L'impressione che ebbe Nadina fu di respirare in un'atmosfera nuova.
Un servizio meravigliosamente organizzato attendeva in qualunque parte
del mondo questi anonimi Re. Nessun re di Corona ebbe mai tante regge e
palagi, e sotto le palme e fra le lande gelate e fra gli eccelsi monti,
quanti attendevano _Mrs._ Evelyne e Nadina.
Navi meravigliose; alberghi splendenti come castelli incantati; eserciti
muti e pronti di servi; fiori preziosi nell'aspro inverno adornanti la
mensa del treno che fugge, attendevano Nadina e _Mrs._ Evelyne.
Quale enorme somma di umano e immane lavoro per rendere facile la vita a
questi privilegiati Re dell'Oro!
E come si otteneva questo privilegio? quale eroica preparazione, quale
veglia d'armi conveniva fare?
Nessuna veglia d'armi, nessun diploma o emblema: bastava fare
semplicemente, come faceva _Mrs._ Evelyne con molta grazia e pratica,
cioè mettere in movimento il massimo degli accumulatori umani —
accumulatore non contemplato nei testi di fisica: l'oro! e siccome l'oro
è pesante e ingombrante, esibire volta a volta alcuni esilissimi
foglietti di carta.
L'umanità che vive nei cupi sotterranei del lavoro e che mette in moto
tutta questa splendente macchina di piacere e di bellezza, ha qualche
volta delle convulsioni di ribellione e di odio.
Ma i Re anonimi, i Re inafferrabili dell'oro ridono, come potrebbe
ridere il micròbo a chi lo inseguisse con la spada. Buttano alquanto più
di oro nella bolgia sotterranea.
E l'oro, cadendo, stride e ride come olio su le fiamme.
L'umanità incatenata bestemmia, odia più e più, e lavora più che mai per
dar libertà e agevolezza di moto a questi pochi felici.
E l'oro, per fatal legge, ritorna nelle mani d'onde era partito!
Per qualche tempo a Nadina soccorse la memoria di questa _umile_ Italia
lontana, della sua stanzetta dove il ritratto del babbo pendeva dalla
parete, e le labbra di lui dicevano: «brava Nadina!»
Poi un po' per volta queste imagini perdettero di forza e finì per
trovar bello, anzi magnifico, trionfale quel genere di vita sempre in
moto, ma un moto che si compiva così dolcemente come quello di una cuna
che ninna o si muove sui tappeti silenziosi.
Avea appreso anch'ella a spregiare il minuscolo pane plebeo delle
vertiginose abbaglianti mense, a trovar logici i costumi esotici, a
trovar supremamente belli i pranzi ne' grandi alberghi, ne' suntuosi
piroscafi tra fasci di luce, scintillar di brillanti, spalle ignude.
Oh, semplici e lieti pini dell'Italia lontana, come eravate lontani
oramai dal cuore di Nadina!
Aveva finito per trovar naturale quello strano amalgama di audace e di
cauto, di inverecondo e di correttissimo che era nei costumi di quella
gente eterogenea. Eterogenea ed eteroclita, eppure uguale e alla pari.
Non dite che l'uguaglianza l'ha creata Prudhomme, che l'internazionale è
figlia della mente di Carlo Marx!
In quella gran vita che Nadina viveva, tutti erano uguali,
internazionali, cosmopoliti.
Il re delle carni porcine si trovava gomito a gomito alle splendenti
mense col re della Borsa e del tappeto verde. I brillanti della gran
mondana scintillavano all'unisono coi brillanti della _lady_
aristocraticissima.
Il fumo della sigaretta dell'avventuriero si intrecciava nella stessa
sala con le spire della sigaretta dell'erede di un trono.
La _politesse_, la suprema delle virtù, uguagliava e amalgamava quel
mondo eteroclito.
E così pure Nadina non provava più disgusto alle letture che doveva fare
a _Mrs._ Evelyne. Le subiva.
Letture bizzarre appartenenti ad un'arte così diversa da quella del
piccolo Petrarca che aveva portato con sè, letture di cui la strana
donna meravigliosamente si compiaceva. E a Nadina conveniva leggere!
Una sete insaziabile di godimento possedeva _Mrs._ Evelyne. Un
bell'abito, un bel colpo d'occhio, un bel gesto, uno scandalo del gran
mondo, un avvenimento fuor del normale la eccitavano come un liquore
prezioso. I casi più miserandi della vita erano da lei riguardati con
calma addirittura ieratica. Capace di profondere oro per un capriccio
puerile, incapace di spendere un centesimo per asciugare una lagrima.
In quella febbre di sensazioni anormali trovava nei libri il massimo
eccitamento. Una mostruosa passione la commoveva sino alle lagrime: gli
affetti comuni e santi la lasciavano indifferente. «Saltate — diceva
alla sua leggitrice — questi sentimentalismi europei». Ella, insomma,
apparteneva naturalmente a quel gran publico per cui esteti e psicologi
si affaticano ad elaborare la loro mostruosa arte novella.
No, Nadina non poteva essere così! E nel non essere più quello che era e
nel non poter divenire ciò che era _Mrs._ Evelyne consisteva il suo
martirio segreto.
Ma sempre e dovunque Nadina si trovasse, e nel vestire e negli atti,
faceva capire quale era la sua condizione: ella era e voleva essere
domestica, dama di compagnia, nulla più.
Ciò indispettiva la dama. — Fra noi va bene — costei dicea — ma davanti
al publico fate male: voi avete graziosissimi abiti, ma non avete
_toilettes_. Permettete che ve ne acquisti.
Nadina rifiutò sempre questa offerta.
— Non parete nè meno giovane italiana — concludeva _Mrs._ Evelyne.
***
Era il tempo in cui Amore, il buon statuario, ha compito l'opera sua.
Era il tempo che la donna sente il bisogno di far sè devota e sottomessa
all'imperio dell'uomo.
Se ciò non avviene cadono in breve le corolle della bellezza, chè questa
è la legge del buon statuario.
Ma vi era qualcosa per cui Nadina era invincibile e si irrigidiva.
Se una parola ardente di amore fosse in quel tempo caduta su lei, ella
sentiva che si sarebbe trovata miseramente indifesa.
Ma quella gente non amava. Tutte le sensazioni erano a loro possibili,
non l'Amore!
No! Mai nessuna parola d'amore, nessuna dolce, timida, cara parola
fremente, ma sempre quegli occhi dei re dell'oro fissi invariabilmente
su lei come a dire: «Vostro prezzo, _miss_, _mademoiselle_, _fräulein_?»
secondo i casi.
Oh, l'ossequio, la cerimonia, la _politesse_!
Un manto di ermellino intatto, ma quegli occhi grifagni e freddi
dicevano pur sempre «Vostro prezzo?» E ciò la irrigidiva.
***
Questa vita vertiginosa durò tutto l'inverno.
Quando venne l'aprile _Mrs._ Evelyne trasportò le sue tende a Parigi.
Legata come era alla dama, vi conveniva condurre la vita che a lei
piaceva e conoscere quello che ella gradiva di conoscere.
La mattina, in giro pei gran magazzini a provar vestiti e a fare
acquisti: dopo colazione la solita passeggiata ai Campi Elisi o al Bosco
di _Boulogne_ o talora alle Corse o visite a famiglie della colonia
americana: la sera al teatro e, di solito, alla _Comédie Française_.
Gran vita signorile insomma che colse Nadina in un periodo in cui
l'anima sua era presso che annientata, la molla della volontà, infranta.
_Mrs._ Evelyne invece era nel suo centro, nel colmo della sua gaiezza;
Nadina vinta da una melanconia senza nome.
— Cosa avete, amica mia? — domandava talora la dama — la vita di Parigi
vi annoia? — e cercava di distrarla quanto più poteva.
Un brivido, uno sconforto senza nome dominavano Nadina nel trovarsi al
contatto di quella enorme fiumana elegante, mentre la carrozza
s'incrociava, fendeva, vi s'aggirava per entro: dentro le fiamme di un
alito caldo, che non era quello del sole!
Ed era sopratutto oggetto del suo stupore quell'immane accozzaglia di
donne, splendenti di rara bellezza, adorne de' più strani abbigliamenti;
erano le deturpazioni provocanti del trucco, l'abbagliante scintillio di
tanto oro e di tanto orpello sotto quel bel sole di maggio; era quella
ridda infernale dei colori più strani, quegli atteggiamenti provocanti e
decorosi nel tempo stesso che offendevano voluttuosamente la sua vista,
sconvolgevano la sua mente, annichilivano il suo essere. E con gli occhi
incantati guardava ma non vedeva.
Chi erano quelle donne? L'Idolo. Perchè cercare o scoprire chi fossero:
la virtù o la colpa? il Bene o il Male? Era l'immane Idolo.
Cercava Nadina, con un ultimo sforzo, di frugare in fondo al suo animo
per ritrovarvi qualcosa di buono, di santo, di antico. Nulla! Tutto era
svanito, come un aroma prezioso di cui si è obliato di otturare il
coperchio.
E l'obbligo di rispondere al cicaleccio della compagna! La gran dama e
la gran mondana ottenevano da _Mrs._ Evelyne il medesimo tributo di
_oh!_ ammirativi.
Le une e le altre formavano una cronaca di vario ma non dispari
interesse: cronaca splendente al sole, che non offendeva più.
Ma di ciò che passava nell'animo di Nadina nulla balenò o comprese, nè
poteva ella comprendere.
Tutto al più osservava che era molto pallida: che gli uomini la
guardavano molto: che l'avrebbero guardata di più se avesse ceduto alle
sue esortazioni di vestire qualche abito più appariscente.
In altri tempi e in altre circostanze queste parole avrebbero provocato
lo sdegno di Nadina; ora non più! La molla dello sdegno era spezzata, e
poi la dama non avrebbe compreso il suo sdegno, e poi le parole di lei
erano senza intenzione, corrette, nel modo stesso che la sua vita
esteriore era di una correttezza compiuta: nulla che non fosse conforme
a dama e a gran dama ella aveva notato nella vita di _Mrs._ Evelyne, e
l'altezza delle relazioni che costei aveva in Parigi la confermava in
questo pensiero e le acquistava prestigio. Di che dunque sdegnarsi?
Ma nei pochi momenti di raccoglimento nella sua stanza d'albergo,
maggiore era il pallore, più orribile il vuoto.
E non solamente la voce della coscienza non reagiva più, ma quella vita
febbrile e pazza le parve un po' per volta la vera vita: necessari e
belli le parvero quei riti del lusso, e con terrore pensava che domani
quelle mille futili e preziose cose sarebbero per lei state altrettanti
bisogni.
Sapeva che fra poco avrebbe dovuto riprendere la vita umile, laboriosa,
parsimoniosa di prima, e non se ne sentiva più la forza.
Anzi la vita insino allora condotta, virtuosa ed attiva, le parve una
vita sciupata.
Sì, vita sciupata!
***
Fu in cotale stato dell'animo che _Mrs._ Evelyne disse a Nadina che
quella sera si sarebbe andati _au Gymnase_.
Cleo de Merode, l'_étoile belge_, questa splendida incarnazione della
bellezza muliebre, vi si produceva per una delle ultime sere.
Il _Gil Blas_ ne faceva una descrizione meravigliosamente estetica,
piena di affascinanti particolari.
Nadina protestò debolmente. Non le pareva conveniente che due signore
sole andassero ad una rappresentazione del _demi-monde_, e tentò di
dissuadere la signora.
Ma ella rispose con un americano e imperioso _io so_ che, tradotto,
voleva dire: _io conosco l'ambiente e non voglio osservazioni!_
Quella sera Nadina attendeva su di una poltroncina, presso il _bureau_
dell'Albergo, che _madame_ finisse una delle sue interminabili
toilettes.
Fissava, fra i molti giornali, il _Gil Blas_ che portava lo schizzo
della donna che in quei giorni affascinava Parigi.
Avventure di re, fiamme di brillanti turbinavano davanti agli occhi
della fanciulla.
E attendendo e guardando, questi versi di un poeta italiano le si
fissarono davanti:
Per quella notte don Petro a corte
Non ospitò
E il giorno dopo, cangiando sorte,
Di Spagna al trono Pachita andò.
— Voi andate questa sera _au Gymnase_, _mademoiselle_? — disse una voce
dietro di lei.
— Oh, no! — rispose Nadina arrossendo, — noi andiamo questa sera, come
il solito, alla _Comédie Française_, almeno io credo.
— Ah! _Madame_ mi avea assicurato il contrario.
Chi aveva interrogato così era un giovane e bellissimo signore, col
quale già aveva fatto il viaggio da Alessandria a Marsiglia. Si era
legato di amicizia con _Mrs._ Evelyne, anzi vantavano ragioni di
reciproca conoscenza e parentele comuni.
Nessuno più discreto e perfetto gentiluomo di costui, ma di nessuno gli
occhi avevano chiesto con maggior insistenza: «Insomma, quanto volete?»
Ventura od elezione avevano fatto trovare costui nel medesimo Hôtel dove
erano le due donne in Parigi.
L'ossequio del signore era tale che non si poteva essere con lui
scortese.
In quella scintillò e strascicò giù per la scalea l'abito di _Mrs._
Evelyne.
La carrozza era pronta.
In sul salire Nadina tentò un'ultima volta:
— Non si va proprio alla _Comédie_?
— Avere detto andare _au Gymnase_ — rispose la dama e in tuono così
esplicativo che voleva significare: «io pago e voi dovete seguirmi».
— _Vous verrez_ — diceva Mrs. Evelyne frattanto in tuono più dolce —
_elle est toute couverte de pierreries_. Galleria degli Uffici a
_Florence_ valere meno, oh molto!
Nadina non rispose: non avrebbe mai voluto arrivare _au Gymnase_, e
invece il trotto dei cavalli quella sera era più rapido che mai. Dai
tigli dei _boulevards_ vaporava un caldo profumo di primavera.
I suoi pennelli, la sua arte! Oh, miseria delle miserie! quando avrebbe
ella mai guadagnato altrettanto, pur lavorando tutta la vita? quando un
raggio di gloria avrebbe cinto la sua fronte come quella che splendeva
intorno al nome di Cleo de Merode?
Oh, miseria delle miserie!
Entrarono in un palchetto di primo ordine.
Bastò un'occhiata a Nadina per comprendere il luogo dove era piombata:
_Mrs._ Evelyne stessa parve a disagio e sfuggiva l'occhio della
fanciulla che nettamente la interrogava: «Signora, perchè avete voluto
condurmi qui?»
Evidentemente quell'«io so» era stato pronunciato con troppa fretta; e
quella platea splendente, zeppa, magnifica di cortigiane autentiche,
osservate nella libera manifestazione dell'arte propria e in casa
propria per giunta, offendevano il decoro anglo-sassone di _Mrs._
Evelyne: il color di carota del suo volto assunse una tinta pavonazza:
soffocava di bile.
Non di bile, ma di ultime fiamme si accese invece il volto di Nadina; e
per il pudore di parer pudica tra quella impudicizia trionfale che la
serrava da ogni lato, teneva gli occhi sul programma dello spettacolo,
quando uno scoppio di applausi, spontaneo, fragoroso, unanime le fece
levar la fronte.
Una prima cantatrice era apparsa, poi una seconda, poi un'altra ancora.
E allora un fatto strano si compì in Nadina.
Quell'applauso solenne, interminabile, da fare invidia alla persona più
grande della terra, quel bianco scintillare di nudità e di brillanti, il
raccoglimento religioso di quella folla parvero a Nadina come la
celebrazione di un rito: anzi del grande antico rito. Quello che prima
era sembrato mancanza di rispetto a se stessa, diventò quasi omaggio
reso a se stessa.
Breve la lotta tra l'ammirazione e lo sdegno: poi soggiogata, vinta,
incatenata al suo posto, con un fermento del sangue entro il corpo
immobile, fissò quelle splendenti femine, quasi serafiche e quasi beate
nella impudicizia sicura. Poi più nulla, poi null'altro che un'ansia che
il sipario si levasse ancora, un'avidità angosciosa di udire, di vedere
sempre di più: quando uno scroscio di nuovi applausi la scosse.
Salutavano Cleo de Merode.
Fra lo scintillio dei brillanti di cui era coperta, quasi vestita come
le imagini miracolose dei santuari, feriva uno scintillio più forte:
quello de' suoi occhi.
E intanto l'applauso, fragoroso, cresceva; saliva sino al delirio. Un
fremito, una febbre scuoteva il teatro. Inabissare parea dovesse il
teatro: uomini e donne lanciavano fiori, parole, grida: e lei,
ieraticamente composta, sorrideva a pena, e danzava.
Sorriso della vita, incarnazione della vera vita parve a Nadina la
meravigliosa femina.
Un'ombra proiettava su quella luce, ed era la sua esistenza umile e
occulta: e Nadina la maledisse nel cuore e sorrise a quella luce e a
quel trionfo: l'una palma della mano cadde sull'altra, inconsciamente.
Applaudì!
Era scomparsa Cleo de Merode: qualcosa di nuovo avveniva sulla scena,
qualcosa che Nadina non ben comprese: fissava e non comprendeva.
Ma uno scoppiare intorno a lei di risa; di lascive, di sguaiate risa la
fecero avvertita di quel che accadeva.
Guardò a torno, e vide la scena rispecchiarsi nel volto di tutte e di
tutti: ella solo non rideva, riguardò per un attimo il palcoscenico, e
comprese.
Una mima eseguiva laidamente una scena di ciò che «in camera si puote».
L'incanto fu rotto. Come nelle fole, il castello magico sfumava, la fata
si trasformava in serpe e in orrida strega. Non rito, non amore, non
sogno! Commercio anche qui: scienza del dare e dell'avere: domanda ed
offerta. Quanto valete, _miss_, _mademoiselle_, _fräulein_? Dite vostro
prezzo! E la nausea montò alla gola della fanciulla.
Nadina scattò in piedi: guardò nell'interno del palco. Vide _Mrs._
Evelyne pure in piedi e il cameriere che posava il mantello sulle spalle
di lei.
— Questo è _shocking_ — disse _Mrs._ Evelyne che qualche cosa doveva pur
dire.
Nadina non rispose; e in quel punto un più nutrito scoppiar di risa,
risa ironiche, sarcastiche si levò: balenarono volti, occhi, piume,
gioielli, volgendosi dalla lor parte.
Salutavano la fuga delle due donne.
Nell'atrio un uomo attendeva calmo, sorridente.
Era il giovane signore americano.
— Oh, _shocking_! — ripetè a costui la dama, facendo un gesto di orrore.
Il giovane rispose con un sorriso.
Ma Nadina non disse nulla: gli occhi di lui, pur nell'inchino, pur
nell'atto servile di aprire lo sportello della vettura, erano fissi su
lei, audacemente fissi, ed ella li senti penetrare come pugnali con
questa domanda: «Dunque?»
***
— Voi siete molto pallida, mia cara ragazza — disse _Mrs._ Evelyne
quando la vide comparire al mattino seguente — ma permettete che ve lo
dica: quel pallore e quell'aria truce da giustiziera vi danno un fascino
irresistibile. Ah! se fossi nata uomo non so quali follie avrei commesse
in vostro onore! (questo insieme all'altro «voi non sembrate nè meno
italiana» erano le due supreme espressioni di lode che _Mrs._ Evelyne
rivolgeva a Nadina — ambedue non bene accolte). Se non vi dispiace,
affrettatevi. Ho dato appuntamento alle undici da _Pasquin_. (Si
trattava di uno sfarzosissimo abito in grande scollato che Mrs. Evelyne
aveva commesso per una serata di gran ricevimento in casa di una
famiglia americana).
Nadina era ben pallida! E in verità solo al mattino aveva velato le
pupille. Un senso di nausea avea tenuto agitate le belle membra per
tutta la notte tra le insonni coltri. Nausea non per le imagini impure
viste la sera. «Impure?» parevano domandare brutalmente gli occhi
grifagni dell'uomo, «ma a quale altro ufficio vi ha consacrate Natura
quando rivestì di tanto fascino e di tanta bianchezza, di tanta deità le
carni miserabili destinate — ultimo tributo fatale — alla terra?»
Miserabili ipocrisie!
Nausea materiale piuttosto, nausea strana di quella vita artificiosa in
cui da mesi era trascinata, nausea presso a poco consimile a quella
provocata dai cibi che le erano ammaniti sulle splendenti mense, cibi
irriconoscibili, disfatti, putrefatti in salse eccitanti, che lasciavano
inerte il dente e lo stomaco: nausea per quegli uomini tuffati, sommersi
in una gelatina di convenzioni, di cerimonie, di lascivia insieme, senza
mai uno scoppio di passione, senza che un grido d'amore redimesse o
compensasse quel orribile, nauseabondo, continuo «quanto valete?».
Nausea sopratutto di sè, che pur ripudiando tutto il suo passato di
semplicità, di modestia e di lavoro, non avea il coraggio di tuffarsi
nel vortice di quella vita che da mesi e mesi le faceva irresistibile
invito: nausea del languore e del torpore che la possedeva come un lento
e voluttuoso narcotico.
***
Nadina era abituata a far la mula del medico durante le lunghe attese
ne' gran magazzini di mode, e talvolta attendendo o rispondendo
distrattamente alle domande di _Mrs._ Evelyne, che la consultava sulla
scelta de' colori e degli ornamenti degli abiti, scorreva quel suo
piccolo Petrarca. Erano le melodiose dolci parole italiche come un
richiamo, come un'evocazione che le risvegliava, per effetto dei suoni,
il pensiero, l'anima, il colore e il paesaggio d'Italia. Oh, quale voce
di inesausta trionfale passione si sprigionava dal riposato, mortificato
e sacro verso d'amore di quell'antico e meraviglioso poeta!
Ma Nadina in quel luminoso mattino, mentre il sole faceva scintillare
tutte le meraviglie lucenti e preziose, e gli specchi di una riposta
saletta di prova, sedeva inerte ed attonita, senza più pensiero.
Venne la commessa che depose sul tavolo la gran veste, con il rispetto
degli arredi sacri. Le sete, le trine, i merletti risuonarono nel posare
come metalli preziosi.
Con la commessa si accompagnava una di quelle mute e statuarie creature
che sono denominate _mannequins_, pupe o fantocci, perchè servono per la
prova delle vesti.
Costei già si accingeva a svestirsi, quando _Mrs._ Evelyne, rivolta a
Nadina, disse:
— Vi dispiacerebbe, ragazza mia, di provare voi questa _toilette_? la
vostra persona mi pare più adatta.
Quelle parole tolsero la giovane dal suo torpore.
Si levò e si appressò allo specchio docilmente.
Le due commesse allora si accinsero a toglierle gli abiti che a' suoi
piedi, come antiche spoglie, cadevano l'una dopo l'altra.
E allora l'abito fu sovraposto alle carni con la solennità di una
vestizione o di una consacrazione: per un po' le mani delle giovani
attesero, posando, adattando; poi si scostarono pianamente, in silenzio
per contemplare.
Lievi gridi di ammirazione sorgevano accanto a Nadina.
Passò qualche istante.
Un lampo passò folgorando negli occhi di Nadina.
Aveva visto sè trasfigurata, rinnovata, rinata nella grande specchiera,
più grande e, più che bella, terribile quasi in quel grande scollato,
con quell'enorme strascico che la ingigantiva sollevandola quasi, come
sopra un altare. Un sorriso le germogliava sul labbro.
Sorrideva, dunque!
Era l'anima nuova, di dentro, che rideva: era la calma per l'equilibrio
che si veniva alfine formando tra questa anima nuova e il mondo
circostante: era il piacere per la fine dell'angoscioso dissidio che
durava da mesi: era il bagliore del suo nudo seno, proteso allo
specchio, che le ricordava le carni ignude della sera prima, premiate
dal mondo con una cappa di diamanti: era la fine della dolorosa
coscienza antica, il principio della coscienza nuova. Era il piacere del
rinascere!
_Mrs._ Evelyne, l'esperta, aveva ragione: occorreva a Nadina una vesta
nuova, un nuovo involucro! E _Mrs._ Evelyne spiava intanto con occhio
attento il succedersi di quei sentimenti sul volto della fanciulla, come
il medico scruta nell'ammalato gli effetti del male. Quando il sorriso
apparve spiegato, disse:
— Quest'abito è per voi, Nadina! — giacchè quel sorriso voleva altresì
significare come risposta anticipata all'offerta: «sì, grazie, signora,
accetto».
***
Ma questa risposta non venne!
Uno strano cambiamento avvenne:
Un — No! — di paura e di angoscia risuonò nella saletta di prova.
E gli specchi rifletterono quell'angoscia e quella paura: e gli specchi
rifletterono le due commesse che accorrevano pronte a difendere la
meravigliosa veste perchè le mani di Nadina non la sgualcissero. Con
mani febbricitanti, convulse, cercava di togliersela di dosso.
— Ma perchè? ma cos'è questo? — chiese stupefatta a tal mutamento
improvviso _Mrs._ Evelyne.
— No! — urlò Nadina.
— Ma vi sta benissimo — insinuò la dama.
— Deliziosamente — dissero in coro le due commesse con voce accorata.
— No!
— Ma voi allora siete impazzita! — concluse _Mrs._ Evelyne.
— No!
Questo era avvenuto: Gli occhi di Nadina, volgendosi da quell'estatica
contemplazione, avevano scorto, reietto, buttato in un canto del
tappeto, da lei stessa buttato in un canto, il suo abitino nero che
portava sempre e, presso, il piccolo Petrarca.
Era l'involucro dell'anima sua, era l'anima sua!
E allora l'anima che doveva morire in Nadina, aveva supplicato: «no! non
farmi morire, fammi amare, fammi vivere nella purità a nella luce del
sole!»
Si chinò, raccolse quelle lievi vesti reiette che si stringevano in un
pugno; raccolse quel piccolo libro, ignoto a quelle genti barbariche,
ove tanta gentilezza antica, ove tanto adorno splendore di cieli e di
terre si raccoglieva, e tutto strinse in grembo, e se ne coperse il
seno.
Ne sentì il tepore, ne sentì la carezza, sentì una voce lontana che
partiva da una tomba: «brava Nadina!»
E non resse più, si piegò su di sè, sul divano, nascondendo fra le mani
la testa.
— Piange? — si chiedevano le commesse.
E _Mrs._ Evelyne disse sdegnata:
— È una fanciulla italiana: tutte le fanciulle italiane sono così, molto
sentimentali.
***
I signori portalettere assicurano che l'uomo più ragguardevole di una
città è colui che riceve maggior quantità di corrispondenza.
Ora l'uomo dai sandali doveva essere pochissimo ragguardevole perchè la
sua corrispondenza era così rara che il signor portalettere ignorava
persino la sua esistenza.
Grave, quando i portalettere ignorano l'esistenza di una persona! Ciò
vuol dire che l'uomo non è più allacciato alla vita!
Ma un giorno, sul finire del dolce maggio giunse all'uomo dai sandali
una lettera incognita con un suggello straniero.
Da molto tempo l'uomo dai sandali domandava a sè stesso che ne faceva
oramai della sua vita. Nulla! era la risposta.
Ma poichè ebbe scorsa quella ignota lettera, le fiamme della vita furono
per nuovo alimento in lui riaccese. Le pupille ritrovarono le lagrime,
le membra benedirono e invocarono la forza.
Nadina scriveva all'amico lontano e obliato.
***
Un uomo percorreva nella notte e nel furore di un treno diretto la lunga
strada che dall'Italia a Parigi conduce.
Era l'uomo dai sandali francescani a cui Nadina chiedeva, a grande voce,
disperatamente soccorso.