La lentezza colla quale ha proceduto, senza alcuna mia colpa e contro
anzi ogni mia volontà, la stampa di quest’opera ha prodotto, fra gli
altri, anche questo inconveniente, che si avesse a smarrire quella
parte di manoscritto che recava la dichiarazione dei due busti di
Pompeo e di Bruto, che doveva avere il suo luogo nel capitolo XVIII,
che tratta dell’Arti Belle, e là proprio dove io venni intrattenendo
il lettore della statuaria e ne notai lo scadimento allo invalere più
frequente di questo genere di scultura che sono i busti, e avrei voluto
recar esempi pompejani di questo genere. I disegni di tali busti furono
tuttavia collocati a quel posto e li avrà veduti il lettore nel secondo
volume: ora occorre che al difetto involontario sopperisca la presente
appendice.
Nelle ultime stanze della casa di Lucio Popidio Secondo in Pompei nella
Regione seconda ed alla altezza di pochi metri dal suolo vennero in
questi ultimi anni (19 e 24 novembre 1868) ritrovati i due busti de’
quali è argomento[319]. Gli archeologi non esitarono a sentenziare
raffigurare l’uno Cneo Pompeo, il gran capitano che rivaleggiò con
Giulio Cesare, epperò denominato Magno, e il qual fu vinto da quello
nella battaglia di Farsalia e quindi ucciso; e l’altro le sembianze di
Marco Bruto, ultimo repubblicano di Roma e uccisore di chi aveva alla
sua volta uccisa la romana libertà.
Comunque io abbia dovuto notare che la furia de’ busti in Italia
segnasse l’era della decadenza dell’arti; pur tuttavia questi che
si esumarono in Pompei sono ben lungi dallo accusare degenerazione
di gusto. I migliori giudici e buongustai affermarono arditamente
che considerevole sia il valore artistico di queste opere, e che
appartengono a greco scalpello. Sono esse del più puro e fino marmo
pario; ma ciò non tolse che la moda di allora non li avesse a colorire,
come è dato di convincersene per alcune traccie che vi si riconoscono
tuttavia di colore: lo che è importante per la storia dell’arte di
tener conto.
E venendo prima a dire del busto del magno Pompeo, dinanzi ad esso è
mestieri ammettere che dove la storia non ci avesse nel narrare le
gesta di questo illustre appreso il carattere di lui, questa opera
elettissima del greco artista sarebbe venuta opportuna a riempiere
la lacuna, perocchè l’espressione che vi assegnò attesterebbe di
quella nobiltà naturale, di quella piena coscienza di sua nobiltà onde
andava altamente distinta questa grandiosa figura storica sin dalla
sua giovinezza. «Molte erano le cagioni, scrisse Plutarco di lui, che
amar lo facevano: la temperanza nella maniera del vitto, l’esercitarsi
che faceva nell’armi, l’attività di persuadere che aveva nel suo
ragionare, la fermezza de’ suoi costumi e la gentilezza e l’affabilità
nell’accogliere e nel trattar le persone; non essendovi alcun altro
che men di lui molesto fosse in pregare, nè che s’impiegasse con più
di piacere in servizio di chi nel pregava; mostrando egli alacrità nel
far benefizii, e ritegno e gravità mostrando in riceverli. Da principio
aveva egli ben anche l’aspetto che non mediocremente cooperava a
cattivargli la propensione degli animi e che parlava in di lui favore
prima ch’ei movesse parola. Imperciocchè l’aria amabile, che in esso
appariva, maestosa era ad un tempo stesso e soave; e dalla sua giovine
e florida età a tralucer cominciaron ben tosto i suoi onorevoli ed
augusti costumi»[320]. Anche Vellejo Patercolo e Plinio il Vecchio,
attestarono di questa sua decorosa bellezza dicevole alla grandezza del
suo stato ed alla sua fortuna[321].
Qual maraviglia allora, che Lucano, nella sua _Farsaglia_, lui
apostrofando nei giorni che la Fortuna aveva preso in fastidio i suoi
trionfi, così gli dicesse:
_Cum conjuge pulsus,_
_Et natis, totosque trahens in bella penates,_
_Vadis adhuc ingens, populis comitantibus exul?_[322].
Questo busto pompejano che lo rappresenta vuolsi d’assai superiore,
così per sentimento, che per esecuzione, alla statua di Pompeo che
si trova nel palazzo Spada a Roma, e che si pretende essere quella a’
cui piedi, come ci raccontò e riferisce il succitato Plutarco, Giulio
Cesare venne in senato assassinato da Marco Bruto.
Il secondo busto, quello cioè che raffigura la testa di quest’ultimo,
fa al primo degnissimo riscontro per merito d’arte: epperò ha
naturalmente una espressione ben diversa dall’altro. Il suo carattere è
per lo appunto quello che Cicerone ed altri autori attribuirono a Marco
Bruto; e poichè parlando di Pompeo m’avvenne di invocar l’autorità
dello Scrittore delle _Vite degli uomini illustri_, farò la stessa cosa
trattando di quest’altro personaggio.
«Bruto, scrive egli, modificando i costumi suoi cogli studi delle belle
discipline e colla ragione per mezzo della filosofia, ed eccitando ad
intraprendere grandi azioni il proprio suo naturale, che grave era e
mansueto, sembra che avesse un’ottima e affatto acconcia temperatura
al bello e all’onesto: cosicchè anche quelli che in odio lo hanno per
la congiura contro Cesare, se in quella operazione v’ha pur nulla
di generoso, lo attribuiscono a Bruto; e rivolgono quanto v’ha di
dispiacevole addosso a Cassio, che famigliare era ed amico di Bruto, ma
non già simile ad esso nella semplicità e gravità de’ costumi[323].»
Fra codesto busto di Bruto esumato a Pompei e quello che si conserva
al Museo Capitolino di Roma non si riscontra soverchia differenza;
perocchè perfettamente eguali nella loro espressione di risoluzione
profonda e concentrata. Della quale così testimonia il medesimo
Plutarco: «Si racconta che Cesare la prima volta che il sentì
disputare, disse verso gli amici: _Io non so quello che questo giovane
si voglia; ma tutto ciò che ei si vuole, il vuol con gran forza_.
Imperciocchè per la ferma costanza sua e pel suo non accondiscendere
di leggieri ad ognuno che lo pregasse, ma voler operare, mosso da buon
ragionamento e da determinazion di consiglio, tutto ciò che onesto
fosse, avveniva che dov’ei rivolgevasi, uso faceva della più forte ed
efficace energia per effettuar ciò che voleva».[324] Cicerone del pari
così rammenta il summentovato detto di Cesare a riguardo di Bruto:
_quidquid vult valde vult_[325].
In quanto alla parte che riguarda in questo busto l’esecuzione, questa
non è solo valentissima, ma si attrae tutta la maggiore considerazione,
e direbbesi fors’anco, nel sentimento de’ più competenti uomini,
superiore a quella del busto di Pompeo.
E poichè nel dir più sopra di quest’ultimo, ho richiamato il confronto
d’altro ritratto di lui contemporaneo, piacemi far altrettanto
a riguardo del busto di Bruto, giovandomi all’uopo d’una nota di
quell’eccellente studio sulla Società Romana, che è _Cicéron et ses
Amis_ di Gastone Boissier[326].
Nell’antico museo Campana in Roma era una statua assai curiosa di
Bruto. L’artista che la scolpì non vi aveva cercato di idealizzare il
suo modello e sembra non avesse aspirato che ad una volgare realtà;
pur tuttavia vi si riconosceva Bruto. A quella fronte bassa, a quelle
ossa facciali pronunciate con tanta pesantezza, vi si indovinava
uno spirito ristretto e un’anima ostinata. Il volto ha un’aria
febbrile e malaticcia, è giovane e vecchio ad un tempo, come avvien
di coloro che non hanno avuto giovinezza. Vi si sente principalmente
una strana tristezza, quella d’uomo accasciato sotto il peso d’un
destino grande e fatale. Nel bel busto invece di Bruto conservato nel
museo del Campidoglio, il volto è più pieno e più bello. Vi stanno la
dolcezza e la tristezza, l’aria malaticcia è sparita. I lineamenti vi
rassomigliano affatto a quelli che si veggono sulla famosa medaglia che
fu coniata negli ultimi anni di Bruto e che porta al suo rovescio un
berretto frigio fra due pugnali colla leggenda: _Idus Martiæ_.
Michelangelo aveva pure cominciato un busto di Bruto, del quale si può
vedere il magnifico abozzo agli Offici di Firenze. Non era certo uno
studio di fantasia, ma si scorge ch’ei s’era valso di ritratti antichi,
idealizzandoli.
Queste due preziosissime reliquie della statuaria antica, che sono i
busti di Pompeo e di Bruto, che son venuto illustrando andarono, come
la più parte delle opere trovate ad Ercolano e Pompei, ad impreziosire
il nazionale Museo di Napoli, dove io pure le ho ammirate.
L’egregio artista scultore cav. De Crescenzo di Napoli, potè eseguire
il restauro nelle parti rotte e scheggiate, e il dotto archeologo G.
De Petra, che nel _Giornale degli Scavi_[327] ne fece una ragionata
dichiarazione, lodandonelo, avverte che «ci è piuttosto motivo di
congratularsi, anzi che di dolersi intorno allo stato di conservazione,
in cui ci sono pervenuti questi due monumenti. Il carattere di realtà e
di verità, sì profondamente scolpiti in tutti i loro lineamenti, li fa
senza alcun dubbio definire per ritratti.»