CAPITOLO SESTO.

Giugno.

Gran cosa la carrozza di tutti! Col sopraggiungere del caldo, che fa

star molta gente a capo scoperto, mi si schiuse sul tranvai un nuovo

campo di studio: quello delle teste; poichè dove mai, come sulle

giardiniere, potete aver per un pezzo sotto gli occhi, così da vicino,

in così piena luce, e, se ci state seduti di dietro, osservabili a così

bell'agio, le teste dei vostri simili? Teste che, vedute di passata

per la strada, vi appariscono ancora in buon stato, vi mostrano qui

mille miserie. Radure, spiazzate, tentativi supremi di divise, che non

son più sentieri fra l'erba fitta, ma stradoni in rovina a traverso a

sodaglie desolate; liste di capelli ricondotti dalla nuca sull'occipite

e fino alla fronte, in forma di salici piangenti sulla tomba del

cervello; parrucche mal messe, che una brusca scappellata volta di

sbieco, rivelandovi che la testa d'un tale non è tutta roba sua; tutte

le più compassionevoli industrie senili intese a mascherare i guasti

del tempo dalle orecchie in su vi si palesano sulle giardiniere. E qui

scoprite le pennellature grossolane dei _Luca fa presto_, che lasciano

i capelli bianchi alla radice, le capigliature tinte a prezzo ridotto,

d'un nero lugubre, che danno ai visi vizzi a cui fan cornice l'aspetto

di lettere mortuarie, e le chiome e le barbe variate di molti vaghi

colori, che paiono state strofinate sopra una tavolozza. O tinti, il

tranvai è traditore, guardatevene. Che c'è di più pietoso e di più

comico insieme che il veder salire a stento, ansando, afferrandosi

alle colonnine con le mani tremanti e ricascar di peso sulla panca,

spossato dallo sforzo, un uomo con la barba e la capigliatura corvina

d'un ventenne? Oh quante vecchiaie ribelli alla natura! Quant'è rara la

gente che sa invecchiare in santa pace! E scopersi anche il segreto di

alcuni personaggi noti, miei fieri avversari, pitturatori abilissimi,

di cui nessuno sospetta l'inganno. Potrei fare più d'una vendetta

politica. Non la farò. Ma non per generosità, lo confesso. Soltanto per

rispetto dell'arte mia non denuncierò.... l'arte loro.

*

Intrapresi pure col principiar di giugno uno studio sui cappellini,

attratto dalla varietà infinita che se ne vede fiorire sui tranvai

in quella stagione; studio che, in fondo, si riduce anch'esso a uno

studio delle teste. E così, alla lesta, feci una prima classificazione:

cappellini amorosi, cappellini superbi, cappellini austeri, matti,

buffi, impudichi, prepotenti, innocenti. Quasi tutti hanno un

linguaggio, sincero o falso, di cui i fiori sono le parole. Ci son

grandi rose erette ed aperte, che s'offrono; mazzi di viole e di

mughetti che attirano insidiosamente gli sguardi e i desideri dentro ai

capelli in cui si rimpiattano; accoppiamenti di fiori inconciliabili,

stridenti fra di loro, che danno l'immagine di menti strane e

disordinate; fiori troppo pomposi, rosseggianti petulantemente su

teste grigie, di cui tradiscono gli ardori mal sopiti; fiori modesti e

solitari, che esprimono il sentimento d'un affetto secreto e costante.

Tutte le passioni, tutte le illusioni, tutti i capricci di tutte le

età della donna si palesano in quella finta flora, in quelle infinite

combinazioni di penne, di nastri, di pizzi, di tulle, di frecce,

di frutti, di cose sottili, diafane, ondeggianti e tremolanti, che

paiono una vegetazione vivente che abbia radice nei cervelli. E quei

cappellini fanno fantasticare, vedere, sentir mille cose: piccole

e grandi spese di contrabbando, conti adulterati _ad usum mariti_,

sospiri dolorosi d'impiegati, baruffe coniugali, musonerie, concessioni

strappate con le carezze, economie gastronomiche da anacoreti,

lunghi lavori di raffazzonatura fatti in casa da manine pazienti

e industriose, interrotti da pianti di bimbi, da scampanellate dì

creditori, da ogni sorta di cure e di piccole miserie domestiche. Ma lì

sul tranvai tutto brilla, ride e dissimula. Scendono mazzi di rose e

di pensieri, salgono mazzi di papaveri e di peonie, s'incontrano e si

confondono ramoscelli d'edera e di geranio, mazzetti di ciliegie e di

fragole, fiori di tutte le stagioni, di giardino e di campo, sbocciati

e in bocciuolo, in ghirlande, in corone, in ciuffetti, diritti,

cascanti, intricati, ammontati, agitati come i pensieri che vi passan

sotto; cappellini alla marinara, alla Rembrandt, alla Trianon, alla

Rosa Syma, alla vattelapesca, ciascuno dei quali dice qualche cosa,

e forman fra tutti come un frastuono confuso e continuo di grida, di

mormorii e di sospiri: — Cerco un marito — Cerco un amante — Ho un

amante — Ammiratemi — Rispettatemi — Sperate — Disperate — Vi supplico

— Comando io! — Sono un angelo — Sono un diavolo — Sono un'infelice —

Seguitemi — Fatevi in là — Il mondo è mio — Non son nulla; guardatene

un'altra, vi prego.

*

Dolci studi; ma troppo spesso interrotti da inconvenienti gravi, tutti

propri del tranvai. Alcuni di questi esperimentai io stesso in quei

primi giorni di giugno, altri imparai a temere vedendoli esperimentati

dal mio prossimo. Capitare in un carrozzone chiuso accanto a una

peccatrice così spietatamente profumata da uscirne con una spranghetta

al capo assicurata per ventiquattr'ore; trovarsi seduti in mezzo a

due amici sconosciuti che attaccano attraverso a voi una conversazione

vivacissima, incrociando sul vostro viso i loro aliti, le loro risate

e le loro asinerie; sentirsi passar sui calli tutta intera una di

quelle famiglie alla buona per cui i piedi altrui sono _res nullius_,

senz'averne neppure il leggiero conforto d'uno sbadato: _mi scusi_,

sono incerti sgradevoli. Ma è anche più sgradevole l'aver diritto

dietro alle spalle un fumatore che, spinto innanzi da un sobbalzo

della piattaforma, vi pianta nella nuca la punta d'un grosso Minghetti

infocato. Ma è ancor più doloroso lasciar la falda del soprabito nelle

mani d'una pingue bottegaia che, perdendo l'equilibrio nel discendere,

s'aggrappa a voi come a un albero sull'orlo d'un abisso. Ma c'è una

disgrazia anche peggiore di queste. Ne trovo segnata la data nei miei

appunti — _5 di giugno. Ore tre pomeridiane. Sulla giardiniera di via

Nizza. Preso alle spalle dal poeta._ — Non l'avevo visto salire: mi

sentii tutt'a un tratto la sua voce nell'orecchio: m'era seduto dietro,

la giardiniera era affollata, era impossibile sfuggirgli. Passò subito

alle vie di fatto. Era un sonetto arcipieno di _esse_, un ronzio di

zanzare intollerabile, un succedersi di sibili sottilissimi che mi

penetravano nel cervello, come se m'avesse agitato accanto al viso

un mazzo di serpentelli arrabbiati. Ai vicini che non sentivan le sue

parole doveva parere un amico offeso che mi rinfacciasse una serie di

cattive azioni, dì cui non mi potessi scolpare, o che mi raccontasse in

segreto qualche avventura sporca, che io assaporassi con raccoglimento.

Un supplizio vergognoso! Quella bocca implacabile che alla ripresa

d'ogni verso mi si avvicinava alla tempia mi metteva un brivido come la

bocca d'una pistola. _Breve e amplissimo carme!_ Chi lo disse? Quello

non era nè ampio nè breve: non finiva mai. E m'opprimeva un terrore:

— Se avesse la coda! — Non l'aveva; ma durò per la lunghezza di cinque

isolati, senza contare una variante su cui dovetti dare il mio parere.

Non fui libero che sulla piazzetta di San Salvario, dove l'aguzzino

discese, non sazio.

*

La mia prima corsa piacevole di giugno fu la mattina del giorno dello

Statuto, in via Garibaldi, all'ora in cui la gente s'avvia verso piazza

Castello per la rivista delle truppe: una carrozzata di cittadini quale

non si può vedere che in quel giorno e a Torino: quasi tutti vecchi

militari giubilati, coi nastri stinti delle medaglie e delle croci

agli occhielli, con le scarpe come specchi, pettinati e sbarbati bene,

benignamente ilari e alteri, con l'aria di vecchi sposi celebranti

le nozze d'oro: tutte brave persone assestate e regolate che, se lo

Statuto fosse soppresso da vent'anni, continuerebbero a festeggiarlo lo

stesso a conto proprio, per forza di consuetudine, come festeggiano il

Natale i miscredenti. C'era al posto solito il cavaliere Bicchierino,

appartenente anch'egli, non per età, ma per spirito, a quell'antica

famiglia, pulito e lustro come un dado. Come gli altri egli volgeva

degli sguardi di compiacenza sui tranvai imbandierati, sulle uniformi

sgualcite dei veterani che passavano tra la folla, sulle bandiere

sventolanti alle finestre; aveva negli occhi un lume insolito; si

vedeva che l'anima sua respirava con placida voluttà patriottica le

memorie del 48, di Torino capitale, dell'“egemonia piemontese„ e il

soffio del conte Cavour e del generale Lamarmora ancora diffuso per

l'aria. Lo tenni d'occhio per vedere se, nonostante lo stato d'animo

straordinario, si ricordasse di confrontare il suo orologio, come

faceva ogni mattina, con l'orologio elettrico dell'angolo di via

Siccardi: se ne ricordò. Poi, incontrando il mio sguardo, egli si

offuscò leggermente: si dovette rammentare del giorno ch'io avevo

fatto quel certo strazio barbarico della _Gazzetta del popolo_. Avevo

appunto il foglio in mano in quel momento e stavo per conciarlo a quel

modo; ma, accorgendomi che m'osservava, mi ritenni, per suggezione,

per non rendermegli anche più odioso. Ed ecco come il tranvai può

perfezionare l'educazione d'una persona educata. A poca distanza dalla

piazza s'intese suonar la marcia reale da una banda musicale d'operai.

A quelle note tutti quei giubilati canuti si illuminarono e si scossero

come i vecchi cavalli delle poesie agli squilli delle trombe guerriere.

E allora mi sentii sbalzato dalla fantasia a trent'anni addietro.

Quei visi, quei nastri, quelle bandiere alle finestre, quei veterani

in divisa, quel vecchio Palazzo Madama che appariva in fondo, quel

cavalier Bicchierino con la _Gazzetta del popolo_ fra le mani, tutto

quel complesso di cose viste in quella via Garibaldi al suono di quella

marcia, era così piemontese, così torinese, così “ben conservato„ che

ebbi per un momento come un senso di ringiovanimento della coscienza,

un'illusione maravigliosa, il dubbio che l'anno corrente non fosse

il 1896, l'anno di Abba Garima, ma quello dei primi entusiasmi per il

_Consorzio nazionale_, quando avevo visto dei patriotti fanatici, in

quella stessa via, bruciare le cedole del Consolidato gridando: — Viva

l'Italia.

*

La festa nazionale portò i forti calori e con questi un nuovo oggetto

d'osservazione sulla carrozza di tutti: un accrescimento generale

di irritabilità nelle relazioni dei passeggieri coi passeggieri, di

questi con gl'impiegati, e degl'impiegati fra di loro, una maggior

frequenza di malintesi, d'impazienze, di lagnanze e di battibecchi,

come segue fra gli uccelli in gabbia nelle giornate afose. Si vedeva

sui tranvai una agitazione quasi rabbiosa di ventagli, gente irrequieta

che si sventolava con le cappelline, coi fazzoletti e coi giornali,

senza “trovar posa„ sulle panche, facce infiammate e attonite, teste

ciondoloni sui petti: vere carrozzate di noia e di malumore. Povera

umanità! Qualche grado di più di calore e un po' di polvere per aria,

ed ecco tutti i visi mutati, violate le leggi della cortesia, ridotti

i cervelli come orologi guasti, e manifesti anche nella gente sana e

contenta i vaghi segni del contagio psichico che moltiplica le risse,

gl'impazzimenti e i suicidi! Come rimedio a questo male mi venne in

mente l'istituzione di spugnature pubbliche obbligatorie una mattina

che aspettavo la partenza del tranvai sotto le finestre di casa

mia, vedendo lavar la testa a _Faraone_ e a _Ballerina_, all'ombra

dei tigli. Uno spettacolo da far meditare, veramente. _Faraone_

fu il primo. Il cocchiere tuffava in un secchio una grossa spugna,

gliel'appoggiava al sommo della fronte arsa e sudante, e premeva; e al

sentir quei rivoletti che le scendevano per le mascelle, sul collo e

di mezzo agli occhi giù per il muso fin dentro alle nari e alla bocca,

biforcandosi e incrociandosi come le gore della pioggia per una china,

la povera bestia alzava e scrollava il capo, corsa per ogni fibra

da un brivido di piacere, e dilatava gli occhi e pestava le zampe,

brillando tutta; mentre _Ballerina_, aspettando la sua volta, guardava,

impaziente, agitata dal presentimento di quella voluttà, che già le

balenava negli occhi e le guizzava tra pelle e pelle. Ah! che dolcezza;

e come meritata dopo tante corse al sole e nella polvere, e tante

strette violente di freno e bottate di frusta! Luccicava negli occhi di

tutti i passanti un sentimento di compiacenza buona al veder riaversi e

godere a quel modo quei poveri schiavi muti, così belli e così utili, e

condannati a un lavoro così duro e mal compensato, quando tanti altri

della famiglia loro vivono fra gli agi e le pompe, carezzati e amati

come creature umane. E il cocchiere, intanto, li apostrofava con quel

tono di familiarità un po' brutale, che si suol usare con le bestie

che ci servono, forse per un timore istintivo ch'esse comprendano e

abusino come gli uomini della troppa dolcezza: — Ah, vecchione, ci

provi gusto, eh? Ma se tiri indietro la testa, zuccone, non si fa

nulla! Ora a te, mala femmina, eccoti il fatto tuo; non ne vedevi

l'ora, non è vero? T'ho ben sentita come cantavi alla fin della corsa!

— e altre cose simili, dette con l'accento di chi parla a chi intende.

E chi sa? Chi sa fino a che punto, almeno? Che cosa ne sappiamo noi,

poveri presuntuosi che siamo? Siamo proprio ben certi di non essere in

un enorme errore? Non dice anche l'Ecclesiaste: — Chi sa che lo spirito

delle bestie scenda abbasso sotterra? — Ah quell'occhio di Faraone!

Fu quell'occhio che mi fece sentire la prima volta per un animale

quello che si sente per un bambino: il rispetto d'un grande mistero,

del dolore che non ha parola, del diritto che non ha difesa; fu

quell'occhio che mi disse più chiaramente ch'io non avessi mai pensato,

che non saremo mai molto al disopra delle bestie fin che crederemo

d'esser tanto più alti da non aver verso di loro il dovere della bontà

e della gratitudine.

*

Seguirono alcuni giorni monotoni, una serie di corse per i viali

bianchi, fra gli alberi velati dal polverìo, senza un accidente

notevole, senza alcuna conoscenza nuova, senza un incontro di persona

conosciuta; poi una pioggia ostinata, e tre giornate avventurose,

tre scene singolarissime, l'una sull'altra, non possibili che

sulla carrozza di tutti. Della prima fu spettatore e parte, in un

carrozzone chiuso della linea del Martinetto, Carlin; e la scena

appunto interruppe un'apologia ch'egli stava facendo del bollettino

meteorologico del Chionio, il quale aveva preannunziato la pioggia per

quel giorno; ciò che, dopo altre profezie riscontrate giuste da lui,

portava all'entusiasmo la sua ammirazione per la scienza in generale, e

per il profeta in particolare. — Ah! quell'uomo! Quell'uomo parla con

Domineddio! — andava esclamando; quando salirono ad un tempo, l'una a

destra l'altra a sinistra della piattaforma posteriore, un'erbivendola

in capelli e una signora in pompa magna, tutt'e due sulla trentina e

d'aspetto fiero e risoluto; le quali, infilando l'uscio nello stesso

punto, s'urtarono malamente ed esclamarono a una voce, guardandosi a

vicenda: — Che maniera! — Pareva che la cosa finisse li; ma, appena

furono sedute dentro, l'una di fronte all'altra, ed ebbero preso

lo scontrino, l'una sporgendo una grossa mano pavonazza, l'altra

mettendo in mostra un grosso braccialetto sul braccio inguantato,

la riattaccarono vivamente: l'erbivendola con parole grossolane, la

signora con un certo riserbo. Il diverbio, nonostante l'intromissione

diplomatica di Carlin, s'inasprì a segno che la popolana disse forte:

— O cosa crede, alla fine, perchè è una signorona? — E allora cominciò

il meglio. La “signorona„ che da principio aveva scelto le parole e

moderato la voce, a poco a poco, accalorandosi, si lasciò sfuggir le

frasi e le note del suo linguaggio abituale, che era quello tal quale

della sua avversaria. A capo d'un minuto, tutti i presenti capirono

che le due contendenti, nate e cresciute nello stesso stato sociale e

forse nello stesso sobborgo di Torino, avevano ricevuto l'educazione

medesima, e che la signoria d'una delle due doveva essere d'acquisto

recentissimo, e forse improvviso. E fu uno spasso per tutti la

maraviglia crescente che l'altra mostrava in viso man mano che vedeva

la signora tirar fuori le armi e le munizioni dallo stesso arsenale

da cui essa cavava le sue, e chiarirsi sua degna competitrice nella

scherma dello strofinacciolo e della ciabatta. Continuò a insolentirla,

ma più a rilento e con meno asprezza, scrutandola con uno sguardo

acuto e con un leggiero sorriso, quasi compiacendosi di riconoscere

e d'ammirare in lei i colpi e le parate della scuola che le era

familiare, e finì con rabbonirsi affatto quando fu ben certa di aver di

fronte, non una nemica d'un'altra classe, ma una consorella travestita

dalla fortuna; tanto che lasciò senza risposta l'ultima sua botta, e

voltatasi verso la compagnia, disse ridendo: — _A l'è na sgnora parei

d' mi!_ (È una signora come me). — Tutti risero, la “signora„ si rimise

in dignità, e Carlin osservò filosoficamente: — Eh, bisogna star sul

tranvai per vederne d'ogni sorta e imparare a conoscere il mondo; il

fattorino, vede, è il vero uomo _enciclopedico_, che non sì stupisce

più di niente sulla terra.

*

Ecco l'altra scena. Gli alberi del corso Vittorio Emanuele rinverditi

e lustrati da un acquazzone, una fuga di nuvoloni neri a traverso al

cielo, un tramonto infocato, le Alpi terse e come intagliate nella

porpora di quell'incendio, e una giardiniera lenta che par che vada

a servizio esclusivo di due coppie d'amanti appiccicati, l'una seduta

sulla prima panca, l'altra su quella di mezzo, con le schiene voltate

verso di me e un altro passeggiere, che mi sta ritto al fianco sulla

piattaforma di dietro. Costui m'ha l'aria d'un buono e semplice

massaro, o piccolo proprietario di campagna, di quelli che s'inurbano

ogni dieci anni, e a cui la città grande riesce sempre uno spettacolo

nuovo e sbalorditoio. E capisco che è nuovo per lui lo spettacolo

di quelle due coppie di teste di “signori„ le quali ogni tanto si

ravvicinano, si toccano e si staccano, come i bicchieri nei brindisi,

e ciondolano languidamente l'una verso l'altra come se avessero

l'osso del collo stroncato. Si vede che è un po' scandalizzato, molto

stupito e anche più dilettato; si vede dall'attenzione viva che fa a

tutti i movimenti di quei quattro ingattiti, con un sorriso curioso

e continuo, lanciando tratto tratto uno sguardo a chi passa per la

strada, come per dire: — Ma non vedete che cosa succede qua sopra! Ma

son cose dell'altro mondo! — Arrivati alla piazza del monumento, sale

accanto a noi un altro signore, lungo e arcigno, il quale, osservate le

coppie, fa un atto d'uomo seccato, brontolando: — Potrebbero prendere

una carrozza chiusa. — Ed ecco che all'uscita della piazza, salgono

e siedono proprio davanti a noi un giovane, che pare un commesso

di negozio, e una ragazza, che ha l'aria d'una sartina, e, appena

seduti, ripigliando una conversazione interrotta, si mettono a tubare

soavemente, con le punte dei nasi che quasi si toccano, e le mani

intrecciate tra fianco e fianco. E allora il signore lungo dà una

strappata collerica al campanello, e detto al fattorino: — Non è un

mestiere per me! — salta giù e se ne va via. Il fattorino non capì, ma

il campagnuolo diede in una risata grassa, saporita, giovanile, nella

quale squillava la gioia pregustata di raccontar poi nella farmacia

del villaggio il bel caso a cui aveva assistito, la sfacciataggine

maravigliosa degli amanti di quella gran Torino, di quella Babilonia,

di quella Gomorra, dove tutto è lecito e se ne vede d'ogni tinta....

Dopo un po', le coppie furono circondate e distratte da altri

passeggieri; ma egli seguitò a tenerle d'occhio fino a piazza San

Martino, dove discese dirigendosi verso la Stazione, ancora sorridente

d'un sorriso di stupore e di malizia, che traduceva il suo pensiero:

— Ah questa Torino! Questi tranvai! Che paradiso di Maometto! E che

facce!

*

La terza, sulla linea di Vanchiglia. Mi rifugio in una giardiniera

per salvarmi da un'acquata improvvisa e casco proprio nel punto che

scoppia una lite, non capisco perchè, fra due giovani operai e il

cocchiere Tempesta. Il vento sbatte le tende in faccia ai passeggieri,

che si restringono nel mezzo, tutti in piedi; ma la pioggia ci viene

addosso anche fra le panche, dove le signore s'affannano a ripararsi

i vestiti, lagnandosi della Società che non mette fuori i carrozzoni

chiusi quando fa cattivo tempo. Son capitato male. Son tutti stizziti

come d'una stizza attaccaticcia, tutti con l'anima per traverso,

compresi due vecchi ufficiali pensionati che non vanno d'accordo sulle

riforme militari del Ricotti, discusse in questi giorni al Senato,

e si scambiano delle frasi che paion colpi di sciabola: — Mille e

cento ufficiali tolti dai quadri! Ma mi burla! Ma a che si riduce

la carriera? — Non è il Ricotti, è il Mocenni: ottocentoventisette

erano già radiati. — E lei mi scusa il male col peggio? — Ma io non

riconosco nè questo nè quello. — Ma come! Ma allora.... — E mentre un

mio vicino tratta di barbara l'amministrazione che non mette delle

tende da potersi agganciare alle panche per pararsi dai temporali,

e tenta inutilmente, sbuffando, di tener tesa la sua, s'accalora la

lite fra i due operai che gridano: — Pùrgati! — Va a far le docce!

— Va all'istituto antirabbico! — e Tempesta, che rivolto a loro col

viso torvo e infiammato, alterna frustate e sagratacci, scandalizzando

un vecchio signore in cilindro, seduto alle sue spalle, il quale si

volge a domandare al fattorino con voce pacata di basso: — Ma non è

pro-i-bito al personale di servizio di parlare in codesta maniera?

— Intanto la pioggia infuria, le tende ci schiaffeggiano, i malumori

s'inaspriscono, i lamenti suonano più alto, Tempesta sagra più fitto,

e la carrozza che porta quest'ira di Dio, sferzata dall'acquazzone,

flagellata dal vento, illuminata dai lampi, vola, schizzando mota da

tutte le parti, a traverso la piazza Vittorio Emanuele, dove s'incontra

con un altro tranvai portante una comitiva di giovanotti fuggiti dal

gioco del pallone, i quali, passandoci accanto, vedono e comprendono e

ci mandano in faccia una risata in coro, ultimo oltraggio.... Ma non a

me, spassato egualmente della carrozzata in festa e della carrozzata in

collera, che mi mostran le due facce del burattino umano.

*

Qui trovo notati a tre date successive, 14, 15 e 16, tre dei miei

personaggi, riveduti in condizioni e fra circostanze straordinarie. La

domenica del quattordici, segnata nell'_Almanacco Storico_ della Casa

Treves come giorno della rielezione del deputato Brena, sulla linea

del Valentino, il _Marchese_, il fattorino dai balletti d'oro, bello e

elegante come sempre; ma quanto diverso dal solito nel modo di trattare

con le signore! Non più sorrisi fuggitivi, non più atteggiamenti

d'ossequio amoroso, non più quell'atto di posar lo scontrino come una

chicca nella mano inguantata, fissando sulla passeggiera uno sguardo

soave. E subito non capii il perchè di quel mutamento; ma i cenni e

i frizzi di due giovanotti suoi conoscenti, seduti vicino a me, me

lo spiegarono. Quel riserbo insolito gli era imposto da un bel pezzo

di ragazza bruna, ritta sulla piattaforma della giardiniera come un

gendarme; la quale seguiva ogni suo passo ed atto con due grandi occhi

neri e severi, sopra di cui si drizzava fino a mezza fronte la ruga

distintiva del sospetto. Non riuscii a capire se fosse sua moglie o sua

amante. Intesi dire però (e si vedeva) che, conoscendo il suo pollo,

n'era gelosa, che soleva fare di tanto in tanto una di quelle corse di

vigilanza, salendo inaspettata sul tranvai come un controllore, e che

più volte, per uno sguardo o per una parola, aveva fatto una scenata al

bel fattorino, e provocato anche signore e ragazze, con un'audacia di

leonessa. Oh, cose terribili; minacce di ceffoni addirittura, e chiassi

e scandali per conseguenza. Ma egli aveva oramai un così salutare

terrore di quelle due lanterne nere che non s'arrischiava nemmen più

a sorreggere per il braccio le signore che salivano. Mentre passava

accanto a me, uno dei due giovanotti gli disse piano: — _Pietro, riga

dritt!_ — e diede in una risata: egli rispose con un sorriso forzato.

E seppi che altre mogli di fattorini venusti facevano delle corse

di sindacato come la bella bruna, comprandosi così ogni tanto dieci

centesimi di fedeltà coniugale, con vantaggio dell'amministrazione e

del servizio....

15 giugno. All'ora stessa che si presentava Li-Hung-Chang

all'imperatore Guglielmo, comparve davanti a me sul tranvai di via

Garibaldi il signor Guyot, coi suoi occhiali reazionari e il suo pizzo

minaccioso. Appena mi vide, salendo sulla piattaforma opposta, mi

saettò un'occhiata anche più truce dell'altre volte; e forse per il

fatto, che mi venne in mente in seguito, dell'elezione del Turati nel

quinto collegio di Milano, avvenuta il giorno avanti. Ma era destino

ch'io dovessi dar sempre a quel pover uomo delle scosse violente.

Pochi momenti dopo salì accanto a me un mio vecchio amico, procuratore

del re, proprio nel punto che egli mi figgeva addosso uno di quegli

sguardi foschi, in cui all'inquietudine e all'avversione si mescolava

il sentimento di curiosità malsana che ci spinge verso i delinquenti.

Al lampo che gli passò sul viso quando vide l'amico stringermi la mano

ed entrare con me in conversazione gioviale, capii ch'egli sapeva

chi era. Fece due occhi di polipo ed espresse con tutti i muscoli

facciali un senso di maraviglia sgradevole, come se quella familiarità

d'un magistrato con un par mio fosse un fatto scandaloso, un pubblico

incitamento a delinquere, un indizio di sfacelo sociale, qualche cosa

come il veder per la strada un carabiniere in divisa a braccetto con un

borsaiolo famoso; e capii benissimo che andava domandando a sè stesso,

con curiosità ansiosa, che cosa mai ci potessimo dire, e che se fosse

stato in quel momento ministro di grazia e giustizia avrebbe fulminato

sull'atto un decreto di destituzione. Ah, quanto deve aver sofferto!

E vedo ancora l'ultima occhiata che lanciò al mio amico scendendo,

come per dirgli: — E non si vergogna?... Faccia invece il suo dovere,

perbacco!

*

16. (Il giorno in cui gli Stati Uniti pagano cinquantamila lire per

i nostri “linciati„ del Colorado). _Oui, tout se paye_, come dice un

personaggio di romanzo; tutto si sconta anche quaggiù; e l'“eterna

vendetta„ coglie qualche volta il reo anche sul tranvai. Fu per me

una vera soddisfazione. Il tirannucolo rabbioso, il negriero fallito,

il perpetuo strapazzatore di fattorini e di cocchieri, il signor

Tintura-Migone, insomma, quel pezzo di superbia villana con le gote

enfiate e coi baffi irti, stava seduto in un carrozzone chiuso e

affollato della _Torinese_; e non aveva ancor finito di brontolar col

fattorino perchè non era spolverata la panca, che già cominciava a dar

segni d'impazienza contro un bel bambino di nove o dieci mesi, ritto

accanto a lui sulle ginocchia d'una donna, la quale lo voltava ora

di qua ora di là, come per farlo ammirare. Di ragione, doveva odiare

anche e bimbi, che son dei deboli; e tutti i presenti, chi l'avevan

pesato al primo sguardo, lo guardavano con manifesta antipatia. — Lo

tenga seduto! — disse a un tratto alla donna, di mala grazia. Ma l'ebbe

appena detto che saltò su indignato, vomitando fuoco e tirando fuori

il fazzoletto. Ahi, troppo tardi! E l'ira sua non ebbe eco. Non solo;

ma il contrasto fra la sua faccia fiammeggiante e il visetto sereno

e innocente di quell'amore di putto che lo guardava con gli occhi

azzurri, inconsapevole dell'avvenimento, fu così comico, che diedero

tutti in uno scoppio di risa; il quale finì di fargli perdere i lumi.

Ah sì, tutto si sconta, e infinite sono le fonti da cui la divina

Provvidenza fa “zampillar„ la giustizia.

*

Rieccolo, finalmente! È certo, pensai appena lo vidi, che la sua prima

parola sarà sul discorso fatto dal Jaurés alla Camera francese intorno

al lavoro dei fanciulli. E infatti il suo primo saluto, salendo sul

tranvai, fu un allegro: — L'ha letto? — detto con quella voce di basso,

che parea che uscisse da un trombone. Egli ne aveva letto un sunto in

un giornale italiano e se l'era affisso a una parete, secondo il suo

costume, nella sua bottega di falegname. Anche a mezzo giugno egli

portava il suo cappellone alla calabrese e quell'eterna giacchetta di

velluto cacao spelato; ma aveva la barba meno selvaggia del solito e

un'aria di soddisfazione, come se avesse riportato qualche vittoria

machiavellica sulla Prefettura.

Eravamo sul corso Cairoli; la giardiniera, piena di gente, correva

all'ombra dei grandi platani, in vista delle acque del Po, solcate da

barchette variopinte di canottieri, e dal fiume e dai colli spirava una

freschezza di primavera. Tutti i passeggieri parevano di buon umore,

un bambino cantava, e i miei vicini guardavano con curiosità simpatica

quell'operaio dal collo taurino, che con quella grossa voce, con

quell'aria di gravità bonacciona, parlando un piemontese intercalato

d'italiano rude, ma corretto, faceva un minuto raffronto fra il

discorso del De Mun e quello dell'oratore socialista, flemmaticamente.

C'era fra gli ascoltatori una donna sulla quarantina, che non

aveva trovato da sedere, una bottegaia, all'apparenza, ma vestita

signorilmente, e di viso un po' pretenzioso, ma benevolo; la quale si

voltava ogni tanto a guardarlo, stupita, come se fiutasse in lui un

dotto signore travestito.

A un certo punto il falegname s'interruppe e, alzandosi in punta di

piedi, piegò il capo da una parte e allungò il collo per leggere il

titolo d'un grosso libro che teneva sulle ginocchia, coprendolo in

parte con le mani, una signora seduta davanti a noi, sur una delle

panche più vicine. — Diavolo! — esclamò. — Un trattato d'anatomia!

— Ed era proprio lei, la vergine morta, seduta accanto a un signore

dalla capigliatura e dalla barba bianchissime e ravviate con gran

cura, dall'aspetto serio e quasi altero, come d'un vecchio colonnello,

con due occhi chiari e un naso diritto e sottile, che lo dicevano

indubbiamente suo padre. La vergine morta! Non la vedevo da due mesi,

l'avevo quasi dimenticata. Era sempre quel viso bianco e delicatissimo,

d'una purità angelica, d'una immobilità marmorea, d'una serenità di

creatura superiore alle passioni umane e intangibile da ogni sozzura

terrestre; ma alquanto smagrito e anche più niveo del consueto, e con

gli occhi come velati da un'ombra di stanchezza. Eran certo le fatiche

della preparazione agli esami; doveva forse dare in quel mese l'esame

d'anatomia.

— Sarà una studentessa di medicina, — disse il falegname.

— Una signorina fuor di strada, — osservò un signore accanto a me.

— E perchè? — domandò il primo.

— Bah! — rispose l'altro. — Non è il loro mestiere. A pensar quello che

vedono e che toccano, mi spoetizza.

Il falegname scrollò una spalla. — Allora, anche le monache infermiere

degli ospedali.... Eppure, non spoetizzano nessuno.

— E poi, già, non ci riescono, — ribattè il signore. — Le donne non

nascon per questo. Io non chiamerei mai una medichessa.

— Lei no, ma la sua signora....

— Io non ho signore, — ripose quello ridendo.

Allora interloquì la bottegaia: — Non la chiamerei nemmen io.

A quell'uscita, il buon falegname, che nella quistione femminile aveva

la “specialità„ di moralista, si voltò di scatto, come punto, e capii

che le voleva sciorinare un ragionamento coi fiocchi; ma non ebbe

neppure il tempo di incominciarlo, perchè quella discese. Indispettito

di non potersi sfogare con lei, si voltò dall'altro. — Ecco — disse; —

che non ne voglian sapere neanche le signore è quello che non capisco.

Almeno non dovrebbero _ancalesse_ a dirlo (osar di dirlo). _E la

decenssa? E 'l pudour?_ Mi pigli una ragazza onesta. Può aver questo,

può aver quest'altro: è vero? Ebbene, tanti scrupoli, tante delicatezze

per tanti anni per custodirla come una madonna, ed ecco che viene un

omaccione di medico, e tutto va per aria, e guarda di qui e tocca di

là. A me pare una _saloparia_ bella e buona, se l'ho da dire come la

penso, scusi la parola. Proprio, mi pare impossibile!

Alcuni risero in segno d'approvazione, e rise anche il contraddittore,

maravigliato di trovare un paladino del pudore sotto quel cappellaccio

e dentro a quel giacchettone, e si mise a guardarlo come un originale

di nuovo conio, che gli desse nel genio. E pareva anche disposto a

stuzzicarlo per fargli vuotar tutto il sacco. Ma l'operaio, accorto,

non ci si prestò. E poi si voltaron tutti a guardar la signorina che

discendeva con suo padre allo svolto di corso Vittorio Emanuele, e

fece senso a tutti quella sua lunghezza, la semplicità infantile di

quell'andatura, quel non so che di strano, di monacale, d'incorporeo

che era in tutta la sua figura.

— Ebbene, — disse il falegname, con l'accento di chi trova un argomento

inaspettato in favor suo — ha l'aria d'una ragazza “come si deve!„

— Eppure, — rispose sorridendo il suo avversario — a pensare che adesso

va alla sala anatomica.... Che cosa vuole? A me non mi va una ragazza

che _sa_ tutto.

— Già, se invece andasse al teatro Regio.... A loro piacciono le donne

che non _sanno_ niente e che _mostrano_ tutto; a me mi par più onesta

una donna che _sa_ tutto e che non _mostra_ niente.

Tutti risero. — Ben ribattuto! — esclamò il signore, con evidente

sincerità, esilarato. E quando l'operaio discese, levandosi il

cappello, tutti lo guardarono con viva curiosità, e il suo avversario

espresse il pensiero comune, dicendo: — Non credo che ci sia al mondo

un altro originale compagno!

— Eh, v'ingannate, — pensai — ne vengon su a migliaia. Fra

cinquant'anni i tranvai ne saranno pieni. E quelli che parranno matti

originali saranno gli altri.... se ce ne saranno ancora.

*

La mattina dopo, un divertimento delizioso, uno degli episodi più

belli di quei primi sei mesi di vita in carrozza. Il tranvai della

linea Vinzaglio correva in mezzo alle palazzine e alle ville dello

stradone di Francia, fra quelle due file sterminate di grandi olmi,

che metton capo al castello di Rivoli; il quale appariva vicinissimo,

roseo nell'aria limpida, e come sospeso sull'orizzonte. Giors sferzava

i cavalli con l'allegrezza della fame che corre al pasto dopo il

lavoro, ridendo tra sè e bevendo l'aria come un liquore, con gli occhi

larghi e fissi alla barriera, come se ci vedesse il fumo della sua

minestra, e con le nari dilatate e frementi, come se il vento glie

ne portasse l'odore. Arrivato in capo alla linea avrei dovuto tirare

avanti a piedi fino alla villa d'un mio amico, latinista illustre;

ma, disceso all'apertura della cinta, non potei a meno di fermarmi,

vedendo avvicinarsi al tranvai una donnina grassotta e bionda, con

un bimbo in braccio da una parte e il canestro in mano dall'altra,

accompagnata da due marmocchi, l'uno di cinque, l'altro di tre anni;

nei quali riconobbi alla prima occhiata gli occhi e il naso giorgiani.

Povero Giors! Doveva essere assai benvoluto, ed era certamente la

sua colazione uno spasso quotidiano del vicinato, perchè, appena la

giardiniera arrivò, mentre egli staccava e riattaccava i cavalli, gli

vennero intorno, col viso curioso e ilare, le guardie daziarie, la

rivenditrice d'erbaggi, altre tre donne e dei ragazzi, tutta la piccola

società della barriera, presso la quale egli aveva domicilio, in una

casetta fuor della cinta. Come afferrò il canestro! con l'atto d'un

padre amoroso che tende le braccia al bambino non più visto da un anno.

Sedette sul predellino della giardiniera, tirò fuori e si mise sulle

ginocchia il vaso di latta della minestra, si passò una mano sui baffi,

diede una risata in faccia agli spettatori che facevan cerchio, ed

esclamando: — Al lavoro! — incominciò.

Subito i due figliuoli in piedi, due panciutelli di viso bruno, sani

e puliti come lui, gli si accostarono, guardandolo mangiare come fanno

i cani, che accompagnano con l'occhio il boccon del padrone dal piatto

alla gola. — Bada che hanno già mangiato, — gli disse la moglie; — non

facciamo la solita storia....

— Come? — domandò lui, con la bocca piena, fissandoli; — e avreste la

faccia?

Quelli accennarono di sì, che avevano la faccia, e Giors alzò una mano

per ammollare un duplice scapaccione. Ma essi non indietreggiavano:

sapevano che non era che una spacconata paterna, che a quel baleno non

teneva mai dietro il fulmine.

Il padre, infatti, ritirò la mano e sporse il cucchiaio, che uno dei

due imboccò. — Ma non avete vergogna? — gridò la mamma, tirandoli

indietro l'un dopo l'altro; ma il più piccolo le sgusciò di mano e si

fece avanti a riscuotere la sua cucchiaiata; e dopo di lui ricomparve

l'altro, fra le risate della platea.

— Ma ti mangian tutto! — esclamò la donna.

— Ma cosa vuoi? — rispose Giors. — Cosa ne posso io se non hanno fondo?

Mi mangerebbero vivo coi miei cavalli, mi mangerebbero. Doveva toccare

a me una razza di lupi compagni! No! — gridò poi risoluto — non vi do

più un grano di riso se vi vedessi crepare di fame!... Ancora questo e

poi finis.

E intanto diluviava, dando ogni tanto un'occhiata in fondo allo

stradone, verso Torino, se comparisse l'altro tranvai; poichè eran già

passati tre dei dieci minuti regolamentari. E invano sua moglie badava

a dirgli: — Ma mangia adagio, non t'ingozzare, che c'è ancora tempo! —;

benchè il tranvai non si vedesse ancora, egli mangiava in furia. Finita

la minestra, tirò fuori la boccetta del vino, la mostrò agli astanti,

disse: — Per uso interno! — e data una gran risata, se l'attaccò

alla bocca. — Bah! — disse poi, staccandola, e osservando il calo:

— Ci vorrebbe altro! — E soggiunse, rivolgendosi a me, col suo buon

sorriso: — Non è mica andato in fondo, sa! Si è perso per le _strade

laterali_....

Poi mise la boccetta alla bocca dell'uno e dell'altro ragazzo, dicendo:

— A voi, malviventi! — La moglie gli afferrò il braccio; ma egli si

svincolò e li fece bere, dicendo a me: — Due spugne, sa; mi beverebbero

il sangue.

Riposta la bottiglia, addentò il pane e attaccò un pezzo di frittata,

facendo degli elogi alla cuoca, e tra un boccone e l'altro apostrofò

la piccina che quella teneva in braccio: — E tu, _stoponëtta_?

(turaccioletta) — e ne chiese notizie, mentre porgeva dei pezzettini

di frittata agli altri due. — Non ha che venti mesi di servizio,

— disse, rivolto a me. E, masticando, mi raccontò come la bambina

non lo riconoscesse per suo padre che da poco tempo, dopo che egli

era di servizio fisso sulla linea Vinzaglio. Quando era sulle altre

linee, dovendo far colazione e desinare qua e là, essa non lo vedeva

mai, neppur la sera, perchè egli rientrava tardi, quando già era

addormentata, e neppur la mattina, perchè se n'andava prima che si

svegliasse. E per questo s'era dato lo strano caso che la bimba, già

di più d'un anno, non conoscendo ancora suo padre, un giorno ch'egli

era tornato a casa prima di sera, per essersi fatto male a una gamba,

al veder entrar da padrone un uomo che non aveva mai visto, s'era

spaventata e messa a gridare come un'aquila. E conchiuse il racconto

esclamando con una risata: — Ah! che farsa di mestiere! Facciamo persin

paura ai nostri _citt_! Ma non fa niente.... fin che la cassa è sana!

— e si picchiò un pugno sul petto. Poi, eccitato, come se avesse fatto

un lauto pranzo, alzandosi e scuotendosi dalla giubba le briciole

del pane, rispose botta per botta alle facezie delle guardie e delle

donne, che lo stuzzicavano; e infine, vedendo avvicinarsi l'altro

tranvai, baciò l'un dopo l'altro i ragazzi, dicendo: — Ciao, lupotto!

— Ciao, pancetta! —, prese in braccio la bimba e le fregò i baffi sul

viso, disse alla moglie, restituendole il carico: — Brava, _vecia_!

Una frittata _fiamenga_! — e, salito sulla piattaforma e impugnate la

frusta e le redini, sferzò i cavalli e partì, voltandosi a mandare un

altro saluto alla famiglia e un'ultima risata agli amici.

— Che brav'uomo! — disse una donna. — Un uomo contento —, soggiunse una

guardia. — Un superuomo, — dissi tra me; ma sul serio.

*

A questo punto mi saltano su dalle note non so quanti personaggi

nuovi, che son costretto a respingere, come ne respinsi molti nei mesi

andati, per non arrivare alla fin dell'anno con un esercito. Ma è un

peccato, perchè conobbi fra gli altri in questo mese di giugno dei così

curiosi tipi di “tranvaiofili„ amatori e studiosi paladini fanatici

dell'istituzione! Ne conobbi di tutte e tre le classi in cui si

possono dividere: degli _inquisitori_, che si piantano sempre accanto

al cocchiere o al fattorino, per tempestarlo di domande: — Quanti

anni ha questo cavallo? Quanti cavalli avete? Quanti cocchieri siete?

Quanto costa questa carrozza? Quanto è lunga questa linea? — fin che la

vittima perde la pazienza; dei _calcolatori_, azionisti, amministratori

e cassieri in ispirito delle due Società, delle quali studiano

gl'interessi, e almanaccano le entrate e le uscite; dei _parteggianti_,

che, senz'averci un interesse al mondo, portano in palma di mano una

Società e danno addosso all'altra con un ardore da parer pagati,

attaccando con altri capi ameni del loro stampo delle dispute in

cui rischiano arditamente di farsi cappottare per i begli occhi

dell'_Anonima_ del loro cuore. Generosi cavalieri, nobili idealisti!

Poco mancò che venissero a pugni quei due campioni dell'ultima classe,

che sul tranvai della linea di Nizza, il giorno diciotto, intavolarono

una discussione sui meriti comparati della _Belga_ e della _Torinese_

a proposito del color rosso e verde dei carrozzoni dell'una e di

quello giallo e sangue di bue dei carrozzoni dell'altra. I ferri si

riscaldarono con una rapidità inquietante.

— E lei mi vuol confrontare i cavalli della _Belga_, tutti maremmani

bisbetici, con quelli della _Torinese_, che vengono dalla Croazia e

dall'Ungheria, più forti, più alla mano, più.... Mi faccia il piacere!

— Eh, i cavalli non fanno la _grandezza_ d'una Società: la _Belga_ ha

trenta carrozze di più, e un personale che s'avvicina al doppio!

— Ma le carrozze della _Torinese_ son più grandi e più comode; la

_Belga_ non ha cuscini.

— Ah, i cuscini! Niente di meno! Cospetto!

— Non c'è cospetto; e fa anche il servizio più _intensivo_ e paga

meglio gl'impiegati.

— Ma ha un orario più lungo.

— E se ne vanta! È la sola che faccia servizio fino alle undici!

— S'accomodi; ma la _Belga_ ha le migliori linee, passa per le strade

principali. Sa che il _Martinetto_ e il _Vinzaglio_ danno dalle

settanta lire per giorno?

— Corbellerie! In ogni caso, dà più da sola la barriera di Nizza che

quelle due messe insieme.

— Che sproposito!

— Non è una risposta da persona civile!

— Non è da persona civile voler dare ad intendere delle assurdità!

E così, agitando tutti e due il giornale della mattina che annunciava

il maremoto del Giappone con quaranta mila morti e ottomila case

distrutte, tirarono via fino al corso Vittorio Emanuele, dove si vide

un carrozzone della linea dei Viali, uscito dalle rotaie, risospinto

indietro a gran fatica dal cocchiere e dal fattorino, fra due ali di

passeggieri impazienti. E il paladino della _Torinese_, voltandosi

verso il suo avversario col viso lampeggiante, e accettandogli il

carrozzone deviato: — Vede? — gli disse, — è della _Belga_. — Poi

tacque, e assaporò il suo trionfo. O cervelli, appetto a cui il cranio

d'una formica è palazzo Pitti! come diceva Francesco Domenico. Eppure,

non è giusto, perchè vi sono anche nei cervelli e negli animi grandi

dei ripostigli oscuri in cui s'annidano di queste idee nane e di queste

passioncelle miserabili, che vengon fuori di tanto in tanto, e paion

più nane e più miserabili e fanno più compassione e più dispetto....

appunto perchè escono dal Palazzo Pitti.

*

Un altr'ordine d'osservazioni feci di quei giorni sui malati in

tranvai. Ne avevo già osservati nei mesi addietro: un giovinetto

tisico, che faceva ogni giorno, forse per ricreazione, il giro intero

della linea dei Viali, sempre solo, e che guardava tutti e tutto con

lo sguardo stupito e insistente di chi, sentendosi già diviso dal

mondo, lo vede a una distanza in cui gli apparisce quasi sotto un

aspetto novo; una signora ancor giovane, pallidissima, che ad ogni

scossa del carrozzone si premeva una mano sul cuore, chiudendo gli

occhi e torcendo la bocca, come per un colpo di coltello; ed altri,

dei visi smunti e bianchi, sui quali i passeggieri fissavano lo

sguardo, troncando ogni conversazione, come per scrutarvi il mistero

della morte. Ma non mi s'era offerto mai uno spettacolo così triste

come quello che vidi la domenica di San Luigi, penultima di Giugno,

sull'imbrunire, quando sui tranvai s'accendono i lumi. In un carrozzone

chiuso, pieno di gente allegra che tornava da scampagnate e da feste,

salì con grande stento, sorretto per un braccio da un giovinetto, un

uomo sui cinquant'anni, dalla faccia smorta e disfatta; il quale,

appena messo il piede sulla piattaforma, si cacciò una mano sulle

reni, come trafitto da un gran dolore improvviso, e rovesciando il

capo indietro, si battè l'altra sulla fronte, e gridò con una voce

d'angoscia da far rabbrividire: — _Oh mi povr'omm! Mi povr'omm!_ —

Doveva esser la sua una di quelle forme terribili di malattia della

spina, accompagnate da sensazioni strane e spaventevoli, che paiono

il principio d'uno sfacelo repentino dell'organismo e quasi l'annunzio

della morte imminente. Entrò, più portato che sorretto, e cadde sopra

la panca come un sacco di cenci buttato, volgendo intorno uno sguardo

d'agonizzante, e mettendo un lamento sommesso, continuo, spaurito,

infantile, tra il gemito e il pianto, che schiantava il cuore. Fra i

passeggieri fu come se avessero gettato nel carrozzone un cadavere;

ed era orribile veramente sotto la luce fioca della fiammella che

ingialliva il suo viso chino, lasciandogli gli occhi nell'ombra, come

già spenti. In tutta quella gente spensierata si destò bruscamente

il sentimento della fragilità della vita umana, il pensiero d'una

vecchiaia martoriata e disperata, la visione delle mille infermità

miserande che ci aspettano, come mostri appiattati, sulla via degli

anni, per saltarci sulle spalle e cacciarci a furia di morsi alla

fossa. E vidi bene che fu in quasi tutti un effetto di sgomento più

che di pietà. Alcuni impallidirono; una signora s'alzò e uscì sulla

piattaforma; altri, per non vedere, torsero il viso verso la strada, e

un signore vicino a me redarguì il fattorino, dicendogli che non era

lecito, che era “un'indegnità„ il lasciar salire sul tranvai un uomo

in quello stato. Un'indegnità! Gli avrei voluto ridire che tale non

mi pareva; che se non l'avessero fatto salire, quell'infelice avrebbe

sofferto doppia tortura a strascinarsi a casa a piedi, e ch'era giusto

che la carrozza di tutti trasportasse anche i dolori, e ch'essa faceva

del bene pure per questo: che costringeva qualche volta anche i felici

a fissare in viso la disperazione e la morte, ad accogliere il grande

pensiero che fuga ogni vanità e schiaccia ogni orgoglio. Ma avrei

sciupato il mio fiato perchè proprio in quel momento, mentre passavamo

accanto al giardino di piazza dello Statuto, si sparse una maledetta

tempesta di note di flauto e di tromba da una giardiniera che veniva

giù di corsa dallo stradone di Rivoli, tutta occupata da una banda

musicale di dilettanti in cimberli, e lo spettacolo nuovo e comico

di quel carrozzone sonoro, in cui si vedevano al chiarore dei lumi le

facce rosse e enfiate di venti sonatori soffianti negli strumenti con

una furia d'energumeni, ricondusse il pensiero di tutti dalla morte

alla vita.

*

Conobbi anche in quel torno altri personaggi singolarissimi tra

gl'impiegati dei tranvai: un cocchiere che parlava a ogni proposito

delle sue terre, e che possedeva infatti non so dove cinque magre

“giornate„ di prato, per cui era ammirato e invidiato dai colleghi

come un latifondista americano; un fattorino che leggeva e rileggeva

continuamente da mesi e mesi un volumetto sbrindellato e sudicio del

romanzo _La mano del defunto_, diventato per lui una specie di libro

dei libri, in cui scopriva ogni giorno nuove maraviglie; e un altro

cocchiere, il più originale di tutti, un rozzo montanaro gozzuto,

il quale, manieroso con tutti gli uomini, riserbava tutto il suo

orgoglio e la sua villania per il bel sesso, che parea che odiasse a

morte; tanto che quando una signora gli toccava la spalla con la punta

dell'ombrellino perchè fermasse, si voltava indietro furioso, come

se gli avessero piantato uno spillone nelle carni. Chi sa perchè! Ci

doveva esser sotto qualche segreto di tradimento coniugale, che gli

aveva messo nell'anima l'orrore della gonnella. E una sera scopersi

finalmente, dopo un pezzo che lo cercavo, il dantista, per caso, sulla

linea della barriera di Milano. Salendo sul tranvai nel momento che

finiva un diverbio fra il fattorino e un contadino che scendeva, intesi

quello mormorare fra i denti: — .... _in costà, malvagio uccello!_ — Un

verso di Dante! — pensai —; che sia lui? — L'osservai. Era un giovine

alto e bruno, di viso piccolissimo, con due occhietti neri pieni

d'intelligenza e due baffetti arricciati di studente; sotto ai quali

guizzava il sorriso ironico, e come abituale, d'un conoscitore precoce

della vita, scettico e benevolo a un tempo. Sì, doveva esser lui. E

glie lo domandai senza preamboli: — È lei che sa Dante a memoria? — Si

mise a ridere; ma non parve maravigliato della domanda.

— Son fandonie —, rispose ridendo; — storie che hanno messe in giro

i miei colleghi. Non ne so di più di quanto ne sanno tutti quelli che

hanno fatto la prima Liceo. E poi, anche se l'avessi saputo, l'avrei

scordato. — E mostrandomi il libretto degli scontrini, disse: — Il

mio Dante è questo adesso. — E soggiunse con un sorriso: — _Lo mio

volume._ — Gli domandai in che maniera dal Liceo fosse venuto a cascar

sui tranvai. Me lo disse con disinvoltura. Suo padre, ingegnere, morto

all'improvviso; la famiglia numerosa rimasta sul lastrico; un tentativo

di commercio fallito; un impieguccio in una Società d'Assicurazioni,

ottenuto e perduto un mese dopo, per riduzione di personale; la storia

solita.

— E l'impiego attuale? — domandai.

— Ahi... _Selvaggio_ —, rispose sorridendo —, _et aspro e forte_.

— E mi disse tutto, familiarmente. Era la prima volta che sentivo

giudicare il pubblico da un “signore„ ridotto in quella condizione,

donde lo poteva vedere di sotto in su: mi disposi a ascoltarlo con viva

curiosità. Ma fu assai temperato, se non nella sostanza, nella forma,

come tutti quelli a cui la disgrazia non sfibra, ma fortifica l'animo.

Il peggio, a suo senso, non era l'orario dalle sedici alle diciott'ore,

il dover mangiare come i briganti, e la pioggia delle multe per un

ritardo, per una svista, per mille errori di nulla, quasi inevitabili.

Il peggio era il continuo contrasto, la lotta continua col pubblico,

il doversi guardare da ogni specie di piccole insidie di nemici. Cose

da non potersi immaginare. Bricconi che salgono sul tranvai, ci stanno

un bel pezzo, e poi, fingendo d'aver sbagliato linea, saltan giù senza

pagare, per far lo stesso gioco col tranvai successivo; beceri che

salgono in sei o sette, le sere di domenica, e attaccan lite apposta

fra di loro perchè nella confusione riesca a qualcuno di non pagare;

imbroglioni che tirano a appioppare al fattorino dei soldi falsi,

affermando, per esempio, d'averli avuti col resto d'una lira, magari

dopo un quarto d'ora che se li rimestano in tasca; prepotenti che

vanno sulle furie perchè il fattorino non vuol cambiare un biglietto

da dieci, gridando che non è vero che non abbia spiccioli, come se

di questi egli volesse far commercio a vantaggio proprio; birboni,

insomma, e birberie d'ogni stampo. E poi ci son quelli che hanno

perduto un oggetto sul tranvai e accusano il fattorino d'averlo

raccattato e intascato; quelli che se la pigliano con lui perchè hanno

sbagliato linea, o lo investono perchè s'è dimenticato di indicar loro

la cantonata dove volevan discendere; e quelli che, avendo fretta,

vanno in collera perchè egli non taglia col tranvai il corteo funebre

o il battaglione che passa, o perchè un cavallo cade o tutte e due

vanno lenti, come se fosse colpa sua quello che dicono, che la Società

non nutre abbastanza le bestie. — Così è — concluse celiando. — Il

fattorino, vede, è l'uomo

Al qual si traggon d'ogni parte i pesi.

Entravamo allora in quel largo corso Vercelli, ai due lati del quale si

aprono strade e vicoli che si perdono nei campi e s'alzano camini di

officine da ogni parte, in mezzo a case disuguali e sparse, che paion

d'un villaggio, ma che serbano ancora nell'architettura, nei colori,

nelle botteghe, in qualche cosa che sfugge alla parola l'aspetto

assestato e rigido dei quartieri centrali di Torino. Quando fummo

all'imboccatura di via Carmagnola, il fattorino m'accennò una casetta

di due piani, poco lontana, coi terrazzi tutti fioriti, e disse: —

Guardi; io stavo là, _nel tempo felice_. Il mio povero padre è morto

là, al primo piano. S'era come in campagna. Ora stiamo a un quarto

piano di via Barbaroux, in due buche, e la mattina mi tocca a fare un

par di miglia per trovarmi sul posto prima di giorno. — E soggiunse

sorridendo: — _Uomini fummo ed or sem fatti sterpi._

Poi riprese il discorso di prima. — No — disse — lei non si può

figurare le pretensioni e le stramberie del pubblico con cui abbiamo

da fare. — E le peggio, disse, non erano quelle della gente bassa,

dei barabba che vogliono cantare in tranvai, e che rispondono alle

preghiere con minacce, a cui convien rassegnarsi per non avere _suon di

man con elle_; dell'erbaiola che vuol caricare a ogni costo un sacco

grande come un armadio, senza un pensiero al mondo che il fattorino

si buschi una multa per cagion sua; del briacone fradicio che si vuol

sdraiare nella giardiniera come in una stalla. Più irritanti di costoro

son le persone per bene che dovrebbero essere ragionevoli: il signore,

per esempio, che pretende che il fattorino faccia alzare un tale per

far posto a sua moglie, quello che vorrebbe ch'egli facesse smetter di

fumare un tal altro che gli manda il fumo sul viso, la signora rimasta

in piedi che se la piglia con lui perchè non c'è posto, dicendogli

che _ha pagato e ha diritto di sedersi_, o anche lo minaccia di _far

rapporto_ perchè non fa tacere un signore vicino che “parla male„.

— Il pericolo per me —, disse — è che qualche volta mi dimentico della

mia condizione e son tentato di rispondere da “signore„ come rispondevo

una volta, che sarebbe la mia rovina. Che sforzo debbo fare per

rimandar giù le parole che mi vengon su! E me ne vengono, sa! Ma...!

D'essere stati poveri è facile scordarsi; ma d'esser stati signori,

quanto è difficile!

E continuò, dicendo che non potevo immaginare con che razza

d'accattabrighe, anche ben vestiti, s'avesse da fare sui tranvai: con

implacabili che brontolano alle spalle del fattorino o del cocchiere

per lo spazio di tre chilometri, che riattaccano il lucignolo risalendo

sul tranvai il giorno dopo, che serbano in corpo l'amaro d'un diverbio

per dei mesi, che si prendono a parole fra di loro per le cause più

futili e trascinano dei piati di maestro Adamo e Sinon Greco da borgo

San Salvario fino alla barriera di Milano, ripetendo trecento volte la

stessa frase con l'ostinazione d'un maglio di macchina a vapore. E il

primo, il primissimo torto, in ogni caso, è sempre del fattorino, sul

quale cascan tutti d'accordo. Nessuna pietà per lui, _anima prava_.

Gli accadeva qualche volta, stando in piedi da dieci ore, di sentirsi

la schiena rotta e d'avere un gran bisogno d'appoggiarsi un momento al

parapetto della piattaforma posteriore, per riaversi un poco. Ebbene,

non c'era caso che uno dei passeggieri che vi s'appoggiavano, mentre le

panche eran mezze vuote, indovinasse mai il suo bisogno e gli lasciasse

il posto per misericordia. Mai. Ogni passeggiere tratta il fattorino

come se si fosse levato da letto un'ora prima e dovesse tornare a letto

alla fin della corsa; ognuno ha l'aria di dirgli: _Omai convien che tu

così ti spoltre_.... Ah, se assaggiassero per una settimana la nostra

_piuma_ e la nostra _coltre_!

Ma tutto questo disse con tuono piuttosto di satira che di querimonia,

e con la stessa vivacità studentesca riepilogò e concluse la sua

chiacchierata. Sì, veramente: badare a chi sale e a chi scende, e a

chi chiama da vicino e da lontano, saltar giù a raddrizzar gli aghi e a

badare ai crocicchi, strusciarsi fra i passeggieri accalcati a pescare

i soldi ritrosi, cambiare, notare, rendere i conti, rispondere a cento

domande, rabbonire i litiganti, e pregare e leticare e spolmonarsi

e beccarsi del villano e del buricco da gente bene e male educata,

continuamente con le gambe in moto, con le braccia per aria, con la

mente tesa e gli occhi all'erta e la multa sulla testa, per dodici

ore filate, sotto il sole e sotto la pioggia, col vento e con la neve,

tutti i santi giorni dell'anno, per cinquanta soldi al giorno.... è una

dura vita. — E soggiunse in ischerzo: — _Tanto è amara che poco è più

morte._ Se Dante tornasse al mondo, aggiungerebbe alle sue bolge delle

linee di tranvai e metterebbe a fare i fattorini i peccatori della

peggio specie.

Eravamo arrivati a quella piazza solitaria della barriera, che par la

piazza d'un villaggio lontano da Torino, di là dalla quale s'allunga

nell'aperta campagna la strada di Milano, e lì, al momento di scendere,

l'arguto dantista spostato me ne disse ancor una, che mi parve la più

amena di tutte, il più curioso esempio di pretensione indiscreta, ch'io

avessi mai inteso citare, di passeggieri saccenti. Il giorno avanti,

essendo salita sul tranvai una signora tedesca ch'egli non era riuscito

a comprendere dove volesse andare, un signore pingue e dignitoso aveva

detto con tutta serietà al suo vicino: — Bella figura che ci facciamo!

La società dovrebbe prender dei fattorini che sapessero le lingue. —

Ed egli, il dantista, gli aveva risposto: — Soltanto le lingue viventi,

non è vero? Facoltativi il latino e il greco, tutt'al più. —

*

Per tre giorni, nulla di nuovo, fuorchè una fuga atterrita di signore

da un carrozzone chiuso, dove un matto originale, credendo di divertir

la compagnia, s'era levato di tasca e messo sopra una spalla due

topini bianchi addomesticati, che gli giravano intorno al bavero, come

una collana vivente: uno stridìo, un sottosopra, per cui accorse una

guardia civica, decorata della medaglia al valor militare (_Donne, da

voi non poco la patria aspetta!_). E poi, la domenica del ventisette,

andando e ritornando dallo Sferisterio, due incontri desiderati. Il

primo, sulla giardiniera della linea dei Viali: _Taddeo_ e _Veneranda_,

con la loro bambina. Ma quanto mutati tutti e tre! Al primo sguardo,

capii, vidi tutto: una malattia mortale della creatura adorata, una

serie di giorni e di notti orrende, la casa risonante di singhiozzi,

la mamma in ginocchio, il padre forsennato. La loro bimba era ancora

smunta e pallida, e sui loro visi mutati, sotto la gioia della

risurrezione, si vedevano ancora i segni dell'angoscia e del terrore.

Come la prima volta, mi ritrovai dietro di loro, che avevano la piccina

in mezzo, rivolta verso di me. Come si ricorda il viso di quelli

che accarezzarono i nostri bambini! Mi riconobbero, mi sorrisero, e

interrogarono con uno sguardo ansioso il mio sguardo, come dicendo: —

La trova molto cambiata, non è vero? — e mostrarono meglio, in quel

momento, i segni del grande dolore sofferto. i quali mettevan più

pietà in quelle due nature placide, che dovevano aver vissuto per tanti

anni una vita tutta tranquilla. E poi, senz'aspettar la mia risposta,

mi diedero la triste notizia: il crup, un mese di letto, la bimba

considerata perduta; e dopo la notizia, la storia, con un torrente di

parole: i primi sintomi del male, il medico, i rimedi, l'aggravarsi

della malata, le parole sue, che avevan credute le ultime in _quella

notte_, in cui la loro ragione si smarriva e il mondo crollava sotto i

loro piedi. Ah, no, è troppo terribile! Ah, chi non l'ha provato, non

lo può pensare! E poi la sosta della malattia, i primi buoni indizi,

le prime parole consolanti, e la gioia infinita; e qui un'effusione di

gratitudine per il dottore, il cavalier Boni, un cuore! un ingegno!

un angelo! L'altro, l'angelo piccolo, non lo portavan fuori che da

tre giorni; era quella la sua terza passeggiata di convalescenza. —

Comincia a riprender colore, — dissi. — Ah, sì? Comincia a riprender

colore? — E mi guardarono con riconoscenza, come se fosse la mia parola

che avesse soffuso un po' di roseo su quel piccolo viso, e con questo

era il mondo intero che si ricoloriva ai loro occhi. E la covavano con

lo sguardo, la carezzavano con le mani allargate come per afferrarla

e per proteggerla. E a questo punto seguì una scena che mi commosse.

Presentandosi il controllore a domandar gli scontrini, essi gli porsero

anche quello della bimba. Quegli osservò che, se l'avessero tenuta

sulle ginocchia, poichè non aveva ancora tre anni, avrebbero potuto

non pagare il posto. Eh, lo sapevano! E capii bene il loro pensiero.

Pigliare lo scontrino per lei come per una più grande e farle occupare

un po' di spazio era per loro come un'affermazione che facevano a

sè stessi, una volontaria e cara illusione che la sua persona fosse

qualcosa di più di quello che era, una “quantità„ meno “trascurabile„

di quanto poteva parere. Con che dolce accento, quando discesi, mi

dissero: — A rivederla! — E a me, vedendoli allontanarsi, passarono

confusamente nel pensiero altri convalescenti che avevo visti seduti su

quelle panche, in mezzo ai loro parenti racconsolati; e quel tranvai

che dà anche al povero uscito di malattia, e alla sua famiglia, il

conforto e la gioia d'una passeggiata in carrozza, che non potrebbero

fare altrimenti, m'apparve sotto un aspetto nuovo, pietoso e benefico,

come quello d'una carrozza futura, ch'io sogno, non destinata ad altro,

e messa al servizio di tutti gli scampati dalla morte.

*

Uscendo dallo Sferisterio, presi sul corso Margherita la giardiniera

della linea di Vanchiglia, tutta piena di facce allegre, color di

ribotta, che venivano dalla Madonna del Pilone, l'Auteuil di Torino.

Eravamo a metà di via Vanchiglia, quando fra le sette schiere di nuche

che mi stavan davanti ne vidi una, fra le più vicine, che mi parve

di riconoscere: era d'un uomo, un operaio all'apparenza, che teneva

aperto dinanzi il giornale _Per l'idea_. Dove avevo già visto quella

larga nuca di testardo? Accanto a lui sedeva un ragazzetto, col capo

appoggiato al suo braccio, e accanto al ragazzetto una donna giovane,

che, voltandosi un momento di fianco, illuminò la mia memoria. Era

quel tale operaio venuto dal Vercellese, disoccupato e arrabbiato, e

sparlante della _Camera del lavoro_, il quale, due mesi addietro, sul

tranvai di via della Cernaia, aveva strappato di mano al suo bimbo

e buttato nella strada la caramella ch'io gli avevo regalata. Ah,

maledetto sangue! Non feci in tempo a frenare l'ondata di sdegno che

mi rivenne su, quantunque il giornale ch'egli leggeva mi dicesse che

la sua mente s'era aperta a nuove idee, come il suo vestire e quello

dei suoi mi diceva ch'egli aveva trovato lavoro, e che l'animo suo

doveva essere quindi mutato. Ma fu un'ondata sola, che ricadde subito,

sopraffatta da una viva curiosità. Vedendomi, si sarebbe egli ricordato

di quell'atto, e m'avrebbe ancora mostrato nello sguardo il sentimento

che gliel'aveva fatto compiere, o un sentimento opposto, o indifferenza

soltanto? E stetti a aspettare che scendessero. Fecero fermare in via

Lagrange e s'alzarono tutti e tre, presentandomisi di profilo, così

vicini, che, scendendo, non potevano non vedermi. Incontrai prima lo

sguardo della donna, che fissai per farmi riconoscere; e mi riconobbe

infatti, dopo un momento d'incertezza, e arrossì leggermente, chinando

gli occhi. Incontrai subito dopo lo sguardo di lui, che mi riconobbe

alla prima. Quanto è puerile e finto l'orgoglio, che fa prendere

all'offensore, per ingannare e mascherare insieme la sua coscienza,

l'atteggiamento dell'offeso! Mi diede un'occhiata torbida e discese

col viso adombrato. — Ho io dunque, — pensai, — una così odiosa faccia

di borghese egoista, sfruttatore e disprezzatore d'operai, ch'egli

non m'abbia ancora perdonato, dopo due mesi, un atto di cortesia? —

E di nuovo stava per venirmi su l'ondata di sangue.... ma il grido

di _avanti!_ del fattorino la compresse, come una parola magica: mi

ricordò l'_avanti!_ col quale un giovine signore, apostolo ardente

dell'Idea, una delle anime più generose ch'io conosca, soleva chiudere

ogni suo racconto di atti d'ingratitudine e di diffidenze ingiuriose

con cui era ripagato qualche volta dai lavoratori incolti e duri che

catechizzava. — _Avanti!_ — concludeva, e si ridava all'opera con un

coraggio d'eroe e una pazienza di santo. Sì, che cosa sono questi

risentimenti se non guaiti miserevoli di quello che ti resta dello

stupido orgoglio antico? _Avanti!_

*

Sì, _avanti_: una bella chiusa di discorso, e com'è facile il dir

delle parole nobilmente severe al nostro orgoglio! Il male è che

l'orgoglio, quando gli si parla a quel modo, si rannicchia e lascia

dire, e poi, alla prima occasione, ricomincia a fare il comodaccio

suo. Delle belle parole glie ne dissi anche la sera dopo, trovandomi

sopra una giardiniera di via Roma, seduto, a tre panche di distanza,

dietro le spalle di _Siapure_, che aveva, accanto la sua ragazzina;

e furon parole al vento. La bimba stava voltata un po' di sbieco, e

mi guardava con una insistenza singolare. Certo, mi conosceva; certo,

aveva “letto„ qualche cosa. Ma non riuscivo a capire il suo sentimento

dal suo sguardo, che somigliava a quello con cui qualche volta si fissa

una persona pensando ad un'altra. Aveva inteso suo padre parlar male

di me? O gli aveva inteso esprimere con parole benevole il rammarico

della nostra amicizia spezzata? Sentivo un malessere sotto lo sguardo

pensieroso di quel giudice di dieci anni, che pareva mi frugasse

nell'anima, e che ora aveva l'aria di dirmi dolcemente: — So che a

mio padre vuoi ancora bene: perchè non gli stendi la mano? — e ora

con espressione di rimprovero: — Tu odi mio padre; perchè l'odi? —

No, bambina, — le risposi in cuor mio, — rassicurati, non l'odio; non

potrei e non lo merita; ho dei torti io pure. Sì, certo, dovrei esser

io il primo, come tu pensi, a tendergli la mano. Ma per far questo,

vedi, dovrei esser ragionevole e buono; e non son nè l'uno nè l'altro,

benchè abbia scritto qualche cosa che può farlo credere, e benchè tu

mi veda i capelli grigi. Io son pieno d'orgoglio. Ah, se tu sapessi

come questo povero orgoglio ci fa più piccini di voi! Ecco, vedo che

c'è un posto vuoto vicino a voi due: sento una voce che mi spinge a

scendere sul predellino e ad andarmi a sedere accanto a tuo padre; e

sento un'altra voce che mi dice: — Sta lì! Non ti muovere! —; la prima

è dolce e m'intenerisce; la seconda è aspra e mi sdegna; e non di meno

io cedo a questa; e me ne vergogno in faccia a te, cara bambina; ma

preferisco questa vergogna alla compiacenza profonda e gentile che

proverei facendo quello che tu vorresti, e che io pure vorrei. Andiamo,

volta il capo dall'altra parte, non mi guardar più; non merito lo

sguardo dei tuoi occhi buoni e innocenti, te lo assicuro! — Si fermò

in quel punto il tranvai e _Siapure_ si voltò a guardare dove fosse

diretta l'attenzione continuata della sua figliuola: mi vide e mi

fissò. Sarebbe stato quello il buon momento! Ma lo lasciai passare.

— Avanti! — gridò il fattorino, e il tranvai ripartì. Come mi suonò

diverso quell'_avanti_ da quello del giorno prima! Sì, avanti — voleva

dir questo — avanti sempre così, orgogliosi, meschini, spregevoli fino

alla morte.

*

E — avanti! — gridava _Desbotonass_ ogni volta che il tranvai si

fermava sul Corso San Maurizio, la sera della festa di San Pietro.

Aveva accanto sua moglie; doveva aver festeggiato il proprio

onomastico; era briaco fradicio. I lampioni, danzando e moltiplicandosi

ai suoi occhi, confondevano le sue idee topografiche; credendo di

essere al Valentino, si stupì di veder lì la Mole Antonelliana, che

apostrofò; scambiò l'Arena torinese con una casa di canottieri; e la

vista improvvisa del piazzale delle Benne lo riempì di maraviglia

come un'apparizione fantastica. — _Ma dovè che semm chi?_ — andava

esclamando; — _ma dovè che se va?_ — E sempre ripicchiava su quel

chiodo di non voler che il tranvai si fermasse, e gridava: Avanti! con

furore crescente. Poi s'assopì per qualche momento, e, ridestandosi,

fu preso da un impeto di tenerezza malinconica per sua moglie, e

messole un braccio dietro la schiena e il capo sulla spalla, cominciò

a confessarle i suoi torti, a dirle che era una buona, una santa

donna, ch'egli era indegno di lei, che voleva cambiar vita; e glie

lo prometteva e glie lo giurava; ma prima voleva esser perdonato. E

inutilmente essa gli rispondeva di sì, che gli perdonava, ma che si

quietasse, che non facesse scene. Ogni sua assicurazione di perdono

non faceva che dar la stura a una nuova e più larga ondata di parole

di pentimento e d'affetto, rotte da singhiozzi di pianto e di vino.

— _Ah no.... meriti minga.... no, sont minga degn.... A ona donna

come ti! La mia Mariettina! Dimm che te me perdonet! Te me 'l devet

dì ancamò una volta, ancamò cent, ancamò mila volt!_... — E di nuovo

accennava a torti propri, a virtù di lei, all'assistenza ch'essa gli

aveva fatta quand'era stato malato, al rimorso ch'egli avrebbe sempre

avuto di non essersi portato con lei da buon marito, all'amore che le

avrebbe dimostrato di lì avanti, cangiando condotta, e perseverando

sulla buona via, _fina al moment de sarà i œucc_. E in quell'eruzione

di parole briache, che mettevan disgusto, veniva pur fuori il fondo

d'una natura buona, guasta, ma non pervertita ancora, che mi faceva

pensar tristamente a quante altre nature simili il vizio aveva

pervertito affatto e andava pervertendo di continuo; e alle miserie e

ai martirii d'innumerevoli povere donne come quella, torturate e uccise

dal veleno maledetto ch'esse non bevono; e tutte quelle larve d'uomini

avvelenati e di donne infelici, che mi passavan davanti per l'aria,

rendevano triste ai miei occhi quella bella sera stellata e tepida di

fin di giugno. Triste di questo pensiero antico, misto di rimorso e

di vergogna; che non facciamo nessuno il dover nostro, che dovremmo

bandire una crociata universale, ardente e infaticabile contro il

mostro, non per mezzo di leggi e di prediche, ma disputandogli ad una

ad una le sue vittime, con amor paziente e intrepido, col consiglio,

con la preghiera, con la carità, con la comunione intellettuale,

con tutte le forze che mettiamo in opera per salvar dal suicidio un

fratello.

La Carrozza di tutti · 第 11 / 33 题