PELAMATTI. La céra mi par cattiva e il mele deve essere assai
peggiore, perché mi hai ciera di un gran ribaldo. Poiché sete venuto
adesso da mastro Rampino, ditemi, dove sta sua bottega?
MORFEO. (Oimè, siamo incappati, ché non la sappiamo).
PANURGO. Te lo dirò. Búttati giú per questa strada, e come sei a quel
cantone che ti dá in faccia, torci il collo a man dritta; e quando
sbocchi in quei cessi e lordure, cala giú finché darai di petto in un
uscio: poi rovescia gli occhi su, ché vedrai l'insegna della fistola:
il vicolo si dice del Maltivegna, incontro la casa di Perotto Malanno.
PELAMATTI. A te oh come starebbe bene questa casa!
PANURGO. Anzi a te starebbono buoni questi duo luoghi, accioché quando
l'uno ti fosse venuto a noia, mutassi nell'altro fresco e senza pagar
pigione.
MORFEO. (Con questa burla ha saltato il fosso, il poltrone).
PELAMATTI. Poiché aspettavate me, come mi chiamo?
PANURGO. Malaventura.
PELAMATTI. Mala ventura arei da vero, se te le dessi. Io mi chiamo
Pelamatti.
PANURGO. Tu ti chiami cosí, per scherzo, Pelamatti, perché poco pelo
metti in barba.
PELAMATTI. Di che etá è questo maestro Rampino?
PANURGO. Non l'ho mirato in bocca. Ma m'accorgo che tu hai poca voglia
di darmele.
PELAMATTI. Perché n'hai soverchia di riceverle.
PANURGO. Come se dicessi ch'io ti volessi rubar queste vesti.
PELAMATTI. Come tu lo dicessi e io me lo vedessi.
PANURGO. Altri che tu m'arebbe credito di mille scudi.
PELAMATTI. Tu potresti esser tesoriero del re, che non ti arei credito
di un quadrino.
PANURGO. Ancora non mi è stata fatta tanta ingiuria!
PELAMATTI. Il maestro m'ave ordinato che consegni queste vesti al
padrone, non che le butti via. In questa terra si fan delle burle:
veggio ch'hai la febre quartana d'averle nelle mani. Ma io perdo qui
le parole.
MORFEO. (Giá è tempo uscir dagli aguati).
PANURGO. Ecco il servo che ho mandato per esse.
MORFEO. Padrone, maestro Rampino m'ha detto che un pezzo fa ve l'ha
mandate per Purgamatti o Pelamatti suo servo.
PANURGO. Haigli tu dato i danari della fattura e de' finimenti?
MORFEO. Si bene, ecco la poliza della ricevuta.
PANURGO. È restato sodisfatto del tutto?
MORFEO. Sodisfattissimo.
PANURGO. Haigli tu rotta la testa, come t'ho detto, in farmi aspettar
tutta questa mattina?
MORFEO. Signor no, perché mi disse avervele inviate, e datomi tante
buone ragioni che mi parve degno di scusa.
PANURGO. Io la vo' adesso rompere a te che non fai quello che ti
comando.
MORFEO. Eh, padron, per amor di Dio, quel che non è fatto, pur siamo a
tempo di farlo: ci andrò adesso. Ma quel delle vesti va via.
PANURGO. Dágli tanti calci su lo stomaco fin che vomiti il sangue.
PELAMATTI. Non son tuo schiavo.
MORFEO. Perdonagli, padrone, ché maestro Rampino m'ha detto che è un
grossolano: non vedete che visaccio da bufalo? quella ciera parla e
grida che è la magior bestia del mondo.
PANURGO. Giá mi era venuta la stizza al naso.
MORFEO. Daglile in nome... che non voglio dire, che non so come abbi
avuto tanta pazienza. Egli prima gioca de mani che de lingua. Padrone,
è forastiero, non è uso a trattar con gentiluomini, tratta al modo del
suo paese.
PANURGO. Andiamo a maestro Rampino; e s'egli in mia presenza non gli
rompe la testa la spezzerò a tutti due.
MORFEO. Non andate, di grazia, padrone, ché costui le vuol dare a me.
Dagliele.
PELAMATTI. E ti par che gli le dia?
MORFEO. Ancor dici: mi pare?
PELAMATTI. Salvi e contenti...
MORFEO....da' mille cancheri che ti divorino o t'avessero divorato duo
anni sono!
PELAMATTI. Ecco te le dono. Ma fate che non venghi in bottega.
MORFEO. Camina, sgombra, fuggi, ché la tua presenza gli accresce
rabbia.
PELAMATTI. Se ho fatto errore, non mi manca la testa rotta. Orsú, ti
lascio,...
MORFEO. Che cosa?
PELAMATTI.... perché mi vo' partire.
MORFEO. Mi pensavo che mi volessi lasciar qualche cosa: lascio io te.
PELAMATTI. Non ho che lasciarvi se non miserie e povertá.
PANURGO. Non le voglio, portale teco.
PELAMATTI. Voleva dir: ti lascio con bona ventura che ti aiuti.
MORFEO. N'hai tu piú bisogno di noi: che il maestro non ti rompa la
testa, come s'accorgerá che sei stato burlato. Che ti par, so ben
fingere?
PANURGO. Tanto bene che l'aresti dato ad intendere ad altra persona
che non è lui. Oh, come ci ha giovato costui! Giá si può tener
disfatto il matrimonio.
MORFEO. Andiamo a magnare, che le vivande si guastano, e di qua ne
sento la puzza.
PANURGO. Andiamo a travestirci, ch'Essandro ne deve aspettare.