Il quartiere de’ soldati e il _Pagus Augustus Felix_.
Quartiere de’ soldati, o Ludo gladiatorio? — _Pagus Augustus
Felix_ — Ordinamenti militari di Roma — Inclinazioni agricole —
Qualità militari — Valore personale — Formazione della milizia
— La leva — Refrattari — Cause d’esenzione — Leva tumultuaria —
Cavalleria — Giuramento — Gli evocati e i conquisitori — Fanteria:
Veliti, Astati, Principi, Triarii — Centurie, manipoli, coorti,
legioni — Denominazione delle legioni — Ordini della cavalleria:
torme, decurie — Duci: propri e comuni — Centurioni — _Uragi,
Succenturiones, Accenti, Tergoductores, Decani_ — Signiferi —
Primopilo — Tribuni — Decurioni nella cavalleria — Prefetti dei
Confederati — Legati — Imperatore — Armi — Raccolta d’armi antiche
nel Museo Nazionale di Napoli — Catalogo del comm. Fiorelli — Cenno
storico — Armi trovate negli scavi d’Ercolano e Pompei — Armi dei
Veliti, degli Astati, dei Principi, dei Triarii, della cavalleria —
Maestri delle armi — Esercizj: passo, palaria, lotta, nuoto, salto,
marce — Fardelli e loro peso — _Bucellatum_ — Cavalleria numidica
— Accampamenti — _Castra stativa_ — Forma del campo — _Principia_
— Banderuole — Insegne — _Aquilifer_ — Insegna del Manipolo —
Bandiera delle Centurie — Vessillo della Cavalleria — Guardie del
campo — _Excubiæ_ e _Vigiliæ_ — Tessera di consegna — Sentinelle
— _Procubitores_ — Istrumenti militari: _buccina, tuba, lituus,
cornu, timpanum_ — _Tibicen, liticen, timpanotriba_ — Stipendj
militari — I Feciali, gli Auguri, gli Aruspici e i _pullarii_ —
Sacrifici e preghiere — Dello schierarsi in battaglia — Sistema di
fortificazioni — Macchine guerresche: _Poliorcetiæ_: terrapieno,
torre mobile, testuggine, ariete, balista, tollenone, altalena,
elepoli, terebra, galleria, vigna — Arringhe — La vittoria, inni
e sacrificj — Premj: asta pura, monili, braccialetti, catene —
Corone: civica, murale, castrense o vallare, navale o rostrale,
ossidionale, trionfale, ovale — Altre distinzioni — Spoglia opima
— Preda bellica — Il trionfo — Veste palmata — Trionfo della veste
palmata — In Campidoglio — Banchetto pubblico — Trionfo navale
— Ovazione — Onori del trionfatore — Pene militari: decimazione,
vigesimazione e centesimazione, _fustinarium_, taglio della mano,
crocifissione, fustigazione leggiera, multa, _censio hastaria_ —
Pene minori — Congedo.
Nel capitolo di quest’opera _I Fori_, dicendo del Foro nundinario o
venale, toccai dell’opinione manifestata da molti che anzi essere un
simile foro, quel luogo fosse invece un quartiere di soldati, e venni
osservando come da essi si avesse per avventura a scambiare la parte
per il tutto, riconoscendo io con altri come in tal foro si ritrovasse
un quartiere sia di soldati, sia di gladiatori, come forse meglio
sembrasse al Padre Garrucci.
Bréton, malgrado le dimostrazioni fatte da quest’ultimo scrittore,
e malgrado che sia tratto a riconoscere ch’egli abbia nella maniera
la più positiva stabilito in una dissertazione inserta nel numero
tredicesimo del _Bollettino Archeologico napolitano_ del gennajo 1855,
che si trattasse in questo luogo di un di que’ _Ludi gladiatorii_, di
cui parla Giusto Lipsio[1], non sa risolversi ancora a non ritenerlo
per un quartiere di soldati.
«Io non so in verità, scrive egli, perchè siasi cercato di sostituire
questa denominazione di foro nundinario a quella di _Quartiere de’
Soldati_, che venne a siffatto luogo fin dall’origine assegnato.
È evidente che una città dell’importanza di Pompei, una città
fortificata, dovesse avere una guarnigione e, per alloggiarla, una
caserma. Perchè dunque cercare questa caserma altrove e non nel
monumento il più piano e così conforme alla sua destinazione? Le
porte strette e poco numerose sarebbero state incommodissime e perfino
dannose per un mercato dove una folla numerosa si sarebbe pigiata in
disordine, mentre che esse potevano perfettamente bastare a soldati che
marciavano per due e regolarmente. Una bardatura di cavallo da sella,
armi, cimieri, _memidi_ o calzari di bronzo vennero qui trovati, che
a dir vero sono più proprii di gladiatori, che non di soldati; ma che
conchiuderne per ciò? Che gladiatori di passaggio a Pompei presero
alloggio nella caserma, ciò che è più naturale che prender alloggio nel
mercato. Nelle camere non si rinvennero letti: ma si sa che i soldati
giacevano per lo più sulla paglia. Il solo grande appartamento che
esiste dovette essere destinato al capo della guarnigione. Una sola
cucina sarebbe stata insufficiente se il nutrimento di tutti non fosse
stato ammanito in comune, e noi vediamo che quella del quartiere de’
soldati era evidentemente destinata alla preparazione degli alimenti
d’una gran quantità di persone. Finalmente, quale sarebbe stata in un
mercato la destinazione di una prigione così severa come quella che
qui vi fu riconosciuta? S’arroge che in nessun luogo della città si
rinvenne una così grande quantità di scheletri, non essendosene contati
meno di sessantatrè, ripartiti principalmente nelle camere del primo
piano. Non è egli quindi supponibile che taluni motivi di disciplina
abbiano ritenuto i soldati al loro posto troppo lungo tempo per
permettere a tutti di sottrarsi alla morte?»[2]
Questi sono gli speciosi argomenti di Bréton, che potrebbero ben anco
essere conformi a verità, se quelli addotti dal Garrucci non fossero
stati buoni del pari e convincenti, per conchiudere che dovesse
essere invece un ludo gladiatorio. Io non presumo di mettere innanzi
un perentorio giudizio; solo permettendomi di ricordare che ho già
esternato l’avviso mio che inclina all’ipotesi del Garrucci. Se non
che al mio presente argomento ciò che preme di stabilire si è che alla
vita romana in Pompei non potesse mancare quanto aveva tratto alla
vita militare, e quindi dovevan esistere e una caserma, se forse non
ve n’erano anche di più, e posti e stazioni; che infatti alla Porta di
Ercolano si trovò morta, l’alabarda in pugno, la sentinella, che fida
alla sua consegna, anzichè mancarvi, e cercare come tutti gli altri
cittadini lo scampo nella fuga, erasi lasciata soffocare dall’aere
graveolenta e seppellire sotto le ceneri e i lapilli.
Ma se qui non erano alloggiati i soldati, se questa non era la caserma,
ma un ludo gladiatorio, o locali attinenti solo al foro venale, e dove
trovar dovevansi soldati, posto che Pompei, come non è contraddetto,
fosse città importante, e di una importanza ben anco militare, avesse
mura, saracinesche, opere di fortificazione, e se anzi ben due volte vi
furono dedotte colonie militari, l’una volta al tempo e per gli ordini
di Silla e l’altra per quelli di Augusto?
Potrebbesi rispondere a siffatta domanda con quei dati storici che
Bréton medesimo prepose all’opera sua: «Silla ordonna que Pompei fût
reduite en colonie militaire sous le double nom de _Colonia Veneria,
Cornelia_, emprunté aux noms du dictateur et de la divinité protectrice
de la ville. Il y envoya des troupes sous le commandement de son neveu
Publius Sylla: mais les Pompéiens, regardant ces colons comme des
étrangers, leur refusèrent les droits de cité...»
E più sotto:
«Quoiqu’il en soit, les colons furent forcés d’habiter hors de la
ville dans un faubourg, qui, lorsque plus tard, Auguste eut envoyé une
nouvelle colonie de vétérans, prit le nom de Pagus Augusto-Felix[3].»
Da queste nozioni di storia pompeiana, che sono conformi a quelle che
ho pur io date nei capitoli del primo volume di quest’opera, inferisco:
a che dunque cercar in città caserme e stazioni militari, se i soldati
dovevano rimanere fuori della città? Vero è che quanto è scoperto del
Pagus Augustus-Felix non ha rivelato quartiere di sorta, ma solo quella
parte che l’attraversa ed è la Via delle Tombe e che percorreremo
nell’ultimo capitolo di quest’opera; ma rammentiamoci altresì che ancor
molto rimane a trarre in luce e che gli scavi ulteriori ponno co’ loro
risultamenti diradare ogni dubbio e risolvere la quistione.
Dopo ciò, dinnanzi al fatto delle sentinelle summentovate e dopo le
diverse guerre e fazioni guerresche narrate in quest’opera nei capitoli
della storia, a soddisfare agli intenti dell’opera ed a chiudere di
essa quanto ha riferimento alla vita publica romana, riprodotta in
Pompei, entrerò a dire degli ordinamenti militari e di quanto ha tratto
all’armamento; ben francando la spesa il conoscere siccome fossero,
perocchè non di poco avessero a contribuire a quei trionfali successi
ch’ebbero sempre le armi romane. Gli scavi di Ercolano e di Pompei
portarono discreto contributo all’archeologia per farci conoscere
armi ed attrezzi militari e guerreschi, ed io di questi più innanzi ne
tratterò il meglio che mi sarà dato.
Ho già provato, trattando del commercio de’ Romani, che lungi costoro
dall’essere, come si crede erroneamente dall’universale, un popolo
soldato per istinto, lo fosse invece costretto dalla necessità, e
conquistando l’universo non lo facesse che per proteggere la sua
indipendenza o per difendersi, che non pugnò insomma che vagheggiando
le dolcezze della pace, alla quale, appena il poteva, si abbandonava.
Orazio compendia le aspirazioni de’ Romani quando esclama:
_O rus quando ego te aspiciam_[4]?
I Romani in fatti ebbero a preservarsi dai Sabini, dagli Etruschi, dai
Latini, dai Sanniti, in tutti i quali erano elementi di grandissima
resistenza; onde Properzio, che tutto abbracciava il sentimento
dell’antichità, era nel vero giudicando l’Italia in quel verso che già
m’avvenne di dover riferire:
_Armis apta magis tellus quam commoda noxæ_[5],
più propria, cioè, alle armi, che non alla aggressione e distruzione.
Se dunque al soldato romano si può rimproverare un sol vizio,
l’avarizia, perchè l’orgoglio è più spesso nel soldato una virtù;
di ricambio ebbe l’onor militare come noi l’intendiamo pure oggidì,
il rispetto al giuramento, la devozione al suo capo, il gusto della
disciplina. I Romani vinsero il mondo con la tattica, la disciplina, la
forza d’insieme, la costanza e il sentimento d’essere Romani. Gli altri
popoli usavano di armi straordinarie e di macchine, il popolo romano
della spada. Anche contro i Germani, individualmente sì bravi e sì
forti, era colla pugna corpo a corpo e colla spada che i Romani avevano
la vittoria; onde Germanico così poteva dire alle sue truppe: _Non
enim immensa barbarorum scuta, enormes hastas inter truncos arborum et
enata humo virgulta, perinde haberi quam pila et gladios, et hærentia
corporis tegmina. Densarent ictus, ora mucronibus quærerent_[6].
Potrebbesi e vizio e virtù che ho mentovati, comprovare coi fatti
alla mano; ma la storia di Roma è troppo notoria per avere d’uopo di
ricorrere a ciò.
Piuttosto m’occuperò qui ad informare il lettore della formazione di
questa famosa milizia conquistatrice dell’universo.
E prima devesi portar l’attenzione sulla scelta, _dilectus_, che era il
raccogliere e l’iscrivere i soldati in codici o matricole. Tale scelta
veniva fatta tra cittadini e socj o confederati; — rado avvenne che
si ricorresse ai poveri ed agli schiavi, — e venivano poi ascritti o
a’ fanti o a’ cavalieri. Nella milizia navale si accoglievano anche le
persone più abbiette e i libertini.
Il principio della milizia era al diciassettesimo anno, la fine al
cinquantesimo. Chi per altro serviva di continuo, terminava i suoi
obblighi a’ trentasette anni; gli altri, dove non avessero compiuto
il lor servizio al quarantesimo sesto anno, non n’erano liberati e
si potevano costringere finchè non avessero compiuti i cinquant’anni.
Altro requisito della milizia era il censo, solo volendovisi i ricchi,
gli onesti e coloro i quali, avendo beni tutti proprii, in certo modo
presentassero solidarietà d’interessi colla cosa publica.
La leva, o coscrizione, delle truppe, testimonio Dionigio
d’Alicarnasso[7], si faceva ogni anno, designandosi all’uopo due
consoli, che alla loro volta, congiuntamente al popolo, creavano
ventiquattro tribuni per capi di quattro legioni.
La cernita si faceva, previa publicazione dell’editto a mezzo del
banditore, dai tribuni in Campidoglio, estraendo a sorte dalle tribù
e classi, alla presenza dei consoli assisi nelle sedie curuli. I
refrattarj che si sottraevano alla milizia, i consoli comandavano
venissero ricercati e tradotti in carcere, talvolta puniti di verghe,
venduti i loro beni e qualche volta benanco multati dell’estremo
supplizio o della morte civile, venduti cioè pubblicamente schiavi o
notati d’infamia.
Tre giuste cause sottrar potevano al servizio: la prima era la
dispensa, _vacatio_, per l’età, se già raggiunto il cinquantesimo
anno; per onore, se fosse taluno nella magistratura o nel sacerdozio;
per beneficio se il Senato e il Popolo consentivano: la seconda causa
dicevasi _emeritum_, ed era per chi aveva compiuti venti stipendj: la
terza era vizio o malattia, come i mancini, i gracili, chi mancasse di
pollici o altre dita, gli inetti a reggere scudo o gladio.
Nella leva così detta _tumultuaria_, od anche _subitaria_[8], che
seguiva nell’imminenza di qualche pericolo, non si osservavano grandi
formalità, esentandosi soltanto quelli ch’erano gravemente infermi od
inabili affatto.
Per ciò che riguardava la cavalleria, spettava ai censori il
determinare chi vi dovesse appartenere. Duplice poi era il corpo da’
cavalieri, l’uno costituivasi di quelli che ottenevano dal publico il
cavallo e il suo mantenimento, ed erano i soli che una volta dicevansi
cavalieri, _equites_; l’altro di coloro che non l’ottenevano. Costoro
potevano allora servire tra i pedoni, _pedites_. Riguardavasi molto a’
costumi per concedersi il cavallo, e però spettavane la decisione al
censore. Dopo, tal facoltà si arrogarono i principi.
Finita la coscrizione, i tribuni congregavano i militi delle rispettive
legioni e lor facevano prestare giuramento. Ignorasi però se giurassero
uno per uno, o se insieme. Consisteva la formula nel giurare: sarebbero
per seguire i consoli a qualunque guerra fossero essi per chiamarli,
non mai tentar cosa contraria al popolo, non disertar mai le bandiere,
raccogliersi al cenno de’ consoli, nè partir mai senza l’ordine loro.
Eranvi poi gli _evocati_, che formavano spesso la forza degli eserciti,
quasi assunti dietro preghiera o domanda, ed erano per lo più veterani,
esperti e prudenti della milizia, che comunque avessero assolti i loro
servizj, li riassumevano tuttavia in grazia de’ consoli o de’ capitani.
Gli evocati venivano dispensati da certe opere faticose, come del vallo
e degli accampamenti e tenuti in maggior onore, spesso considerati
quasi centurioni.
I _conquisitori_ erano coloro che si mandavano nelle campagne ad
ingaggiare la gioventù per la milizia od a scoprire i refrattarj che vi
si tenevan nascosti ed a persuaderli di costituirsi.
Toccato fin qui della cernita, veggiamo dell’ordine della milizia.
Vario era esso sia ne’ militi che ne’ duci: Giusto Lipsio lo considera
e distingue, rispetto ai primi, in generi e in parti.
Generi dei pedoni erano i Veliti, gli Astati, i Principi e i Triarj.
Veliti coloro che per poca età e ricchezza venivano assegnati a questo
infimo genere, e quasi inermi venivano esposti di fronte al nemico;
astati perchè dapprima combattevano colle aste, dopo poi, serbando
sempre lo stesso nome, combattevano coi pili, specie di giavellotti, e
coi gladii; principi, perchè nello schierarsi dell’esercito venivano
nel terzo ordine. Parrebbe tuttavia dal loro nome dovessero trovarsi
invece nella prima.
Parti della fanteria erano poi queste, nelle quali i generi si
dividevano dai tribuni e dai centurioni i militi pedoni, eccettuati
i veliti: la _Centuria_, che si componeva di sessanta militi ed
era assegnata ad un centurione; il _Manipolo_, che si costituiva
di due centurie; la _Coorte_, composta di tre manipoli ed aveva
astati, principi o triarii, ed anche per consueto i veliti. Scipione
Africano istituì anche la Coorte Pretoria, nella quale s’ascrivevano
i volontarii e gli amici e che mai si dipartiva dal Pretore, ad
imitazione della Coorte Regia presso i Macedoni; finalmente la
_Legione_, perchè comprendeva tutti gli altri ordini. Romolo l’istituì
di tremila uomini; cacciati i Re, crebbe a quattromila; a cinquemila
montò nella guerra contro Annibale ed a seimila la portò Scipione
quando passò in Africa.
Essendo molte le legioni, — perchè se prima sotto i consoli furono
quattro, nella seconda guerra Punica ascesero a venticinque,
nella guerra civile fra Cesare e Pompeo se ne contarono quaranta e
nell’assedio di Modena cinquanta — ebbero diversa denominazione: il
più spesso si distinsero col numero progressivo come _prima, secunda,
tertia_; talvolta col nome del fondatore, come _Augusta, Claudiana_;
alcune dal nome degli Dei, di Marte, di Minerva, di Apollo; altre
dalle provincie trionfate, come _Italica, Gallica, Cirenaica_; ed
altre finalmente da qualche onorifica qualità, come la Vittrice, la
Fulminante, la Valente, la Ferrea, la Pudica, la Fedele[9].
Gli ordini della cavalleria, erano le torme e le decurie. Dividevansi
in dieci corpi. Ogni legione aveva dieci torme tricenarie, ossia
tremila cavalieri. Le ale, erano così chiamate a motivo della
loro posizione nella battaglia; onde dicevasi ala destra ed ala
sinistra, componevansi di soci e di confederati; le torme o compagnie
suddividevansi in tre decurie o brigate di dieci uomini.
Tito Livio ne fa sapere, come nel principio della seconda guerra
Punica, i Romani, veduta l’inferiorità della loro cavalleria rimpetto a
quella de’ Cartaginesi, usassero dei veliti come arcieri e frombolieri
per appiccar zuffa avanti le linee e spazzar la via all’esercito[10].
Questa era, per usare del linguaggio militare, la bassa forza: essa per
altro si completava coi suonatori di militari strumenti, con operai
armajuoli e costruttori di macchine guerresche, _tormenta bellica et
impedimenta_, e conduttori di bagagli, pel trasporto de’ quali non
si faceva uso, come di presente, di carriaggi, ma di bestie da soma,
perchè di minor impaccio e di servizio più pronto.
Ora dei duci.
Questi pure erano di due generi: proprii, quelli che erano preposti
ad una o a qualche parte dell’esercito, come i centurioni, e i
tribuni; comuni, coloro che erano preposti a tutti, come i legati e il
comandante in capo, _imperator_.
I centurioni venivan, d’ordine o consenso dei consoli, eletti dai
tribuni fra quelli della loro classe: sovente però si toglievano anche
da classi superiori, ma per segnalati meriti, massime per militari,
distinti. L’elezione dei centurioni era duplice. Nella prima se ne
eleggevano trenta, ed altrettanti nella seconda. Il primo eletto
denominavasi Primopilo ed era nel suo diritto di intervenire nei
consigli militari, in un coi tribuni e coi legati. Talvolta accadde,
più per qualche occasione e volontà del duce, che per diritto o
costume, che tutti i centurioni venissero ammessi nel consiglio.
Insegna poi dei centurioni era un baston di vite, di cui si valevano a
punizione de’ soldati.
I centurioni già eletti si eleggono pure alla loro volta gli uffiziali,
_uragi_, o più veramente chiamati _optiones_. Quando venivano
creati dai tribuni, dicevansi _accensi_; ma quando la loro nomina
fu devoluta ai centurioni, ebbero quel nome di _optiones_ ed anche
di sottocenturioni, _succenturiones_. _Tergoductores_ erano que’
sott’uffiziali che compivano le funzioni che or sarebbero de’ sargenti;
_decani_ quelli che or si direbbero caporali.
In mezzo a’ centurioni si trasceglievano due, prestanti per vigoria
d’animo e di corpo, per essere signiferi, o portatori del vessillo;
perocchè quantunque un solo fosse il vessillo, due tuttavia erano i
vessillarii o signiferi, acciò l’uno succedesse all’altro in caso di
fatica, essendo i vessilli pesanti, od anche all’evenienza di malattia.
Il Primopilo, _primopilus_ ed anche _primipilus_, era il capo di
tutti i centurioni, come il prefetto e principe delle legioni. Egli
aveva autorità anche sul collega suo Primopilo sinistro e la tutela
dell’aquila, che era lo stendardo principale della legione[11], tanto
così che si dicesse aquila come sinonimo di primopilato.
Come i centurioni eran preposti ai manipoli, così i tribuni della
milizia erano a tutta la legione che ne aveva sei. Li istituì Romolo,
li mantennero i Re ed i Consoli; ma il popolo se ne avocò il diritto
e il suffragio, poi esclusa ancora la facoltà nel popolo, e questi
volendola rivendicare, restò convenuto che parte ne avesse il popolo
e un numero eguale i consoli; i primi detti anche _comitiati_, avuti
in maggior onore; gli altri detti _Rutili_ o _Rufuli_. I tribuni
erano eziandio di due sorta, cavalieri e plebei. Spettava ai tribuni
render giustizia e conoscere delle cause capitali, dare il segnale
alle guardie e sentinelle, curare le veglie, vigilare le munizioni,
provvedere agli esercizi tutti. Portavano l’anello d’oro, gli altri
militi non potendolo portar che di ferro.
La cavalleria dividendosi in dieci turme, si pigliavano tre cavalieri
per ciascuna turma, e così si avevano trenta duci. Erano insomma tante
turme nella cavalleria quante erano nella fanteria le coorti; tante
le decurie quanti i manipoli: e per conseguenza altrettanti i duci;
con questo solo divario che nella turma ve ne era un solo, mentre nel
manipolo ve n’erano due. Nella turma erano tre le decurie e l’uffiziale
che comandava la decuria appellavasi decurione. Ciascuna turma aveva un
solo vessillo. Spettava ai duci delle turme la nomina degli _uragi_ od
_optiones_; come nella fanteria.
I soci o confederati, in luogo dei tribuni, che solo spettavano
ai militi cittadini, avevano i prefetti e venivano costituiti dai
consoli, pari nel resto nei diritti e nella podestà ai tribuni. I
Legati erano applicati agli imperatori o comandanti in capo, non tanto
per comandare, quanto per giovar di consiglio, ed era il Senato che
li destinava come pratici della milizia presso del capo. Era grande
dignità codesta, perocchè col potere dell’imperatore avesse altresì
diritto alla venerazione dovuta ai sacerdoti. Cicerone li chiamava
numi di pace e di guerra, curatori, interpreti, autori di bellici
consigli, ministri del provinciale interesse. Il loro potere per altro
era subordinato a quello del comandante. Incerto era il numero loro,
talvolta destinato uno per legione, sempre come sembrava conveniente
al Senato. Quelli ch’eran preposti a tutto l’esercito, dicevansi
consolari: pretorii quelli assegnati alle legioni.
Il supremo comandante era poi, come dissi, l’Imperatore, _imperator_,
a cui obbedivano cittadini e confederati, cavalieri e fanti. Insegna
della carica erano i littori coi fasci: aveva il paludamento, la
clamide, e i suoi cavalli portavano fregi militari, bardature ricche
d’oro e stragulo scarlatto.
Veniamo ora a trattare delle armi, le quali si dicevano _tela_ se erano
per offesa, _arma_ se per difesa.
È a questo punto che mi richiama la speciale attenzione il Museo
Nazionale di Napoli, dove colle armi e cogli attrezzi militari e
guerreschi di varii altri musei privati, o rinvenuti altrove, si
accolsero quelli che si trovarono negli scavi d’Ercolano e di Pompei.
Nel dire di questa parte interessantissima del napoletano Museo,
mi varrò dell’accurato Catalogo, che come degli altri oggetti tutti
riguardanti altre classi, così di questa diligentissimamente delle
armi, compilò l’illustre Commendatore Fiorelli, del quale non è parola
che basti a dir quanto delle preziosità pompejane ed ercolanesi sia
benemerito, e che fu da lui pubblicato in Napoli nell’anno 1869 nella
Tipografia Italiana del Liceo Vittorio Emanuele.
Giovi premettere un cenno storico intorno all’ordinamento di tale
Raccolta, quale il Fiorelli fe’ precedere al suo Catalogo.
Innanzi che si ponesse mano ad un più ragionevole ordinamento
del Museo, le armi antiche che si possedevano erano confuse agli
utensili domestici di bronzo: il _galerus_, l’_ocrea_, la _fibula_, i
_pugiones_, e le _parmæ_, oggetti d’abbigliamento o stromenti militari,
trovavansi in buona compagnia coi _cacabi_, e i _lebetes_, gli _ahena_,
i _clibani_ e gli _infundibula_. Argomenti il lettore qual relazione
vi avessero, oltre l’avere comune il metallo ond’erano formati, cioè il
bronzo.
Ora le Armi Antiche hanno una distinta collocazione, divisa la raccolta
in tre classi.
La prima è delle armi greche, le quali provenute da sepolcri di remota
antichità, e per lo più ricchi di vasi dipinti, appartengono ai Greci
dell’Italia Meridionale anteriori al dominio di Roma, trovate nei
luoghi di Ruvo, di Pesto, di Locri, di Egnazia e Canosa; ma siccome
esse punto non riguardano Pompei ed Ercolano e neppure quell’epoca che
l’opera mia prese a dichiarare, affin di non uscire dal campo nostro,
non ne terrò parola.
La seconda classe è delle armi romane ed italiche, rinvenute nelle
tombe della Campania e nei campi del Sannio e segnatamente alle pendici
del monte Saraceno presso l’antica _Bovianum vetus_, oggi denominata
_Pietrabbondante_; e fra queste pur talune vennero offerte dagli scavi
di Ercolano e Pompei.
Queste _galeæ_, od elmi, che per essere tutti di bronzo, a stretto
rigore dovrebbero dirsi _casses_, perocchè dapprima la voce
_galea_ venisse adoperata a designare un elmo di pelle o cuojo, pel
contrapposto di _cassis_ che indicava un elmo di metallo, appartengono
a Pompei. L’una (n. 57 del Catalogo speciale e 3474 del generale) ha
breve _projectura_ o visiera nella parte posteriore, ove è un foro per
attaccarvi la crista, con altro sulla sommità per contenere il piede
del cimiero (_apex_), che addita avere già per avventura spettato a
centurione, cui, per autorità di Polibio e di Vegezio, fregiava l’elmo
un cimiero, che mancava in quello di semplice soldato. Nei lati di
questa _galea_ due cerniere sostenevano le paragnatidi (_bucculæ_)
ora mancanti. La seconda (n. 59 — 3000) appare alterata ed ha avanzi
di cerchio di ferro, adattatovi all’intorno, perchè evidentemente
adoperata come utensile di cucina. Egualmente si conosce essere stata
mutata in _trulla_ la terza _galea_ (n. 62 — 3473), per l’aggiunta di
un manico di ferro.
Due _galeæ_ di bronzo (nn. 60, 61 — 2842, 2880) con frontale e
_bucculæ_, aventi sul vertice una piccola falera bucata per immettervi
l’_apex_ e dietro un uncino per fermare la _crista_ con le falde
posteriori aggiunte e tenute da chiodi, vennero invece raccolte negli
scavi d’Ercolano.
Una cuspide di bronzo (n. 80 — 3459); due gladii di ferro (81, 82
— 3459, 9618) due lame di gladio in bronzo (n. 83, 84 — 3461, 3462)
furono pur di Pompei; così due teste d’aquila in bronzo, impugnature
di gladio (85, 86 — 3458, 12883); un frammento di _lorica squamea_ (93
— 3456) consistente in novantuno pezzetti di osso in forma di squamme,
ciascuno con due buchi, ne’ quali passava un filo che li univa tra loro
sopra un torace di lino.
La terza classe è delle armi gladiatorie di Pompei e d’Ercolano,
credute da molti armi di guerra e per la singolarità delle loro forme
cagione di gravissimi errori sulla natura dell’armamento dei legionarii
romani, ai quali però queste armi erano affatto estranee, perchè solo
destinate ai ludi ed alle pompe dell’Anfiteatro.
Io per altro ho creduto di riserbarne il cenno in questo capitolo, per
non iscindere in diverse parti l’argomento delle armi.
Dodici sono le _galeæ_, di cui una sola di ferro, le altre tutte di
bronzo che si trassero dagli scavi di Pompei (nn. 268, 269, 271, 274,
275, 276, 277, 278, 279, 280, 282, 284). Sono degne di considerazione
speciale: quella al n. 275 adorna di figure in rilievo rappresentanti
cinque muse sulla parte anteriore, il dio Pane nel dinanzi della
_crista_, con trofeo di cimbali, tirsi, tibie, e di una lira graffiti,
e due amorini nella visiera, quelle ai nn. 276 e 278 a varii bassi
rilievi e quella al n. 282 che ha sulla fronte in rilievo la figura
di Roma galeata, che calcando una prora di nave regge nella sinistra
il gladio chiuso nella vagina, con due figure virili avanti di sè
prosternate e altri gruppi ai lati.
Cinque sono le _galeæ_ di Ercolano, delle quali una di ferro, le
altre in bronzo (270, 272, 273, 281, 283). La prima è adorna di bassi
rilievi che ritraggono sulla fronte un simulacro di Priapo avvolto in
ampia clamide, avente ai lati due guerrieri, con altri fregi minori
nelle restanti parti. Quella al n. 283 è veramente insigne, essendo
interamente ornata di figure a rilievo esprimenti gli ultimi fatti
della guerra di Troja.
Una _parma_ o scudo circolare di bronzo (n. 288) trovata in Pompei ha
nel mezzo di argento ed in rilievo il Gorgonio circondato da ghirlanda
di olivo, e così un mezzo scudo (n. 287) o _galerus_, con figure
marine.
È di Ercolano un mezzo scudo eguale (n. 286), ma di bronzo e atto alla
difesa della testa, venendo per lo più applicato all’omero nelle lotte
dei gladiatori Reziarii.
Tredici _ocreæ_ di bronzo (290, 291, 293, 294, 295, 296, 297, 298,
299, 300, 301, 302, 303, 304) son di Pompei, la più parte figurate e le
ultime due, simili affatto tra loro, servir dovevano certo ad un solo
combattente.
Priva di ornamenti è la sola ocrea di bronzo rinvenuta in Ercolano.
Sei cuspidi di bronzo per lancia offriron pure gli scavi pompejani
(305, 307, 308, 309, 310, 311) e una tricuspide (n. 306) che armava
forse l’estremità dell’asta di un Bestiario.
I medesimi scavi diedero tre pugnali di ferro, _pugiones_ (312 — 4)
con manici d’osso; due frammenti di cingolo di bronzo (315) in cui
alternatamente stavano in rilievo borchie con protomi bacchiche e di
altre divinità, con calici di fiori aperti, frammezzati di rami d’edera
scolpiti a puntini; con balteo di cuojo (316) a borchie di bronzo, e
sei dischi dello stesso metallo con protomi in rilievo; e finalmente
due corni (521 — 2) o trombe di bronzo che si suonavano dal _cornicen_,
di che verrò più sotto, quando sarà il discorso degli istrumenti
musicali della milizia, a parlare.
Tre fibule d’argento (317 — 9) servienti a baltei di cuoio provengono
da Ercolano.
È indubitabile che gli scavi che si verranno ad operare nel _Pagus
Augustus Felix_ trarranno in luce molte e molte altre armi; perocchè
quello fosse il luogo ove dimorava la colonia militare statavi per ben
due volte dedotta da Roma.
Enumerate le armi di Pompei ed Ercolano, che si hanno nel Museo
napoletano, vengo adesso ad assegnare quello che si aveva ciascun
milite facente parte dell’esercito romano.
Ho già detto che i veliti erano quasi inermi; la loro armatura infatti
era assai leggiera: un cimiero, _galea_ o _galeus_, di pelle o lana per
coprire il capo; una spada, _gladius_; un’asta, _hasta_; una specie
di scudo, _parma_, di legno ricoperto di cuoio e la frombola e con
essa avanti l’armata facevano in guerra le prime provocazioni contro
l’inimico.
Gli astati avevano un cimiero, _galea ærea_, di ferro senza visiera,
onde Cesare nella pugna farsalica avendo di contro i bellimbusti
di Roma che parteggiavano per Pompeo, potè consigliare i suoi colle
parole: _Faciem ferite_, mirate alla faccia, sicuro che per non essere
sfregiati al volto avrebbero volte le spalle. Sull’elmo portavano
creste e penne; avevano un gladio, uno scudo, _scutum_, il più spesso
ovale, qualche volta curvo come un canale od embrice; onde dicevasi
_imbricatum_, largo due piedi e mezzo della superficie, e quattro
di larghezza, costruito di più legni leggieri, come il fico e il
salice, ricoperti di pelli coi margini di ferro: vestivano la corazza,
_lorica_, di cuojo o di ferro e armavansi di una specie di giavellotto,
_pilum_, di ferro e pesante, il quale, diretto con arte, trapassava il
nemico scudo ed anche i suoi loricati cavalieri; e finalmente avevano
la gambiera, _ocrea_, di ferro, che, secondo Vegezio nel suo trattato
_De Re Militari_, i veliti frombolatori, _funditores_, portavano alla
gamba sinistra, e i _legionarii_ alla destra, dandone la ragione in ciò
che nella pugna i primi dovessero atteggiarsi ponendo il sinistro piede
avanti, mentre i militi avanzassero invece il destro.
I veliti frombolatori armavano le loro frombe di ghiande missili
(_glandes_), o grosse palle di piombo, in luogo di pietre, delle quali
più spesso servivansi. Esse portavano incise lettere allusive, come
FIR, per FIRMITER, quasi a dire _scaglia forte_, o FERI ROMA, cioè
colpisci o Roma, e il _Catalogo delle Armi Antiche_ succitato, ricorda
le ghiande missili dell’assedio di Ascoli (a. u. c. 664, 665) e quelle
della Guerra Civile (a. u. c. 705) colle diverse leggende, tra cui
nell’ultime FERI POMP. e FERI MAG. cioè, _colpisci Pompeo, colpisci il
Magno_, cioè il medesimo Pompeo, perocchè appunto dovesse questo gran
capitano nel 705 occupare il Piceno per opporsi alle armi di Cesare. Il
Museo Nazionale possiede 39 di queste ghiande dell’Assedio d’Ascoli, e
9 della Guerra Civile.
Le armi dei Principi e dei Triarii erano simili a quelle degli Astati;
solo i Triarii, a vece dei pili, o giavellotti, portavano le aste, di
che valevansi principalmente formandone selve dirette contro le cariche
della cavalleria nemica, come si farebbero oggidì al medesimo intento i
quadrati alla bajonetta.
Di talune di tali armi fornirono esempi gli scavi pompejani, come più
sopra si è detto.
I soldati di cavalleria dapprima non portavano lorica, affin d’essere
più spediti, ma una semplice vesta, ed anzi per questa speditezza
maggiore, s’accostumavano i cavalli stessi a piegar le gambe e
prostrarsi. Pare che non avessero sella, ma qualcosa che le somigliasse
onde seder più sofice. Avevan asta più gracile, scudo o parma di cuoio;
e quando poi imitarono l’armatura greca, ebbero gladio ed asta più
grande e cuspidata, ossia appuntata, scudo, e nella faretra tre o più
giavellotti, con cuspide larga, cimiero e lorica.
Ogni legione aveva i suoi maestri delle armi per ammaestrare i soldati.
Primo esercizio era il camminare celere, eguale e giusto; quindi
era la _Palaria_, per la quale combattendo contro un palo confitto
in terra con armi pesanti, si addestravano a maneggiar le vere con
agilità; altri eran: la lotta, il nuoto, il salto, il cavalcare,
la marcia che spingevano fino a ventiquattro miglia in sei ore, e
il porto dei fardelli. Avevan questi fin sessanta libbre di peso,
senza tener conto delle armi, considerate queste come membra del
soldato, secondo s’esprime Cicerone: _Nostri exercitus primum, unde
nomen habeant, vides; deinde qui labor, et quantus agminis ferre plus
dimidiati mensis cibaria: ferre si quis ad usum velint: ferre vallum,
nam scutum, gladium, galeam nostri milites in onere non plus numerant,
quam humerus, lacertus, manus. Arma enim membra esse militis dicunt,
quæ quidem ita geruntur apte, ut si usus foret, abiectis oneribus,
expeditis armis, ut membris pugnare possint_[12]. In tasche di cuojo,
portavano frumento bastevole per venti giorni e Tito Livio dice fino
per trenta[13], a cui dopo sostituirono il biscotto, che dicevan
_bucellatum_[14].
I Romani non ebbero cavalleria leggiera, ma dopo aver patito a causa
della cavalleria leggiera numidica, di essa se ne valsero di poi.
Questi feroci soldati pugnavano nudi ed inermi, all’infuori d’una
mazza, che maneggiavano con grandissima arte. Erano poi questi barbari
di una maravigliosa destrezza nel saltare da un cavallo all’altro.
Sul qual proposito rammenterà il lettore come Omero nell’_Iliade_
accennasse alla somma destrezza de’ suoi eroi perfin su quattro
cavalli. Teutobocco re dei Teutoni era solito saltar alternativamente
su quattro ed anco su di sei cavalli.
Dovendo or dire degli accampamenti, o campi fortificati, _castra_,
comincerò per segnalarne la disposizione, notevole per l’ordine e per
l’arte. Essi, se permanenti, chiamavansi _castra stativa_ e il campo
si faceva in forma quadrata circondato da fossato, _fossa_, e da un
parapetto, _agger_, costituente insieme ciò che veniva detto _vallum_,
con palizzate chiamate _sudes_, come al verso di Virgilio:
_Quadrifidasque sudes, et acuto robore vallos_[15].
Si formavano all’accampamento quattro porte: _prætoria_, era la porta
che fronteggiava il nemico; _decumana_, quella della parte opposta
e per la quale si conducevan i soldati colti in delitto per essere
puniti: le altre, dei lati, dicevansi _principales_ coll’aggiuntivo
di _destra_, o _sinistra_. Il campo si divideva poi in due parti: la
superiore conteneva il quartiere del generale, _prætorium_, presso
alla porta per ciò appellata _prætoria_, alla cui destra il luogo del
questore, _quæstorium_, e alla sinistra i luogotenenti generali. Nella
parte inferiore erano, nel mezzo la cavalleria, e dai lati di essa i
Triarii, i Principi, gli Alabardieri e gli alleati.
L’interno era diviso in sette viali, il più largo dei quali correndo
in dritta linea tra le due porte laterali e subito di fronte alla tenda
del generale, era largo metri 3,04 e chiamavasi _via principalis_. Più
innanzi, ma parallela, vi era un’altra strada detta _via quintana_,
larga metri 3,52 e divideva l’intera parte superiore del campo in due
eguali scompartimenti, e questi erano pure suddivisi in cinque altre
strade della stessa larghezza.
Fra i Tribuni e Prefetti e dirimpetto alle due porte laterali eravi la
parte più sacra degli accampamenti e dicevasi _Principia_, de’ quali
già toccai in addietro. Ivi erano le statue e le principali insegne,
vi si ergevano gli altari e si celebravano i sacrificj, a un di presso
come nel Medio Evo si immaginò nelle città italiane il Carroccio. Nei
Principii si tenevano i consigli dei duci, si amministrava dai tribuni
militari la giustizia: _tribunos jura reddere in principiis sinebant_,
come lasciò scritto Tito Livio[16].
Nota Giusto Lipsio che nel campo si inalberavano le banderuole, dalle
quali ognuno conosceva il proprio posto.
La milizia aveva poi speciali insegne nel campo, come avverte Lucano in
quel verso della Farsaglia:
. . . . . _infestisque obvia signis_
_Signa pares aquilas et pila minantia pilis_[17].
Più sopra ho ricordato che la legione aveva l’aquila per insegna, ed
era essa d’oro o d’argento, inalberata su di un’asta e si figgeva, in
terra, e quei che la portava dicevasi _aquilifer_. Il manipolo aveva
la sua insegna: fu dapprima in un piccol fascio di fieno, posto sulla
sommità d’una pertica, donde venne il nome di manipolo, come nota
Ovidio nel Lib. III. de’ _Fasti_:
_Illaque de foeno: sed erat reverentia foeno_
_Quantum nunc aquilas cernis habere tuas._
_Pertica suspensos portabat longa maniplos_
_Unde Maniplaris nomina miles habet_[18].
Più avanti fu sostituito il fascio di fieno da un’asta, con un traverso
di legno alla sommità e su di esso una mano. Vi si misero anche imagini
di numi, poi di imperatori, e l’adulazione vi fe’ collocare anche
l’imagine di Sejano al tempo di Tiberio. I portatori di queste insegne
furono chiamati _imagiferi_.
Ogni Centuria aveva la sua bandiera distinta, su cui ponevansi
iscrizioni, o ricamavansi le figure dell’Aquila, del Minotauro, del
cavallo o del cignale[19].
La cavalleria, alla sua volta, aveva in ogni turma un vessillo
consistente in una picca con un traverso nella sommità, al quale
s’accomandava un drappo su cui era tessuto a lettere d’oro il nome del
generale[20].
Ogni parte del campo aveva a difesa una turma con tre manipoli, o
una coorte con veliti, come si evince da Giulio Cesare, _De Bello
Civili_[21]. Al quartiere de’ cavalieri v’erano i triarii, e Sallustio
ci fa sapere che alla guardia del Console fosse un manipolo[22] ed
una turma d’alleati straordinarii; a quella de’ legati fossero quattro
astati ed altrettanti principi; a quella del questore tre.
Le guardie diurne di sentinella dicevansi _excubiæ_, quelle di
notte _vigiliæ_. _Tessera_ appellavasi la parola d’ordine, perchè
consegnavasi alla sentinella una tavoletta di contrassegno in cui era
scritto il manipolo al quale ciascuna guardia apparteneva e la veglia
che gli toccava, come leggesi in Stazio:
_Dat tessera signum_
_Excubiis positæ vices_[23].
Venivano le sentinelle estratte a sorte dai tergoduttori e si
conducevano avanti il tribuno di guardia: distribuite poi a’ rispettivi
posti di guardia, vi venivano rilevate a suon di corno[24]. Un soldato,
chiamato tesserario, riceveva dai tribuni la tessera al tramontar del
giorno, e nella quale era scritto il motto, ed egli alla sua volta la
consegnava, in presenza di testimoni, al suo manipolo od alla turma.
Marco Porcio Catone, sulla fede di Festo, insegna che _Procubitores_
si chiamassero poi que’ soldati armati alla leggiera, che facevano di
notte la scolta dinanzi agli alloggiamenti, quando questi erano vicini
a quelli dei nemici.
Anche allora v’erano istromenti militari, de’ quali valevasi in diverse
occasioni la milizia: la _buccina_, corno di caccia proprio dapprima
de’ pastori, era stata poscia adottata negli eserciti; onde Properzio
così notò tal passaggio:
_Nunc intra muros pastoris buccina lenti_
_Cantat_[25]
e Virgilio, nell’_Eneide_, ne disse l’uso guerresco:
_Bello dat signum rauca cruentum_
_Buccina_[26].
Il suon della buccina muoveva le insegne; la _tuba_, più piccola
e simile alla nostra trombetta dava il segno dell’attacco e della
ritirata: quella era a più giri, questa invece retta, giusta quanto
avverte Ovidio:
_Non tuba directi, non æris cornua flexi_[27].
Il _lituus_ era una trombetta più piccola, più dolce e curva, il
_cornu_ era di bufalo, legato in oro, con suono acuto e distinto: così
accenna Seneca nell’_Edipo_ ad entrambi questi istrumenti:
_Sonuit reflexo classicum cornu,_
_Lituusque aduncos, stridulo cantus_
_Elisit ære_[28].
Poco in uso era il tamburo, _timpanum_, di cui si servivano i Parti nel
dar il segno della battaglia e se ne valevano i Romani a imitazione
di essi, talvolta per distinguere in guerra i segni delle nuove
evoluzioni, come più sensibili, giusta il verso di Stazio;
_Tum plurima buxus,_
_Æraque taurinos sonitu vincentia pulsus_[29].
Questo tamburo pare fosse formato da una caldaja di rame, _lebes_,
sulla cui periferia era tesa una pelle come sono i timballi delle
nostre odierne orchestre: nondimeno i Parti ebbero anche il lungo
tamburo, come si rileva da Plutarco (_In Crasso_ 23); ma allora sembra
si chiamasse con greco nome _symphonia_.
_Tubicen_ veniva detto il suonator della tromba; _liticen_ quello
del lituo; _cornicen_ quello del corno, e _tympanotriba_ quello del
tamburo.
Detto della formazione della milizia e dei loro capi, tocchiamo
brevemente degli stipendj. — Da prima è certo che nessuno stipendio
si accordasse ai soldati, come che fosse tenuto obbligo naturale di
libero cittadino di portar l’arme a difesa della patria; poi lo si
ammise e fu di triplice natura; in denaro, in frumento e in vestiario.
In denaro si diedero prima due oboli al giorno; ma Cesare, per
tenersi il soldato affezionato, ne duplicò il soldo; altri imperatori,
pe’medesimi interessi, l’accrebbero. Ho già detto come poi al frumento
si sostituisse il biscotto.
Dopo ciò seguiamo la milizia all’azione.
Siccome tanto in Grecia che in Roma non vi aveva per avventura atto
della vita pubblica nel quale non si invocasse auspice la divinità,
tanto che in Roma non seguisse adunanza pubblica se prima gli auguri
non avessero assicurato propizii i numi, e l’assemblea non avesse
ripetuta la preghiera pronunziata dall’augure, ed anzi il luogo di
riunione pel Senato fosse un tempio e fossero multate di nullità le
decisioni deliberate in luogo non sacro. Così non sarebbesi potuto
muovere la milizia alla guerra senza l’intervento della religione.
A tale effetto trovasi ricordato in Dionigi d’Alicarnasso[30] e nello
Scoliaste di Virgilio[31] come nelle città italiche fossero istituiti
collegi di Feciali, i quali presiedevano a tutte le cerimonie sacre cui
davano luogo le relazioni internazionali. Gli speciali uffici di questi
sacerdoti ho già raccontato ne’ capitoli della storia[32] e detto come
ad essi incombesse pronunciar la formula sacramentale della guerra. Un
tal rito egli compiva colla testa velata, e una corona sulla testa.
Quindi il Console in abito sacerdotale apriva solennemente il tempio
di Giano e faceva il sacrificio a propiziare il Dio. Le viscere della
vittima immolata venivano dall’aruspice esaminate, e se favorevoli
riuscivano i segni, il console riconoscendo che gli Dei permettevan la
pugna, dava gli ordini della stessa.
E ciò che il Console faceva allo intimarsi della guerra, ripeteva il
sommo duce, sagrificando cioè e pronunciando solenni preghiere, e così
ad ogni campale battaglia facevasi precedere la consultazione delle
viscere degli animali sagrificati.
Era insomma nè più nè meno di quello che si faceva nella più remota
antichità anche in Grecia, ciò che prova la comune origine delle due
nazioni. Restò famoso quanto intervenne alla battaglia di Platea. Gli
Spartani erano già ordinati in battaglia; ognuno trovavasi al suo posto
e la corona in testa udivano i suoni dei tibicini che accompagnavano
gli inni religiosi. Dietro le file il re attendeva al sacrificio,
ma le viscere delle vittime non presentavano i favorevoli auspici;
epperò rinnovavasi il sacrificio. Più vittime vennero immolate; ma
intanto la cavalleria persiana avanza, scaglia i suoi dardi e fa cadere
gran numero di Lacedemoni. Ma questi rimangono immobili, lo scudo al
piede, sotto la grandine nemica in aspettazione del segnale degli Dei.
Questo finalmente è manifestato e allora i militi spartani imbracciano
gli scudi, danno mano alla spada, gittansi animosi sull’inimico, lo
combattono fieramente, lo sbaragliano e riportano la più gloriosa
vittoria.
Eschilo, nei _Sette a Tebe_, così fa pregare, prima della battaglia gli
Dei:
O voi possenti, o prodi
Voi divi e dee beate,
Di questo suol custodi,
Della città non date
Preda a nimico di sermon diverso
Esaudite di vergini
Il prego a voi con tesa man converso.
Deh la città secura,
Amici Dei, ne renda
Il favor vostro, e cura
Pur del sacro vi prenda
Popolar culto; e rimembrate, o numi,
L’are, che a voi di vittime
Arder Tebe fe’ sempre, e di profumi[33].
Anche in Euripide, nei _Fenicii_, è detta consimile preghiera.
Da qui il costume che cogli àuguri seguissero l’esercito romano anche
i _pullarii_, che dal pasto dei polli traevano gli auspici[34], e dei
quali doveva essere frequente e rispettato l’ufficio, se ogni legione
l’avesse[36], se Planco scrivendo a Cicerone seriamente dicessegli:
_Pullariorum admonitu, non satis diligenter eum auspiciis operam
dedisse_[37].
L’armata si schierava in battaglia in due o tre battaglioni; le legioni
romane erano sempre nel mezzo; ai fianchi, a formar le ale, le legioni
alleate. La cavalleria, per consueto, alle spalle della fanteria, e
Tito Livio nota che venisse anche collocata in coda, ad impedire che
l’oste nemica non circondasse l’armata. Ho già detto come i Veliti
fossero i primi ad aprir la pugna, seguissero poscia gli Astati e
appresso i Principi; la vanguardia si componeva di quaranta compagnie.
Il generale stava fra i Triari e i Principi, e a lato aveva la guardia
pretoria, gli evocati ed un tribuno di ogni legione. Il prefetto della
cavalleria comandava alle dieci turme, come il decurione più vecchio
sovrastava a ciascuna turma.
I Romani poi sapevano mirabilmente fortificarsi, munendo le loro
città di torri, di muraglie merlate e di larghi e profondi fossati.
L’ingresso in città era per porte praticate nel piede delle torri con
ponti levatoj e saracinesche, come già ci accadde di vedere a Pompei.
Tutto un sistema di torri le cingeva, ed a cagion d’esempio, nelle
carte topografiche antiche di Milano pur colonia romana, detta anzi
_altera Roma_, si vedeva che fra una torre e l’altra non correvano più
di cento piedi. Le piazze-forti approvvigionavano, in previsione di
assedio, di viveri e di armi e d’ogni cosa atta ad offendere, siccome
bitume, solfo e pece. In caso invece di investimento di una città, vi
si praticavano intorno linee di circonvallazione e trincee; e se fosse
sembrata impresa non grave, usavasi riempirla di una linea di soldati
che chiamavano corona, giusta quanto vedesi ricordato nel seguente
verso di Silio Italico:
_Mœnia flexa sinu, spissa vallata corona_
_Alligat_[38],
od anche nello storico Giuseppe Ebreo, _De Bello Iudaico_ si legge:
_Duplici peditum corona urbem cingunt et tertiam seriem equitum
exterius ponunt_[39].
All’espugnazione poi servivasi di una infinità di macchine dette
_Poliorcetiæ_, dal loro inventore Demetrio Poliorcete. Comprendevasi
nel numero di esse il terrapieno fatto di terra, pali e fascine onde
porvi le torri e battere in breccia. La torre mobile a diversi piani,
perfino di quaranta piedi d’altezza e montata su ruote; la testuggine,
specie di tettoja di legno coperta di pelle bovina onde metterla al
coperto dagli assalitori, facevasi cogli scudi sulla testa quando
correvano insieme all’assalto onde difendersi da’ proiettili nemici;
l’ariete, trave lunga e grossa guernita all’estremità di una testa
di ferro che, sostenuta da’ soldati stessi coperti dalla testuggine,
veniva violentemente spinta contro le muraglie; la catapulta, macchina,
secondo Vitruvio[40], di due braccia atta a scagliar dardi di molta
grandezza, materie infiammate e sassi; la balista, mossa da nervi
allo stesso scopo di scagliar pietre; il tollenone, o trave in terra
confitta con altra alla cima, così collocata traversalmente che
abbassandosi l’un de’ capi, l’altro s’inalzava, ed a questi capi erano
adattati certi graticci entro cui s’ascondevano i soldati e dai quali
offendevano l’inimico; e l’altalena, macchina movibile da cui s’alzava
il ponte fino all’altezza delle mura assediate e da cui gittavasi la
scala munita di uncini onde aggrapparla al parapetto e compire la
scalata. L’elepoli, la terebra, la galleria, la vigna, con o senza
ruote, erano altrettante testudini di diversa fattura; chi poi volesse
avere di questi bellici strumenti l’idea più esatta, ricorra al libro
X di Vitruvio che ne discorre ampiamente. Tutte queste macchine poi
trattavano i Romani con somma destrezza e agilità.
Quando si accingevano ad impresa di molto momento e alla battaglia, o
quando trattavasi di comporre una spedizione militare, il comandante
arringava i soldati, e Tito Livio nelle sue storie ci fornì magnifici
esempi di militare eloquenza, e se l’entusiasmo de’ soldati rispondeva
alle parole di lui, Ammiano disse che lo si esprimeva col percuotere
gli scudi e colle acclamazioni: _Hac fiducia miles, hastis feriendo
clypeo, sonitu adsurgens ingenti, uno propemodum ore dictis favebat
et cœptis_[41]; ma se l’arringa non trovava approvazione, facevasi
intendere una confusa mormorazione od opponevasi il più assoluto
silenzio; onde più tardi potea dirsi con istorica allusione che il
silenzio fosse la lezione dei re.
Il comandante, dopo la battaglia e la vittoria, assolte le pubbliche
e solenni cerimonie del sacrificio, pel quale processionalmente
portavasi al tempio principale della città, fra i canti guerreschi
de’ soldati incoronati che lo seguivano, e le grida _Io triumphe_[42],
dinanzi alla fronte del suo esercito, lo ringraziava, particolarmente
facendo onorevole menzione di coloro che meglio si fossero distinti
e distribuiva i premj secondo le diverse qualità di essi. Chi avesse
combattuto corpo a corpo col nemico, o presolo, od ammazzato, otteneva
l’_asta pura_, o mezza picca tutta di legno, così rammentata da
Virgilio:
_Ille vides pura juvenis, qui nititur hasta_[43].
Ottenevano monili d’oro o d’argento, braccialetti o catene coloro che
avessero reso segnalato servizio.
Più ambite per altro erano le corone. Davasi la _civica_, ed era
guarnita di quercia, a chi avesse salvo un cittadino; onde Claudiano,
nelle lodi di Stilicone, cantò:
_Mos erat in veterum castris, ut tempora quercu_
_Velaret, validis fuso qui viribus hoste_
_Casurum potuit, morti subducerem civem_[44].
Concedevasi la _murale_ d’oro, perchè foggiata a muro e baluardi, a chi
primo avesse scalato le mura:
. . . . . _Cape victor honorem_
_Tempora murali cinctus turrita corona_[45].
La _castrense_ o _vallare_, ed era d’oro formata come di palizzate
di vallo, per colui che primo avesse occupato il campo nemico; la
_navale_ o _rostrale_ a chi primo fosse saltato sulla nave nemica;
l’_ossidionale_ o graminea, intesta d’erba colta nel luogo assediato,
al capitano che avesse costretto il nemico a levar l’assedio: la
_trionfale_, che fu prima di alloro, poi d’oro, al capo supremo
dopo una segnalata vittoria, e finalmente la _ovale_ di mirto a chi
riportasse ovazione, o trionfo minore.
Erano altre distinzioni militari: l’intervento ai publici ludi fregiato
dei riportati premj, l’esposizione delle spoglie nemiche alle pareti
esterne delle case con divieto di levarnele anche per vendita delle
medesime, e Tibullo vi accenna in quel distico:
_Te bellare decet terra, Messala, marique,_
_Ut domus hostiles præferat exuvios_[46].
Il supremo comandante, che ucciso il comandante nemico, ne lo avesse
spogliato, la spoglia, detta opima, sospendevasi nel tempo di Giove
Feretrio. Tre soli conseguirono questo onore: Romolo uccidendo Acrone
re de’ Cicimei, Cornelio Cosso ammazzando Tolunnio re de’ Tusci, e
Marcello spegnendo Viridomaro re de’ Galli[47].
Ai primi tempi di Roma la preda bellica ripartivasi fra coloro che
avevano preso parte alla guerra; dopo venne qualche volta promessa
ai soldati per incuorarli alla pugna; il più spesso spettava alla
Repubblica e l’impadronirsi di essa costituiva perfino reato di
peculato.
Ma l’onore maggiore e che importava il più superbo e solenne
spettacolo, era il trionfo, che veniva accordato a quel supremo
capitano che avesse riportata alcuna insigne vittoria; ma solo vi
poteano aspirare i dittatori, i consoli e i pretori; sì che citisi come
singolar privilegio l’averlo ottenuto Cn. Pompeo di soli 24 anni, ed
essendo appena cavaliere. Per aver diritto e chiederlo, era mestieri
avere in una sola battaglia sbaragliato almeno cinquemila nemici,
deporsi dal comando dell’armata e, restando fuori di Roma, domandarlo
per lettera involta in foglie d’alloro, indirizzata al Senato, che
venuto nel tempio di Bellona, leggevala e trovato giusto quell’onore,
lo concedeva, riconfermandolo imperatore.
Per essere stato rifiutato l’onor del trionfo ai Consoli Valerio ed
Orazio, il tribuno Icilio ne appellò al popolo, che loro lo accordò,
onde quindinnanzi ne nacque spesso conflitto di autorità. Fu per tale
conflitto che Claudia vestale, saputo che disturbar volevasi il trionfo
del proprio padre Claudio, e farlo scendere in mezzo ad esso dal carro,
a ciò impedire, montò ella stessa il carro con lui; perocchè nessuno
sarebbesi attentato portar la mano su d’una vestale.
Il supremo duce, cui era decretato il trionfo della veste _palmata_,
ossia tessuta a frondi d’alloro, che si mutò nel seguito in porpora
tessuta d’oro, cingeva le tempia d’una corona d’alloro, che poi
fu d’oro, e nell’una mano stringendo uno scettro eburneo sulla cui
cima era un’aquila d’oro, nell’altra invece un ramoscello d’alloro,
attendeva il Senato, che gli moveva incontro seguito da’ littori
co’ fasci ornati di frondi pure di lauro e incominciava la pompa
del trionfo. Precedevano i tibicini e trombettieri suonando concenti
di battaglia. Venivano poscia i bianchi tori coperti da gualdrappe
di porpora ricamata d’oro, e dorate le corna, destinati ad essere
sagrificati, e condotti dai vittimarj stringenti ciascuno una lancia,
susseguiti da’ sacerdoti. Tenevano dietro i molti carri colle imagini
delle nazioni e castella debellate; onde il popolo, giusta quanto cantò
Ovidio:
_Ergo omnis populus poterit spectare triumphos_
_Cumque ducum titulis oppida capta leget_[48].
Quindi i carri recanti le spoglie dei nemici, le armi, l’argento, il
danaro, i vasi, le insegne e le macchine guerresche conquistate.
Dietro di essi camminavano i re, i capitani e i prigionieri colla testa
rasa in segno di loro schiavitù, e carichi di catene:
_Vinclaquæ captiva reges cervice gerentes_
_Ante coronatos ire videbit equos_[49]
e finalmente arrivava maestoso su di un carro, ricco d’avorio ed
incrostato d’oro e tratto da quattro bianchi corsieri, attelati tutti
di fronte, il trionfatore:
_Portabit niveis currus eburnus equis_[50].
Nei tempi ultimi della republica, Pompeo ai cavalli sostituì gli
elefanti, Marcantonio i leoni, Nerone giumenti ermafroditi, Eliogabalo
le tigri, e Aureliano le renne.
I figli dei trionfatori o stavano sui cavalli del carro trionfale,
come praticò Paolo Emilio, o sovra il carro stesso, o immediatamente
venivano dietro di esso.
Tertulliano poi nota, che uno schiavo sostenesse la corona del
trionfatore e a tratti gli gridasse: _Respice post te, hominem esse
memento_.
Entrando il trionfatore per la porta Capena, per la quale si andava al
Campidoglio, meta del trionfo, il popolo lo acclamava colle grida _Io
triumphe_, e la formula del popolare entusiasmo, quasi sacramentale,
è suggellata nelle odi di Orazio, in quella a Giulio Antonio, ne’
seguenti versi:
_Teque dum procedis, Io Triumphe_
_Non semel dicemus, Io Triumphe_
_Civitas omnis: dabimusque Divis_
_Thura benignis_[51].
Arrivato tra plausi al Campidoglio, dimessa la toga trionfale,
volgevasi agli Dei con questa preghiera: _Gratias tibi, Iupiter
Optime Maxime, tibique Junoni Reginæ et cæteris huius custodibus,
Habitatoribusque arcis Diis, lubens lætusque ago, Re Romana in hanc
diem et horam per manus quod voluistis meas, servata, bene gestaque,
eamdem et servate, ut facitis, fovete, protegite propitiati, supplex
oro_[52].
Si immolavano allora le vittime e compivansi i sacrifici: il
trionfatore deponeva l’alloro nelle mani della statua di Giove; quindi
i prigionieri venivano tradotti al carcere Tulliano dove si facevano
miseramente morire[53].
Si chiudeva l’augusta cerimonia con un lauto banchetto a spesa
publica, e vi intervenivano i maggiorenti della città, all’infuor de’
consoli, acciò, osserva Valerio Massimo, il trionfatore vi serbasse
la preminenza[54]. Alla plebe poi si distribuiva in segno d’allegrezza
denaro. V’ebbero trionfi che durarono tre giorni, come quello di Paolo
Emilio, nel quale porse commovente spettacolo il re Perseo in catene
co’ suoi figliuoli, inscii, per la tenera età, della loro immensa
sventura. Quello di Giulio Cesare, descrittoci da Dione Cassio, durò
quattro giorni.
Il trionfo navale era suppergiù il medesimo. Solo facevasene precedere
la domanda colla spedizione di una nave ricca di spoglie ed adorna
d’alloro.
Il minor trionfo che dicevasi ovazione, perchè esigeva il sagrificio
d’una pecora, ovis, compivasi andando il supremo duce, al quale era
aggiudicato, o a piedi od a cavallo al Campidoglio, con corona di mirto
in capo, con toga bianca orlata di porpora e con ramo d’ulivo in mano.
Accordavasi a chi avesse riportata una vittoria su nemico disuguale,
come pirati, schiavi, transfughi. Eran nella procession trionfale
i tibicini, portavansi le insegne militari, le spoglie, le armi, il
denaro.
I trionfatori ottenevano talvolta l’onore delle statue o dell’erezione
di colonne o di un arco, l’uso della corona e della veste trionfale, il
diritto alla sedia curule e cento altre prerogative.
Ma pari alla grandiosità de’ premj, era la gravità delle pene che
s’infligevano a’ delinquenti militari. Severissima era la militar
disciplina, e si comprende allora come la sentinella pompejana,
neppur davanti ai pericoli ed all’orrore del terribile cataclisma
avesse violata la consegna, ma, rimasta al suo posto, vi perisse; e
la disciplina non v’ha chi ignori essere la virtù e la forza precipua
degli eserciti.
Già ne’ capitoli della storia ho ricordato il formidabile esempio del
giovane Manlio Torquato dannato a morte dal padre, per essersi, contro
divieto, battuto con Geminio Mezio, che lo aveva sfidato; nè altrimenti
aveva operato Giunio Bruto co’ proprj figliuoli, fatti trucidare da
lui pel sospetto di essersi ammutinati nel campo affin di rimettere in
trono i Tarquinj.
La sedizion militare e la fuga di un corpo di milizia punivasi colla
decimazione, cioè collo estrarre a sorte dieci soldati in cento e
mandarli a morte; e la ragione di tal pena è fornita da Cicerone:
_Stuatuerunt itaque majores nostri, ut si a multis esset flagitium rei
militaris admissum, sortione in quosdam anima deterreretur: ut metus
videlicet ad omnes, pœna ad paucos pervenerit_[55]. Eravi anche la
vigesimazione e la centesimazione. Se il soldato abbandonava il suo
posto di guardia, se disertava per tre volte, se rendevasi colpevole
di nefando delitto, di spergiuro o di falsa testimonianza, veniva
dal Tribuno e da un consiglio di guerra, sempre adunato in causa
capitale, condannato a morte colle verghe, e questo genere di morte
chiamavasi _fustinarium_. _Fustem capiens Tribunus_, scrive Polibio,
_condemnatum leviter tangit et delibat. Quo facto, omnes qui in castris
sunt, ferientes alius fustibus, alius lapidibus, plerosque in ipsis
occidunt_[56].
Il latrocinio, al dir di Frontino, si puniva col taglio della mano del
colpevole, e quindi gli si eseguiva la pena del _fustinarium_.
Si usò ne’ delitti gravi il taglio della testa colla scure; i disertori
anche coll’affissione in croce.
Pene minori erano la fustigazione leggiera con dieci, venti o cento
battiture, e si applicavano per codardia o per mancanze; la multa
e, dove non pagata, il pegno, privandosi il soldato di parte delle
armi, che doveva provvedersi con denaro proprio e si chiamava _censio
hastaria_.
Erano del pari punizioni militari: l’orzo dato a vece del frumento,
quasi ritenuti indegni dell’alimento umano, perchè l’orzo davano a’
giumenti; la sospensione del soldo, e il soldato dicevasi allora _ære
dirutus_; l’attendarsi fuor del vallo o del campo, e lasciato quindi
più esposto al nemico; l’abito vile, o disciolto; il mutar di milizia
e talvolta il rilegamento fra i bellici impedimenti ed alla custodia
dei prigionieri; lo star in piedi alla cena, solendo in tempo di essa i
soldati romani star seduti, e va dicendo.
Compiuta la sua ferma, o come dicevasi dai Romani, _confecta
stipendia_, il soldato veniva congedato, e il congedo, _missio_, era
poi di duplice natura. Dicevasi onesto, _honesta missio_, a chi aveva
ultimato il servizio militare; causario, _causaria missio_, se motivato
da vizio, difetto o morbo.
Era poi detto grazioso, se accordato al milite da’ comandanti per
favore, ma poteva revocarsi da’ censori; ignominioso, se fosse stato
determinato da crimine o delitto.
Sotto di Augusto poi vi ebbe quella specie di congedo che appellavasi
_exauctoratio_, ed era il congedo a servizio militare compiuto, che
non obbligava ad altro onere di milizia, se non alla pugna contro il
nemico, e in tal caso dicevansi veterani sifatti soldati.
Questi che ho riassunti in breve erano gli ordinamenti della romana
milizia, che a compimento del quadro della vita publica de’ romani e
delle città, come Pompei, che s’erano alle leggi ed alle costumanze de’
romani conformate, dovevo far conoscere al lettore.