Il 19 gennaio, sul far del giorno tutte le truppe che erano in Digione
presero la campagna: i Carabinieri Genovesi furono mandati d'avanposto, a circa tre chilometri dalla porta Sant'Apollinare, poco
distante da una piccola borgata. Essi piazzarono le loro vedette
dietro un muricciolo, e poi si buttarono distesi nel campo, come loro
era stato ordinato; I Cacciatori di Marsala presero posizione sulla
loro destra sempre dietro quel piccolo muro che cingeva quelle
coltivazioni: In faccia dietro le case eravi una fitta boscaglia. Il
Generale si era portato tra i primi lassù... tutto in fine annunciava
per quel giorno un combattimento; ma anche per questa volta la
speranza degli animosi doveva esser delusa.
Noi fummo, consegnati al quartier generale e passammo tre o quattro
ore di noia, di pena, di continua ansietà; interrompeva solamente la
monotonia di quell'angosciosa situazione, l'ordine di portare qualche
dispaccio al comando d'artiglieria, alla _Marie_, a qualche caserma.
Non si può immaginare, non che descrivere quale voglia ci prendesse
tante volte, di dissigillare quei dispacci, e di giunger così a capir
qualche cosa anche noi... in quel momento si sentiva rifluire nelle
nostre vene il pretto sangue di quell'Eva che per vera curiosità si
giuocò il Paradiso Terrestre. Lo stare inattivi, mentre si presume che
i nostri amici agiscano come si conviene, per chi ha un poco di cuore
è un vero supplizio di Tantalo: per cui nel cortile dove eravamo,
cominciò a farsi un susurro: questo susurro prese delle proporzioni
imponenti, in tal modo imponenti che, lasciati due o tre pel servizio,
il Ricci ci disse di seguirlo, e tutti contenti prendemmo con lui, il
primo viottolo che è fuor della porta, sicuri con ciò di accorciare la
via.
Arrivammo difatti in poco più di mezz'ora alle prime linee dei nostri;
vedemmo il Generale e Canzio che, ritto in mezzo alla via, osservava
tranquillamente col suo canocchiale le mosse del nemico: si
distinguevano infatti in lontananza sopra una piccola spianata diversi
cavalieri prussiani, (certo uno stato maggiore) e al principiare della
foresta ogni tanto abbarbagliava la vista il luccichio di qualche
fucile o baionetta: la fanteria prussiana doveva esser ricovrata là
entro.
Ci dissero di buttarci, come tutti gli altri, per terra: la cosa era
un po' incomoda a causa del fango prodotto dalla neve che si sgelava,
ma _à la guerre comme à la guerre_: quella non era l'ora certo di
pretenderla a damerini. Cominciammo poco dopo a sentir fischiar delle
palle, i nostri avamposti risposero... poi tutto finì e fu un silenzio
lungo, ostinato fino sull'imbrunire: quella gente a cavallo che ci
aveva colpito le vista, appena che eravamo arrivati, si era dileguata.
Una guida di Ricciotti, il quale con tutta la sua brigata era alla
nostra sinistra, si avanzò arditamente per esplorare, e venne ricevuta
da una potentissima scarica: la credevamo morta, quando la vedemmo
apparire trionfante, avendo perduto soltanto il cappello.
Garibaldi tornò verso la città e noi lo seguimmo: i Genovesi rimasero
d'avamposto fino al mattino dipoi.
Quando rientrammo in Digione eravamo in uno stato compassionevole:
impiastricciati di fango dalla punta dei capelli a quella degli
stivali... eppure le belle donnine ci salutavano e ci sorridevano con
grazia: la vezzosa fata che passava le sue giornate dalla tabaccaia ci
volle offrire per forza dei sigari scelti, e ci mostrò con fierezza
romana, una cappa d'incerato alla manica della quale faceva uno stacco
molto sentito la fascia bianca colla croce rossa del soccorso ai
feriti. Giunti a casa trovammo sul camminetto una bottiglia di vecchio
Borgogna che in quel momento ci apparve più cara di tutte le moine.
Oh! non erano sconoscenti i buoni abitanti della Còte d'Or! Le
gentilezze di cui ci erano prodighi infondevano nuovo ardore nei
nostri petti, e tutti noi anelevamo un combattimento per mostrare che
non eravamo indegni della fiducia che in noi riponeasi.
E il combattimento poco poteva tardare: la era questione non di
giorni, ma d'ore: se per due volte di seguito avevamo tenuto la
difensiva, alla fine attaccheremo noi--si pensava. Garibaldi non è
uomo da lasciarsi posar mosche sul naso!--Erano istanti di febbrile
ansietà: specialmente la notte; ad ogni rumore ci si alzava dal letto,
si correva alla finestra, si tendeva l'orecchio: poi quasi dubitando
delle nostre facoltà auricolari, ci s'infilava alla peggio la giubba,
si scendeva in strada, si correva alla piazza... tutto silenzio....
tutti dormivano... e allora a rifare i nostri passi, ed a darsi del
bambino, del grullo, dell'uomo che s'impressiona per niente, e a
giurare di non muoversi più sino a che non venissero le trombe a
suonare sotto le finestre di case... sì... bei proponimenti, superbi
disegni! Batte una porta, una folata di vento agita gli alberi del
giardino, i cavalli della vicina scuderia urtano nella mangiatoia
colla testa, o scalpitano sulle pietre del pavimento.. ed eccoci di
nuovo in balìa delle nostre fisime..--E se ritornassi fuori?..
Lasciare il calduccino delle lenzuola per andare a scivolare sul
diaccio e a battere i denti, mentre vi sono tutte le probabilità che
non ci sia nulla di serio!.. Già i Prussiani dì notte non hanno mai
attaccato... ma se questa volta attaccassero, se si facesse sul
serio?.. Permetterò che i miei compagni si ammazzino, compiano il loro
dovere, ed io starò qui, poltrone, a sciogliere un'inno alla
beatitudine del dolce far niente?... Oh! no, sarebbe troppo egoismo,
confessiamolo pure, troppa vigliaccheria... se non dormo stanotte,
dormirò domani, non son mica venuto quassù per stare in panciolle!
Bisogna andare...--E via un'altra volta giù in strada e via a correre
come un matto, ad arrapinarsi, a ficcare per tutto il naso, che era
divenuto un vero pezzo gelato... e allora addio di nuovo belle
volontà, addio proponimenti di passar l'intera nottata ad aspettare
quelli che non venivano, e dì nuovo nel letto coll'idea fissa di non
addormentarsi e invece appisolarsi di subito, destandosi però ad ogni
momento, e tendendo l'orecchio, come le esterrefatte madri descritte
dal Foscolo.
La nottata passò, e nulla di nuovo ci annunziò il giorno seguente; i
Carabinieri Genovesi tornarono dagli avamposti, le legioni italiane
non si mossero neppure; per ora tutto annunziava riposo. Che giornata
triste, uggiosa, pesante! il cielo era oscuro, la neve caduta nei
giorni decorsi era ghiacciata, da un lato all'altro delle vie si
poteva patinare e furono fatti sdruccioloni tremendi. Ci dissero di
star pronti per il domani; noi trascorremmo cinque o sei ore a
chiacchera davanti il camminetto fumando, ragionando di Firenze, che
ci appariva come un sogno lontano e delle feste da ballo in cui
saranno stati immersi i nostri amici, allora nel pieno sviluppo del
Carnovale. Non si sperava che ci rammentassero: un giro di _wals_, una
stretta di mano, un'occhiata procace per la gioventù d'oggi ha molto
più attrazione della lotta tra l'Umanità e i suoi carnefici.
Andammo a desinare e trovammo la trattoria, più piena del solito; si
assisero al mio tavolino Rossi, Squaglia, Piccini e Stefani: eravamo
tutti uggiosi: pareva quasi si divinasse che erano l'ultime ore che si
ragionava con qualcuno di quelli che erano tra noi.
Venne a noi vicino il Maggiore Pastoris, accompagnato da
un'elegantissima signora: Pastoris ci disse che, quantunque in
permesso, egli non aveva potuto resistere all'idea che di ora in ora
potea nascere qualche attacco e che non poteva star più lontano da
noi.
Bevemmo allegramente tutti: eravamo sul più bello degli anni, tutti ci
si sentiva bollire nel sangue l'energia e l'attività.. non dovevano
passare venti ore, e Pastoris, Rossi, Squaglia, dovevano esser
cadaveri!
Ci ritirammo più di buon'ora del solito, nè, quella sera ci demmo alle
baldorie, a noi consuete. Io non credo ai presentimenti. Napoleone a
Waterloo preconizzava un secondo Austerlitz, ma o fosse il tempo, o la
noia, o qualunque altra ragione, il fatto è che quella sera eravamo di
pessimo umore.