SCENA V.

MORFEO parasito, PANURGO.

MORFEO. Son omai stracco e non ho trovato ancora chi mi inviti a

pranso: non ci è piú caritá né piú cortesia al mondo. Un tempo era

invitato da quattro e da sei, chi mi strascinava di qua e chi di lá; e

or sto un mese che non sono richiesto. Non mi servono piú i motti

arguti, non le buffonarie, non il dir mal d'altri per dar spasso a'

convitati.

PANURGO. (Sta morto di fame a punto come io desiava, benché la fame

non l'abbandoni mai; ché non ho miglior mezzo per condurlo a quanto

desidero).

MORFEO. E se pur m'invito da me stesso, tutti si trovano con una

parola in bocca: che mangia altrove o non ave ancor digerito o vòl

perdere quel pasto o che digiuna. O che ogni volta che dicono queste

scuse gli cadesse un dente di bocca! Almeno la natura mi avesse fatto

polpo, che nella gran fame potessi mangiarmi le braccia proprie.

PANURGO. (Farò vista di non essermi accorto di lui e di far un

apparecchio, accioché gli aguzzi e susciti l'appetito). Olá,

apparecchiate la tavola e ponetevi quei presciutti e verrine

fredde;...

MORFEO. (Dice bene, che se non son cotti duo giorni prima, non

vagliono. Gran filosofo deve esser costui delle cose della buccolica).

PANURGO....fate che quel gallo d'India sia piú pelato del pelatoio e

tutto infilzato di fettoline di lardo, accioché cocendosi pian piano,

venghi tenero, ben cotto e non disseccato;...

MORFEO. (Questi vuoi far frollo me, non quel gallo, ché sentendo

questo apparecchio, tutto mi sento intenerire).

PANURGO....quei pasticci stieno sempre in caldo, accioché le midolle

che vi sono per dentro e di fuori non si gelino e paiano assevati, ma

che sieno caldi e ben strutti;...

MORFEO. (Oimè, che a me si struggono le midolle dentro l'ossa!).

PANURGO....che le torte sfoggiate sieno ben cotte e succose, ma non

tanto che nuotino nel brodo;...

MORFEO. (Mi par che questi mi sia uscito dal corpo, tanto sa ben egli

ordinare quanto desidero).

PANURGO....il vin sia fresco. Date prima il greco, poi la lacrima, poi

tramezzate il chiarello e moscatello. E sopra tutto il presto sia in

capo alla lista, accioché venendo con quel mio compagno, non abbiamo

ad aspettare ma subito porci a tavola.

MORFEO. (Io non posso ascoltar piú: l'anima si ha fatto un fardello

delle sue robbe e si vuol partire; lo stomaco s'è ribellato, m'ave

occupato la gola e mi strangola. Ma a che tardo ad invitarmi da me

stesso?). Oh, ben trovato il mio Panurgo galante, intendente della

buccolica piú di tutti gli uomini del mondo!

PANURGO. Ben venghi Morfeo!

MORFEO. Sería da vero ben venuto, se venissi per un terzo a questo tuo

cenino che apparecchi.

PANURGO. L'apparecchio per un mio amico di che ho da servirmene in un

bisogno importantissimo.

MORFEO. Sèrvite di me, che ti servirò al servibile e all'inservibile.

PANURGO. Vuoi tu prestarmi mille scudi?

MORFEO. Con che faccia cerchi a me mille scudi, che tutto intiero non

vaglio dieci quattrini? Cercar dinari a me è come cercar acqua ad una

pomice. Non posso altro prestarti se non la fame che ho adosso. Ma

dammi da mangiare, e satollo vendimi ad una galea per quanto vaglio.

PANURGO. Io non ho bisogno di danari, burlo teco. Io ho bisogno di un

ladro, infame, giuntatore, assassino,...

MORFEO. Questi sono i titoli dell'arte mia.

PANURGO....tristo, cattivo, malizioso, astuto, truffatore,...

MORFEO. Giá giá l'hai ritrovato.

PANURGO....bugiardo, mentitore.

MORFEO. Lascia dire a me: giotto, traditore, senza legge, senza fede,

maldicente, scelerato, ingannatore. Di tutte queste cose ne ho fatto

gran tempo professione e mercanzia e ne ho le botteghe e magazzini in

questo petto.

PANURGO. Ma essendo tu cosí cattivo, come potrò io fidarmi di te, che

non l'attacchi a me ancora?

MORFEO. Di ciò non dubitare, che corvi con corvi non si cavano gli

occhi.

PANURGO. Cosí tu fossi appiccato, come piú tristo uomo di te non si

trova nel mondo!

MORFEO. Cosí tu fossi squartato, come lo meriti piú di quanti vivono!

PANURGO. Tu solo hai tanti vizi che, avendonosi a partire a tutta

questa cittá, a tutti ne toccarebbe bona parte.

MORFEO. Allegrati, beato te, che tu sei il priore, il monarca di

tristi!

PANURGO. Per le tue grandezze meritaresti una collana.

MORFEO. E tu per le tue virtú una berlina.

PANURGO. Ho voluto dir che meriti esser un re.

MORFEO. E tu un principe di Cartagine.

PANURGO. Con un scettro in mano ben grosso e lungo per governatore e

capo di quell'isoletta di legno che sta in mare.

MORFEO. E tu bersaglio di staffili.

PANURGO. Chi ti mirasse nel collo e ne' piedi, penso che ci troverebbe

un callo delle collane e di cerchietti che ci hai portati.

MORFEO. Chi ti vedesse le spalle, le troverebbe di piú colori che i

tapeti che vengono di Soria.

PANURGO. O forche, o scale, o capestri, che fate?

MORFEO. O berline, o scope, o asini, dove sète?

PANURGO. Ma torniamo a casa, che il tempo manca e le parole avanzano.

E sovra tutto vorrei che appena accennandogli il principio, capisse il

negozio e m'intendesse a cenno.

MORFEO. Anzi io in mirarti in faccia so quello che cerchi da me.

PANURGO. Dici da vero?

MORFEO. Piú che da vero.

PANURGO. E tu conoscesti la veritá mai?

MORFEO. L'ho inteso nominar cosí cosí; ma fu sempre mia capitalissima

inimica.

PANURGO. La cagione?

MORFEO. Non ho mai doglia di testa se non quando son forzato dirne

alcuna. E chi volesse a mezzo gennaio farmi sudar di sudor delta

morte, sforzimi a dire alcuna veritá. Né pensar che cosí sia io: cosí

fu mio avo, bisavo, trisavo, ventavo e settantavo.

PANURGO. Orsú, ho trovato il bisogno. Conosci tu Gerasto medico, un

certo uomo da bene?

MORFEO. Io non conosco niuno uomo da bene. Che ho a far io con loro?

io non prattico se non con ribaldi, perché mi danno da mangiare. Ma

perché non andiamo a tavola e diamo una batteria a quel tuo

apparecchio?

PANURGO. È troppo mattino.

MORFEO. Anzi mangiando presto la mattina, ogni cosa ti riesce a

proposito quel giorno. Vuoi che vada a toccarli il polso, se avesse la

febre?

PANURGO. La febre la devi aver tu nella gola per divorartelo; ma tu

non assaggierai boccone se non prometti servirmi, anzi dopo servito.

MORFEO. Ti servirò a quel che tu vuoi, e ti loderai dell'opra mia.

PANURGO. Bisogna che tu finga esser uno sposo; e sconcierai la bocca,

il viso e tutta la persona, di sorte che veggendoti il padre della

sposa ti prenda a schivo e rivochi lo sponsalizio.

MORFEO. Se non mi saprò sconciar bene, piglia una ascia e sconciami a

tuo modo. Ma, di grazia, avendomi a sconciar la bocca, fammi mangiar

prima.

PANURGO. Mentre stiamo aspettando Alessio, un certo amico che ne manda

le vesti a questo effetto, vuoi che te insegni a fingere quel che

abbiamo a fare?

MORFEO. Imparami d'altro che di fingere: questo fu mio primo

essercizio. Ma ecco il servo che ti porta le vesti.

PANURGO. Non viene a me, va dritto alla casa di Facio; deve essere il

servo di maestro Rampino: vogliam far prova di torcele?

MORFEO. Eccomi all'ubidire.

PANURGO. Togliamcele calde calde.

MORFEO. Presto presto, che non puzzino.

PANURGO. Nasconditi, ascolta e vieni a tempo.

MORFEO. Mi nasconderò, ascoltarò e uscirò a tempo dall'imboscata.

La fantesca · 第 24 / 96 题