Nella famiglia di Nadina, dopo la morte del padre, la colazione del
mezzodì venne un po' per volta a confondersi nel caffè e latte
mattutino, ma il decoro degli abiti non subì modificazioni visibili.
Il fruttivendolo dimenticò di portare il solito cestello di frutta; ma
il grazioso appartamentino che abitavano, vivo il padre, non fu
sostituito con altro di minor prezzo.
Mancò il vino in cantina, ma non mancò una tazza di tè per le amiche.
Con questi umili espedienti fu conservato il decoro esteriore: la qual
cosa pareva alla vedova quasi un dovere verso la memoria di quel povero
morto, così laborioso, così felice tra i suoi figliuoli, e portato via
così presto!
Ma le risorse del capitale erano pochine davvero: un rivoletto sottile e
intermittente, un lucignolo che vive perchè non muore: fosse almeno
bastato finchè i figliuoli avessero avuto un posto, e prima di tutti
Nadina! Perchè molte erano le speranze in Nadina.
La mamma, volgendosi indietro — se ella pure fosse mancata — vedeva
Nadina: i fratellini, guardando avanti, prima della mamma vedevano
Nadina.
— Guai se il babbo, in paradiso, sa che tu non sei stato buono, Giulio!
che tu, Rina, non hai fatto il compito, che tu, Righetto, non ti sei
lavata bene la faccia! — così ammoniva Nadina: ma non c'era bisogno di
ammonimenti. Erano così buoni quei tre cari, così pietosi con quegli
abitini neri! Il babbo? Un nome, un simbolo oramai per loro, avvertito
prima dall'abito nero, poi dal crespo nero al braccio che durò assai
tempo, e — talora — da una carezza della maestra che diceva:
— Poveri piccini!
Lo stomaco, tuttavia, avvertì una maggior dose di polenta e di fagiuoli
in luogo della frutta e dei dolci di una volta: ma lo stomaco quando il
cuore non palpita e la pupilla non lagrima è un organo che trova in sè
facili compensazioni.
Non così Nadina: non per effetto della polenta e de' fagiuoli, ma perchè
pensando al padre l'occhio avrebbe lagrimato spesso se non si fosse
fatta forza nell'animo.
Ma la forza spesso non bastava e cadevano le lagrime silenziose.
Tutte, dunque, le speranze erano in lei, in Nadina, e speranze fondate!
Nadina parlava spedito il francese, scriveva con sicurezza e con garbo,
apprendeva con facilità, disegnava benissimo. Sapeva inoltre
egregiamente tagliare e cucire, fare un rammendo, un ricamo, e — virtù
che le giovanette vanno perdendo di giorno in giorno — non disdegnava
sorvegliare i fornelli e con la cura dar sapore alle povere vivande e
variarle con arte. E benchè ella avesse un naturale talento per il bello
e per lo studio, pur tuttavia un dolce istinto muliebre la conduceva
spesso in un angolo caro per raccogliersi e lavorar d'ago, poichè
attorno a lei la stanzetta, da lei rassettata, splendea.
«Brava la mia Nadina!» diceva il ritratto del povero morto.
E gli occhi di Nadina non lagrimavano perchè era forte e fiera, ma il
piccolo vivo cuore, entro il petto di palpitante alabastro, mandava un
guizzo d'amore.
Nadina inoltre era bella.
Ella era allieva dell'ultima classe magistrale.
E se la signora professoressa di disegno che aveva studiato estetica e
anatomia, e se la signora professoressa di pedagogia che aveva studiato
psicologia e fisiologia, e se la signora professoressa di ginnastica che
aveva studiato anche lei qualche cosa in proposito si accordavano
nell'affermare che Nadina era bella — anzi una bellezza — bisogna
proprio credere che fosse tale veramente giacchè non è facile trovare
tre donne d'accordo sul valore di un'altra donna.
Testa classica su di un collo ammirevole! Amore — il buon statuario —
attendeva di dare luce e grazia a quel volto, fascino e risalto femineo
a quella persona ancora di snello efebo.
Giacchè la pubertà, da poco fiorita, essendosi — come vento con vento
contrario — abbattuta nel dolore, splendeva a pena nelle grandi pupille
sotto la fronte sottile.
Tutto al più la signora professoressa di italiano correggeva il giudizio
delle colleghe dicendo:
— Sì, ma una bellezza fredda! glaciale! insensibile! Non lo si vede dai
compiti?
Ora bisogna sapere, a giustificazione di Nadina, che quella signora
professoressa di italiano era un'ardente seguace della scuola estetica:
tanto più ardente in quanto che era in ritardo; e i preziosi anelli, gli
amuleti, le pietre, gli argenti che portava al collo, alla vita, alle
dita; i preziosi aggettivi, le rare parole di cui costellava il suo
dire; le supreme delicatezze, le audacie e i pudori non bastavano più a
renderla estetica. Ella, poveretta, si sforzava a veder simboli,
figurazioni, reconditi sensi e riposti colori in ogni cosa più semplice:
un frutto era per lei un omaggio religioso della Terra: il tovagliolo
della mensa si trasfigurava spesso in un Altare: bere un bicchier di
latte simboleggiava un olocausto alla Purità.
Il modo di allacciare le scarpe, di modellare il taglio dell'unghia
aveano un profondo significato per questa infelice. Ed era così commossa
di questa sua penetrazione sensibile nell'anima delle cose che, se anche
non sveniva, parlava sempre come persona che sta per svenire.
— Non vedete? non intendete voi tutto codesto che non appare, ragazze
mie? — diceva alle scolare. — E quelle povere ragazze si dovevano
sforzare a vedere tutto codesto.
Nadina era quella che ci vedeva meno. Per Nadina un tramonto melanconico
di settembre era semplicemente un tramonto, ma per la professoressa era
invece «un lento dilagare di luce tranquilla, di colori blandi
evanescenti, di fluttuanti penombre morbide, indugianti nel pigro
crepuscolo vesperale».
Ma anche senza pietre, senza simboli, senza anelli, senza aggettivazioni
Nadina era estetica.
La egregia professoressa si faceva mangiare molto del suo stipendio
dalla sarta e trottava tutto il giorno e si sfiatava per la cuffiaia e
pel mercante di mode. Ma non riusciva a vestire come Nadina.
— Chi è la sua sarta? la sua cuffiaia, signorina? mi dica!
— Non lo so, signora, fa la mamma!
***
Il tempo passava dolcemente per Nadina, in quel dolce salire al vertice
dei venti anni, senza impazienza, senza risvegli, senza passione.
— Che cosa ne farò, signora, di questa mia figliuola, adesso che ha il
diploma? — domandò un giorno la madre alla Direttrice della scuola, che
era una savia signora — la maestrina? la commessa di negozio? o la farò
andare avanti negli studi?
— La commessa intanto no, cara signora; troppi pericoli, troppe
tentazioni, e poi una vita falsa per la donna. La maestra in campagna?
Ma chi è abituata in città mal vi si adatta. Ecco, tenti i concorsi del
Comune e intanto la faccia studiare. So che ha molta disposizione per il
disegno. Segua l'inclinazione, la mandi all'Accademia: dopo potrà
aspirare ad un posto più conveniente; e poi creda, la sua signorina
troverà di meglio prima ancora di avere il diploma. Così consigliò la
buona Direttrice.
Nadina esultò dalla gioia quando seppe la decisione materna. Studiar
pittura! Era il suo sogno segreto, la sua cara ambizione.
Per quattro anni visse felice all'Accademia, nella cara dimestichezza
dei maestri, delle liete compagne, dei condiscepoli sciamannati e
chiassosi.
Ma l'Aspettato non venne.
Vero è che ella non lo cercò nè lo attese: gli stessi condiscepoli
avevano per lei un rispetto superiore a quello che si potesse
richiedere. Quei poveri ragazzi le cui vanterie e le cui conquiste erano
di un'audacia incredibile, al passaggio di Nadina si toglievano la pipa
e salutavano abbassando l'ala dei gran cappellacci all'artista che sono
una specie di anticipazione sulla futura gloria dell'arte.
Quanto bene volevano alla loro avvenente e signorile compagna! quanta
festa il giorno in cui il professore di plastica volle modellare la
bella mano di lei!
Ma chi avrebbe osato farle la corte sul serio? chi rivolgerle una parola
d'amore? E ben sapevano che ella si occupava di amore! Un libriccino,
legato con antico cuoio, che ella leggeva talvolta da sola negli
ambulatori, era stato scoperto: «Le rime di Messer Francesco Petrarca»:
vecchio libro di casa, testimone di antiche gioie spirituali per qualche
antenato della sua famiglia.
Ma chi di quei poveri figliuoli, spesso in litigio crudele con lo
stomaco, avrebbe a quella pura a quella sicura vergine rivolto la parola
sublime? L'amavano tutti insieme. Ella dominava quella venerazione e
sentiva un'ebra lietezza nell'essere donna. Conobbe in quel tempo
rinomati artisti, ebbe dimestichezza con qualche canuto signore
dell'arte e del pensiero, ma da pari a pari, perchè l'aureola della
fiammeggiante e virtuosa bellezza era corona di nobiltà non inferiore
alla gloria.
***
I dolori vennero poi quando ella, già donna, dovette lasciare
l'accademia e guadagnarsi la vita. Quelle poche volte che si recò da
personaggi autorevoli per commendatizie e favori ne uscì disgustata e in
rivolta.
Gli occhi avidi la percorrevano tutta, scrutandola come per cercare
qualcosa che in lei fosse e non era, come per dire: «così bella e
cercate un posto da poco rame?» e non v'era offesa in queste parole: era
giusta meraviglia per il tesoro della non comune bellezza, cui Amore, il
buon statuario, già dava visibili rilievi.
Benchè vestisse con molta semplicità, tuttavia la sua persona avea
bisogno di alcune rare finezze: era inutile per lei il monile d'oro, il
profumo, la penna d'oriente; non inutile il guanto squisito, non inutili
i puri lini costosi.
E quella finitezza aristocratica del vestire avea parvenza di gran
dispendio e faceva dire alla gente: «Così riccamente vestita e cercate
un ufficio di poco rame?»
Ebbe tuttavia qualche scuola, qualche commissione di ritratti e di
quadri e qualche guadagno ne ritraeva, ma la sua femminilità domandava —
non sapea ella come — maggior servitù e dispendio, quasi come un nume
che si imponesse entro di lei e a cui ella stessa dovea rendere omaggio.
Conveniva cioè pagare l'opera d'Amore, il gran statuario, che al suo
servigio destina la bellezza muliebre.
S'accorgeva inoltre Nadina che il sogno dell'arte che sui diciotto anni
pareva facile, era invece difficile cosa e lontana. Così la montagna
pare di agevole ascesa quando è vista da lungi e, quando vi si è per
entro, atterisce e conturba.
Teste di bimbi, ritratti di donne, adorne tele, sì, il pennello di lei
compiva con precisa eleganza, ma dare anima ai fantasmi del bello,
impossibile!
Nadina lo sentiva, e il pennello cadea con tristezza dalla mano.
Il pennello dicea: «Fibra virile e di titano la mia arte strugge e pur
domanda, o fanciulla!»
Dicea lo specchio: «Non te ne avvedi? L'arte e la bellezza sei tu! Due
cose esser non puoi per la contraddizione che nol concede».
Talora un languore molle la possedeva e la tenea trasognata nel suo
studiolo a rammendare con sottile arte un suo guanto, un suo indumento,
a togliere una macchia dalle sue vesti.
«Povera figliuola!» diceva l'effigie del babbo.
***
— Mamma — disse un giorno Nadina — se questo ritratto lo pagheranno bene
sai che faremo? Andremo al mare, in qualche stazione modesta e di poca
spesa: anche lì dipingerò, farò degli studi dal vero. Una sposina vuole
ornare il suo salotto e accolse la mia proposta di due marine. Ma più
che altri è il medico che domanda per questi ragazzi un poco d'aria e di
sole. E un po' di sole, un po' di viaggio anche per me dopo tanto
inverno!
***
Fu così che in quell'estate la famiglia di Nadina si recò al mare.
Si recò in una spiaggia ignota non che ai manifesti ed ai _Baedekers_,
ma finanche alla comune geografia.
È un villaggio di pescatori in su le gran dune del mare.
Per due o tre ville signorili, vi sono cinquanta o sessanta casette o
meglio capanne con tanto ordine disposte che sembrano piovute dal cielo
su quella spiaggia; di ciò solo accorte, cioè di non cadere l'una
sull'altra: nessuna in fatti sale più in alto di un piano terreno.
Quando vien la state, i pescatori intonacano quelle loro casette, le
scopano, vi aggiungono un letto, una tavola, due sedie, alcuna
suppellettile. Così affittano pel luglio e per l'agosto. Essi poi
dormono o nelle loro barche o in certe capannette di _brulla_ e di
cannucce, o mandano l'asino a serenare e ne usurpano il posto. Ma se
misero è il luogo, grande è il sole, e, stillante tuttavia delle azzurre
acque del mare, batte in sull'aurora la diana alle chiuse imposte delle
capanne. Piccole betùlle, civettuole e canore, crescono liete: i
tamarischi pallidi e salsi, fanno sottili siepi e qualcuno ne cresce
arboreo, anzi gigantesco per la natura dell'umile pianta.
Bellissima poi e alquanto discosta dal villaggio si eleva una gioconda
selva di pini: il dolce pino italico, la snella pianta gentile e
secolare i cui fusti quasi purpurei e nudi e eccelsi sorreggono un
diadema di fronde di smeraldo.
Quei pini, cento e cento, parevano esser corsi per vedere il mare.
Sulla riva si erano arrestati.
I più audaci e i più giovinetti quasi si specchiavano nell'onda e
facevano festa e richiamo ai barchetti quando approdavano dal largo.
In quei mesi dell'estate due o tre bottegucce si riforniscono di olio,
di salumi, di paste.
Persino un barbiere vi pianta la insegna e affila i rasoi. I villani del
contado vi smerciano galletti, uova, frutta, verdura, latte con grande
festività di grida e di richiami.
Umile è il luogo, ma lieto e vario il costume, come quello di cenare
all'aperto. Quando viene la sera, le tavole sono imbandite davanti alle
capanne: si accendono i lumi da giardino, si ricambiano, di capanna in
capanna, saluti e parole gioconde.
Nadina aveva avuto notizia di tale angolo riposto in una descrizione di
un giornaletto letterario, la quale descrizione portava questo titolo
strano: «Il paradiso dei bimbi». Si informò se quella per avventura non
fosse stata un'invenzione di poeta. No! era cosa vera! Trovò il nome su
di una carta geografica, e un orario di ferrovia indicò come vi si
potesse arrivare.
Propose il luogo alla mamma, e vi trasportarono in sul finire del luglio
i Penati sotto forma di numerose valigie.
L'economia del luogo avrebbe compensato la spesa del lungo viaggio.
Nadina prese in affitto una capannetta come tutte le altre: muri
imbiancati di fresco, la porta che quando è aperta fa da finestra, tre
camerette e la cucina. Un pergolato di campanelle, arrampicanti sulle
cannucce intrecciate a losanghe, ride davanti la porta e veste quella
umiltà.
Come risero di gioia in quel giorno dell'arrivo i fratelli di Nadina
quando seppero che quel sole, quel mare, quella spiaggia era loro
proprietà: la proprietà del buon Dio! come si sbandarono per le dune del
mare a bere il sole!
— Ma il cappello, Giulio, ma tu, Rina, l'ombrellino — aveva detto Nadina
in sull'uscio e in gran faccende per mettere a sesto la dimora.
— Lasci andare, signorina, il sole presso il mare non nuoce.
Un uomo che passava aveva detto così, assai dolcemente.
— Ma un'insolazione, signore, è presto presa. Qui non c'è medico, non
c'è farmacia, siamo donne sole....
— Il sole vicino al mare — replicò l'uomo — è buono, buono come questa
spiaggia: non tema, li lasci correre liberamente.
E l'uomo si era allontanato togliendosi nel salutare un suo gran
cappello di paglia bianca.
Quell'uomo in ogni altro luogo fuorchè in quella spiaggia dove i bimbi e
anche le giovanette andavano scalze, molti giravano in semplice
accappatoio, le signore avevano abolito l'uso dei cappelli — sarebbe
parso assai strano.
Sandali francescani ai piedi nudi, un abito di rigatino, più che
semplice, negletto, bel profilo signorile e dolce, dolce sguardo, alta e
forte persona, barba bionda, virile, fiorente in pieno meriggio della
vita.
Quell'alta figura si allontanò lungo le dune lentamente.
Anche i pennelli e la tavolozza di Nadina furono lietissimi: le barche,
le vele latine, i pini snelli coronati di verde, i grandi sciami dei
bimbi, alcuni de' quali stupendi, formavano la messe di colore e di
linee che Nadina avrebbe raccolta.
Con tele adorne, con arazzi e altre fantasie, Nadina ricoprì la nudità
delle pareti e indulgendo al costume della spiaggia, anche lei alla sera
imbandiva la mensa sotto le campanelle all'aperto con la lampada da
giardino, contro cui le falene venivano in gran folla dolcemente a
morire.
Spesso in su le prime sere notò fra le molte ombre che passavano,
un'ombra che si arrestava e le parve quella dell'uomo dal gran cappello
di paglia bianca. Osava a pena fermarsi da lontano, e scompariva.
***
Ma oltre alla casetta, bisognava pensare al capanno di paglia in sulla
riva del mare per fare il bagno, e Nadina, nuova ancora a quella vita,
stava contrattando con alcuni pescatori per farne erigere uno, quando
una cameriera elegantissima, in cuffietta bianca e niente scalza benchè
sull'arena, le si accostò e disse: — La mia signora mi manda a dire che
se lei vuole approfittare della sua capanna, faccia pure! —
Nadina ringraziò, guardò a torno e osservò, meglio che prima non avesse
osservato, non lungi da sè sulla spiaggia un piccolo attendamento
signorile.
Da una gran sedia di vimini con frange e cupolino veniva fuori un volto
e una capigliatura color carota, e su quel volto si disegnava un sorriso
benigno con gli angoli delle labbra in su: e il sorriso e una mano che
sporgeva, dicevano: «Siamo noi che offriamo!»
Presso alla sedia era piantato un tavolino con giornali, sigarette,
cestello con ricamo: il tutto al riparo di un ombrello enorme
multicolore, fissato sulla spiaggia. Sedia, tavolo, ombrello riparati
alla lor volta da un elegantissimo camerino da bagno di fine e graziosa
fattura, inverniciato a colori vivaci.
Un compiuto attendamento alla cui guardia stava un terribile enorme cane
danese.
Nadina si accostò.
Il cane danese scoperse i denti e ringhiò.
— Approfittate mio capanno, io non potere più prender bagni. Orribile
gente ha sporcato il vostro bel mare. Accomodatevi!
La fantesca pose uno sgabelletto di vimini alla nuova venuta e la
signora accennò che si facesse più presso per evitare «vostro orribile
sole!».
La signora che così parlava a Nadina vestiva di bianco purissimo, tutto
merletti bianchi, fuorchè il volto e i capelli, color carota. Volto non
bello ma geniale, occhi fosforescenti; età, quarant'anni, dichiarati.
Non che li dichiarasse ella: li dichiaravano essi stessi.
Ella si dichiarò per _Mrs._ Evelyne Taylor di Boston, vedova! e dicendo
«vedova» sigillò subito col fazzoletto le due pupille che divennero
rosse — _Oh, yes!_
Nadina corrispose presentandosi per Nadina X*** di Torino.
— Torino _c'est presque la France_ — sclamò esultando l'esotica dama. —
Oh, finalmente trovata persona civile in questo orribile paese.
Bicchierino _cognac_ contro l'orribile sole? Noh? _Cigarette_? Noh?
Allora capanno! Sentir prima vostra madre? così avete detto? ah,
benissimo! Non potere signorina come voi spogliarsi in questi capanni di
paglia che vedete là, dove c'è _une salété_ rivoltante.
L'offerta era gentile, ma Nadina prima di accettare, volle avere alcuna
informazione su questa dama che parea eccentrica oltre al limite
concesso a chi è ricco e straniero; e siccome sulla spiaggia le
conoscenze sono facili e pronte, seppe quello che poteva sapere e che si
sapeva.
Era sbarcata quivi con gran treno di servitù; e locando la villa più
bella e più grande. Da principio tutto _splendid_, tutto buono, tutto
bello; adesso tutto orribile e tutto _sale_. «In ciò non ha torto:
questi pescatori sono sporchi, inguaribilmente sporchi. Ma non saranno
nè i saponi nè i disinfettanti di cui l'americana faceva da prima larga
distribuzione nè i sarcasmi di adesso che li correggeranno. Bisogna
supporre che il sudiciume per la povera gente che non ha sempre da
coprirsi e da ripararsi, costituisca una specie di impermeabile
naturale, un isolante agli agenti esterni altrimenti non si spiegherebbe
l'affetto che hanno per quelle loro incrostazioni.
Oh, avvenivano scene graziosissime! Da principio erano sciami di monelli
che le turbinavano d'intorno domandando la elemosina.
«Niente carità, mai dare carità: prendi invece questo: non vedi che tu
_es sale_? _oh, quelle saleté!_»
E distribuiva degli ottimi saponi. I monelli si allontanavano con degli
sgambetti di festa, e l'americana era felice di quell'entusiasmo per i
suoi saponi, e della sua pronta cura di incivilimento dei _petits
sauvages_. Ma l'illusione fu di breve durata. I saponi finivano nelle
botteghe e se ne faceva incetta. Del che ella fu indignatissima. Inoltre
quel continuo ripetere _sale_ e _saleté_ originò il nomignolo di signora
«Salina» che scandalizzò molto la dama.
Però più che tutto questo deve avere contribuito al suo malanimo
un'altra ragione meno confessabile: La signora avrebbe voluto essere qui
considerata come una regina da tutti, con omaggi, vassallaggi, ossequi,
baciamani.
Ma la gente vien qui per fare i bagni e godere la propria libertà, nè
d'altronde in questa provincia si conoscono quelle raffinatezze degli
usi, della moda, delle convenienze la cui violazione costituisce per lei
il supremo oltraggio. _La vertu c'est la politesse!_ Ma questo assioma
moderno qui è poco inteso. Quindi disgusti, malintesi, maldicenze. Ora
la dama ha messo le muraglie della Cina attorno a sè con la guardia del
cane danese. Piccole miserie, insomma!»
Queste le informazioni.
Esse però non erano tali da dover rifiutare l'offerta e Nadina accettò
più pei fratelli che per sè. Una saettia di legno di cedro, squisito
lavoro di perfezione e di grazia, già aveva attirate le voglie de' due
fratelli, giovinetti oramai fiorenti nella bella adolescenza.
Capanno, _yole_ o saettia, come meglio vi talenta chiamarla, servitù,
marinaio, tutto fu posto a disposizione di Nadina e de' suoi.
Quando poi _Mrs._ Evelyne seppe che Nadina dipingeva, che parlava il
francese, furono grandi _oh!_ grandi _Jesus!_ di ammirazione. Nadina
inoltre accettava volentieri una tazza di tè «mentre questi _sauvages_
non bevono che dell'orribile vino».
La compostezza rigida e signorile della bellissima fanciulla piaceva
molto alla ricca dama; e il complimento più ingenuo e più ammirativo era
questo: «Non parete nè meno italiana».
Non pari ammirazione aveva Nadina per la dama: pareva quasi studiosa che
la relazione non mutasse in intrinsichezza, come colei mostrava gran
desiderio.
La dama straniera rappresentava per la fanciulla un'eccellente sedia di
vimini all'ombra per la mamma, la saettia per i fratelli, e perciò aveva
cara la nuova conoscenza.
Nadina con occhio materno li vedeva per il meraviglioso, docile, dolce
mare correre rompendo co' remi il compatto cristallo dell'acqua. Rina la
sorella, quindicenne fra poco, reggeva le due corde del timone, e le
risa della loro festività giovane, nell'ebrezza del correre per l'onda
consumando la esuberanza dei muscoli, giungeva sino a lei.
— Come sono felici, come sono giovani! — diceva _Mrs._ Evelyne
osservandoli col suo occhiale. «Come sono giovani!» echeggiava nel cuore
di Nadina. Essi, giovani, in sui quindici anni, non più lei, oramai.
E il seno, cui Amore, il grande artefice, avea già ben modellato, si
elevava sospirando.
Breve del resto era il dimorar di Nadina sulla spiaggia e più la
dilettava il tentare in sulla tela di riprodurre un raggio di quella
luce e di quel mare.
— Non viene Nadina? — domandava _Mrs._ Evelyne alla madre.
— Credo che lavori.
— Oh! — e questo «oh» voleva dire: «Nè meno una parola di più! Noi
americani sappiamo tutta l'importanza e il rispetto che meritano il
lavoro!»
Più spesso dunque che alla spiaggia ella si stava in casa a dipingere e
più spesso ancora nella Pineta.
Alla spiaggia rimaneva la mamma la quale rispondendo sempre di «si» e
accettando sempre il tè, andava d'accordo benissimo con l'americana.
***
Fra la colonia de' bagnanti, gente assai allegra e provinciali alla
buona, Nadina godeva reputazione di aristocrazia.
Nè ella nè alcuno de' suoi avevano detto nè anche alla lontana che
fossero nobili e ricchi, ma non erano nemmeno in obbligo di esporre al
publico le loro condizioni finanziarie più che modeste. Onde la voce sul
conto loro suonava: aristocrazia e ricchezza. L'essere provenienti da
grande città, un certo riserbo, nessuna concessione all'andar scalzi e
alla buona, il saper di francese, certe raffinatezze nella vita e negli
usi avevano dato credito a queste voci.
La sola concessione che Nadina aveva fatta e ben volentieri agli usi del
luogo, era stata quella di non portare il cappello.
Cotesto riserbo, il non prendere che poca parte a gite, a balli, a feste
mettevano Nadina nella condizione di bellezza «fuori concorso» e la
risparmiavano dagli strali della maldicenza e della invidia.
Era poi singolare e commovente l'ammirazione di quell'umile popolo di
marinai e di villani per quella bellezza virtuosa e trionfale.
Quel popolo così orribilmente _sale_, — chi sa? — forse alcuni secoli
addietro era stato cavaliere tutto e assai latinamente gentile. Vestigia
ne apparivano manifeste: il rispetto alla donna!
Oh, non per nulla quivi, presso i progenitori di quei pini, fiorì la
nuova rima dolce d'amore!
Il rispetto alla donna!
Non una parola, non uno sguardo insistente da quel rozzissimo popolo! Se
stretto era il sentiero, si faceano da un lato perchè ella passasse, e
quanta cortesia di umane proferte fra quella plebe sfiorata a pena dal
sillabario! Nella sua città, ben culta, oh, come diverso il costume del
popolo!
Il solo complimento che ella si sentisse rivolgere fu una domenica in
chiesa.
Chiesa non propriamente, chè la parrocchia è lontana, ma una piccola
cappelletta ove si officia soltanto ne' mesi d'estate per comodo de'
forastieri.
Poche dozzine di persone essa può contenere; e la più parte del popolo
ascoltano la mirabile mistica storia della passione di Cristo sotto una
tenda che già fu antica vela e conobbe la tempesta del mare. Ora difende
quel popolo dal sole. La domenica quivi si officia e la leggenda del
sacrificio mirabile cade — stilla preziosa — nel cuore degli umani.
Fra quella folla silenziosa la figura di Nadina sopravanzava. Vestita di
bianco, uno zendado azzurro le fascia la testa e le passa come un
soggòlo monacale sotto il mento.
— Pare la Madonna!
Questa fu la parola, ed era stata detta da un pescatore nel momento che
ella, finita la messa, si facea largo per tornare a casa.
Ma allora un'altra voce si udì:
— Beatrice di Dante — ed ella volse l'occhio.
Era stato l'uomo dai sandali francescani.
Nadina fissò. Il complimento, retorico, le era parso uno scherno. Ma
vide l'uomo chinare il volto e arrossire vergognosamente d'essere stato
sorpreso.
Nadina ne fu turbata.
Il dì seguente, mentre dipingeva nella Pineta, sentì un passo dietro di
sè.
Si volse.
Era l'uomo dai sandali in attitudine rispettosa, col cappello in mano.
— Signorina — disse l'uomo arrossendo tuttavia — il luogo è male adatto
per parlare ad una donna; lo riconosco, ma il bisogno di giustificarmi è
anche più forte. A me, ieri in chiesa, è venuta fuor delle labbra una
parola banale. Ma io le giuro due cose: la prima che essa non era detta
con intenzione: e mi crederà considerando che un uomo, alla mia età e
come me, sarebbe da esporre al vituperio publico se osasse rivolgere a
lei un'espressione amorosa: la seconda è che io non avevo nessuna idea o
voglia che ella sentisse. Io solo sentii nascere entro di me quella
parola, eppure lei ha udito! Io ne sono mortificato dolorosamente e
vorrei che ella mi perdonasse.
Nadina sorrise a quel bizzarro discorso e sorridendo, guardava l'uomo
che così andava parlando. Se un'alta fronte — largo campo alle battaglie
del pensiero — non avesse parlato in favor suo, ella avrebbe così
giudicato di lui: «anima di fanciullo imprigionata in un corpo d'uomo.»
E fu per questo, cioè per la sincerità e la ingenuità che trasparivano
da quel volto, che Nadina disse schiettamente:
— Caro signore, una donna non può offendersi di una simile parola se non
quando la giudicasse irriverente o detta per beffa, il che non posso
credere per rispetto a me ed a lei.
***
Di questo singolare personaggio non fu difficile a Nadina sapere vita
morte e miracoli.
— Io sono un uomo relativamente felice, signorina — disse l'uomo —
perchè un certo benessere materiale mi ha dato e mi porge libertà di
seguire i miei istinti di osservatore e di filosofo. La mia vecchia ed
ottima madre provvede ad ogni mia minuta ed umile cosa personale, un mio
amorosissimo fratello, minore di me, è ragioniere e uomo d'affari. Egli
sorveglia l'azienda domestica, così che io non ho da pensare a nulla per
questo lato, inoltre — tranne la passione di viaggiare che mi prende di
quando in quando — io sono di così pochi bisogni com'ella può vedere
osservando la mia persona esteriore. Che cosa sarebbe stato di me se
avessi dovuto lottare per il pane quotidiano? Fremo al pensarci. Ma
forse la natura avrebbe provveduto e, chi sa? con mio beneficio. Mi
avrebbe distolto dalla via per la quale mi sono messo e dalla quale non
ho ricavato alcuna soddisfazione. Proprio nessuna!
È da molti anni che io mi affatico intorno a questo antico problema,
posto già nettamente da Aristotele, rinnovato in ogni tempo e
specialmente nel tempo nostro: vedere cioè per quale via si possa
assicurare all'uomo la maggior somma di felicità e di benessere, di
verità e di giustizia. Ma come il chimico non può separare alcune
sostanze se non col pensiero, così io dopo avere cercato di isolarmi, di
sterilizzarmi per così dire da tutti gli errori, le tradizioni, i
pregiudizi, mi sono accorto che nel laboratorio chimico del mio pensiero
non è possibile isolare nè la _felicità_ nè la _verità_. Esse vivono in
quanto sono mescolate all'errore!
Sono venuto sempre a questa conclusione: due e due fanno quattro, uno
meno uno forma zero: gli uni hanno ragione, ma anche gli altri non hanno
torto. Ha ragione l'anarchia, ma la legge non ha torto. Ha ragione lo
spiritualismo, come ha ragione il positivismo materialista: non hanno
torto le masse socialiste, e non hanno torto gli aristocratici del
blasone e del denaro: ottima la pace, ma necessaria la guerra.
Meravigliosa l'idea di un'unica umana famiglia, e pure santa l'idea
della patria. Si progredisce con una gamba e si va indietro con l'altra.
Ho scritto anche qualche cosa in proposito, ma la critica, pur lodando i
miei umani intendimenti, ha giustamente rilevato le mie innumerevoli
contraddizioni. La conseguenza quale è? Eccola: io non ho amici in
nessun partito o scuola filosofica. Nella vita sociale, intellettuale,
politica sono, ahimè, un _non valore_! Intanto eccomi qui, mandato per
cura dal medico e dai miei, con proibizione assoluta di leggere e di
scrivere. Mia madre, facendomi la valigia, non mi ha permesso altro
libro che l'orario delle ferrovie. Cammino, anzi per maggior agio ho
adottato questi sandali, faccio bagni di sole, di mare e cammino,
cammino come vuole il medico: una vita molto igenica che mi ha
migliorato d'assai. Ma che vale riposare il cervello dai libri se trovo
poi da discutere col piccolo insetto, col fiore, col cielo? L'umanità,
signorina, almeno in quanto è rappresentata a me da me, è
inguaribilmente infelice!
— E la donna — domandò sorridendo Nadina — la donna, questo meraviglioso
fiore delle cose create, non è stata presa in attento esame nel suo
laboratorio?
L'uomo aggrottò le ciglia.
— Mi permetta, signorina, di non rispondere a questa domanda.
— Perchè?
— Perchè la risposta non le piacerebbe.
— Le permetto ampia libertà di risposta.
— La donna — disse colui timidamente a gran fatica — io la considero
esclusa dalla umanità ancorchè sia esteriormente a noi molto conforme.
Non per pazzia! L'umanità è formata dall'uomo. La donna ne è
semplicemente il lievito.
— Protesto in nome del mio sesso! Io invece ho un'altissima opinione di
questo _lievito_ e mi glorio di appartenervi.
***
Il personaggio era grazioso e piacque a Nadina. Con esso era lecito
addentrarsi nei profondi recessi della Pineta, o andar lungo le dune del
mare.
Ma l'uomo dai sandali, che si vantava fine osservatore, quando camminava
insieme a Nadina era per lo meno un osservatore distratto od ingenuo. La
donna invece fiuta l'uomo con un senso di meravigliosa finezza e
precisione; e Nadina aveva senza intenzione ma per semplice istinto
fiutato l'uomo dai sandali e l'avea classificato fra la categoria dei
maschi innocui, in questo senso che egli era di quelli che rimangono
atterriti davanti alla Bellezza. Vedono una vetta eccelsa, la adorano,
credono che lassù non si possa salire, che vi abitino soltanto gli Dei,
e invece gli svizzeri hanno piantato sulla montagna persino un albergo a
prezzo fisso. Alpinisti ciabattoni! Un attentato adunque da parte sua
sarebbe stato impossibile, anche nel più denso della foresta. Era
inoltre cosa piacevole per Nadina vedere su quel bel volto umano
riflessi tutti gli effetti che la sua feminilità completa produceva in
lui. Pura acqua tranquilla non meglio riflette gli oggetti circostanti.
La artista e la donna ne erano in pari grado confortate.
L'uomo dai sandali era inoltre fornito di coltura larga, profonda. Egli
era un bello scrigno pieno di gemme, ma serrato. Era un bel vivaio di
preziose piante di sapienza e di esperienza, ma seminate in un terreno
profondamente sterile: la Bontà.
I bacilli del Male, meravigliosi agenti di fecondazione, non trovavano
l'ambiente adatto al loro sviluppo.
L'uomo, appunto per essere tale, vedeva le cose con un daltonismo morale
assai curioso e talora mescolava osservazioni profonde a vane
sciocchezze, come questa:
— Lei così bella, non teme di andare sola con un uomo? non teme quel che
ne può dire la gente?
Rispose Nadina:
Noi siam fatte da Dio, sua mercè, tale
Che la vostra miseria non mi tange
ed oltre che per la ragione espressa da Dante, sappia che io fui sempre
abituata ad una relativa libertà fin da ragazza, e più se ne avessi
voluta.
— Chissà quanti....
— «Quanti amanti» lei voleva dire. Ebbene, ecco che le è scappata di
bocca un'altra sciocchezza.
L'uomo arrossì, e si scusava dicendo che non voleva dire «amanti», che
non voleva usare questo vocabolo così volgare riferendosi a lei.
— Come si confonde per poco — e Nadina sorrideva lietamente — ma dica
pure «amanti», è una parola onestissima e che molto mi piace: soltanto
mi dispiace di non averne avuti.
L'uomo fece un atto di incredulità.
— Ma sa che lei dimostra ben poco spirito a non credere a quello che io
dico? «Le donne sono bugiarde» ecco, non lo dice, ma gli si legge in
fronte. Bugiarde quelle che non possono essere sincere, ma io perchè
dovrei nascondere se avessi avuto uno o due amanti?... La verità vera è
che non ne ho avuti: moltissime adorazioni....
— Molte proposte di matrimonio — suggerì timidamente l'uomo.
— Di quelle poi nè meno l'ombra con mio grande dispiacere.
— Inverosimile!
— Anzi, verissimo.
— Evidentemente la grande sua _bellezza_, mi conceda questa espressione
audace (e l'uomo pronunciò quella parola timidamente credendo che la
donna ne dovesse arrossire, ma la donna non arrossì) ha reso timidi i
suoi adoratori. E in verità chi dei mortali oserebbe sposare una Dea?
— Ed ecco detta una terza o quarta sciocchezza.
— Perchè signorina?
— Perchè contiene nella sua forma di complimento iperbolico una grave
offesa. Lei viene a dire in bel modo che io non sono una donna adatta
alla vita domestica, e invece io mi sento discretamente portata per la
vita di casa. Mi piace dipingere, scrivere, leggere, ma non disdegno
brandire la mestola o far saltare la casseruola. Uomo incredulo, non c'è
che il fatto che la possa persuadere?
***
L'uomo incredulo si era costituito una specie di servitore di Nadina.
Nella dimestichezza della vita del mare, in quel facile comporsi e
scomporsi delle relazioni, in quel vivere familiare di tutti, la cosa
non destava alcuna critica o maldicenza. Se non era l'uomo dai sandali,
erano altri signori e giovani e giovani donne che si accompagnavano a
Nadina nelle belle passeggiate o a veleggiare sul mare, giacchè la
riserbatezza non voleva dire stranezza, e stranezza sarebbe stato il
vivere troppo diversamente dalla vita che tutti facevano. Nadina stessa
era sorpresa della confidenza e della familiarità piacevole a cui la
induceva quell'uomo semplice e strano, ingenuo e sapiente. Una vena di
letizia fraterna le si apriva quando si trovava in sua compagnia.
***
— Uomo incredulo — disse un giorno Nadina (e il sole folgorava nel cielo
di mezzogiorno e le diafane campanelle del pergolato non avean la forza
nè meno di segnare un'ombra sul terreno) — uomo incredulo, si fermi qui
sulla porta e mi dica che profumo ella sente.
— Un profumo di intingolo delizioso.
— Ebbene allora si avanzi ed entri! — e lo guidò nella cucinetta presso
i fornelli. — Guardi quest'umido da cui emana un così eccitante profumo.
Non strabili: sono pomidori autentici: il tutto preparato con le mie
mani. È persuaso che anche le dee sanno far da cucina?
***
Ma _Mrs._ Evelyne non la pensava così. _Mrs._ Evelyne non potè a meno di
dire il suo pensiero a Nadina.
— Io avere dovere di mettere in guardia voi, signorina, così gentile,
contro un grave pericolo. Lei è molto amica con uomo dai sandali. Io
invece ho dovuto licenziarlo da mia casa.
— Perchè, signora?
— Perchè uomo scandalosissimo. Intanto è più _sale_ di tutti. Senza
calze, indecente! E poi bisogna sapere che cosa ha fatto a Venezia,
quando io era a Venezia. Io saper tutto.
— Che cosa ha fatto?
— Nientemeno che un libro su l'_affranchissement de la femme_, dove
sostiene spudoratamente l'amore libero: un libro da scandalizzare non
solo le signorine; ma anche le signore ne sono rimaste indignate. Un
uomo, dico, scandalosissimo. — E concluse con un _climax_ di
esclamazioni esotiche che in lei valevano ad esprimere il sommo dello
sdegno o della meraviglia, secondo i casi.
Nadina sapeva per esperienza che tutti gli _issimi_ della buona signora
erano dei pleonasmi: il sole d'Italia glieli faceva dire.
— Molto grave — disse tuttavia Nadina la quale, più che grave, trovava
strano che un uomo trattasse tanto risolutamente una materia di cui
pareva così poco esperto.
— Oh, gravissimo! — confermò la signora. — Il divorzio va bene. Tutti
noi dei paesi civili avere il divorzio; l'Italia non paese civile e
perciò non avere mai divorzio. Ma l'amore libero! Pfui!
— Ma come l'ha saputo lei?
— Quando era a _Venise_ è scoppiato questo scandalo: tutto il mondo ne
parlava!
***
— Ne sappiamo delle belle sul suo conto, caro signore — disse il dì
stesso Nadina all'uomo dai sandali.
Lei si è permesso di scrivere un libro così scandaloso che una fanciulla
per bene non potrebbe nè meno pronunciarne il titolo senza vergogna.
Questa non me la sarei mai aspettata da un uomo come lei.
L'uomo arrossì e disse:
— Questa viene dalla signora americana.
— Precisamente!
— Ora lei deve sapere che la signora americana ha un odio feroce contro
di me; sommi questo odio con le sue esagerazioni e capirà ciò che ci può
esser di vero in tutte le infamie che avrà dette sul conto mio.
— E perchè questo odio?
— Nient'altro che per questo perchè: nei primi tempi, prima che lei
venisse, eravamo intimi, ed io mi sono permesso di osservarle che
nell'insultare Italia e Italiani si poteva avere una onesta misura:
questa per esempio: insultare di proposito, direttamente. Non domandavo
molto, mi pare. Ma ella non riesce a formare un periodo anche sulle cose
più indifferenti e diverse senza innestarvi un'ingiuria atroce, villana,
satirica su questo disgraziato paese. La mia pazienza ha tollerato fin
che ha potuto, facendo finta di non udire, di non capire. Ma un giorno
non ne ho potuto più e le ho osservato che se è vero che la _politesse_
è la più importante delle virtù, la _politesse_ insegna ad avere un poco
di riguardo per il paese e per gli abitanti dei quali si è ospiti.
— Imaginiamoci!
— Oh, sì! credo che anche i crini della perrucca abbiano sibilato di
sdegno. E che risposta: Parlò in nome di tutti gli stranieri e di tutti
i possessori dei Baedekers con su scritto _Italy_: «Noi ospiti? Noi
padroni che veniamo qui a dare a voi nostro danaro.» Ma non se ne è
accorta anche lei, signorina, che pur di dir male dell'Italia, ella,
evangelica fanatica, si entusiasma persino del papa _ce pauvre grand
vieillard_, unico uomo (italiano, si intende) _respectable_?
Nadina sorrise.
— Già noi sorridiamo, ma talvolta l'animo si gonfia di sdegno.
— E il famoso libro? — chiese Nadina.
— Il famoso libro non è che una traduzione di un libretto francese il
quale mi è piaciuto per la sua limpidezza e sincerità, e sopratutto per
il coraggio con cui tagliava netto questa bizantina questione del
matrimonio e del divorzio.
Io non so se la questione dal lato storico e giuridico e, se vuole
anche, dal lato sociale sia tata trattata a fondo e bene, ma dal lato
naturale, cioè di assicurare all'uomo e alla donna la maggior somma di
felicità, era svolto così sicuramente e onestamente che tutte le
considerazioni di opportunità e di convenienza passarono in seconda
linea.
Certo sono convinto che la legge ferrea del matrimonio è ai dì nostri un
ben strano anacronismo storico e sociale. Veda quale immonda fioritura
di vizi, di delitti e di malsane passioni — delizia di una letteratura
pornografico-sociale — ci fiorisce d'attorno!
— Così che lei, caro signore, mettiamo il caso, pur amando una buona
fanciulla, in omaggio ai suoi principi, non domanderebbe mai la sua mano
di sposa? — chiese Nadina sorridendo.
Ma non avea nè meno proferite queste parole che vide l'uomo impallidire,
mettersi la mano sulla fronte, e poi?
E poi fuggì.
***
Nei giorni seguenti l'uomo dai sandali fu più tosto riservato e
contegnoso con Nadina.
— Si può sapere che cosa ha ella con me? sarei io che dovrei averla con
lei che ha scritto un libro compromettente.
— Che cosa ho? Ma scusi, ma perchè si piglia ella giuoco di me?
— Io giuoco di lei? Si spieghi.
— Non ha ella detto: «così che lei non domanderebbe mai la mano di sposa
ad una fanciulla amata?»
— Sì! e questa domanda è forse un'offesa?
— Non è un'offesa — affermò l'uomo — ma uno scherzo atroce.
— Perchè? Non crede degno ad una buona fanciulla di salire sino
all'altare, la vorrebbe sposare alla zingara come dice nel suo libro?
L'uomo fu lì lì per iscappare una seconda volta. Ma Nadina lo fermò:
— Via, si spieghi!
— Io non ho autorità, io non ho autorità — diceva l'uomo miseramente
crollando il capo — io finirò con l'impazzire sul serio: io non ho
autorità presso nessuno, nè uomini nè donne: tutti si prendono giuoco di
me: io potrei accumulare tutta la sapienza di Salomone e tutta la virtù
di Socrate, e gli uomini si prenderebbero lo stesso giuoco di me. Lo
scherno degli uomini lo sopporto ma quello di una donna bella no, mi
pare lo scherno di Dio.
— Ma dice sul serio? — chiese Nadina aggrottando le grandi ciglia.
— Sul serissimo.
— Allora lei deve essere veramente ammalato.
— Ammalatissimo, signorina.
— Pare anche a me, perchè io non ho nessuna intenzione di offenderla: il
mio affetto fraterno...
— Ah, ecco la parola! — fremette l'uomo quasi lagrimando — Io, perchè
sono un uomo onesto, retto, morale, non ho inspirato alla donna che
degli affetti fraterni: per me tutte le donne furono caste, pudiche,
virtuose. Io quando tradussi quel libro — ingenuo io e l'autore —
giudicai come un fatto universale il fatto che accadeva in me, ed ho
condannato la legge del matrimonio nel nome della felicità della donna.
Ma che legge! La donna anzi vuole la legge per avere la voluttà di
poterla infrangere: la donna combatterà sempre la libertà dell'amore
naturale per la medesima ragione che combatterebbe la nudità se una
legge la imponesse. La donna vuol essere vestita per il piacere di
potersi denudare. Eva ha creato la prima _toilette_! Tutti gli
impedimenti, i riti, le paure, i giuramenti, le ipocrisie, i veli sono i
meravigliosi afrodisiaci di cui dispone la donna per sè e per il
maschio. Infrangerli, profanarli i riti, ecco la suprema voluttà! Più
dolce è il pane furtivo, più soavi le acque nascoste!
Gli occhi dell'uomo che così parlava, avevano bagliori di pazzo
esaltato: ma l'occhio calmo e severo di Nadina, posato su di lui, lo
tranquillò un poco.
Erano nella pineta: il sole incendiava lo smeraldo dei gran diademi di
verdura.
Nadina, poichè lo vide più calmo, gli prese dolcemente la mano e disse:
— Non teniamo conto di tutte le brutte parolacce che le sono a sua
insaputa venute fuori di bocca. Mi cavi semplicemente la curiosità, mi
dica soltanto perchè lei non mi sposerebbe!
Strana cosa! A Nadina il caso generico si era mutato, così
all'improvviso, in un caso personale e, prima ancora di riflettere,
aveva detto «_mi_ sposerebbe»; appunto perchè questa idea era nel volto
e nelle parole dell'uomo. Se ne pentì; ma troppo tardi! La parola era
già pronunciata.
— Sposare! — gemette l'uomo. — Ma io celebrerei tutti i riti, non solo
quelli di Madre Chiesa, ma mi adatterei a tutte le consacrazioni
dell'amore stabilite dai più remoti popoli: ma ci pensi e troverà che è
un assurdo.
Le pare che un uomo di trentacinque anni, che non rappresenta nessun
valore sociale e politico, che è affetto dal _tædium philosophorum_
possa contrarre legami di nozze con lei? Lei bellissima, lei che ha così
profondo il senso della sua feminilità da farle dire come disse, si
ricorda quel giorno? «la donna è la più bella e perfetta cosa della
creazione, è la creazione stessa!» Ma per lei, in qualsiasi modo ella si
unisca, ci vuole un uomo che rappresenti uno splendido valore umano,
riconosciuto dagli altri uomini e che si riverberi poi su di lei. Io, se
anche fossi ricco, non le potrei offrire che uno stato umile, appunto
perchè umile è l'anima mia. Lei dice «io ho disposizione per la casa, io
mi compiaccio delle faccende domestiche.» Sarà anche. Dio tolga che io
dubiti della sua sincerità, ma è il fatto che ella non ha ancora la
percezione esatta, precisa delle sue potenze muliebri. Imagina lei che è
artista, Venere dea che prepara lo stufato in cucina, o concepisce
Aspasia ed Elena che fanno il bucatino del bimbo? Non sente
l'inverosimile?
Minerva non fa la calza, Cesare non fa il copista, e lei non può, non
deve nè meno essere donna di casa, o se lo diventasse sarebbe un
sacrificio così inumano da averne poi pentimento.
— Lei, caro signore — disse Nadina freddamente — è molto ammalato.
— Lo so anch'io, signorina, e ho piacere così morrò presto.
— Sì, ma lei non sa quale è la sua malattia. Glielo dirò io: Lei è
ammalato di grave esaltazione mentale: lei combina le domande e le
risposte tutte da per sè e in una volta e così può sostenere qualunque
paradosso perchè è sempre lei che ha tutte le parti nella commedia. Per
quel che riguarda la mia umile persona le dirò che nelle sue parole ci
può essere qualcosa di vero. Io non sono nata per il matrimonio. Ho
domandato così per dire.
***
— Sapete signorin Nadina grande novità di ier sera? — domandò il dì
seguente Mrs. Evelyne.
— Io non so niente.
— Allora dirò? io: Quell'orribile uomo è partito.
— Chi? il signor X***?
— Precisamente, partito autenticamente: visto io alla stazione con le
scarpe, con il colletto e con la valigia. Partito! _Nous en sommes
délivrées._
***
Partito veramente!
E la lettera di commiato fu recapitata a Nadina la sera stessa: lettera
assai strana. Confessava la sua passione per lei. Diceva avere ella
pieno diritto di tormentare, perchè essere questa una forma di rara e
squisita voluttà per la donna. Non poter però egli più resistere e
perciò fuggire. Del resto esser pronto ad esserle servitore e ubbidiente
ad ogni suo imperio se ella lo avesse richiesto.
***
Nadina non conservò: strappò lentamente questa lettera.
E nei dì seguenti la decisione di Nadina era presa.
Molte volte, prima incerta, da poi insistente, noiosa anche, la ricca e
bizzarra _Mrs._ Evelyne avea fatto questa proposta a Nadina, e poi che
Nadina non ci sentiva da quell'orecchio, alla madre di lei:
«Come sarei felice, mia cara, se vostra figlia volere venire con me,
come dama di compagnia.» Non le assegnava verun lavoro od ufficio che
avesse sembianza di servitù «basta leggere un poco; vostra bella voce,
deliziosa.» E, o fosse sicurezza che non avrebbe accettato o lusinga per
indurla al suo volere, aveva offerto una ricompensa vistosa, superiore a
tutti i guadagni fatti insino a quel dì col pennello.
— Si viaggerebbe?
— Oh, sì, viaggiare. Quando viaggio aver bisogno dama di compagnia,
molto gentile.
La signora soffriva di certi suoi terrori della morte e una dama di
compagnia le era o le pareva necessaria per allontanare questo macabro
fantasma: dama di compagnia prima di tutto, poi vivaci letture, poi
_cognac, tè, cigarettes_ in gran copia: ecco la cura!
Deplorevole! Anche offrendo i suoi cinque milioni (la signora non aveva
nessuna vergogna di far sapere che non possedeva di più; capitale
irrisorio per far la gran vita nella sua patria dalle stelle gloriose;
obbligata quindi per economia a viaggiar di continuo, fermandosi a pena
un paio di mesi, Aprile e Maggio, a Parigi, l'estate in qualche stazione
climatica), deplorevole, dico, che anche offrendo tutti i cinque milioni
non si possa arrestare la morte!
La signora però è convinta che un Edison americano qualsiasi arriverà a
tale scoperta.
Pur troppo per lei sarà tardi!
Come Nadina parve accogliere tale idea, la dama ne fu felice, anzi
entusiasta e volle in quel dì stesso tutto stabilire e determinare chè
tale prontezza è costume d'America.
Dolci terre d'Oriente e di riviera segnavano l'itinerario invernale
della signora. L'artista ne era sedotta e la sorella contenta giacchè
quel guadagno assicurava gli studi al fratello maggiore.
— Vi pare una stranezza passare sei mesi e più dell'anno viaggiando? Per
voi italiani forse, ma noi stranieri facciamo dell'_hôtel_, del
transatlantico, dello _sleeping-car_ una specie di abitazione normale,
un _home_ in movimento. È piacevolissimo. È un mondo che conoscerete
molto volentieri. Tutto dipende dal saper fare. I mezzi sono oggi così
perfezionati che saper viaggiare è una vera scienza.
Voi italiani, passata appena la frontiera, siete subito all'estero; noi
anglo-sassoni siamo da per tutto in casa nostra. In qualunque luogo del
mondo dove sbarchiamo ci attendono i nostri costumi. È un dovere di
ospitalità alla nostra razza!
Tali erano le idee se non le parole di _Mrs._ Evelyne nel preparar la
giovane compagna alle sue lunghe peregrinazioni.
Questo nuovo genere di vita incominciò per Nadina in sul finire del
Settembre: da prima stentò ad abituarsi, poi ne provò soddisfazione e
piacere.
***
Se invece di Nadina fosse stato l'uomo dai sandali — che soffriva del
grave male dell'osservazione cronica — a condurre quella splendida e
variatissima vita, avrebbe notato come essa costituisca una specie di
privilegio meraviglioso, appena intravisto dagli immani greggi degli
uomini lavoratori, incatenati all'ufficio, all'officina, alla
professione, al dovere; i quali, in parte, questa gran vita preparano,
elaborano con il mirabile complesso dell'opera singola. Privilegio non
condannato in nessun programma rivoluzionario o sociale appunto perchè
figlio della civiltà, del progresso e della scienza: vita della vita!
Privilegio dove vivono liberi e con speciali leggi i nuovi Re.