GERASTO. (Questa mattina al far dell'alba ho fatto un sogno
giocondissimo. Parevami che fussi divenuto un gatto rosso che avemo in
casa, e stava innamorato d'una gatticella detta Bellina; e questa era
guardata da una cagna rabbiosa. Parevami la cagna si partisse; la
gattolina veniva a me, e mentre la facea miagolar come fussi mezzo
gennaio, pareva che divenisse maschio come io. Ecco la cagna, la gatta
fugge: cosí mi sveglio. Son stato strologando gran pezza che può
significare, e l'interpreto cosí. Il gatto rosso son io, ch'ardo per
Bellina, cioè Fioretta, guardata da una cagna rabbiosa--questa è mia
moglie, piú rabbiosa d'ogni cagna;--quando si partirá di casa, la
goderò. Quel divenir maschio non posso pensar altro se non che la
impregnarò d'un figlio maschio. Or me ne vo in casa, ché questa
mattina mia moglie disse volersi partire; e il mio sogno ará effetto).
SANTINA. Fate che quel gatto rosso si castri, e se non potete,
strangolatelo e buttatelo in un cesso, come merita; che non vo' che
vada su per i coppi de' vicini.
GERASTO. (Oimè, che tristo augurio è questo? non lo potea sentir da
peggior bocca!).
SANTINA. Nepita, Nepita!
NEPITA. Signora.
SANTINA. Vien qui. (Io non mi parto di casa mai ch'io non lasci
Fioretta serrata in camera con mia figlia col chiavistello, accioché,
venendo mio marito in casa e non vi essendo io, non mi facesse qualche
burla).
NEPITA. (La gelosia ha posto cento diavoli adosso a questa vecchia: mi
chiama la notte e il giorno mille volte per saper Fioretta dove sia).
SANTINA. Come hai tardato tanto?
NEPITA. Avea il pistone in mano, l'ho forbito e riposto.
SANTINA. Dove è Fioretta?
NEPITA. In camera con Cleria.
SANTINA. (O sia benedetto Iddio! come sta volentier con mia figlia,
non se le distacca da lato mai; però l'amo piú del dovere). E che fa?
NEPITA. Lavorano insieme.
SANTINA. Lavora volentieri?
NEPITA. È tanto gonfia di voglia e sta tanto col pensiero dritto a
quel lavoro, che par non vorrebbe mai far altro; né si riposa se non
va tutta in sudore.
SANTINA. Da vero?
NEPITA. Adesso l'ha posto l'aco in mano, e fanno quel lavore del punto
brisato: piglia un filo e duo ne lassa de fuori.
SANTINA. Digli ch'io trovi finito lo staglio quando ritorno.
NEPITA. Non bisogna dircelo, ché giocano a chi piú fa. Ma Fioretta
lavora tanto gagliardo che Cleria gli cede e si dá per vinta.
SANTINA. Dille che si serrino dentro e ponghino il chiavistello.
NEPITA. Ce l'han posto.
SANTINA. Non ci l'ho inteso entrare.
NEPITA. Ci è dentro, vi dico.
SANTINA. Or esco con animo quieto. Tu sali su. Ben si dice che amor fa
diventar gli uomini pazzi; poiché Gerasto mio marito, da che è intrato
in questo farnetico d'amore, è uscito di gangheri, che non so come i
fanciulli non gli tirino i sassi dietro.
GERASTO. (O che amorevol moglie, come ben cuopre i difetti del suo
marito! Che deve dir di me, quando ha chi le ne domanda, che or non
sapendo a chi dirlo, lo va dicendo per le strade?).
SANTINA....Va attillato su la vita, profumato. Giunto a casa toglie lo
leuto, canta, suona, sospira. La notte non dorme mai; e io per gelosia
che non vada a Fioretta, sto sempre desta: mi dá la veglia. Non
attende piú alla cura degli ammalati; ha due figlie in casa che gli
paiono sorelle, e non prende cura di casarle; e se per altrui
diligenza ne abbiamo maritata una, e aspetta lo sposo che d'ora in ora
viene a casa, ne prende quella cura come se non venisse nella sua....
GERASTO. (Beato me, se nella mia morte avesse un oratore come costei,
che onorasse i miei funerali!).
SANTINA.... Ben fu infelice quel giorno che lo tolsi!...