

*

Qui trovo segnato fra gli appunti un cambiamento generale nello stato

psicologico dei tranvaioli (la bella parola non è mia: la coniò una

povera pazza che saluta ogni giorno i passeggieri del tranvai a vapore

di Pianezza da una finestra della Villa Cristina). “A una settimana

d'acquate essendo succeduto un sereno fermo e un calore torrido e

secco, succede alla musoneria, come nei primi giorni dell'estate, un

sovreccitamento nervoso, che fa le discussioni più vivaci, la mimica

più scomposta, la galanteria più ardita, e mette ogni tanto in volto

alla gente delle vampe improvvise, da parer che piglin fuoco come

covoni di paglia.„ Tra i più eccitati trovai una mattina Carlin, sopra

una giardiniera dei Viali, acceso in viso e col berretto per traverso.

Quando salii, tuonava contro l'Impero Ottomano: le notizie dei

combattimenti seguiti in Macedonia con la peggio dei Turchi l'avevano

invasato d'odio bellicoso contro i Turchi; ai quali imprecava morte e

distruzione, mostrando il pugno a quello ch'egli credeva l'Oriente.

Ma mutò a un tratto discorso, e teso il pugno proprio dalla parte

opposta alla Svizzera, inveì contro Zurigo per la cacciata degli

operai italiani, dicendo che si dovevan mandare centomila uomini, con

gli alpini alla testa, contro quei patatucchi, a snidarli da quelle

case che avevamo fatte noi, — _noi_ — diceva, picchiandosi la mano

sul petto, — _noi_, con le nostre sacrosante mani. — Poi si rasserenò

alquanto parlando della mandata del Commissario civile in Sicilia, che

per lui era un _vicerè, dispotico di far quel che voleva_. Ma anche

su questo argomento si rinfiammò subito. — Per quella gente che non

sta mai quieta, che non vuol intender ragione, non c'è altro che la

mano di ferro d'un vicerè, che possa ridurla al dovere. — E diceva

questo senz'aver la più vaga idea delle condizioni dell'isola, per un

puro sentimento atavico d'idolatria del potere, per la compiacenza che

gli dava il pensiero d'una qualsiasi forza che vincesse e comprimesse

un'altra forza, fuori d'ogni considerazione di giustizia e di diritto.

In fine, venne a una conclusione profonda: tutto il mondo andava per

traverso; c'eran miserie e guai da per tutto; di contenti non c'eran

che quelli che facevano all'amore. — _Rien que l'amour_, — disse con un

sorriso che diede alla sua faccia un'espressione affatto nuova per me.

— Avere una donnina che ci voglia bene, e _fessla bonna_, far la dolce

vita insieme, così, come quei due là, che son sempre attaccati l'uno

all'altro come due spicchi d'arancia, sempre d'amore e d'accordo, come

se li avesse maritati nostro Signore in persona.... — E la coppia che

m'accennava, sulla terza panca davanti a noi, eran proprio i piccoli

sposi di borgo San Donato, che non avevo più visti dopo quel giorno

alla barriera di Casale.

Potei veder bene lei perchè stava seduta un po' di fianco, col viso

voltato indietro, in ammirazione di tre splendidi bambini biondi,

con le vestine bianche ricamate; il più piccolo dei quali era tenuto

sulle ginocchia da una balia in gran gala. La gestazione avanzata

aveva ridotto anche più smunto e compassionevole quel suo povero

viso a cui la natura aveva negato ogni grazia femminina e perfin la

freschezza giovanile; ma vi splendeva in quel punto la dolcezza soave

di quel primo sentimento della maternità, che in ogni bambino fa vedere

alla sposa un fratello della creatura che aspetta, e istituire dei

confronti amorosi fra quello e l'immagine che essa vagheggia; e questi

pensieri balenavano nella bontà dei suoi occhi quando essa fissava il

più piccolo di quei tre bimbi; il quale fissava lei e le sorrideva.

Certo, guardando quello, essa parlava al suo. — Tu non sarai un piccolo

signore come questo, — gli diceva forse, — la tua mamma è povera,

non ti potrà mai vestire a quel modo; ma, in compenso, sarà la tua

nutrice lei, ma non t'addormenterai mai su altro seno che sul suo, ma

avrai tante cure, tanto amore quanto ne possa avere il figliuolo d'un

principe; e se non sarai bello, se non sarai florido come questo, io

t'amerò egualmente, io t'amerò anche di più, io sarò altera e felice

lo stesso di tenerti sulle ginocchia così, di dire al mondo che sei la

mia creatura, di consacrarti tutte le mie forze e tutta l'anima mia. —

Ed era così intento e così affettuoso il suo sguardo che la balia, a un

dato punto, indovinando forse i suoi pensieri, sollevò un poco il bimbo

di sotto alle ascelle, e glielo porse; e quella, spinto il capo innanzi

vivamente, come un'assetata alla fonte, lo baciò come potè, sulla

testa, tre volte, avidamente, con gli occhi raggianti di tenerezza e di

gratitudine....

*

Il caldo cresce, il sole arroventa i crani, i cervelli levano il

bollore, e i cocchieri, con gli occhi infocati e le tempie imperlate

di sudore, gesticolano nei nuvoli del polverone come oratori alla

tribuna, incitando con grida stridule di beduini i cavalli immollati

e trafelati. Sulla linea di Vanchiglia, mi trovo seduto dietro a un di

loro, che espande clamorosamente i suoi affetti con un amico ritto al

suo fianco, trinciando l'aria con la mano libera come se impartisse

una benedizione continua agli alberi e alle case. Alle prime parole

m'accorgo che non è infiammato soltanto dal caldo, ma dall'acquavite,

e appena afferrato l'argomento del suo discorso, riconosco in lui

il poveretto a cui è toccata la disgrazia del bimbo schiacciato in

via Venti Settembre. Non aveva la sbornia allegra, peraltro; non

era sovreccitata nell'anima sua che la tristezza consueta, una pietà

amara per quella sua povera figliola, sempre malata dopo quel giorno

terribile, sempre distesa là in quel fondo di letto, con gli occhi

infossati e con le mani color di cera, che s'ostinava dieci volte il

giorno a riprender l'ago e le forbici, e li lasciava ricader sulla

coltre, dicendo: — Non posso.... non posso più.... — Ma la grappa

levava l'espressione del suo dolore all'altezza della lirica. L'amico

lo confortava invano; egli rifiutava i conforti con dinieghi vigorosi

del capo, dando al freno delle girate violente. Il rumore d'una

locomotiva stradale mi coperse per qualche momento la sua voce: quando

la risentii, era cambiato il soggetto del suo discorso e cresciuto

l'ardore della sua parola. Raccontava come, tornato a casa una sera,

aveva trovato sul tavolino da notte della sua malata un mazzetto di

fiori, delle pesche, una scatola di Liebig, una bottiglia di Marsala.

Chi aveva portato quel ben di Dio? Chila — la signora! Non c'era da

domandarlo. Ma c'era dell'altro. La camera, ch'egli aveva lasciata

sottosopra, come si trovava da vari giorni, con tutte le carabattole

per aria, era ordinata, assestata di tutto punto come quando la

figliuola era _in gamba_: una cappella in un giorno di festa....

E chi aveva fatto questo? Non mica la portinaia, che s'affacciava

all'uscio la mattina e la sera, e scappava via come per paura della

peste. Era stata anche _chila_! Era capitata là una mattina a visitar

la figliuola, e, data un'occhiata in giro, aveva detto: — Ah! io non

voglio mica che la mia malatina stia in mezzo a questo _ciadel_ di

casa di matti! A me! — E tic tac, alla svelta, senza neppur levarsi il

cappellino, aveva dato sesto a ogni cosa. — _Chila_, capisci? con le

sue proprie mani, come una _donna a poste_, seguitando a chiacchierare

e a dir facezie per tenerla allegra, come una sorella. — E al momento

d'andarsene, di sull'uscio, le aveva detto: — Di' al babbo che non

beva, ricordati! — Qui il cocchiere si lasciò scappare il ridere; poi,

rifattosi serio a un tratto, proruppe in un'esclamazione appassionata:

— Ah, non ce n'è un'altra, no, non ce n'è un'altra come quella; non

c'è, non c'è un'altra santa signora compagna!

E poichè l'amico, sorridendo, gli faceva cenno che si quietasse, egli

s'eccitò di più, picchiando il pugno sul parapetto, come irritato

da una contraddizione: — Sì, è una santa signora, è un angelo, è

la madonna in corpo e in anima, e lo voglio gridare a tutta Torino,

capisci!

E una nuova esortazione dell'amico spinse ancora il furore della sua

gratitudine d'un grado più in su. Bestemmiò e ricominciò: — Sì, io

mi farei ammazzare per quella donna lì, capisci; mi farei pestare,

schiacciare, bruciar vivo, mettere a pezzi.... Oh che gioia di donnina!

Oh che amore, che benedizione, che anima santa di donnina! — e si baciò

il dorso della mano e attaccò un'altra serie di moccoli adorativi.

E quando scesi e mi voltai a guardarlo, lo vidi ancora col viso

in aria e con la bocca aperta, che apostrofava il fantasma della

_Chisciottina_, scotendo il capo a ogni parola come se scandesse il suo

laudario, e agitando la frusta da destra a sinistra come per aprire il

passaggio alla piena della sua passione.

*

Sì, tutti sono sovreccitati, e più che altri gli attaccalite e i

prepotenti dello stampo di _Tintura-Migone_; per i quali pare che del

caldo, della polvere, d'ogni noia dell'estate sia colpevole tutta

quella classe di persone con cui essi possono sfogare il proprio

malumore senza pericoli. C'è chi se la piglia col cocchiere perchè vi

sono trentadue gradi all'ombra, chi aspreggia il fattorino perchè il

municipio non fa inaffiar le strade abbastanza, e perfino chi pretende

dal controllore che dia ordine di accelerare la corsa perchè, andando

come si va, corpo d'un cane, non s'è ventilati un bel corno. Ma vidi

un bel caso di castigo l'ultima domenica di luglio, sul corso Regina

Margherita. Dopo aver fatto fuoco e fiamme per una bazzecola, uno

di questi neroncelli gridò scendendo: — Vado immediatamente a far

rapporto alla direzione! — La direzione è lì, — gli disse garbatamente

un operaio che m'era accanto, indicandogli la direzione della Società

Belga, proprio di faccia alla giardiniera. Quegli, che la credeva

invece chi sa dove, e non aveva alcuna intenzione d'andarvi, guardò

l'iscrizione sulla facciata, indispettito, e dopo un momento di

titubanza, comicamente contrastante con la sua risolutezza di poco

prima, voltò le spalle ai sorrisi canzonatori dei passeggieri e s'avviò

dalla parte opposta.... col viso di quel vecchio galante del _Jean

Tommeray_ che, quando la signora ch'egli corteggia fa l'atto di cedere,

prende il cappello e se ne va via dicendo: — Saprò chi m'ha fatto

questo tiro. —

— Poteva almeno ringraziarmi dell'indicazione — osservò placidamente

l'operaio, senza sorridere. Era il lattoniere autodidattico, il

socialista “legalitario„ e ragionatore, che andava, in un sobborgo

a tenere una conferenza, stringendo sotto il braccio uno dei suoi

registri pieni di estratti di giornali e di note; e aveva accanto un

compagno tarchiato e serio come lui, un fabbro ferraio sui sessanta,

tutto grigio, suo devoto amico e ammiratore, che soleva accompagnarlo

in quelle gite, dandosi l'aria d'un segretario di gabinetto. Un

curiosissimo personaggio costui, che avevo già incontrato più volte:

entrato nel socialismo non per effetto di ragionamenti propri, ma

per fede cieca nella ragione dell'altro; la cui cultura rapidamente

acquisita e il progresso intellettuale continuo gli apparivano come

un miracolo, più efficace di qualunque argomento a dimostrargli la

giustizia della causa che aveva sposato. Il progresso del lattoniere

era continuo, infatti: bastò un breve discorso a provarmi che anche

nei due mesi da che non l'avevo più visto la sua mente s'era allargata

e arricchita, e la sua parola fatta più facile e più esatta. Rimasi

addirittura maravigliato a udirlo commentare le recenti elezioni

generali del Belgio in confronto con quelle di due anni innanzi,

spiegando la ragione del quasi assoluto annientamento del partito

liberale; giustificando l'alleanza dei socialisti coi radicali, ch'era

stata fatta dai primi senza alcuna concessione pericolosa alla loro

indipendenza avvenire; calcolando come, se non ci fosse stato il

voto plurimo, se tutti i partiti fossero scesi nella lotta ad armi

eguali, non il clericale, ma il socialista avrebbe avuto la vittoria.

Ma dall'uomo pratico ch'egli era, di questo non andava a parlare ai

suoi uditori: andava a persuaderli della necessità d'un'associazione

cooperativa, con argomenti tratti dalle loro condizioni e dai loro

bisogni particolari, ch'egli conosceva perfettamente, come conosceva

i bisogni, le condizioni d'ogni sobborgo o villaggio, industriale o

commerciante od agricolo, in cui fosse chiamato a parlare; in ciascuno

dei quali arrivava con un grande corredo di osservazioni, di notizie

e di cifre, raccolte pazientemente da pubblicazioni statistiche e

da conversazioni con gente colta, anche d'altri partiti. E mentre,

scansandosi ogni momento per lasciar salire o scender qualcuno, egli

mi esponeva la traccia della sua conferenza con quella semplicità

modesta di linguaggio e d'intonazione, che faceva il miracolo di

soffocare nei suoi eguali ogni gelosia della sua autorità e quasi

ogni invidia della sua preminenza intellettuale, io osservavo il suo

vecchio compagno, tutto intento alle sue parole; il quale guardava

lui e me, alternatamente, con un'espressione viva di compiacenza

d'amico e d'alterezza di collega, mista di non so che di paterno e

di umile insieme; tanto più commovente in quanto era visibile che

il suo cervello, intorpidito dal disuso, apertosi troppo tardi a

quella nuova luce di idee, non lo capiva che per barlume. Punto dalla

curiosità, tirai anche lui nel discorso; nel quale entrò volentieri,

con una vivacità che mi stupì; ma per uscir dall'argomento quasi

subito, con frasi indeterminate e strane, che attirarono fortemente

la mia attenzione. Riconobbi sull'atto il caso, accennato dal De

Vogüé, d'una di quelle dottrine che, seguendo la legge della caduta

delle idee, discendendo, cioè, dalla mente eletta che le concepì nella

gente semplice e inculta, si deformano, o, meglio, si contraggono e

si cristallizzano in un piccolo residuo tenace, equivalente quasi a

una forza d'istinto, nata con loro. In lui era la dottrina del Rénan,

l'_Avvenire della Scienza_, ridotta in questa sola idea semplicissima:

che grazie ai progressi indefiniti della scienza, e in particolar

modo della meccanica, l'uomo sarebbe riuscito un giorno a provvedersi

così abbondantemente e con così poca fatica quanto gli abbisogna, che

ogni miseria, ogni ingiustizia, ogni lotta sociale avrebbe avuto fine

come la tempesta al cader del vento. Per quale via fosse discesa,

per quale spiraglio entrata nella sua mente, come un raggio in una

grotta, quell'idea unica, nella quale egli aveva una fede assoluta,

immobile, invincibile, e che era il tema di tutti i suoi discorsi e la

fonte d'altri cento embrioni d'idee a cui non trovava parola, forse

non sapeva dire egli stesso. Della sua stessa idea principale io non

afferrai che la coda, quando, con una brusca transizione, egli venne

a parlare dei futuri tranvai elettrici, e movendo da questi, precorse

gli anni con la fantasia, eccitato come da una visione della città

avvenire, che ritrasse in frasi vivaci ed informi, senza badare al

sorriso di compatimento con cui il suo amico lo ascoltava. Egli vedeva

le strade corse da ogni sorta di “automobili„ fitti come i moscherini

per l'aria; i ragazzi portati a scuola, gli operai al lavoro, le donne

al mercato; tutti i pesi trasportati a volo; le distanze sparite, le

fatiche soppresse, un risparmio enorme di tempo e di forza, la vita

agile e facile in tutte le sue forme: _tutt coma la losna_, tutto come

il lampo; e faceva un gesto continuo con la mano come per indicare una

cosa che guizzi e scompaia. Ed era ancora eccitato dalla sua visione

quando scese con l'amico in piazza Vittorio Emanuele per prendere il

tranvai a vapore di Moncalieri, e di lontano mi fece ancora quell'atto:

— _coma la losna_, — che riassumeva tutta la sua dottrina e la sua

speranza....

*

Qui, tra gli ultimi appunti di luglio, trovo poche righe, che mi

ricordano una serata afosa, in cui il tranvai corre sotto gli alberi

non mossi da un alito, in mezzo a passanti che si fanno vento col

cappello, mostrando al lume dei lampioni la fronte luccicante di

sudore, fra due file di case alte, dove alle finestre, ai terrazzini

e alle soffitte è affacciata gente che guarda il cielo e le montagne

lontane, col capo rovesciato indietro e con la bocca aperta, come

se gridassero: — Aria! Aria! Aria! — E: — aria! — invoco anch'io,

bevendo con avidità il po' di fresco che mi manda in viso il ventaglio

d'una signora vicina. Ma al passare lungo i quartieri popolari, dove

pullulano migliaia di bimbi scalzi, sdraiati per terra, coricati sui

marciapiedi, ammucchiati nei fossi, ravvoltolantisi tra i cocci e

la bruttura, coi visi e i colli segnati di scaglie e di gore, con le

braccia e le gambe nere fino ai gomiti e ai ginocchi, e la camicia e i

panni ridotti a un solo colore dalla polvere addensata d'una settimana,

un altro grido mi vien sulle labbra. Aria, sta bene. Ma e l'acqua?

Sta bene la refezione scolastica. Ma e la disinfezione scolastica?

E mi compiaccio a immaginare un gran carro inaffiatore che corra

sulle rotaie lungo quei fossi e quei marciapiedi schizzando zampilli

su quei mucchi brulicanti di piccole creature sudicie, o un'enorme

tinozza ambulante d'acqua tepida, dove li tuffo e li sciacquo tutti

per rimandarli ai loro giochi più vispi, più sereni e più buoni.

Quanti malanni, quanti mali umori, e chi sa anche quanti piccoli germi

d'infezione derivino all'animo da quella sporcizia! Di chi la colpa?

Sì, certo, è in parte incuria colpevole; ma è più miseria, ignoranza,

penuria di tempo, di spazio, di comodi, e mancanza di dignità e

d'amor proprio che da tutto quello deriva. E allora.... allora non

trovo a confortarmi che nella dottrina del vecchio fabbro ferraio: la

scienza, la macchina vôlte a vantaggio diretto di tutti, la produzione

moltiplicata dal perfezionamento dei processi e dal lavoro fatto

universale, e il lavoro reso da queste due cause per tutti quale non

è ora che per pochi, abbreviato e alleviato in modo che a tutti avanzi

tempo, forza e libertà da dedicare alla cura del corpo e alla cultura

dello spirito. Eh, bisogna pur giunger lì, per una via o per un'altra,

se non si vuol rinunciare alla speranza! Ma mentre dico tra me queste

cose, mi dà prima nell'occhio la mano tremante con cui il fattorino

accende il lume del tranvai, e poi il suo viso malandato e turbato, che

mi par di riconoscere. È lui, infatti; il povero fattorino che, dopo

esser stato percosso, quasi mortalmente, da passeggieri sconosciuti,

contro i quali la Società ha mosso causa, trema sempre al calar della

notte, per terrore d'una vendetta. E allora mi raffiguro la scena

selvaggia, penso a quelli sconosciuti che, non provocati, per puro

istinto di malvagità, han messo in pericolo di morte e reso malato e

infelice forse per sempre un uomo onesto e buono, e ritornando al mio

ideale della miseria e dell'ignoranza soppresse, mi domando: — E la

malvagità umana sarà soppressa mai?

E questa domanda, a cui non oso di rispondere, mi lascia triste e

pensieroso. Ma per un minuto soltanto. Mi riviene in mente l'operaio

lattoniere, mi salta su dinanzi il buon falegname dalla giacchetta

di velluto stinto, penso a tanti altri che vengon su come loro, che

diffondono nel popolo idee e sentimenti di giustizia, di fraternità, di

pietà per i deboli, di orrore per la violenza, che lo educano alla vita

intellettuale, alla dignità di classe e alla fede nella forza dell'idea

e nel progresso della civiltà; e le mie speranze tornano ad accendersi

l'una dopo l'altra, come i lumi che fuggono lungo la via.

La Carrozza di tutti · 第 12 / 33 题