I Lupanari.

Gli ozj di Capua — La prostituzione — Riassunto storico della

prostituzione antica — Prostituzione ospitale, sacra e legale

— La Bibbia ed Erodoto — Gli Angeli e le figlie degli uomini —

Le figlie di Loth — Sodoma e Gomorra — Thamar — Legge di Mosè —

Zambri, Asa, Sansone, Abramo, Giacobbe, Gedeone — Raab — Il Levita

di Efraim — David, Betsabea, la moglie di Nabal e la Sunamite

— Salomone e le sue concubine — Prostituzione in Israele — Osca

profeta — I Babilonesi e la dea Militta — Venere e Adone — Astarte

— Le orgie di Mitra — Prostituzione sacra in Egitto — Ramsete

e Ceope — Cortigiane più antiche — Rodope, Cleina, Stratonice,

Irene, Agatoclea — Prostituzione greca — _Dicterion_ — Ditteriadi,

auletridi, eterìe — Eterìe celebri — Aspasia — Saffo e l’amor

lesbio — La prostituzione in Italia — La lupa di Romolo e Remo — Le

feste lupercali — Baccanali e Baccanti — La cortigiana Flora e i

giuochi florali — Culto di Venere in Roma — Feste a Venere Mirica

— Il _Pervigilium Veneris_ — Traduzione — Altre cerimonie nelle

feste di Venere — I misteri di Iside — Feste Priapee — Canzoni

priapee — Emblemi Itifallici — Abbondanti in Ercolano e Pompei —

Raccolta Pornografica nel Museo di Napoli — Sue vicende — Oggetti

pornografici d’Ercolano e Pompei — I misteri della Dea Bona —

Degenerazione de’ misteri della Dea Bona — Culto di Cupido, Mutino,

Pertunda, Perfica, Prema, Volupia, Lubenzia, Tolana e Ticone —

Prostituzione legale — Meretrici forestiere — Cortigiane patrizie

— _Licentia stupri_ — Prostitute imperiali — Adulterii — Bastardi

— Infanticidi — Supposizioni ed esposizioni d’infanti — Legge

Giulia: _de adulteriis_ — Le _Famosæ_ — La Lesbia di Catullo — La

Cinzia di Properzio — La Delia di Tibullo — La Corinna di Ovidio

— Ovidio, Giulia e Postumo Agrippa — La Licori di Cornelio Gallo

— Incostanza delle _famosæ_ — Le sciupate di Orazio — La Marcella

di Marziale e la moglie — Petronio Arbitro e il _Satyricon_ —

Turno — _La Prostituzione delle Muse_ — Giovenale — Il linguaggio

per gesti — _Comessationes_ — _Meretrices_ e _prostibulæ_ —

_Prosedæ, alicariæ, blitidæ, bustuariæ, casoritæ, copæ, diobolæ,

quadrantariæ, foraneæ, vagæ, summenianæ_ — Le _delicatæ_ — Singrafo

di fedeltà — Le _pretiosæ_ — Ballerine e Ludie — Crescente cinedo e

_Tyria Percisa_ in Pompei — _Pueri meritorii, spadones, pædicones_

— Cinedi — Lenoni — Numero de’ lupanari in Roma — Lupanare romano

— _Meretricium nomen_ — Filtri amatorii — _Stabula, casaurium,

lustrum, ganeum_ — Lupanari pompejani — Il Lupanare Nuovo — I

Cuculi — Postriboli minori.

Sa il lettore, per quel che gliene ho detto nel capitolo de’ Templi,

come in Roma, massime a’ tempi dell’impero e quindi a’ giorni in cui

specialmente lo richiama quest’opera, meglio che a Venere celeste, si

sagrificasse alla Venere _Pandemos_, la Iddia dal facile ed osceno

costume, e già sa del pari della lussuria campana, onde Plauto,

facendosi eco della brutta riputazione che s’avean fatta, designava

gli abitatori di quella zona _molles et libidinosi_[141]. Egli sa

pure di quegli ozj passati in proverbio, duraturo anche adesso, e che

riuscirono tanto fatali al massimo capitano cartaginese, Annibale,

che prima d’abbandonarsi ad essi era stato invincibile. Tutta questa

plaga ridentissima del Tirreno, e massime le città in riva alla

marina, avevano inoltre accolto, come delle buone istituzioni, così il

contributo eziandio delle cattive, che portava seco quella immigrazione

la quale avean causato le romane guerre in Grecia, in Africa e nelle

Gallie, o l’andirivieni de’ mercatanti che accorrevano a recar merci

all’Italia; onde agli ingeniti costumi e vizi del paese si fossero

venuti annestando i vizii pur dello straniero. Il culto di Iside,

venendo dall’Egitto, vi aveva dedotto la prostituzione sacra: i misteri

di Eleusi importati da Grecia lo avevano più intristito, e la Grecia

già alla sua volta li aveva avvalorati de’ riti osceni dei popoli

asiatici. Di tutto ciò io dissi già a suo luogo.

È agevol cosa accorgersi, comparando la prostituzione greca colla

romana, che entrambe si avessero per avventura una comune origine,

nell’Asia; vale a dire che Grecia avesse direttamente derivato di là

le pratiche della sua dissolutezza e che Roma e l’Italia le avessero

adottate coi molti altri costumi dalla vinta Grecia; con questo solo di

divario peraltro, che l’asiatico costume così assunse un tal carattere

in Grecia da, per così dire, divinizzarsi e farsi perfino simpatica

talvolta e recinta di poesia, mentre in Roma restò brutale e schifosa.

Indarno quindi si cercherebbe a Roma la storia della sua prostituzione

tale da poter esser letta, senza arrossir sin nel bianco dell’occhio.

Invano le domandereste le Targelie, le Aspasie, le Frini, le Diotime,

le Glicere, le Bacchidi e le cento altre cortigiane, che la Grecia

salutò ispiratrici o di savia politica, o di dottrina o di poesia, e

che anzi segnano, puossi dire, il progresso della greca civiltà: la

cortigiana di Roma, ignorante e vendereccia, volubile e lussuriosa,

segna invece il precipizio della gloria e della dignità della nazione.

Quanta differenza fra la _Via Sacra_, i boschetti di Pompeo, il portico

di Livia di Roma e il Ceramico, od anche il Pireo d’Atene, fra il

dicterion greco e il lupanare romano!

Gli scavi pompeiani dovevano portare una luce e costituir quasi un

commento sul lupanare romano descritto da Giovenale, dove la imperial

consorte dello stupido Claudio faceva copia di sè, come la più abbietta

meretrice, alla feccia della plebe che vi traeva, e d’onde non partiva

la svergognata che sfiaccata, ma non satolla:

_Et lassata viris nec dum satiata recessit_[142].

La mia mano deve adesso sollevare un lembo della cortina del lupanare

pompejano, per iscriverne i possibili particolari, e dico possibili,

perocchè tutto non sia lecito ripetere, da che l’età nostra siasi

fatta estremamente pudibonda, se non dei fatti, certo delle parole:

il contrario di quel diceva Catullo dovesse essere il poeta, al quale

correva obbligo d’essere casto, mentre poi non fosse necessario che

casti fossero i suoi versi:

_Non castum esse decet pium poetam_

_Ipsum: versiculos nihil necesse est_[143].

Ardua impresa io mi assumo: lo farò con quel riserbo che il lettore

domanda, al quale per altro non ispiacerà che a larghi tratti io

gli narri la storia dapprima e la condizione di questo abbrutimento

dell’uomo, contro il quale finora invano lottarono la sapienza de’

legislatori e la civiltà dei tempi per diradicarlo, paghi soltanto

d’averlo infrenato; ond’esso si accampi nella società sotto l’egida

delle leggi, quasi una professione ed un diritto, e si convenne nomarsi

prostituzione legale. Per ciò appunto che già notai che lo svolgimento

più ampio e sfrenato di questa lebbra in Roma dati dall’epoca delle

sue conquiste e dall’affluirvi delle diverse nazionalità, uno sguardo

retrospettivo sulla storia, in cotale materia, degli altri popoli,

varrà a notarne i punti di contatto ed a illustrare, quella che più

presso riguarda il mio soggetto.

Ogni traffico osceno del proprio corpo è quanto corrisponde alla parola

_prostare_, d’onde è derivata quella di prostituzione. Questo traffico,

questo infame commercio ha pur troppo la sua storia, antica quanto il

mondo, nè interrotta mai nelle sue più orribili tradizioni; nè, per

quanto si ingentiliscano i costumi, per quanto splenda lume di civiltà,

non può nutrirsi speranza che siffatta mala pianta si divella di

mezzo agli uomini; solo essendo dato di credere che possa venir meglio

infrenata e disciplinata. Importa altresì seguirne le fasi storiche,

potendo giovare il conoscerne i particolari, i suoi periodi più

accentuati e quelli di decrescimento, onde dallo studio delle medesime

dedurne gli accorgimenti utili al miglioramento del costume.

Gli scrittori — e fra questi anche il Dufour nella sua _Storia

della Prostituzione_, alla quale mi è impossibile non ricorrere,

massime in queste prime pagine nelle quali ne indago le origini, — si

accordano nel considerare tre distinte forme sotto cui si manifestò

la prostituzione e la distinsero in prostituzione ospitale, in

prostituzione sacra o religiosa e in prostituzione legale o politica.

Originò la prima dalla prevalenza della forza dell’uomo sulla

donna, per la quale questa fu presto ridotta sotto la sua schiavitù;

ond’essa, perduta ogni dignità e divenuta all’uomo, cui era compagna,

indifferente col tempo, nel primitivo stadio sociale in cui la face

non brillava della civiltà, passò fra le concessioni dell’ospitalità.

Perocchè vediamo presso tutti i popoli primitivi l’ospitalità spesso

elevarsi a dogma e legge inviolabile, e la prostituzione divenire

parte integrante della medesima. I doni che in ricambio la donna

riceveva dall’ospite straniero e che soddisfacevano la cupidigia del

marito, valsero a generalizzare la prostituzione ospitale. E l’ospite

straniero, a rendere più ardenti, anzichè obbligatorie o di cerimonia,

le carezze, lasciava talvolta credere la propria origine celeste e

così poco a poco si venne a dare a codesta prostituzione il carattere

di sacra. La mitologia infatti reca più esempi di numi presentatisi

alle dimore ospitali di semplici mortali ed ivi avere beate di loro

amplessi divini le mogli degli ospiti loro. Gli eroi più celebrati

del poema omerico, quelli della storia greca ed anche della romana,

fino a Cesare, che voleva da Venere esser disceso, tutti vantano

origine divina. Non re, non capo di tribù potè far senza di questi

fasti di famiglia; finchè tra le offerte che si facevano ne’ templi,

la religione pagana accolse anche la prostituzione, il cui prodotto

manteneva l’avarizia e la libidine sacerdotale. Facile allora era

il passaggio della prostituzione dalla religione nei costumi e nelle

leggi. Certo è tuttavia che tra l’esistenza della prostituzione antica

e anteriore al Cristianesimo e quella posteriore corra una differenza

enorme. Se ora la religione la vietò, se la morale la condannò; la

legge, autorizzandola, la ridusse nondimeno entro determinati confini:

mentre prima, se la sola filosofia la proscriveva, i costumi la

consacravano ai dogmi religiosi.

Tutte queste transizioni appariranno dalle seguenti storiche narrazioni

che rapidamente accennerò.

È nella Caldea, nella patria di Abramo, che si riscontrano le prime

traccie della prostituzione ospitale e sacra e ce le additano da una

parte la Bibbia ed Erodoto dall’altra.

Per la prima, sappiamo come gli angeli discesi sulla terra per

conoscere le figlie degli uomini, ne avessero avuto figliuoli, ch’erano

i giganti. A questa credenza avevan dato luogo i seguenti versetti del

capo IV della genesi:

«Or avvenne, che gli uomini cominciarono a moltiplicare sopra la terra,

e che furono loro nate delle figliuole:

«I figliuoli di Dio veggendo che le figliuole degli uomini erano belle,

si presero per mogli quelle che si scelsero d’infra tutte»[144]. Poi

ci fa sapere del corrotto costume e della malvagità così cresciuta,

che pentissi il Signore d’aver creata la terra onde ebbe a mandar il

diluvio a sterminare la razza umana; salva solo la famiglia di Noè.

Vediam poi, sempre nella Genesi, che è il primo libro della sacra

Bibbia, neppur rispettata più l’ospitalità; perocchè vi leggiamo che

in Sodoma gli angeli che si fermarono nella casa di Loth per passarvi

la notte, vi fossero fatti segno agli assalti de’ Sodomiti, che

circondando la casa ne li reclamavano sì che Loth offrisse loro, a

rispetto dei suoi ospiti, le due figlie, che non avevano conosciuto

ancora gli uomini. Le quali figlie, ci dice poi lo stesso libro santo,

come abusassero un giorno, a cagion di libidine, dell’ebbrietà del loro

padre. L’incendio di Sodoma e Gomorra provano il traffico, più osceno

ancora, contro natura; l’episodio di Thamar che si prostituisce a

Giuda suo suocero per averne un figlio e il modo cui è narrato pongono

in sodo che la prostituzione legale esisteva, sedendosi le meretrici

perfino a capo delle vie ad attendere i loro avventori. Mosè poi, il

grande legista, dovè ricorrere a penalità terribili pei crimini di

bestialità e di sodomia; prova indubbia che gli Ebrei si abbandonassero

troppo a questi brutti peccati.

I lupanari tuttavia degli Ebrei non erano che di meretrici straniere,

avendole Mosè escluse dalla prostituzione legale. La lebbra onde

s’affliggeva quel popolo altro non era che un male, conseguenza dello

abuso e delle diverse forme d’impurità, e le frequenti abluzioni

ordinate dalla legge erano prescrizioni igieniche per chi pativa di

taluno de’ malefici effetti, come argomentasi da quanto è detto nel

Cap. XV del Levitico. Così la pena di morte comminata contro gli Ebrei,

che in onore di Moloch commettevano impurità, prova come si fosse

generalizzato l’onanismo. La dissolutezza degli Ebrei aveva generato

terribile malattia: Mosè e i giudici ne erano gravemente preoccupati

e Finea nipote d’Aronne, saputo che Zambri giaceva con una meretrice

madianita, li coglie e li uccide. Lo stesso Mosè fa sgozzare 24,000 de’

suoi seguaci, perchè uno di loro aveva bazzicato con una Madianita;

ciò che per altro non aveva impedito che quel grande legista si

fosse tolta per moglie una figliuola di quel popolo. Asa, re, caccia

perfino la madre sua che sacrificava a Priapo e ne distrugge l’oscena

statua. Nè pure i capitani più eletti d’Israello andavano immuni da

tal peccato. Sansone nelle braccia di Dalila perdeva la forza che gli

aveva data il Signore. Abramo aveva la sua concubina e prostituiva

due volte per denaro a re stranieri la moglie, facendo loro credere

fosse sua sorella. Giacobbe ebbe la sua; Gedeone del pari. La Raab

che tradì Gerico, la propria città, a codesto condottiero del popolo

Ebreo, vuolsi fosse una cortigiana. Pietosa è la storia del Levita di

Efraim, che nella città di Guibha, ospitando presso un buon vecchio, i

cittadini ne assalirono la casa per abusare di lui. Egli e l’ospite suo

cercarono stornarli; poi a nulla valendo le preci, concesse il levita a

que’ miserabili la propria concubina, che alla dimane, rotta da quelle

bestiali lussurie, non appena potè ridursi presso l’amante levita, che

miseramente spirava e fu causa codesta che Israello, a vendicar tanta

infamia, si armasse a fiera guerra contro i Beniamiti. David, il santo

re Profeta, a saziar la sua lussuria, invaghitosi di Bath-Scebah o

Betsabea, come è chiamata per lo più, da lui veduta ignuda nel bagno,

la fa rapire e la rende madre; poi fa che Uria marito di lei venga

esposto nella furia maggiore della battaglia sì che vi perisca e così

si appropria la moglie. Non altrimenti aveva fatto il santo patriarca

con Nabal, cui saccheggiava la casa, e toglieva la moglie per farla

sua. Lascierò poi agli spiriti più ingenui l’apprezzare il rimedio

suggerito da’ servitori suoi allo stesso re David, quando vecchio non

poteva per copertura di vestimenta riscaldarsi, collo avergli cercato

una giovinetta vergine, la bellissima Abisag, perchè si tenesse davanti

a lui e gli dormisse in seno. Buon per la vezzosa Sunamite ch’ei non

abbia potuto _conoscerla_. Che diremo di Salomone, del sapientissimo

re? Egli ebbe settecento donne e trecento concubine e il suo cuore, già

sì saggio, si pervertì, tanto da assassinare il fratello Adonias, che

gliene aveva domandata una, della qual s’era invaghito.

Finalmente la prostituzione, dietro l’esempio dei grandi, si

popolarizzò e si portò perfin nel tempio, come si legge nel libro de’

Maccabei. Ciò che poi apparirà incredibile si è il leggere in Osea

queste strane parole poste in bocca dell’Eterno stesso: _dixit Dominus

ad Oseam: Vade, sume tibi uxorem fornicationum, et fac tibi filios

fornicationum_[145] ed egli infatti, sposò la meretrice Gomer figliuola

di Debelaim e n’ebbe un figlio, cui impose il nome di Gesraele. Ma non

basta: lo stesso Dio dice al medesimo Profeta di poi: _Et dixit Dominus

ad me: Adhuc vade, et dilige mulierem, dilectam amico et adulteram...

et fodi eam mihi quindecim argenteis et coro hordei_[146], e, già

s’intende; il Profeta obbedisce all’Eterno.

Lascio che se la sbrighino i commentatori della Bibbia, che essi

sapranno giustificare questi bei Comandamenti che un delirante ebbe

ardimento di dire gli venissero dal Signore.

E per lasciare i libri santi, della prostituzione caldaica ho detto

come informi Erodoto. Hanno i Babilonesi, egli scrive, una legge

infame. Ogni donna nata nel paese è obbligata una volta almeno nella

sua vita di andare al tempio di Venere ed ivi abbandonarsi ad uno

straniero. Gli stranieri vi passeggiano e scelgono le donne che più

gli piacciono ed esse non ponno tornare a casa, se prima qualche

forestiero non le abbia avute, invocando la dea Militta, piacendo agli

Assiri di dare a Venere questo nome. Nè gli stranieri ponno ricevere

rifiuto, perocchè ciò vieti la legge e sacro essendo il denaro che ne

è frutto. Quelle che hanno in dote bellezza, non fanno lunga dimora

nel tempio; le brutte vi restano fin tre o quattro anni, finchè non

abbiano soddisfatta la legge. È agevole capire allora come facilmente

avesse ragione Quinto Curzio, quando nella vita d’Alessandro Magno

ebbe a dire che nessuna nazione fosse più corrotta della Babilonese;

la prostituzione sacra ingenerando l’altra dei costumi. E il

fatale esempio si diffuse colle guerre e la prostituzione attecchì

presto nella Grecia. Nacque allora il culto di Venere e di Adone, a

personificare la passione, perchè gli uomini tendano a divinizzare i

loro affetti, e questi poi degenerando nelle diverse manifestazioni,

originarono l’Astarte, il dio ermafrodito, che rappresentava i due

sessi ad un tempo stesso.

E si fecero misteri e feste a Venere, ad Adone, ad Iside ed alle altre

divinità, che con diverso nome rappresentavano la medesima cosa. Pafo,

Amatunta, Cipro, Eleusi furono teatro a queste sacre lascivie, che poi

ebbero tempio in ogni città greca e quindi in ogni città romana. Nè

meno sfrenate furono le sacre orgie dei Persiani in onore di Mitra,

i quali del resto, afferma Plutarco, le avessero dedotte dai Parti,

passate di poi nella Cilicia, e più tardi, al tempo di Trajano, in

Roma, secondo l’opinione di Fréret.

Ho detto che Iside ebbe i suoi misteri; essa era quanto la Venere degli

Egizi[147], che sotto quel nome e quello d’Osiride avevano divinizzato

la natura fecondante e generatrice.

Il _phallus_, distintivo della virilità, veniva dalla sacerdotessa

d’Iside nelle sacre cerimonie portato chiuso in una teca d’oro. La

prostituzione sacra era dunque nel massimo vigore sulle sponde del

Nilo; ma ciò che non parrà vero e che proverà ognor più com’essa

passasse agevolmente ne’ costumi, si è che Ramsete, re dell’Egitto,

2244 anni prima di Cristo, prostituì nel lupanare la propria figlia,

come mezzo politico per discoprire il ladro del suo tesoro, e Ceope

fece altrettanto dodici secoli avanti l’era volgare, per provvedere

alla spesa d’una piramide, e narra Erodoto che quella brava figliuola

volendo inoltre erigerne un’altra per proprio conto, pregasse quelli

che la visitavano fornissero ciascuno una pietra per compirne l’opera,

e la nuova piramide sorse infatti accanto a quella del padre. — A’

matematici il computare quanti potessero essere gli erotici visitatori

di quella virtuosa figlia di re.

Io non posso ricordare il nome delle cortigiane tutte de’ tempi i più

remoti, che si resero celebri; pur di taluna farò il nome. L’Iliade

cantò le conseguenze del rapimento di Elena, l’infedele consorte di

Menelao, nella cui casa Paride violò l’ospitalità, onde ne derivò la

Guerra di Troja. Negli episodi di quel divino poema, massime in quelli

di Briseide, di Tecmessa e di Cassandra, appartenenti ad Achille, ad

Ajace e ad Agamennone, vediamo la prostituzione cui eran sottoposte le

schiave, ancor che figlie di re, ma venute per le vittorie in servitù.

Poi la storia dei tempi eroici ricordò ancora in Grecia gli adulterj

di Clitennestra e d’altre eroine, e i bestiali accoppiamenti di Pasife

ed altre molte lussurie infami ed incesti, che parvero perfino parti

dell’immaginazione e si confusero colle leggende incredibili della

mitologia.

Solo volendo pertanto ricordare quelle che di sè trafficarono a cagion

di lucro, terrò conto di Rodope, cortigiana di Tracia, che 600 anni

prima di Cristo, fu celebre in Egitto e cui si deve un’altra delle

piramidi. La sua bellezza e riputazione è rivelata al re Amasi da

un’aquila, che avendole rapita una pianella, ebbe a lasciarla cadere a’

piedi di lui, il quale, fatte le indagini a chi appartenesse, scopriva

essere di Rodope e se la volle per amante.

Ma la grande epoca delle cortigiane d’Egitto fu quella de’ Tolomei,

tre secoli cioè avanti l’era volgare, e si rammentano i nomi di Cleina

cui furon rizzate statue, di Stratonice greca, cui ne onorò Tolomeo

Filadelfo la memoria, rizzandole, morta, un mausoleo: Irene, che

volle morire col suo reale amante Tolomeo Evergete; e Agatoclea, che

appartenne a Tolomeo Filopatore e resse per lui l’Egitto.

Dalla egizia passando alla prostituzione greca, vi troviamo del pari

quella sacra; ma cessando questa ben presto, lasciò nei riti le sue

traccie. Varie furono le Veneri che si crearono a rappresentare le

diverse forme della bellezza e dell’amore; ma Socrate le riassunse

in due; nella Venere celeste o dell’amor casto e nella Venere

Pandemos o popolare, che ricordai al principiar del capitolo, ossia

dell’amore impudico e criminoso. Solone, il severo legislatore, fondò

il _dicterion_ o lupanare e coi prodotti di esso eresse un tempio

alla Venere Pandemos. E templi sorsero in tante altre città di Grecia

a questa Dea, perfino sotto il nome di Eteria o cortigiana e di

Peribasia, qualificativo che descriveva l’azione del più svergognato

amor fisico. E a questa Dea si consacravano speciali eterie e il

culto veniva da esse esercitato. La prostituzione in Grecia si poteva

dividere in tre classi: alla prima appartenevano le ditteriadi o le

meretrici del popolo; alla seconda le auletridi, o suonatici di flauto,

che dopo avere colle tibie rallegrati i banchetti, si mescevano alle

orgie che vi ponevano fine; alla terza le eterie. Queste ultime erano

bensì cortigiane, ma elette, di peregrina bellezza o d’ingegno, le

quali si abbandonavano non a tutti, ma a chi credevano, a seconda

del capriccio o della simpatia e il più spesso per ammirazione del

talento. Queste tre classi non avevano alcuna relaziona fra loro e le

eterie serbavano la loro fierezza, come a un di presso farebbero le

_lorettes_ parigine oggidì. Esse infatti frequentavano il Ceramico,

dov’erano boschi e portici, giardini e sepolcri dei cittadini morti in

guerra e dove traeva la parte ricca e intelligente d’Atene; mentre alle

ditteriadi ed alle auletridi riserbavasi il Pireo. Quelle, quantunque

non venissero considerate come cittadine, vivevano nondimeno tra uomini

eminenti e letterati; queste invece considerate come schiave, liberte o

straniere.

Celebri fra le eterie furono Glicera, amante del primo dei poeti

comici, Menandro; Lamia amante di Demetrio Poliorcete re dei Macedoni;

Taide amata da Alessandro il Grande e che lo seguiva nelle sue

spedizioni militari; Cleonice amata da Pausania, che fu anche filosofa,

come lo fu Targelia amante ed emissaria di Serse e sposa di poi del

re di Tessaglia; Leonzia amata forsennatamente da Epicuro; Archippe e

Terride amanti di Sofocle; Archeanassa di Platone, Laide di Diogene,

Frine di Iperide, Bacchide di Procle, Teodota di Socrate e più che

tutte, che sarebbe troppo lungo enumerare, Diotima la cui saviezza fu

encomiata da questo grande filosofo, Erpilli che passò la sua vita con

Aristotile ed alla quale ei legò la casa de’ suoi padri, e Aspasia,

che bella e filosofa, maestra prima di retorica a Socrate, amica di

Alcibiade e Fidia, fu poi amatissima da Pericle, in guisa che l’avesse

a sposare, e cui la Grecia andò debitrice di progresso e incivilimento.

Tanto era costei considerata in Atene, che la sua casa divenisse il

convegno de’ più dotti e celebrati uomini d’allora, come i filosofi

Anassagora e Socrate, Sofocle ed Euripide i due sommi tragici, Iclino

l’architetto del Partenone e Fidia lo scultore degli Dei, e gli si

assegnasse tanta dottrina, che per molti si tenne che i discorsi che

Pericle pronunciava nello Pnice, e alla cui eloquenza nulla resisteva,

fossero composti da Aspasia, come il discorso in commemorazione

dei morti ne’ primi anni della guerra del Peloponneso e riferito da

Tucidide. L’aristocrazia, nemica di Pericle, così ne temeva l’influenza

e il consiglio, che a perderla facesse accusare Aspasia di empietà

da Ermippo, poeta comico, e tratta avanti agli Eliasti, avrebbe corso

gravissimo pericolo d’esserne condannata a morte, se per lei non avesse

perorato Pericle stesso, il qual fu visto piangere per la prima volta.

È strano il vedere codeste eterie amare e darsi ad uomini unicamente

per le virtù di essi, come la Teodota di Socrate e la Laide dello

schifoso Diogene: la loro storia sarà però sempre più poetica e

simpatica che non quella delle cortigiane di altri paesi. E più strano

parrà che Aspasia venga raffigurata nei dialoghi di Platone come

propugnatrice della più pura morale e, in capo d’ogni altra cosa, della

morale della famiglia.

E così savii infatti ne erano gli ammonimenti, che le più rispettabili

matrone vedevansi condurre a lei le proprie figliuole; onde non

saprebbesi poi comprendere come colla retorica si facesse altresì

maestra d’amore a Socrate, come taluni scrissero di lei, che si

scostasse della virtù, e meno ancora che servisse mezzana agli impudici

ardori di lui per il bello Alcibiade. Molto di lei si favoleggiò, si

scrisse contrariamente a verità e si calunniò, massime da Aristofane

nelle sue commedie-libelli e credo rimanga ancor molto a studiarsi per

rivendicarla interamente dalle brutte accuse, motivate unicamente forse

da ire di parte.

Nè le altre classi della greca prostituzione mancarono di nomi celebri

e basti il ricordare Boa auletride, che fu madre di Filetario re di

Pergamo e Abrotone ditteriade tassata un obolo, che in onta a ciò, fu

madre di Temistocle.

Prima di congedarmi dalla prostituzione greca, dovrò far cenno della

poetessa Saffo, che nacque da distinta famiglia di Lesbo e ricca e

la quale, se non prostituivasi a denaro, teneva tuttavia scuola di

prostituzione la più dannosa, predicando l’amor delle donne, detto

perciò l’amor lesbio. Platone la disse bella; Massimo di Tiro, seguito

pure da Ovidio, nera e piccola: vi fu chi avrebbe voluto riabilitarne

la dottrina e i costumi; ma Dionisio Longino, avendoci conservata l’ode

di lei, capolavoro di passione isterica, tolse ogni attendibilità alla

difesa[148].

L’Egitto, la Fenicia, la Grecia, colonizzando l’Italia, vi importarono

coi costumi anche la religione e il culto di Venere vi attecchì

primo fra tutti. La prostituzione ospitale regnava tra’ monti e

nelle foreste, la sacra nelle città. I dipinti e vasi etruschi che

si rinvennero, sono altrettanti monumenti che attestano in Etruria

la prostituzione. Altrettanto nei primordi di Roma. Romolo e Remo

allattati da una lupa, Aurelio Vittore e Aulio Gellio spiegano che la

lupa non fosse che una meretrice, Acca Laurenta denominata, amante

del pastore Faustolo. In memoria di questa lupa o meretrice, si

istituirono le feste Lupercali, che per rispetto si attribuirono al

Dio Pane. Giustino e Servio con più ragione pretendono che Romolo

altro non abbia fatto se non che dar forma più decente e regolare alle

grossolane istituzioni di Evandro. Tuttavia non modificaronsi di molto

le indecenti azioni de’ Luperci, ovveramente arguir si deve che ben

fossero scandalose ed oscene, se rimasero, sebben modificate, rozze

e invereconde cose e che Cicerone medesimo trattasse il corpo de’

Luperci come agresta società anteriore a qualunque civiltà. In queste

feste lupercali alcuni giovani e i sacerdoti preposti al culto di Pane,

correvano per le vie affatto ignudi tenendo da una mano i coltelli di

cui si eran serviti per immolare le capre e dall’altra delle sferze,

colle quali percuotevano tutti coloro che incontravano. L’opinione

che si aveva che quelle percosse contribuissero a render feconde le

donne o rendessero felice il parto, faceva sì che lungi dall’evitarne

l’incontro, esse si avvicinassero loro per ricevere de’ colpi, a’ quali

attribuivano una sì grande virtù.

Feste e riti congeneri reclamava in Roma anche il culto del Dio Bacco,

epperò designaronsi col nome di _Baccanalia_, come in Grecia, da cui

vennero, chiamavansi _Dionysia_. Si appellarono eziandio _Orgiæ_ ad

indicare lo strepito o _baccano_ che si soleva fare ne’ tre giorni di

loro durata. Non altrimenti che in Grecia, anche in Italia venivano

accompagnate dalle più sfrenate dissolutezze. Dapprincipio si

celebravano tre volte all’anno; quindi quasi mancassero le occasioni

alle baldorie ed alle lascivie, si ripetevano più spesso. Seguendo le

tradizioni greche, ed anche egizie, Erodoto e Diodoro Siculo vogliono

che le feste dionisiache procedessero dalle sacre terre fecondate dal

Nilo, non erano che le donne chiamate in Roma a celebrarne i misteri:

poscia, bandito ogni ritegno, si mescolarono i due sessi, e orribili

disordini ne conseguitarono, tal che il Senato nell’anno 568 di Roma,

emise decreto che tali orgie proscrisse in tutta Italia. L’abolizione

dei Baccanali formò soggetto ad una tragedia di Giovanni Pindemonti, al

suo prodursi applaudita.

Come pratichiamo noi pure di presente nelle feste cristiane di Madonne

e Santi, nelle quali si portano i sacri simulacri processionalmente,

nelle feste di Bacco recavasi la statua del nume in processione seguita

da canefore o portatrici di panieri, coperte di pampini e da saltanti

Tiadi o sacerdotesse con cimbali e trombe, e da Baccanti con tirsi,

dette pur Menadi o furibonde, come si argomenta dal seguente brano onde

si chiude il Carme XVIII del Lib. 1. delle _Odi_ di Orazio:

.... _Non ego te, candide Bassareu,_

_Invitum qualiam: nec variis obsita frondibus._

_Sub divum rapiam: sæva tene cum Berecynthio_

_Cornu tympana, quæ subsequitur cœcus amor sui,_

_Et tollens vacuum plus nimio gloria vorticem,_

_Arcanique Fides prodiga, perlucidior vitro_[149].

Sopra molte pitture in Pompei ed Ercolano si riconobbero rappresentati

Baccanali e Baccanti, soggetto del resto usitatissimo in bassorilievi

antichi e su vasi greci.

Il nome di Baccanti, per le oscene loro opere, diventò presto sinonimo

di femmine rotte ad ogni dissolutezza.

Nè questi erano i soli nomi, che valevano di pretesto alla sacra

prostituzione.

La cortigiana Flora, sotto Anco Marzio, morta ricchissima, avendo

lasciato erede di sua fortuna il Popolo Romano, questi in riconoscenza

ne celebrò la memoria coi giuochi Florali, confondendoli con quelli

istituiti in onore della Dea dei fiori. Quanto fossero lascivi ed

infami, sì che gli attori dei medesimi ne vergognassero alla presenza

dell’austero Catone, ho già in questa mia opera narrato, nè ho quindi

bisogno ritornarvi sopra.

Venere ebbe in Roma molti templi sotto tutti i nomi, di libertina,

di salace, di volupia, di verticordia, ecc., secondo le diverse forme

di lascivia che la fantasia intendeva di divinizzare, e tutti cotali

templi erano ridotti di dissolutezza. Venere Mirtea, così nomata dai

boschetti di mirto che ne circondavano il delubro, era un convegno

alle maggiori lubricità e le veglie che vi si facevano nell’aprile, a’

banchetti, balli e canti si mescevano le oscenità della più sfrenata

prostituzione.

Già nel Capitolo ottavo di quest’opera, il quale tratta dei Templi,

io dissi di queste vigilie che si facevano in onore di Venere,

celebrandosene le feste al primo d’aprile, che per ciò appellavasi il

mese di Venere; narrai come le donzelle vegliassero pel corso di tre

notti consecutive, si dividessero in parecchie schiere e in ognuna

di queste si formassero parecchi cori, aggiungendo come tutto un

tal tempo si impiegasse nel danzare ed inneggiare alla Dea e citai

un brano di un ritmo antico che ne aveva lasciato memoria. Esso non

era che il _Pervigilium Veneris_, intorno al quale si stancarono gli

eruditi per ricercarne l’Autore. Aldo Manuzio ed Erasmo il dissero di

Catullo, l’amante di Lesbia, ma è troppo casto per esser suo; Giusto

Lipsio l’attribuiva a penna del secolo d’Augusto; Scaligero lo vorrebbe

assegnare ad altro Catullo dei dintorni di Roma, e del quale parlano

Giovenale e Marziale; Boullier, riconoscendovi i segni della decadenza

del gusto, non senza ragione, il credette di Anneo Floro, del tempo di

Adriano, e con lui lo opinò Wernsdorf, ritrovandovi il metro eguale ad

altro poema attribuito allo stesso Autore e intitolato _De Qualitate

Vitæ_. Vossio finalmente vorrebbe che questo Floro fosse il medesimo

Lucio Anneo Floro, che dettò il _Compendio della Storia Romana_, e che

io ho pur qualche volta citato in quest’opera.

In ogni modo, se questo _Pervigilium Veneris_ accusa la decadenza, se

non ne è sempre squisita la latinità, reputo opportuno farne luogo

alla traduzione che ne ho condotta, perchè porge i dati acconci a

darne l’idea delle feste di Venere, che si celebravano in Roma e nelle

Colonie, e prima che altrove in Pompei, dove la città stessa chiamavasi

Colonia Veneria e vi aveva culto ed altare. Non è poi fuor di luogo

osservare come, malgrado il libertinaggio più sfrontato che presiedeva

a cotali feste, pure il _Pervigilium Veneris_ si riduca ad essere

un Canto sulla Primavera, senza che vi sia concetto od immagine, che

offender possano il pudore.

Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3) · 第 13 / 55 题