L’eruzione del Vesuvio del 1872 detta del 26 aprile[328].
Nel Capitolo primo di questa mia opera, ebbi a notare come ne’ giorni
del mio soggiorno in Napoli, verso, cioè, la metà del dicembre 1869,
il ch. cav. Luigi Palmieri, direttore dell’Osservatorio Vesuviano,
avesse segnalato agitazioni nel sismografo, le quali dovessero essere
precorritrici di sotterranee commozioni. Notai del paro come infatti si
avessero a tradurre in iscosse di tremuoto in qualche città italiana
e nella catastrofe poscia toccata all’isola di Santa Maura, l’antica
Leucadia, la cui capitale Amaxichi, stando a’ dispacci telegrafici ed
ai giornali dell’ultima settimana del dicembre di quell’anno, avesse ad
essere interamente rovinata[329].
Queste agitazioni, queste scosse e codesti considerevoli guasti erano
i prodromi d’un periodo di commovimento vesuviano, che offrì nel 1871
spettacolo di accensione e di infocate lave, non che nel successivo
anno 1872, dove aveva la sua massima attività e intensità, periodo
che pur ai giorni che scrivo non è per avventura ancor chiuso, come
n’abbiamo prova in alcune importanti manifestazioni avvenute nel mese
di marzo ed anche successivamente nel corrente anno 1873.
Io reputo conveniente, avanti impor termine a questo lavoro, di
raccogliere in poche pagine la terribile e lagrimosa storia della
eruzione vesuviana suddetta seguita nello andato anno 1872; perocchè,
al giudizio dei dotti, essa annoverare si debba tra le più celebri e
disastrose, e sarà compimento della rapida monografia, che del Vesuvio
ho nel detto primo Capitolo dettata.
Nè far di meglio io credo quanto spiccare dalle varie pubblicazioni
avvenute in Napoli a que’ giorni, nelle quali sentesi ancora tutta
l’impressione di chi fu spettatore di quei formidabili furori
vesuviani, tenendo conto per altro di que’ giorni soltanto, in cui la
furia del monte fu maggiore e l’eruzione al colmo.
Questa eruzione vien designata del 26 aprile 1872, perchè fu in
tal giorno che si manifestò nella sua maggiore violenza. Ma se
questa maniera di distinguere le conflagrazioni del monte, disse
il Palmieri nella Conferenza tenuta in Napoli pubblicamente il 9
maggio di quell’anno, è commoda per la storia, è invece falsa innanzi
alla scienza; poichè questi grandi incendii non sono che fasi e
manifestazioni di più o meno lunghe durate de’ grandi periodi eruttivi.
L’eruzione quindi di che ora tratto, secondo l’illustre professore,
rimonterebbe al 1 gennajo 1871.
«Io al primo gennajo 1871, soggiunse egli, annunziava sulla stampa che
un periodo eruttivo era definitivamente stabilito, che sarebbe di lunga
durata, e le cui fasi non poteva prevedere; al 13 gennajo comparve il
piccolo cono come un piccolo fanale che sembrò poi fare sosta: era il
finale del primo atto. Nel gennajo 1872 ricomparve il piccolo cono
ed accanto ad esso delle bocche tonanti, con tutta la serie degli
avvenimenti vesuviani che occorsero in quest’anno... Deve però dirsi
che quello che abbiamo noi veduto è veramente la fase ultima della
lunga eruzione che ha avuto incominciamento il gennajo del 1871»[330].
La notte del 21 aprile incominciava splendidissimo lo spettacolo delle
lave incandescenti che scendevano dal cono del Vesuvio. Tale spettacolo
si poteva ammirare anche in Napoli e a Santa Lucia, infinita era la
gente che stava a contemplarlo; ma moltissimi ben anco coloro che dalla
città facevansi colle carrozzelle trasportare alle falde del monte. Ma
prima che il giorno spuntasse le lave avevano arrestato il loro corso,
una sola avvanzavasi nell’_Atrio del cavallo_ maestosa.
Un telegramma del Palmieri del mattino (ore 6 ant.) del 25 aprile
così l’annunziava: «Grande incremento nella eruzione del Vesuvio,
coincidente col tempo dal plenilunio, siccome avvenne nello scorso
mese. Il fuoco si mostra per quattro bocche, ma la lava esce più
copiosa per quella che si aprì alla fine di ottobre dello scorso anno.
Essa scende pel lato meridionale del cono occupando la sabbia che
serviva alla discesa.
«La maggiore attività dei crateri si notava da jeri l’altro con
agitazione dei soliti strumenti.»
La notte che seguì un tal giorno è così descritta da Martino Cafiero
in una lettera al signor Zerbi, redattore del giornale _Il Piccolo_ di
Napoli:
«Giunti, dopo un cammino di due ore almeno, a pie’ dell’Eremitaggio e
dell’Osservatorio, smontammo di carrozza, e cavalcando, il mio amico
ed io, due cavalli che avevamo fatti venir da Resina, ci dirigemmo,
accompagnati da due guide con fiaccole, alla volta del monte.
Dall’Osservatorio un sentieruzzo erto, arenoso, sfranato di qua e
di là, conduce a piè d’un gran piano di vecchia lava — lava del 1871
— sul quale piano la nuova eruzione si riversa. Lasciammo i cavalli
là; e c’inerpicammo su per quei massi ineguali, ancora caldi dopo un
anno che furono spenti. Sai la superficie d’un mare in tempesta, che
s’eleva, s’abbassa, s’increspa in flutti e gobbe ed avvallamenti tutti
intorno per l’ampio spazio? Ebbene fa di pietra quella superficie di
mare sconvolto; falla nera, rotta e ferrigna, ed aspra, e sonante sotto
i passi, d’un suono schiacciato ed acre: e ti sarai fatta l’imagine
del luogo pel quale condotti passavamo. A stento, saltando di picco
in picco, incespando nei crepacci e nelle screpolature, sorretti dalle
guide, poggiandoci sopra lunghi bastoni a punta, giungemmo in un luogo
ch’era discosto dalla punta d’una lava quanto è il largo della Carità
dallo Spirito Santo. Le guide volevan condurci sino al foco: io però mi
sentiva rotto tutto, e volli sostare; ci ponemmo a sedere su d’uno di
quei massi pungenti e rivolgemmo lo sguardo al monte.
«Vedevamo, alla nostra destra, in alto alla montagna un centro di
foco vivissimo, dal quale uscivano, a sbuffi violenti, ora fiamma, ora
fumo, ora massi, lanciati, come enormi carboni accesi, ad una altezza
portentosa. Da quel centro, in una lunghissima linea _zig-zag_ sulla
schiena del monte, vedevasi scendere la lava: questa però luminosa in
alcuni punti e già oscura in altri, pareva proceder lentamente e quasi
star immobile, ad onta della gran vivacità ed attività dei cratere
originario. Il cielo non era limpido, ma sparso di nubi leggere e
bianche; nessun’aura di vento, un gran silenzio ed una quiete pressochè
sinistra tutto intorno: da quell’alto monte tutto valli nere sino a
quel mare in cui si rifletteva, come in un cristallo opaco, una velata
luna. Lo stesso vulcano non dava nè boati nè tuoni, e solo l’alta bocca
che t’ho detto facea sentir come l’ebollizione d’una mostruosa caldaia.
La scena non era imponente tanto, quanto sinistra; quel mare di pietre
e di ferrigne schiume su cui stavamo seduti, pallidamente rischiarate
da una triste luna annebbiata, metteva, nella sua immane vastità,
raccapriccio e spavento; nè si poteva guardare senza brivido quel tetro
monte con quella fiammaccia in cima, sovra cui, a guisa di schiuma
sanguigna che circondasse le infocate fauci d’una belva sovrannaturale,
un fumo bianco, qua e là macchiato di chiazze rossicce.
«Ed ecco che come noi, taciti e tutti compresi da quel tremendo
spettacolo, guardavamo lungamente il cielo e il monte e quella valle
fosca, tutto ad un tratto una vista improvvisa e rapida ci colpì. Al
disotto non molto del cratere di cui t’ho parlato, inopinatamente una
gran macchia di foco comparve; la quale, senza strepito, senza rumore,
silenziosamente, come una immensa cortina di foco s’allargò sulle
spalle del monte, con un movimento laterale e perpendicolare insieme.
Vedemmo allora come una gran muraglia di fiamma viva; e il calore e il
riverbero ci percosse tutt’ad un tratto il viso, e vedemmo l’immenso
foco ripercosso dal fumo, dal cielo, dalle nubi circostanti, e laggiù
laggiù era il mare immobile, di cui un pezzo divenne come di sangue. La
luna era uscita fuori dalle nubi, e splendeva limpidissima; e quella
luce candida e quella luce infocata, quell’astro, quel vulcano, quel
cielo, quel mare, che riflettevano a gara l’uno e l’altro; tutti quegli
splendori, tutti quei riflessi; que’ terreni, quelle mitezze, quella
vastità di spazii e quella selvaggia, indomita, superba potenza di
fenomeni, fecer subitamente magnifico l’indescrivibile spettacolo e
spiegarono sotto i nostri occhi stupefatti un quadro che avrebbe fatto
poeti sin certi scrittori di versi del tempo presente.
«Delle nostre due guide una, la migliore, era andata presso l’estremità
della prima lava per recare, come usa, pezzi di quella con monete
conficcatevi dentro.
«L’altra guida stava presso di noi e ci spiegava, col buon senso d’una
guida, come tutto quel nuovo foco, il quale in un attimo aveva allagata
la montagna, non potesse in meno di tre ore giungere sino a noi.
«La spiegazione non ci parve evidente e volemmo tornare. Prendemmo
infatti la via, insieme a tre nostri amici, nei quali ci abbattemmo,
e che ci debbono la vita poichè li dissuademmo dall’andare innanzi;
e saltando e dirupandoci balzelloni su per quelle pungenti e scoscese
rocce, in mezz’ora fummo là dove avevamo lasciato i cavalli.
«Come tornavamo, lungo quegli aspri greppi, in molti ci scontrammo,
che andavan su come noi eravamo andati, e che forse non tornarono come
noi tornammo. Molte forestiere favelle colpirono i nostri orecchi, e
mi si stringe il core pensando ora a chi venne forse di lontane terre,
e cercando i diletti della vita e gli spettacoli della diversa natura,
incontrò lontana dai cari suoi, la morte.
«In un punto, su d’un alto masso, seduti l’uno accanto all’altro,
vedemmo una donna ed un uomo.
«Si tenean per mano e non si parlavano; ma su’ loro visi giovani era
dipinta l’estasi della contemplazione e dell’amore. Gli occhi dell’uno
scintillavano come quelle fiamme vulcaniche, quelli dell’altra eran
dolci, immobili e puri, come quell’astro d’argento che tutta la
circondava de’ suoi bianchi splendori.
«La vista dei due amanti m’è rimasta immobile nella mente. Vorrei saper
di loro, e pure, se lo potessi, come chiederne notizie? non oserei
farlo! Tornarono? o......? Ed erro e mi tormento in questo dubbio,
e non so se essi vivono, o se, morendo, furon degni d’alta pietà o
d’infinita invidia.
«..... Ad un tratto un suono basso e cupo ci fece girar l’occhio
indietro. E vedemmo come se tutta la montagna s’incendiasse. Le nere
macchie che prima vedevansi tra le due grandi lave, scomparvero in
un baleno; e non si vide che tutta una fiamma che s’avanzava e si
dilargava sul piano di vecchia lava, su cui poco innanzi eravamo.
«Non era ancor nato nell’animo nostro lo spavento di quella terribile
vista, quando già essa ci fu tolta. E vedemmo irromperci innanzi alla
faccia quasi una nuova montagna più fosca della prima, ed incalzarci
ed esserci sopra con movimento precipitoso. Era orribile sbuffo di
fumo così fitto che fece la tenebra dove poco innanzi era tanta la luce
d’incendio; e da quello si svolgeva tale puzzo di zolfo e di bitume che
subito rivolgemmo altrove il viso e quasi il respiro ci venne meno.
«Cercammo scampo nella fuga e dietro di noi s’udiva il grido disperato,
pompeiano, d’altri fuggenti...
«Era già l’alba ed il cielo era diventato limpido e sereno. Splendeva
ancora la luna e spirava un venticello di primavera pei vigneti
vesuviani. Tanto sorriso da una parte; dall’altra tanto disastro: e
mentre l’immensa colonna di fumo, elevandosi in un estremo dal vertice
del monte e piegandosi con l’altro estremo nella vallata sottostante,
formava un arco come di roccia nera, solcato in lungo da strisce
sanguigne, nel mezzo di quell’arco vedevasi un lembo di cielo azzurro
che lentamente s’illuminava nei chiarori d’un’alba incantevole[331].»
Il Palmieri dall’_Osservatorio_ mandava queste due parole:
_Ore 6 a. m. Nuove bocche verso Nord; molti feriti. A domani il resto._
— Questi feriti erano vittima della curiosità che li avea spinti sulle
falde del monte, che ognora più si andava rendendo pericoloso.
Spaventevole era la vista della sterminata fornace anche per chi
la guardava da Napoli. La nuvola che si levava e copriva parte
dell’orizzonte era quale Cajo Plinio la descrisse dopo l’eruzione che
seppellì Pompei; «bianca e talvolta sordida e macchiata, a seconda
che sorreggesse terra o cenere»; e fin nelle ultime spire dei densi
vortici. Si avvertiva ogni respiro del monte, poichè questi si muovono
come il fumo ch’esce dalla bocca d’un cannone. Più volte s’udì
il tremare dei vetri in molte case di Napoli; in parecchi edifici
si fecero screpolature; e quasi tutto il giorno dalle terrazze e
dall’interno delle case si udivano boati spaventevoli pari al rumore
che fa la locomotiva quando vi passi dappresso.
Dinanzi all’Ospedale dei Pellegrini grandissima folla accorreva per
vedere i feriti ed i morti che arrivavano. Ogni tanto ne arrivava uno.
Questi nudo, arso dal capo alle piante, messo in un lenzuolo mandava
grida strazianti. Quegli colle vesti intatte era presso alla morte,
avea le carni rosse quasi fosse stato tirato fuori da una caldaia
d’acqua bollente.
Otto giovani studenti di medicina sparvero sotto le lave: erano giovani
di liete speranze e tutti pugliesi. Ecco i loro nomi, che il Palmieri
scrisse aversi a ricordare in nera lapide marmorea da collocarsi presso
l’Osservatorio: Girolamo Sargini, Antonio e Maurizio Fraggiacomo,
Vitangelo Poli e Francesco Binetti di Molfetta, Giuseppe Carbone di
Bari, Francesco Spezzaferri da Trani e Giuseppe Busco da Casamassima.
Indescrivibile il terrore a Resina, San Giovanni, Torre del Greco e
in tutti i paesi alle falde del Vesuvio. I ruggiti spaventevoli del
monte, l’avvicinarsi della lava, l’allargarsi della densa caligine,
il tremare della terra, tutto incute timore grandissimo. Piangendo,
urlando, cercando i loro cari con le voci, fuggono ricchi e poveri
abbandonando le case, chi raccomandandosi a Dio, chi bestemmiandolo.
Vedonsi povere vecchie trascinarsi a stento ed affrettare il passo
più che la grave età nol consenta, appoggiata al bastone una mano, con
l’altra portando un fardello; vedonsi madri con un bambino in braccio e
con un altro per mano accanto al marito carico di fardelli e masserizie
correre disperate verso Napoli. Da Portici, da Somma, da Resina, da San
Giovanni, da Torre tutti cercano scampo a Napoli, dove li precede la
densissima nuvola, che s’avanza vorticosa sull’orizzonte.
Poco dopo il meriggio si ripetevano molte dolorose notizie. Chi parlava
di dugento morti, chi di trecento. Dicevasi che molti forestieri
mancassero agli alberghi. Assicuravasi che una ventina di persone
fossero circondate dalle lave e gridassero invano chiedendo soccorso.
Alle ore 2 pom. il prefetto di Napoli marchese D’Afflitto mandava il
seguente telegramma:
«Vesuvio screpolato vomita fuoco da molte bocche. Per ora non si può
determinare direzione che lave prenderanno. Punto più minacciato San
Sebastiano. Feriti già trasportati ospedale Pellegrini sono dodici: tre
morti. Molti sono rimasti morti sotto lave. Qui non fa bisogno d’altri
soccorsi da Napoli.»
Il chiarissimo professore Palmieri assicura che a tutti i curiosi
che la sera del giovedì, 25, erano accorsi per visitare la lava,
egli avesse sconsigliato di inoltrarsi dopo l’Osservatorio dov’egli
si trovava, non essendo prudente lo avventurarsi di notte per luoghi
impraticabili e lontani; una nube stessa bastando per non farli
tornare: se fosse stato ascoltato l’avviso, non sarebbonsi lamentate
vittime.
Ma lasciando gli episodj dolorosi ed occupandoci soltanto del fatto
dell’eruzione, la fenditura aperta nell’Atrio del Cavallo, che accennai
più sopra, era in continuazione della fenditura del cono, e in essa si
vide alzata una collina, o piccola catena di montagne, formata dalle
lave precedenti, e dalla base di questa collina uscivano le lave in
modo tranquillo, perchè tutti gli oneri della conflagrazione se li
aveva serbati il cratere centrale. Queste lave si condussero nel _fosso
della Vetrana_, e come questo si fosse quasi riempito, presentava
allora una larghezza di circa un chilometro.
«Su questa valle, notò il Palmieri, nelle sue _conferenze_, ebbi a
contemplare de’ fenomeni, i quali attiravano l’attenzione dei geologi.
Nel seno stesso della lava si stabilivano delle bocche d’eruzione,
dei piccoli crateri, sicchè era la lava che faceva l’eruzione; queste
bocche emanavano globi di fumo cinereo, gittavan proiettili, insomma
erano come crateri in mezzo alla lava. Dunque la lava esplode per conto
suo, dunque abbiamo svelato i misteri dell’interno del cono, dunque
i fenomeni eruttivi dipendono dalla lava. Noi adunque possiamo dire
di non sapere come questa materia fusa possa prodursi in eruzione,
ma non possiamo dire che sia un mistero la eruzione nell’interno de’
coni[332]».
Questa dimostrazione che l’illustre Palmieri fa ed è certo una scoperta
importantissima, era implicitamente preceduta dalle esperienze fatte e
ripetute col suo _plutonio_ dal nostro Paolo Gorini. Pure il di costui
plutonio, raffreddandosi, si determina in monticuli, in avvallamenti,
e dalle punte assodate del suo liquido eruttasi la lava che,
sovrapponendosi strato a strato, forma le montagnole stesse.
Questa lava scesa nel _fosso di Faraone_, divergendo per altro in parte
sulle _Novelle_, altra fra Massa e S. Sebastiano, altra abbatte e copre
case e ville, fra le quali quella che apparteneva al celebre pittore
Luca Giordano, altra si dirige verso la Favorita, ed altra scendendo
dall’alto del cono volge verso i Camaldoli di Torre.
Fu un momento nel quale si sospettò che il cono sarebbe crollato;
perocchè tante piccole fumarole si fossero venute aprendo tutto
all’intorno di esso, le quali di notte, diventando tanti fori, di
giorno sembravano avessero reso insostenibile il cono.
Ma la forza di projezione da cima del cono diminuiva; le lave la
mattina del 27 o cessarono o scemarono di loro attività e apparvero le
ceneri, indizio che il periodo igneo fosse finito. E infatti cessava
prima di sera, quantunque continuasse il fragore de’ crateri con
forza maggiore, il fumo erompesse misto a proiettili, e in mezzo ad
esso guizzassero belle e frequenti le folgori, che ne’ dì susseguenti
le ceneri seguirono così da annuvolare il giorno e in Napoli e circa
otto miglia all’intorno, cadde spessa, fitta e nera così da coprire le
campagne e le strade dell’altezza di parecchi centimetri.
Il 28, la cenere e i lapilli, sempre in mezzo al fragore, cadevano in
copia e ne furono sgominati i circostanti paesi; il 29, col lapillo
caddero scorie grosse che ruppero i vetri delle finestre non difese
da persiane: verso la mezzanotte cessò il mugolar dei crateri, solo a
quando a quando facendosi udire isolate detonazioni. Al tempo stesso,
come fu notato in tutte le più terribili eruzioni, orribili temporali
si scatenarono sulla Campania con poca pioggia; ma non per questo la
desolazione fu minore in tutti i colti, che sembrò ricondotto il verno.
Il 30 fumavano i crateri tuttavia, ma scemati i fragori, e il 1 maggio
l’incendio era finito e diradato il giorno, onde fu dato riconoscere
mutata la configurazione del cono e sparito quello in cui nel 1821 il
francese Luigi Contral vide finire i suoi giorni. Dalla dottissima
Relazione pubblicata nel corrente anno dall’illustre professore
Palmieri _Sulla Conflagrazione Vesuviana del 26 aprile 1872_[333],
e della quale il ringrazio pubblicamente pel dono onde mi volle
gentilmente onorare di un esemplare, piacemi togliere le seguenti cose
importanti a sapersi per completamento di questa mia narrazione intorno
all’eruzione dello scorso anno.
«Non solo il cono vesuviano, ma tutta la campagna sotto l’azione del
sole si facea bianca quasi fosse coperta di neve: era il sal marino
contenuto nella cenere, che veniva a fiorire alla superficie di essa.
«Gran copia di coleotteri si raccolsero sul tetto dell’Osservatorio,
che a milioni si toglievano insieme con la cenere e col lapillo
che quivi si elevava per 15 centimetri. Lo stesso trovai sul cono,
ove mancavano molte specie altre volte notate, come la _Cuccinella
7-punctata_, la _Crysomelia populi_, ec. essendovene invece delle
altre. Questo fenomeno di straordinario concorso di alcuni animali
sulla cima del Vesuvio, per andare a morire nelle fumarole più di tutto
prima o dopo le grandi eruzioni, è per me un fatto, di cui non mi so
dare ragione.
«Si trovavano per la campagna animali morti o feriti: uccelli, volpi,
ec.
«Tutte le lave uscite in questo incendio occupano una superficie di
circa 5 chilometri quadrati, cui dando una grossezza media di 4 metri
si ha una mole di 20 milioni di metri cubici. Quasi i 3/5 di queste
lave non hanno recato danni, perchè sonosi soprapposte ad altre lave.
Pure quelle che nelle _Novelle_ sono andate a soprapporsi alle lave
del 1868 hanno coperto gli scavi di ottima pietra che da quelle si era
cominciata a tagliare, hanno coperti molti sentieri aperti sopra di
esse, ed hanno sepolta la nuova chiesa di S. Michele con alcune case
che la circondavano, la quale era stata edificata sopra quella sepolta
nel 1868.
«Il danno pe’ terreni occupati, pe’ fabbricati distrutti e pel raccolto
perduto oltrepassa tre milioni di lire.
«Le mofete solite ad apparire alla fine delle grandi conflagrazioni
verso i luoghi più bassi, salvo rare eccezioni, questa volta
sono cominciate a manifestarsi alcuni giorni dopo la fine totale
dell’incendio, quando i crateri non davano più fumo.
«Coteste mofete sonosi mostrate tra la Favorita e il Palazzo reale di
Portici. Le più elevate le ho trovate alle cave di _Sabato Aniello_ ed
a’ _Tironi_. Si contano tre o quattro casi di morte di persone per aver
respirato l’acido carbonico delle mofete.
«Le acque de’ pozzi questa volta non mancarono, ma sonosi in alcuni
siti alquanto alterate con l’apparizione delle mofete.
«La luttuosa conflagrazione del 26 aprile è stata da me considerata
come l’ultima fase di un lungo periodo eruttivo, cominciato nel mese di
gennaio del 1871.»
Ma il dottissimo professore, dalla eruzione del 26 aprile dedusse
osservazioni, studi ed esperienze importantissimi, ed io rimando
il lettore che li vuol conoscere e approfondire a leggere la di lui
Relazione, che reputo aver recato nuovo e preziosissimo contributo alla
scienza.
Il prof. Palmieri diede, in questi ultimi mesi, cioè della prima metà
del 1874, del Vesuvio le seguenti notizie:
«Dopo il memorabile e luttuoso incendio del 26 aprile del 1872, sulla
cima del Vesuvio restò un ampio e profondo cratere, diviso in due
compartimenti da una specie di muro ciclopico di grossi pezzi di lava
compatta, alternati con sottili letti di scorie. Il diametro medio
di questo gemino cratere era di circa 300 metri e la profondità di
250, e però aveva una capacità di circa 17 milioni di metri cubici.
La parte superiore delle pareti era composta di materia frammentaria,
rigettata dall’attività eruttiva, e le parti inferiori erano compatte.
Dall’orlo perciò del cratere spesso si staccavano scorie e lapilli,
i quali finora non avevano sensibilmente scemata la profondità di
quelle ampie voragini. Ora in pochi giorni il muro ciclopico è sparito,
ed il cratere, senza fenomeni eruttivi, è quasi ripieno. È stato
scoscendimento delle pareti franate entro il cratere o sollevamento del
fondo di questo? Il fumo e la stagione non hanno permesso di vedere
bene tutto ciò che conveniva esaminare per risolvere la questione.
Se si dovesse accettare una elevazione del cratere, si troverebbe
un indizio di conato eruttivo, in quello che una semplice frana non
avrebbe un significato.
«I forestieri che volessero entrare nel cratere potranno farsi condurre
non pel solito sentiere, ma per la linea di N. O. ove la fenditura del
1872 presenterà loro un ampio varco per siffatta esplorazione.»
Con questi cenni, la monografia del Vesuvio giunge infino alle sue
ultime e interessanti manifestazioni e colle quali impongo fine a
questa appendice.