Murger adora le donne dalle labbra verdi, e dalle guancie gialle. — Son
errori estetici provenienti dal daltonismo alcoolico; così il mio
egregio amico Prof. Raymond curò un pittore, celebre, che divenuto
alcoolista abbondava nelle tinte gialle in luogo delle rosse e verdi; ed
un altro, cui l'alcool avendo scancellato completamente il senso dei
colori rese maravigliosamente abile nelle tinte bianche, sicchè riescì
tra una e l'altra ubbriacatura il più grande pittore di nevi di tutta la
Francia.
PAZZIE. — Anche i sintomi del comune delirio scompaiono in brevissimo
tempo; 8 giorni al più e senza gravi conseguenze, allo stesso modo come
vi possono essere accessi di delirio in individui che bevvero molto ma
senza ubbriacarsi^[X-12]. Il Canstatt narra di uno che ne patì 10
accessi in un anno solo, eppure guarì perfettamente. Io mi ricordo un
povero pretore, che pativa perfino di accessi epilettiformi, e nello
stesso tempo, paralitici con completa demenza, e poi si riaveva
completamente; si noti qui come l'appressarsi del tristo accesso gli si
rivelava nella scrittura che da chiara e ferma si faceva tremolante,
confusa e con la curiosa dimenticanza delle consonanti, p. es.,
_roccapetrosa_ in _roa peroa_, evidentemente per riflesso della paresi
dell'ipoglosso; ed un altro che minacciava di uccidere tutti i suoi
immaginari avvelenatori, tornò dopo due giorni, in famiglia, tenero ed
affettuoso assai più di prima.
Benchè tutti i sintomi siano scomparsi, tuttavia un buon osservatore può
ancora trovarne qualche traccia nella loquela alquanto incerta e
tremolante, nei moti fibrillari della faccia, nei tremori che
riproduconsi specie al mattino o sopravvengono dopo una forte emozione;
nella pupilla ineguale, nella vista annebbiata, o in qualche
preoccupazione ipocondriaca; in qualche illusione che passa però
rapidamente ed in un certo suo errore di pronuncia, per cui se è in
mezzo agli amici (al contrario dei balbuzienti), sopprime o qualche
sillaba o frase alla fine del periodo e financo un intero periodo
(battarismo), più spesso in un cotal sorriso stereotipato specie quando
si parla del vino e in una gaiezza smoderata e che s'alterna con
ostinata tristizia e taciturnità od in una vera atassia incipiente,
sicchè mentre può reggere ad un centinaio di chilometri, non riesce ad
occhi chiusi a procedere innanzi di un passo.
In alcuni poi resta latente o esplicita una traccia del delirio, e si ha
una vera mania, o monomania alcoolica^[X-13]. Un Rev... che nel delirio
si immaginava tradito dalla sua donna, guarito seguitava a guardarla in
cagnesco e parlava a tutti della sua sventura. Un Belm...... che
attribuiva a persecuzioni magnetiche o spiritiche di un suo parente, i
fenomeni morbosi prodottigli dall'alcool, pur conservando
negl'intervalli la sua intelligenza e scrivendo dei bellissimi versi,
accusava continuamente il suo preteso magnetizzatore. — Il suo collega
di sventura, Gonsing..., un filologo ingegnosissimo, che, nel _raptus_
alcoolico-lipemania, fuggiva per le vie, furioso, tremante, seminudo,
innanzi alle immaginarie vendette di Ad..., pur racquistando, dopo sei
giorni, l'intelligenza, per modo da poter fare esatte traduzioni dal
tedesco, seguita a darci la prova, con alcuni suoi scritti e geroglifici
curiosissimi, delle persecuzioni magnetiche del suo fantastico nemico
Ad..., come ho mostrato nel 1º numero del mio _Archivio di psichiatria
e scienze penali_, Torino, 1880, pag. 11, e tav. 1 e 2.
Anche in coloro, in cui ogni segno di delirio scomparve, esso può
ritornare come colpo di fulmine, tutto a un tratto e anche senza la
precedenza d'abusi, quando sopravvenga una forte emozione, un trauma,
una grave malattia, specie se dei polmoni.
ALCOOLISMO CRONICO. — In quasi tutti, ad ogni modo, il carattere è
cangiato e col continuarsi dell'abuso si va formando o una semplice
demenza quando il processo alcoolistico tende alla steatosi ed agli
ateromi, o la paralisi generale, se, invece, tende alla sclerosi
cerebrale.
Il corpo dapprima ingrassa (per la maggior proporzione di adipe nel
sangue) ma poi dimagra; la pelle untuosa, umida, per l'iperemia delle
glandule sebacee e sudorifere, sicchè invernicia così sudiciamente gli
indumenti dei bevitori, si fa arida, qualche volta exematosa, poi
giallognola, le mucose violacee, scabre, secche, e scarsi i capelli.
La memoria va sempre più infievolendo, e la parola facendosi incerta e
scorretta, rallentate le associazioni d'idee, ottusa la sensibilità,
confusa la percezione, il giudizio erroneo, onde impossibilità di lavoro
continuato, insonni le notti. Le antiche allucinazioni ricompaiono, ma
meno vive, smussate e a grandi intervalli, e mutandosi continuamente
come nel campo di un caleidoscopio; mentre il comune alienato da
monomania di persecuzione, vede sempre il gendarme, la spia, che prima
lo spaventavano nel suo delirio; — il bevone che prima tremava davanti
ai tedeschi, poi trema del giudice, e poco dopo del cane.
In una cosa solo non muta — nel bere. — L'infelice, tutto preda ai suoi
istinti e capricci, non pensa che a questi; e beve e ribeve, sia perchè
si sente debole, ipocondriaco e trova nell'alcool, per un momento, un
rimedio ai suoi mali, rimedio però che a sua volta poi ne raddoppia e
moltiplica i danni, o perchè ogni altro lato della sensibilità gli si va
spegnendo. Una signora (racconta Briere) si ubbriacava, già fin da 16
anni, di nascosto nel convento; maritatasi, vi si abbandonò tanto che il
marito ne morì di dolore; consumava il patrimonio in vino, e a chi ne
l'ammoniva, rispondeva: «Voi avete ragione, ma è più forte di me»;
ridotta in cenci, vendeva le vesti che le erano regalate per cambiarle
in acquavite. — Innanzi alla bramosia degli alcoolici vien meno in
costoro ogni volontà, ogni riguardo agli amici più cari, ai doveri di
famiglia, all'onore. — Anche al di fuori di questa causa, si inizia nel
bevone una vera degenerazione progressiva del sentimento, che va di pari
passo coll'intellettuale; ei si è fatto irritabile, brutale, fuori e più
in casa, _morositas ebriosa_. Una pigrizia progressiva lo invade, sicchè
va sempre più tenendo in non cale l'onore della famiglia, i doveri di
onest'uomo; lascia al caso l'andamento degli affari, vede senza
commoversi la miseria dei suoi, è immerso in un'ebetudine continua; ed
immobile, per ore intere, straniero a ciò che gli s'agita intorno, sta,
collo sguardo atono, spento, quasi in cerca della vita che gli vien
meno; e non esce dal torpore che per dare in smanie brutali e non di
rado in tentativi di omicidio, suicidio, di stupro; — e notisi, quanto
più in basso discende, tanto più al di fuori di casa è gaio e contento:
sopratutto quando gli si mostri la prediletta bevanda.
Ed i mali fisici tengono dietro agli psichici: cefalea, insonnia,
vertigini, susurro agli orecchi, crampi negli arti, od improvvisa
sonnolenza, a cui seguono paralisi, convulsioni parziali delle membra,
dei muscoli della faccia, e qualche volta perfino accessi epilettici.
Le allucinazioni non ricompaiono più che a grandi intervalli; ma i sensi
si fan ottusi del tutto e gli odori più acuti riescono inavvertiti, e
perfino le mucose più non reagiscon, anche se irritate. — Sembrerebbero
automi se non fosse quello strano sorriso, quando loro si mostri la
fatale bevanda; e parlano di sè in terza persona: _Carlo ha mangiato_,
_ha bevuto_, _ha fame_: oppure, afasici, non riescono a formular la
parola, ma una volta afferrata, la ripetono o ne ripetono l'ultima
sillaba per ore intere, con disperante insistenza. — Da ultimo anche il
polso si trasforma: si osserva una linea ascendente brusca e l'apice
appiattito a cui si attacca una brusca linea discendente (Magnan).
In non pochi, come ben nota Magnan, la paralisi si limita ad un lato,
quasi sempre il sinistro, e il senso tattile divaria enormemente da un
arto all'altro che si mostra otto o nove volte più ottuso del normale,
soprattutto quando le punte sono poste nel senso dell'asse del membro.
La temperatura, dal lato paralizzato, è inferiore di due e perfino tre
gradi; mentre dal lato sano possono percepire fino a mezzo millimetro,
dal malato può cessare la vista, e mancare i fosfeni o percepirsi uno o
_due millimetri_; anche l'udito è da un lato più ottuso di cinque a
dieci volte dell'altro e nemmeno la corrente indotta vi provoca
sensazione di suono.
Il _dipsomane_ si confonde coll'alcoolista da alcuni; eppure se l'uno
mena all'altro, e viceversa, pure se ne differenzia e di molto: chè
l'uno beve vino, quando ne trova, sempre; l'altro quando vi è spinto dal
male.
Qui più che non effetto del vizio, o di prave abitudini la è una vera e
propria malattia che può venire anche nei più temperanti, e che si
esplica con uno strano bisogno di bere per il tempo che dura l'accesso
sempre intermittente, ogni 15 dì, ogni 6 mesi, sovente, secondo
Brühl-Kramer, nei noviluni (v. LOMBROSO, _Pensiero e meteore_, p. 81), e
che comincia appunto, come in molti accessi maniaci, con ansia
precordiale, melancolìa, cefalea; gli infelici sentono venir l'accesso —
chiedono essi qualche volta di essere impediti dal bere, e se nol siano,
vi si abbandonano senza misura per 7 a 8 giorni, e poi dopo un sonno
grave, prolungato, tornan sobrii come prima. Magnan ne conobbe una che
giungeva a mescolare delle feci nel vino sperando averne ribrezzo
sufficiente per poter astenersene, ma invano, e «Bevi, la si sentiva
gridare, bevi villanaccia, dimentica i tuoi primi doveri e l'onore della
famiglia», e... poi ribeveva.
Alcune malattie o condizioni fisiologiche pare che predispongano a
questo morbo stranissimo. Un tale, racconta Briere da Bismont (p. 112,
_Du suicide_) dopo un trauma alla coronaria, curato colla trapanazione,
da astemio divenne sfrenato bevitore; nessun avviso più lo tratteneva, e
all'ultimo bevve per tre giorni di seguito finchè ne morì.
Qualche volta provocano tali eccessi l'anemia, l'isterismo, l'amenorrea,
il parto, l'epoca critica; e ciò spiega la loro relativa maggiore
frequenza nella donna, che è pur sì poco incline agli alcoolici; negli
uomini più spesso li favorisce l'epilessia, la paralisi generale
incipiente (Morel in 200 alienati lo notò 35 volte, sui quali 35 ben 10
l'eran di paralisi), l'affezion di cuore, l'ipocondria, la tubercolosi,
ma più di tutto l'eredità: sicchè si notò da Gall in un ragazzo di 5
anni, nipote ad un ubbriacone.
Nè in questo modo soltanto fa l'alcool sentire il suo influsso
ereditario.
EREDITÀ. — Esso infatti non colpisce solo coloro che ne usano, ma, come
molti altri veleni, come il mercurio, il maiz guasto^[X-14], influisce
ancora sui poveri innocenti a cui i primi diedero vita.
La storia degli Jucke (V. _Uomo delinquente_, pag. 269, 275) ha
dimostrata l'enorme influenza dell'alcool sulle malattie, sui delitti,
sul pauperismo dei figli di bevitori, comechè da un solo capostipite
ubbriacone, Max Jucke, discesero, in 75 anni, 200 ladri e assassini, 280
poveri ammalati di cecità, idiozia, tisi, e 90 prostitute, e 300 bimbi
morti precocemente; che costarono in tutto, per danni e spese, allo
stato, più di un milione di dollari.
Nè questa storia è pur troppo isolata; dappertutto, nelle opere recenti
è facile trovarne delle analoghe, se non più curiose.
I Dufay (scrive Targuet, Dell'eredità _dell'alcoolismo_, 1877) sono
quattro fratelli disgraziati, e dati al vino. Il più anziano si gettò
nell'acqua e vi morì — il secondo si appiccò — il terzo si tagliò la
gola — ed il quarto si gettò da un terzo piano.
Nella famiglia R... un ubbriacone (segue Targuet) ebbe da una moglie
sana i seguenti figli:
| | | | |
_m._ ubbriacone _f._ ubbriacona _f._ delirante _f._ sana _f._
omicida | adultera
|
---+---------------+--------------+---------+--+--+--+--+------+------
| | | | | | | | |
_f._ _f._ dissoluta Imbecille 1 2 3 4 5 Ladro
lussuriosa epilettico Sani ubbriacone
| ed ebbro
---+----
|
m. sano
idrocefalo
P. S. che moriva di rammollimento cerebrale da alcoolismo e la moglie
morta d'ascite, forse per alcoolismo, diedero vita a
|
---+----------------------------+--------------------------
| |
Figlio sano Figlia sana
maritata a sano
|
--+--------+--------+--------+-+-----------+--------+----
| | | | | |
Idiota Vizioso Vizioso Cieco nato Cieco nato Sano
e sciocco
Un ubbriacone (Targuet) accoppiato con R..., donna libidinosa, corrotta
(Zann), diede vita a
|
Un figlio strano e bizzarro morto d'alcoolismo
|
Un figlio paurosissimo che fuggiva a sol vedere cesoie
e che poi divenne pazzo, e questo ad
|
-------+-----------------+-------+------------------+------
| | |
1 morto giovine Sano Idrocefalo
Queste storie ci mostrano il facile atavismo degli alcoolisti, il salto
dall'avo ai nipoti, lasciando apparentemente integri i figli. Un altro
esempio:
L. Bertone, bevitore, morto apopletico, ebbe un solo figlio bevitore e
questi tre figli
| |
L. bevitore e giuocatore L. B. sano
e L. R. sonnambola allucinata maritata a G. sano,
| | | | |
G. P. idiota A. R. isterica | R. R. sonnambola |
P. R. allucinata |
| |
e Rachitica |
4 morti precocemente
Morel parla di un bevitore che aveva 7 ragazzi: uno divenne pazzo al
22^mo anno, un altro idiota. 2 morirono precocemente, il 5º bizzarro e
misantropo, la 6ª isterica, il settimo un buon operaio ma con
neurosismo. — Di 16 figli di un altro suo cliente bevitore, 15 morirono
precocemente, un solo sopravvisse, ma epilettico.
Or ora un giudice tedesco (Morce) uccideva con un colpo di revolver la
propria moglie da lungo tempo ammalata e dichiarava averlo fatto per
amor suo, onde risparmiarle la tortura dei mali e non credere aver
commesso alcuna mala azione. Egli aveva tentato altrettanto colla madre
quando questa era stata ammalata. A lungo dubitarono i periti se si
trattava o no di una follia morale, quando si venne a sapere che il
nonno ed il padre eran stati bevoni (Centralblatt für Psychiatrie,
1880).
V'ha qualche cosa di peggio... Flemming e Demeaux dimostrarono come non
solo i bevoni trasmettono ai loro figli la disposizione ad impazzire o a
commettere delitti, ma per sino i genitori sobri, che diedero luogo ad
un concepimento durante una breve momentanea ubbriachezza, ne
conseguirono figli, o epilettici, o paralitici, o pazzi, o idioti e
specialmente microcefali o con^[X-15] una debolezza mentale
straordinaria che alla prima occasione si trasforma in pazzia; per cui
un solo bacio, concesso in un momento di ebbrezza, può divenir fatale ad
un'intera generazione.
SUI POPOLI. — E come se tutto ciò non bastasse, l'alcool uccide i popoli
e li infama. Già le indagini recenti di Svezia e di Slesia hanno
dimostrato come l'impoverimento di alcune di quelle popolazioni (p. es.
Gothemburg), e la loro decadenza eran causate dai progressi spaventevoli
dell'alcool, dall'oste interessato ad ubbriacare la plebe; ma a pochi
forse è noto, come a questo rimonti la colpa di una buona parte
dell'infamie comunarde. «Durante l'assedio (dice Maxime Du Camp, _Revue
de Deux Mondes_, 1871), gli operai bevevano assai più che non si
battessero. Durante la comune, si diede loro ancor più da bere onde si
battessero davvero; ed in nove mesi, Parigi ha bevuto cinque volte più
che solitamente in un anno; e così si venne a un vero delirio tremens
epidemico, ad una vera petroliomania alcoolica; chè molti dei petrolieri
avevano già fatto conoscenza coi manicomii».
I primi indigeni d'Australia e d'America furon distrutti più dal gin che
dal ferro europeo, tanto che essi l'adducono a scusa delle loro feroci
rappresaglie.
I Maori, che erano nel 1849 ben 120 mila, nel 1858 grazie all'alcool
calavano a 56 mila (Baer, op. c., 1871) e nel 1874 eran 47,001. L'alcool
fu la loro ruina, come la temperanza era la base della lor felicità.
Brunet non può spiegare l'indole perniciosa osservatasi nei morbi nelle
razze Polinesie, qualche anno dopo la venuta degli europei, se non
coll'abuso degli alcool. Il negro, che vive 80 anni se sobrio, se usa
rhum muore nel fior della vita.
RIMEDI. — Ed ora veniamo ai rimedi.
Lasciamo da parte la pura terapia, impotente sempre negli ultimi stadi,
maravigliosa, invece, nei principii e più come preventiva, p. es.,
quando rompe tutto ad un tratto le abitudini alcooliche e quando
istituisce gli ospedali pei bevoni, che nella sola Wasington ne
ricoverarono in 16 anni non meno di 4200. Limitiamoci alle misure
politiche e sociali, poste in opera per combattere l'alcoolismo. — E
sono, in vero, straordinari, e fino anche bizzarri, gli sforzi fatti in
proposito in ispecie dalle razze Anglo-Sassoni. Le società di temperanza
istituite in Inghilterra e in America, non si ridussero ad un circolo di
Arcadi, riuniti per far pompeggiare i propri discorsi in armonica
cadenza; ma sono così numerose, così attive e dispongono di così
formidabili capitali da riescire una vera potenza; esse, in Inghilterra,
nel 1867, salivano, già, a 3 milioni di membri, con tre giornali
settimanali e tre mensili. A Glasgow spendevano 2000 sterline per
erigere caffè là dove gli operai si agglomeravano di più nelle bettole;
a Londra aprivano sale da The e da spettacoli, nei giorni di festa,
capaci di più di 4500 persone. A Baltimora in America, i soli membri
rappresentati al congresso superavano i 350,000, nel 1835 essi avevano
già superato i 2 milioni ed in 5 anni si vantavano di aver fatto
chiudere 4 mila distillerie e soppresse 8 mila osterie. — Nella Svezia
la società di Bolag radunò un tal capitale da poter acquistare tutte le
osterie di un distretto, e obbligare gli osti, diventati suoi garzoni, a
cavare il guadagno dal the e dal caffè e dai cibi e non dal vino,
escludendone quelli che si volevano sottrarre a quest'obbligo; ed essa
trovò degni imitatori in ben 147 città di Svezia.
In America, perfino la donna divenne un potente alleato a questi fieri
nemici degli alcoolici; esse avendo alle spalle i fratelli e i mariti,
colle preghiere prima, coi sermoni, ripetuti al caso fino a inebitirlo,
costringevano l'aquavitaio a chiudere bottega. Qualcheduno resistette e
minacciò marchiarle col ferro, o le inondò colle pompe o ricorse ai
tribunali, e mandò contro loro coppie di orsi, ma esse erano protette
dalla loro stessa debolezza, dalla loro tenacia e dalla santità della
loro causa, e quand'anche condannate dal giurì, trovavano giudici che
non facevano eseguire il verdetto; quando anche messe in fuga, un
giorno, ritornavano da capo il giorno appresso, sicchè a molti fu
giocoforza di cedere.
Tanti sforzi riuniti delle società giunsero a modificare in proposito
profondamente le leggi. Si cominciò in America del Nord fin dal 1832 a
ordinare un supplemento di paga ad ogni marinaio che rinunciasse alla
sua razione di Grog; nelle truppe di terra si tolsero i liquori forti
alla razione (proibendo anche persino di venderne alle vivandiere),
compensandoli in caffè e zucchero, misura imitatasi, poi, dalle grandi
società industriali.
Nel 1845 lo stato di New-York si dichiarò contrario alla vendita
dell'alcool; altrettanto si fece nel Mayne; ma siccome nei magazzini si
rivendeva egualmente in segreto, si passò dopo molte lotte alla famosa
legge del _Mayne_, che proibiva assolutamente la fabbrica e persino la
vendita di liquori spiritosi, tranne per l'uso igienico, e pur ne
difficoltava ed assai il trasporto; proibiva di tenerne nelle proprie
case più di un gallone, autorizzava perfino le perquisizioni domiciliari
per scoprirne i depositi nelle case private^[X-16]. Questa legge fu
adottata anche dagli Stati vicini di Michigan, Connecticut, Indiana,
Delaware, ecc.: ma fu in gran parte neutralizzata dagli stranieri e
dalla facoltà che aveva il potere centrale di dare concessioni di
osterie.
In tutti poi gli Stati Uniti, con leggi parlamentari 1841 e 1875, si
proibì all'oste di dar da bere agli scolari, ai minorenni, agli alienati
ed ai selvaggi (legge imitata poi dalla Prussia e dalla Svizzera); si
rese responsale l'oste dei danni o lesioni che potesse recare
l'ubbriaco, per il che nell'Illinese deve fare un deposito da 4 a 5000
dollari; anzi in alcuni stati esso deve rispondere anche pei danni che
reca alla famiglia stessa del beone abituale coll'ozio e colle malattie
procurate dalle sue bevande. Anche le concessioni vennero limitate e gli
osti assoggettati a forti tasse annue, da 200 fino a 1000 dollari.
In Inghilterra fin dal 1656 si proibì la vendita di spiritosi alle
feste, più tardi con legge 1854 e 1872 se ne limitarono a poche ore gli
spacci.
In Iscozia, anzi, dopo la legge Forbes Mackenzie, si chiusero del tutto
nelle feste le osterie, e d'allora in poi gli arrestati per ubbriachezza
decrebbero da 6367 a 1317 e quelli in domenica da 729 a 164; meglio a
Glasgow da 23,785 a 16,466.
Una misura più pratica e più semplice in proposito è la multa inflitta
dalla legge inglese (Vict. VIII) e dalla scozzese (1862), da 40 scellini
a 7, o ad un giorno di carcere per chiunque sia trovato pubblicamente in
istato di ubbriachezza.
Nel 1871, auspice Gladstone (che ne restò vittima), si limitò con legge
apposita il numero dell'osterie cioè:
Nelle città 1 ogni 1500 nelle campagne 1 p. 900 abit.
2 » 3000 » 1200 »
3 » 4000 » 1800 »
salvo quelle modificazioni che volessero indicare i singoli municipi; si
istituirono ispettori speciali per controllare le osterie clandestine e
le sofisticazioni dei vini, che furono punite con multe progressive
seguite dalla chiusura dell'esercizio.
Colla legge 1873 si ordinò di non concedere licenza di osterie finchè
non fossero morti i titolari dell'esistenti; dal fondo delle licenze si
prelevarono somme per acquistare le vecchie osterie e chiuderle.
A tutto ciò s'aggiunsero le prediche de' pastori, per es., del padre
Mathiew che, nel 1838–40, influiva colla sola sua eloquenza, in Irlanda,
a scemare, della metà, il consumo degli alcoolici e di un quarto le
cifre dei delitti (da 6400 a 4100), e sopratutto la tassa sulle bevande
i cui proventi sommano a circa 1/3 di tutte le imposte; altrettanto
dicasi negli Stati Uniti dove essa ammonta a 110 dollari per ettolitro;
in Francia dà quella tassa allo stato più di 500 milioni (e si tratta di
accrescerla), nel Belgio più di 13,000,000 di lire.
In Olanda crebbervi le tasse da 57 fiorini per ettolitro, senza contare
le imposte sugli osti cresciute della metà da quelle d'una volta;
tuttavia la diminuzione del consumo fu assai lieve, da 290,222 ettolitri
nel 1863 a 281,693 nel 1871 (Fazio).
Nella Svezia dove l'alcoolismo s'era trasformato in malattia endemica,
si accrebbero nel 1855–56–64, con leggi successive, da 2 a 27 a 32 lire,
per ettolitro, le tasse sulla distillazione dell'acquavite, si proibì
l'applicazione del vapore alle distillerie; si limitò a non più di 2610
litri al giorno la distillazione, e a due mesi soli dell'anno il tempo
di questa; più tardi, si estese a sette, ma solo per le grandi
distillerie, onde soffocare le piccole, riconosciute più dannose al
popolo minuto, che infatti da 35,100 calarono a 4,091; la produzione
dell'alcool diminuì di due terzi in 10 anni, e il prezzo accrebbe da
0,50 a 1,30 al litro.
Ivi già fin dal 1813 vige una legge che commina una multa di 3 dollari a
chi sia stato trovato ubbriaco la 1ª volta; al doppio se una 2ª, e
così via via; per la 3ª e 4ª con perdita del diritto di voto e di
nomina a rappresentante; alla 5ª, carceri o case di correzione fino a 6
mesi di lavori forzati, e alla 6ª per 1 anno.
Si proibì (almeno in Norvegia) di vendere alcool di festa e nella sera
della vigilia festiva e nelle ore mattutine prima delle 8 (_Ann. di
Stat._, 1880).
Ora è notevole che i crimini gravi vi scemavano dal 1851 al 1857 del 40
per 100, e del 30 per 100 le condanne piccole, e che questa diminuzione
procede sempre: erano 40,621 nel 1865, calarono a 25,277 nel 1868
(Bertrand, Essai sur _l'intempérance_, 1875).
E nello stesso tempo la statura media, la vita media, si rialzò (Baer);
e calò il numero dei suicidi alcoolici da 46 nel 1861 a 11 nel 1869 e
benchè di poco e saltuariamente, quello degli ubbriachi: a Gothemburg,
per esempio
del 1851 si calcolava 1 ubbriaco su 19 abit.
1855 » 9
1860 » 12
1865 » 22
1866 » 33
1870 » 38
1872 » 35
1873 » 31
1874 » 28
In Svizzera, in certi cantoni, il nome del beone abituale è affisso
dalla questura in tutte le osterie che hanno proibizione di accettarlo
(Tissot, op. c., 571).
In Francia oltre le enormi tasse sui vini e gli alcoolici, una legge
proposta dal mio amico Roussel ed adottata nel 1871, commina
all'ubbriaco: multa da 5 a 15 fr. per la 1ª volta; 16 a 25 per la 2ª;
la prigione da 6 a 12 giorni per la 3ª, e l'interdizione per
l'alcoolista cronico, e multa all'oste che non impedì o favorì
l'ebbrezza (V. LOMBROSO, _Sull'incremento del delitto_, 2ª ed., Torino,
1879).
Quale di tutti questi rimedi ha prodotto il miglior frutto? Certamente
che molte delle misure più energiche, specie delle repressive, non
riescirono all'intento desiderato. Noi non ne vidimo un esito chiaro che
in Svezia in cui pure non è dimostrato che sia scemato di molto l'uso
delle bevande alcooliche; così in America e in Francia, malgrado la
legge del Mayne e di Roussel, è certo che sono cresciuti gli alcoolisti,
anzi da alcuni si afferma essere stata quella del Mayne più un'arma
politica che una misura d'igiene e che il contrabbando degli alcoolici,
di cui si fanno rei spesso persino gli stessi legislatori, che la
comminarono, vi raddoppi, con una nuova vergogna, quella
dell'ubbriachezza.
Nella stessa Gothemburg il nostro collega Brusa si incontrò in due
ubbriaconi lo stesso giorno che vi entrò, e in cui per preghiere che
facesse non potè ottenere una goccia di vino; e noi vedemmo quanto
saltuaria e poi concludente fossevi la statistica degli ubbriachi di
questi ultimi anni.
Gli è che, come ben vi notava Bizzozero, nessuna legge repressiva può
riuscire completamente, quando vada contro alla corrente dei nostri
istinti fra cui tanto primeggia l'eccitamento psichico, che attingesi
dal vino.
A Glasgow quando i poveri minatori non hanno denari sufficienti a
comperare acquavita, comperano laudano, e così i poveri di Londra quando
han fame^[X-17], e nell'Irlanda quando le prediche del padre Mathieu
dissuasero i popoli dagli alcoolici, essi si diedero improvvisamente
all'abuso dell'etere, a cui il buon padre non aveva pensato. «Questo,
dicevano, non è vino, questo non è _gin_, questo non ci fu proibito dal
padre Mathieu e ci mette in allegria con pochi centesimi, dunque di
questo possiamo usarne; e ne usavano ed abusavano sino
all'ebbrezza»^[X-18]. Si calcola che la quantità che ingoiavano in media
era dai 7 ai 14 grammi, ma ve n'erano degli ostinati che si spingevano
fino a 90. Dopo le prime dosi la faccia si colorava, il cuore batteva
più forte, si esaltava la psiche, e quindi si osservava un chiacchierio
interrotto da risa smodate, isteriche e non di rado anche da tendenze
alla rissa, ma il tutto svaniva con una straordinaria rapidità,
lasciando posto ad una calma beata, cosicchè uno poteva ubbriacarsi 6
volte in 24 ore, e ricominciare il dì dopo colla stessa facilità, il
tutto per 3 pence. Ma notisi che qualche volta la cosa non andava così
liscia e dalla calma dell'etere si passava all'insensibilità e fino alla
morte apparente prima, reale poi, se non si ricorreva al respiro
artificiale; in altri casi il vapor d'etere prese foco mentre il
bevitore voleva accendere la pipa (_Revue Britann._, 1871).
Tuttavia se non pensiamo che tutte queste misure abbiano approdato, esse
giovarono almeno ad una cosa: ad arrestare il maggiore incremento
dell'ubbriachezza, che, senza quelle, chi sa a qual grado sarebbe
salito. Ed appunto per ciò alcune di queste, specialmente le preventive,
si devono cercare d'introdurre da noi. Così ottimo è il consiglio della
commissione di Gothemburg di impedire che i vini e gli alcoolici sieno
venduti a credito e di dichiarare non validi i contratti eseguiti in
cantina e di aumentare e non scemare la penalità nell'alcoolismo
specialmente se abituale. Sopratutto bella è la misura di pagare il
salario in mano alla famiglia dell'operaio ed al mattino in luogo della
sera, e mai nel giorno di festa o in quello che lo precede^[X-19].
Siccome l'ozio e le feste sono, come ci mostrò la statistica (v. s.), i
grandi fautori dei delitti alcoolistici, così fu giusto consiglio di
scemare le feste e in quelle che restano, istituire palestre
ginnastiche, rappresentazioni di poca spesa, come si pratica in
Inghilterra. Noi udimmo, precisamente a Torino, in una radunanza
popolare contro l'ubbriachezza sorgere un operaio a chiedere che nei
giorni festivi venissero i teatri aperti anche nelle ore diurne, se si
voleva che gli operai non accorressero alle osterie; e ci parve la sola
proposta giusta che si emettesse in quella veneranda assemblea.
Forni ci racconta come in un paesello del Sud l'oste fece bastonare un
capo-comico perchè dopo la sua venuta (i suoi spettacoli erano a 3
soldi), spacciava appena la metà del vino di prima (LOMBROSO,
_Incremento al delitto_, p. 81).
Fornire un eccitamento intellettuale al povero popolo che ne abbisogna,
ma fornirlo di tal guisa che non gli guasti la mente ed il corpo, ecco
il vero ideale di un previdente legislatore, filantropo; e perciò quindi
trovo giusto lo scemare quanto sia possibile le tasse sul caffè e sul
thè, in confronto del vino e sopratutto degli alcooli, facendo
un'eccezione a favore del primo, solo alla peggio, nei paesi dove di
questi ultimi si tenda ad abusare.
Non già che anche il vino non avveleni, a sua volta, ma assai meno
rapidamente e meno facilmente dei liquori e specie, di quelli più fatali
che contengono, oltre il veleno alcoolico più concentrato, anche altre
droghe altrettanto venefiche; come l'absinth, il vermout, ecc., ben
inteso che certi vini tristi (_bleu_) artifiziati con tinture, alcool e
droghe, vanno contati come pessimi liquori, e devono essere, più ancora
di questi, presi di mira, appunto pel maggiore spaccio che segue al buon
prezzo.
Sopratutto conviene colpire, inesorabilmente, con restrizioni dell'ore
notturne, dei giorni festivi e di licenze, e coll'obbligo di vendere
anche caffè ed alimenti, gli spacciatori al minuto di alcoolici,
specialmente in vicinanza alle fabbriche e peggio se dentro di esse e
delle miniere, e se, come ci rivelò il Ciccone, il padrone stesso vi
fosse interessato, potendo contribuire così coll'autorità propria, anzi,
colla stessa paga, a corrompere e ad avvelenare anche il più sobrio
operaio.
Quanto a conoscere quale fra i tanti rimedi l'uno più grave dell'altro
sia preferibile da noi, spetterà non al medico ma allo statista il
decidere; ma certo qualche cosa si deve fare e presto se non si vuole
che mano mano che cresciamo in industria e in civiltà sorga da noi, o
piuttosto s'ingigantisca (perchè pur troppo è già sorta) la lurida piaga
dell'alcoolismo, che è nemica non solo della libertà, ma anche della
sicurezza sociale; e che unendosi ad altre piaghe pur troppo nostre e
pur troppo trascurate anch'esse e inciprignite, come quelle della
malaria, e della pellagra, ci renderanno col tempo gli iloti d'Europa. —
E non si venga fuori colla solita, avvocatesca, gherminella della
libertà, sotto cui a poco a poco ci vediamo stringere i polsi e
atrofizzare il cervello peggio che un tempo sotto le panie dei frati di
S. Ignazio. — Quando vedo il più puro, il più democratico fra il
purissimo sangue anglo-sassone, come lo stato del Mayne, limitare
perfino la quantità d'alcool che un cittadino può tenere in sua casa e
rendere responsale l'oste dei danni di ciascun suo cliente ubbriaco e
limitate in certi giorni le ore dell'apertura e dapertutto nei paesi
civili d'Europa limitato il numero degli esercizi e istituiti in alcuni,
per ciò, appositi ispettori di controllo, e quando vedo farsi di tali
misure promotore, apostolo, ed anzi, quasi martire, Gladstone, mentre da
noi si vocia a tutta gola come a despoti o socialisti dottrinari contro
coloro che, come Minghetti, Luzzatti e A. Mario, invocano l'intervento
dello stato a tutela dell'igiene, e quando vedo anzi semprepiù allargate
e libere le licenze, ed aumentate le ore d'apertura dell'osterie, e
quando vedo non una voce sorgere perchè si sostituisca alle fatali tasse
sul sale e sui grani, quelle dell'alcool od almeno sugli esercizi degli
acquavitai, che sarebbero tanto più moralizzanti, io mi domando se
codesta libertà, di cui facciamo tanta pompa, non copra, invece, col suo
splendido nome, una merce avariata, e quel che è peggio, non ci
dissimuli, sotto un fragile orpello, un vicino e grave pericolo.
[X-1]
_Vino e liquori fermentati, effetti in_
MALE-------------------|----------BENE
Pauperismo-------------------------|--Conforto ai dolori
Statura abbassata------------------|--Spinta all'erotismo
Mortalità aumentata----------------|-- » alla benevolenza
Predisposizione alle epidemie------|-- » all'associazione
Maggiore vulnerabilità al freddo---|--Eccita la fantasia e la memoria
Fecondità imprevidente prima-------|--Aumenta momentaneamente la
» diminuita poi------------| digestione
Facili aborti----------------------|--Aumenta il lavoro muscolare
Sterilità--------------------------|-- » il senso genitivo
Impotenza--------------------------|--Previene i miasmi
Suicidi----------------------------|--Risparmia l'organismo
Perdita del senso d'onore----------|--Rende facile la loquela
» dell'amor di famiglia------|--Aumenta l'allegria
Apatia completa--------------------|--Risparmio provvisorio degli
Pazzia, epilessia, demenza---------| albuminoidi del corpo
Tremori, ambliopia, paralisi-------|--Abbassa la temperatura nella
Infiammazioni cerebrali, | malattia
intestinali, gastriche-------|
Tristezza abituale-----------------|
Pazzia, microcefalia, demenza nei |
figli------------------------|
Ribellioni-------------------------|
Omicidio---------------------------|
Attentati al pudore----------------|
Delitti senza causa----------------|
[X-2]
Il colèra nei temperanti diede mortalità del 19,9 p. %.
» » bevitori » » 91 p. %.
[X-3]
Matrimoni dei bevitori diedero, in media, 1,3 figliuoli.
» » astemi » » 4,1 »
(A. BAER, _Der Alkoholismus_, Berlin, 1878).
[X-4] Un uomo di 20 anni bevitore ha la vita media probabile di 15,
l'astemio di 44.
I bevitori di birra hanno una vita media di anni 21,7.
Quelli di alcool » » » 16,7.
Quelli di alcool e birra » » 16,1.
Su 97 bambini nati ad ubbriachi, 14 soli eran sani (Baer).
[X-5] Dal 1823 al 1826 gli ospizi di Filadelfia accettarono da 4 a 5000
poveri per anno ridotti a tale dall'ubbriachezza. Su 3000 del
Massachussett ben 2900 erano nella stessa condizione. Baer, op. c., p.
582.
[X-6] Nelle statistiche uffiziali 1870, calcolando in media 1 giorno
festivo sopra 5 non festivi, si avrebbe questa proporzione per % di
reati commessi nei giorni festivi:
Tribunali
Assise ordinari
Ribellione, resistenza all'autorità pubblica 68,1 78,5
Stupro violento 65,4 67,4
Parricidio, uxoricidio, infanticidio 56,9 —
Omicidio volontario 72,8 74,8
Omicidio in rissa 78 76
Giuochi proibiti — 83,8
Ferite con morte 71,3 —
Ferite e percosse volontarie 69,6 82
Minaccie e vagabondaggio — 72,4
Grassazioni e furti 61,5 —
Furti 61,2 66,8
Esposizione e supposizione d'infanti — 34,8
Ricettazione e compra di cose furtive 63,9 —
Sottrazione di depositi pubblici — 39,3
Truffe e appropriazioni indebite 33,9 62,4
Falsi diversi 47,8 49,4
Calunnie e false testimonianze 12 —
Grassazioni e furti con omicidio 31,2 —
Bancherotte 26,4 48,2
Danni di fondi — —
Tutti cioè i delitti d'impeto e contro le persone prevalgono nei giorni
festivi su quelli di calcolo e di destrezza.
[X-7] Vedi _Ubbriachezza in Italia_ del D. FAZIO, Napoli, 1875, 2ª
edizione.
[X-8] In Danimarca il direttore della statistica crede che il 17 sia la
cifra assai inferiore alla reale. In Berlino il Casper calcola almeno il
25 per cento (Baer, op. c.).
[X-9] Trovo nel bel lavoro di FAZIO, _Ubbriachezza e sue forme_, 1875,
che si calcola il consumo dell'acquavite a
7 litri per abitante nei Paesi Bassi
7 » » Belgio
28 » » Parigi
15 » » Annover
16 » » Danimarca
I dati del Baer sono arruffatissimi; calcola egli 16 litri per abitanti
in Svezia, 4 galloni in Danimarca, 45 in Olanda; in Francia 21 litri
vino, 19 birra, 2 alcool. Per poter venire ad una comparazione più
sicura bisognerà che uno statista si prenda la briga di ridurre ad
alcool, e ad alcool di un dato grado, il vino e la birra che complicano
il conto nei vari paesi; dappoi sommato il tutto si otterrà una media
comparabile con più sicurezza.
[X-10] Rose classifica queste allucinazioni in 5 categorie: 1º piccoli
oggetti schifosi; 2º animali grandi ad innumerosa schiera; 3º da
cadaveri, santi, da fonte religiosa; 4º birri, soldati e spie; 5º gli
oggetti più comuni del proprio mestiere, ma bisogna aggiungere una 6ª,
le allucinazioni tattili prodotte dall'iperestesia cutanea, zolfanelli
sotto la cute, morsi di serpe e tutte quelle provocate dallo stato di
emianestesi, paresi, nevralgie. Davvero tutte queste categorie son così
vaste che male posson capire dentro gli strettoi delle pedantesche
classificazioni.
[X-11] V. Lombroso, _Genio e follia_, 3 edizione, 1877, pag. 113. V'ha
della demenza, scrive Addison, in quel suo matematico che fa inghiottire
i problemi al discepolo; ed in quella proposta filantropica di far
macellare i bambini a pro del popolo, ecc.
[X-12] Un capitano tedesco per molti anni bevve da 7 a 10 bottiglie di
birra e 15 a 30 caraffe di vino al giorno senza ubbriacarsi; un dì fu
visto bere una dopo l'altra 2 bottiglie di rhum e 15 caraffe di vino,
poi lavarsi il capo con liquido composto a parte eguale di alcool e
sale. A 74 anni solo sofferse di idrope e poi apoplessia e solo dopo
questa comparvegli delirio che svanì lasciando smemoratezza, esagerata
benevolenza alternata con idee di persecuzione, ecc. (BRIERE, _De B._,
Op. c., p. 202).
[X-13] Secondo alcuni psichiatri, Schuele, Kraft-Ebbing, la melanconia
negli alcoolisti assume la forma di stupore, la monomania o quella della
pazzia ragionante o della congestione cerebrale e tutte s'associano alle
emicranie, alle insonnie, al tremore dell'alcoolismo. Sono voci di
minaccie di morte di condanna o visioni di animali e di fantasmi. Nella
manìa si avrebbero cambiamenti di carattere, tendenza a vagabondare,
un'esagerazione delle idee di se stesso, erotismo, miosi, tremore,
allucinazioni strane; epilessia quasi sempre incompleta.
[X-14] LOMBROSO, _Studi clinici sulla pellagra_, 2ª ed., 1872.
[X-15] _Acad. des Sciences_, 1861. Egli potè constatare originati in tal
modo 5 casi di epilessia, 2 di pazzia, 2 di paralisi generale, 1 di
idiozia e molti microcefali. La microcefalia, che si vede sì spesso
apparire fra le conseguenze ereditarie dell'alcool, ben si comprende
ricordando le atrofie, sclerosi cerebrali (vere microcefalie
istologiche) che si ripetono con tanta costanza nel bevone stesso.
[X-16] Legge del Mayne:
1º La fabbricazione, la vendita e la fornitura dei liquori inebbrianti
sono proibiti, se ne eccettui il caso richiesto dal medico o per scopo
religioso o scientifico.
2º I liquori alcoolici richiesti in questi casi speciali non possono
essere venduti che da un solo agente in ciascuna città, il quale non dee
aver casa di pubblico solazzo. L'agente che riceverà un salario fisso
dee essere nominato dall'autorità municipale e versare una cauzione di
600 dollari (2210 L.).
3º Ogni vendita illegale di bevande inebbrianti è punita con ammenda di
10 dollari e con prigione fino alla soddisfazione dell'ammenda. La 2ª
infrazione è punita con ammenda di 10 dollari, la 3ª e le seguenti con
20 dollari con prigionia da 3 a 6 mesi.
4º La fabbricazione dei liquori spiritosi è punita con ammenda di 100
dollari o prigione di 2 mesi. Per la 2ª infrazione un'ammenda di 200
dollari o la prigione di 4 mesi, per la terza volta e le seguenti 200
dollari e la prigione di 4 mesi.
5º L'autorità può perquisire i luoghi ove suppone che esistano depositi
di liquori, ogni quantità di bevanda di cui non si potrà procurare la
prova d'importazione senza che vi sia stata contravvenzione legale, sarà
presa e sarà distrutta.
6º Tutte le promesse di vendite di bevande illecite sono nulle.
7º Gli individui in istato di ubbriachezza devono essere arrestati e
detenuti fino a che abbiano fatto conoscere l'indirizzo dell'osteria ove
si sono ubbriacati ecc.
[X-17] Colkins calcola che nel 1867 si consumavano 78,000 libbre d'oppio
agli Stati Uniti per ubbriacarsi (_Opium and opium aether_, 1871,
Filadelfia). Nel Kentuky, la legislatura ordinò con editti che chiunque,
per abuso d'oppio o d'arsenico o droghe eccitanti sarà ridotto inabile a
dirigersi, sarà posto sotto tutela o rinchiuso in un asilo, come i
bevoni abituali (FAZIO, _Dell'Ubbriachezza_, 1875, p. 370). A Londra si
introdussero nel 1857 ben 118,915 libbre d'oppio — nel 1852 a 280,750;
specie nei centri industriali nel Lancashire (Fazio, op. c.).
[X-18] Era un miscuglio di etere etilico e metilico.
[X-19] V. nell'_Archivio di Psichiatria e scienze penali_ di C. LOMBROSO
e GAROFOLO, fasc. I e II, 1880, sui sostitutivi penali dell'avv. Ferri,
p. 224.
_EDMONDO DE AMICIS_
—
GLI EFFETTI PSICOLOGICI DEL VINO
(_Conferenza tenuta la sera del 5 aprile 1880_).
Studiato il vino nella vite, considerato nella leggenda, nella poesia e
nei costumi, visto come si compone e come si traffica, in che maniera
opera sull'organismo, e per che via conduce al delitto, alla pazzia e
alla morte, non resta che a trattare dei suoi effetti psicologici: dire,
cioè, come agisca sull'intelligenza, sull'immaginazione e sul
sentimento, fin che si rimanga, bevendo, molto di qua da quel limite
funesto, varcato il quale il bevitore cade nelle mani del professore
Lombroso.
Riguardo agli effetti generali e ordinari del vino non potrò dir nulla
che la maggior parte degli uditori non abbia osservato e non sia in
grado di esprimere. A ciascuno, almeno una volta in vita sua, dopo un
banchetto geniale d'amici, nel quale si sia troppo spesso affacciato,
come disse un poeta, al finestrino rotondo del calice, sarà occorso di
riandare tra sè, il giorno seguente, i diversi periodi d'alterazione per
cui passò la sua mente, il suo cuore e il suo linguaggio; di fare uno
sforzo per rendersi conto della progressione dell'ebbrezza, di studiare
quell'io fittizio ch'egli è stato per qualche ora, — curiosamente, come
avrebbe fatto di uno sconosciuto. E l'argomento è degno di studio, in
fatti, almeno quanto una qualunque delle così dette malattie mentali,
poichè se l'ebbrezza non è che una malattia di poche ore, e di
guarigione sicura, è però importantissima, perchè ci occorre ogni
momento di vivere e di trattare con essa, di frenarla e di persuaderla,
di vederla dovendo mostrare di non riconoscerla, e di circondarla di
riguardi, per non inasprirla, e qualche volta di servircene. E lasciando
pure da parte le sue conseguenze, quella alterazione crescente di
sentimenti e d'idee, quella successione continua di stati diversi della
coscienza, per cui si arriva dalla serenità tranquilla che segue i primi
sorsi all'esaltazione ardente e tumultuosa degli ultimi brindisi, è per
se stessa un avvenimento psicologico così strano e così fecondo per lo
studio della natura umana, che non sarà mai meditato abbastanza nè dal
filosofo, nè dall'artista.
Vediamo di seguitarlo a passo a passo, sedendo al convito.
Ciascuno ha ancora nella mente tutte le cure della vita: difficoltà non
risolte, presentimenti di difficoltà che sorgeranno, ricordi di
dispiaceri recenti, qualche bella speranza che brilla e s'oscura secondo
i momenti, dei timori, qualche astio, quel leggiero sentimento di
stanchezza morale, che succede al lavoro affrettato della mente;
ciascuno è ancora in uno stato d'animo, in cui ci troviamo tutti, quasi
sempre, di aspettazione pensierosa ed inquieta. A un tratto ci spunta
nella mente un'idea o un'immagine ridente. Tutti, in simili occasioni,
abbiamo potuto cogliere a volo questa prima farfalla annunziatrice
dell'ebbrezza, che si spicca quasi all'improvviso dalla mente, e che ci
fa dire, dopo il primo bicchiere: Oh! per questa sera, cacciamo via le
noie e i pensieri. Spuntata quell'idea, entriamo nel primo periodo, al
quale ci dovremmo sempre arrestare. La mente è nel pieno possesso di se
stessa; ma con un senso nuovo di freschezza, come dopo un riposo; le
cose le si presentano ancora colle loro proporzioni e coi loro colori
reali, ma contornate d'un sottilissimo orlo luminoso. Nel campo che il
nostro pensiero percorre più frequentemente, che è quello del giorno
presente e del giorno venturo, l'ostacolo che poco prima ci pareva
insormontabile, ci pare ora che, in qualche modo, si potrebbe girare;
certe difficoltà intricate, nasce una speranza lontana di scioglierle;
certi dissensi gravi di pareri e di sentimenti, s'intravede vagamente la
maniera di conciliarli; confidiamo un po' di più nella fortuna e in noi
stessi, ci pare che ricomincieremo la vita meglio disposti e più forti,
dopo quello svagamento dello spirito, di cui sentiamo in quel momento
che avevamo proprio bisogno. Che c'è, infatti, di più onestamente lecito
e di più salutare di quel piccolo sfogo — moderato — di giovialità e di
spensieratezza, in mezzo agli amici, dopo molti giorni di lavoro e di
cure? Se qualche scoraggiamento ci aveva presi in quel giorno medesimo,
se abbiamo diffidato, anche per poco, delle nostre facoltà intellettuali
e delle nostre forze fisiche, ora ne sorridiamo. La nostra percezione è
così lucida, la parola così facile, la voce così ricca, sentiamo una
traspirazione così gradevole, il complesso di tutte le nostre forze così
dolcemente fuso, la vita così piena ad un tempo e così leggera! E la
conversazione procede mirabilmente. Gli argomenti si succedono, ma
ciascun argomento rimane per qualche tempo sul tappeto, discusso con
vivacità, ma con ordine. E nessun soggetto di discorso c'è indifferente.
Anche nelle questioni più estranee al giro delle nostre cognizioni e dei
nostri interessi, ci sentiamo come forzati a intrometterci, e su tutto
ci riesce di dire qualche cosa d'ingegnoso, o almeno di sensato e di
accettabile. I giudizii contrarii vengono facilmente ad un
accomodamento; chi non è persuaso mostra d'esserlo; a ciascuno si
consente qualche piccolo trionfo d'amor proprio; e così ciascuno è
soddisfatto di sè e degli altri, e quella soddisfazione si traduce in
mille piccoli servigi e piccole cortesie premurose ed insolite, che ci
usiamo a vicenda. Cominciamo a pensare che, veramente, la compagnia non
poteva esser meglio combinata; che non si potevano mettere assieme dei
caratteri più armonici. E in quella soddisfazione crescente di tutti,
ogni volta che uno si raccoglie un momento in sè, vede tutte le cose sue
di mano in mano ordinarsi, chiarirsi, pigliare di più in più il colore
dei suoi desiderii: le speranze, ch'erano nel fondo del quadro, vengono
innanzi a poco a poco, i dispiaceri retrocedono nell'ombra, tutto ciò
che c'è di difficile o di triste nella vita si presenta come di scorcio;
tutto gira, si sposta lentamente, si dispone in maniera da offrire un
prospetto gradevole, come in uno spettacolo teatrale. E noi ci crediamo
pienamente. Una voce intima ha un bel dirci: — È illusione. — Noi
rispondiamo: — È realtà. Illusione era il quadro poco consolante che
vedevamo poc'anzi, avendo l'animo affaticato o contristato dalla lotta
della vita; non quello che vediamo ora, stando quasi fuori della vita,
in una regione più alta e più serena. Ora facciamo il proponimento di
rimetterci all'opera, il giorno dopo, con più risoluzione e con più
coraggio, e ci rappresentiamo già nella mente una nuova vita vigorosa,
senza intervalli d'inerzia, piena di emozioni feconde e di disegni
arditi, concitata e calda come l'allegrezza che ci ferve d'intorno; e
con un sorso del liquore prediletto rinforziamo il nostro proponimento,
e lo suggelliamo con un colpo secco del bicchiere sopra la mensa.
Improvvisamente — o prima o poi segue sempre — l'effetto del vino pare
che cessi d'un colpo. Il vetro rosato a traverso al quale vedevamo il
mondo, scompare; tutte le cose ripigliano per un momento il loro aspetto
reale, tutti i pensieri molesti ritornano in folla, e ci sentiamo quasi
sopraffatti da un senso di sgomento. È questo il punto in cui si vede un
commensale, fino allora allegrissimo, chinare la testa e tener l'occhio
fisso per qualche tempo sopra il bicchiere, facendolo girare lentamente
fra le dita. Ma sono brevi momenti. La nuvola dorata che ci ravvolge,
appena squarciata, si richiude; e si squarcierà ancora altre volte, ma
saranno squarci sempre più sottili e sempre più prontamente richiusi.
Intanto l'ebbrezza monta e si allarga. Qualche punta di pensiero uggioso
sornuota ancora qua e là; ma non tarda ad essere sommersa. Le facoltà
intellettuali hanno raggiunto la loro massima potenza e sono ancora
tutte nel pugno della volontà. Il lavoro della mente si compie con una
tale rapidità, che non ne abbiamo quasi coscienza, e ne rimaniamo
meravigliati noi stessi. In pochi secondi tentiamo da cento parti
un'idea, per trovarne — e la troviamo — quell'unica faccetta che si
presta al ridicolo. La botta dell'amico non ci ha ancora toccati, che la
risposta ha già colto nel segno. Il pensiero prorompe dalla mente in
formole nette e scintillanti, le arguzie felici s'incalzano, l'aneddoto
vien via facile e snello, pieno di aggiunte improvvise e di spedienti
inaspettati; tutto accompagnato, seguito, musicato, si può dire, da
quell'intimo riso giovanile e profondo che ride di sè e del riso altrui,
ed è per se stesso una forza comica grande. Nulla ci può più arrestare
in quel corso impetuoso d'idee e di parole. L'orizzonte del pensiero si
allarga rapidamente, e da tutte le parti ci accorrono nuvoli d'idee e
d'immagini; da tutti i ripostigli della mente escono ricordi
d'avvenimenti, visi di persone, motti, versi, date, impressioni di
letture, radicali dimenticate di lingue straniere, gruppi di
reminiscenze lontane che si credevano già morte, lampi che rischiarano
vaste regioni del passato. In pochi minuti di silenzio, ci si forma una
gran piena nella mente, che trabocca poi per il primo varco aperto in
cascate rumorose di periodi, che intronano gli uditori. La mente non sa
più se dà o se riceve. Siamo trasportati da un soffio d'ispirazione. Ci
pare di non parlar noi, ma di ripetere le parole d'una persona più
arguta, più dotta, più faconda di noi, che ci suggerisca
precipitosamente nell'orecchio quello che abbiamo da dire. L'ebbrezza
cresce a ondate. All'ondata delle celie e degli aneddoti succede
l'ondata delle discussioni, un vero pugilato di ragionamento, una manìa
di polemica insaziabile: argomentazioni interminabili sull'età dubbia
d'un'attrice illustre o sulla sinonimia di due parole; controversie
filosofiche sottili, riprese daccapo dieci volte, con una costanza di
ferro, nelle quali ciascuno dei controversisti vorrebbe schiattare
piuttosto di smetterla il primo; disputazioni sopra soggetti diversi,
che s'intersecano da una parte all'altra della tavola, e che si
prolungano ancora, quando non è più possibile intendersi a parole, in
affermazioni e in negazioni ostinate del capo e della mano; e poi,
improvvisamente, una corrente d'ilarità che scompiglia ogni cosa,
soffoca tutti i dispetti sul nascere, e mette tutti d'accordo. E allora
si solleva e si avanza lentamente la grande ondata dell'amor del
prossimo. Chi è contento è benevolo. Siamo diventati ricchi in poche
ore, diventiamo prodighi. La bontà che vien su in noi, insieme ai vapori
del vino, s'accresce ancora dal riflesso di quella che vediamo brillare
sul viso degli altri. Dei presenti non ricordiamo più che le buone
qualità, e le dimostrazioni di simpatia e di amicizia che ci diedero
altre volte. Degli assenti, non ci si presentano alla mente che le
figure simpatiche. Nel nostro cuore si accumulano tesori d'indulgenza.
La cortesia s'innalza gradatamente fino alla lode. Cominciamo col fare
l'apologia di qualche assente, a cui tutti acconsentono, anche senza
conoscerlo. Poi l'affetto insistendo ancora, vinciamo il pudore, e
lodiamo i presenti, con parole moderate, ma calde, per debito di
giustizia, e c'irritiamo della modestia che si schermisce. Ma questo non
basta. Ricorriamo la storia delle nostre amicizie, esageriamo dei
servigi che ci sono stati resi, o ne inventiamo, tanto per poter
esprimere la nostra gratitudine; disseppelliamo degli antichi torti
nostri, da lungo tempo perdonati, tanto per confessarcene di nuovo, per
farceli riperdonare una altra volta, per metterci sopra una pietra di
più. Pensiamo agli amici lontani, che avevamo scordati da molto tempo, e
ci proponiamo di scrivere loro la mattina seguente una lettera
affettuosissima, di cui ci suona già nella mente il primo periodo.
Pensiamo alle persone con cui abbiamo della ruggine, e decidiamo di
andarci a riconciliare il giorno dopo. Non vogliamo che rimanga un'ombra
sul bel cielo rosato della nostra vita. L'immaginazione ci presenta il
mondo come dovrebb'essere, tutto tolleranza, buon accordo, bontà. Non è
così certamente: la ragione ce lo dice ancora. Ma delle virtù ce ne
sono, delle sante vite oscure, dei nobili entusiasmi, degli esempi
sublimi di generosità e di grandezza. Noi non vediamo tutto. Ma ci
sentiamo il cuore abbastanza vasto da contenere mille affetti di più, un
tesoro cento volte maggiore d'ammirazioni e d'entusiasmi. E proviamo il
bisogno di espandere la nostra benevolenza al di sopra di quei che
abbiamo intorno, lontano, sull'umanità sconosciuta, come si prova il
bisogno di empire della propria voce una valle vasta e sonora. E a
questo punto, nella mente sovreccitata scocca la scintilla della
creazione. Al poeta drammatico balenano le somme linee d'un dramma
potente, al banchiere l'idea confusa d'una impresa temeraria,
all'architetto i contorni grandiosi d'una mole che vincerà i secoli. Ma
la conversazione clamorosa rompe il corso delle grandi idee solitarie. I
soggetti ordinari non bastano più. Si solleva il discorso ai grandi
uomini, ai grandi spettacoli della natura, ai grandi problemi sociali,
alla fratellanza dei popoli, all'immensità dello spazio, all'immortalità
dello spirito, si misura l'universo a sguardi d'aquila, parlando a frasi
di proclama, con gesti imperatorii e accenti di tribuno; non trovando
parole abbastanza vaste di senso, epiteti abbastanza iperbolici,
inflessioni di voce abbastanza potenti da rispondere alle esigenze
impetuose del sentimento che trabocca. Quel cerchio di amici, tra quelle
quattro pareti, ci riesce meschino e soffocante. Si avrebbe bisogno di
slanciarsi a un terrazzo e di rovesciare un torrente di parole infocate
sopra una moltitudine attonita, o di sconvolgere una platea dal
palcoscenico con un monologo sublime. E allora ciascuno si sfoga come
può: recitando una strofa fulminea d'un grande poeta, imitando il grido
d'un artista famoso, sprigionando l'anima in un tentativo di _do_ di
petto. Intorno a noi e dentro di noi tutto è mutato, ci corre per le
vene un fremito di gioventù, ci vediamo davanti un avvenire sconfinato,
ci sentiamo ancora in tempo per l'amore, per la gloria e per la
ricchezza, e quando s'urtano tutti i bicchieri, in quell'incrociamento
di evviva e di saluti, tutto come ravvolto in un polverìo caldo e
luminoso, dove non si vedono che occhi scintillanti e bocche che
sorridono — ah! — par che cominci un'êra nuova per il genere umano.
Questi sono gli effetti generali. Ma il vino produce un'ebbrezza
diversa, non solo secondo i temperamenti e i caratteri; ma secondo la
disposizione d'animo particolare, in cui ci troviamo nel riceverlo. È
inutile quindi il citare tutte quelle classificazioni generali
dell'ebbrezza, che fecero gli psicologi e gli scrittori faceti. Volendo
dare un'idea della varietà degli effetti del vino, bisogna ristringersi
a tratteggiare alcuni ritratti, scelti fra quelli di cui s'incontrano
più sovente gli originali.
Il tipo più frequente è quello che ha dato origine al detto _in vino
veritas_. La manifestazione, involontaria quasi, dei pensieri più
nascosti sotto l'influsso del vino, non deriva che da ciò: che le
sensazioni non essendo più in perfetta relazione cogli oggetti esterni,
nè le idee colle sensazioni, svanisce la prudenza che nasce dal
sentimento di quelle relazioni, e non si obbedisce più nel parlare che
la passione predominante del momento. Quasi tutti, nell'ebbrezza, si
lasciano sfuggire qualche segreto. Ma è incredibile fino a che punto
giungano alcuni, d'indole viva ed aperta, sulla via delle confessioni.
Costoro sono presi da un vero furore di sincerità, da un bisogno
irresistibile di pubblicare tutte le loro colpe e tutte le loro
debolezze. Dotti, si accusano d'ignoranze vergognose; uomini d'affari,
confessano atti disonesti, colpe d'intenzione, pensieri vili che hanno
avuto in date occasioni, difetti ridicoli, dissensi domestici, intimità
coniugali, e persino azioni riprovevoli, che sono in via di commettere,
insistendo e accalorandosi per persuadere gli increduli, provocando e
riconoscendo meritati i rimproveri, ritornando anzi sulle cose già dette
per aggiungervi dei particolari, che le rendon più gravi, — dolendosi in
cuor proprio quando pare a loro che la meraviglia dei presenti non
corrisponda alla gravità delle loro rivelazioni; — e quando han detto
tutto, e si son rovesciati come un guanto, si senton soddisfatti, come
se avessero pagato un debito, come contenti d'aver ridato indietro alla
gente quella parte di stima che le scroccavano —, e quasi lavati d'ogni
colpa dalla loro confessione, in una specie di stato di grazia,
Puri e disposti a salire alle stelle.
A questi fanno contrapposto altri, per lo più d'indole chiusa e
circospetta, in cui pare che il vino abbia per principale effetto di
innalzare e di fortificare il sentimento della dignità individuale.
Costoro hanno il _pudore del vino_. Diventano diffidenti di sè. Pesano
ogni parola, e parlano quanto meno è possibile. La loro ebbrezza è una
specie di ruminazione taciturna dei propri pensieri. Se aprono la bocca,
è per dire qualchecosa di così rigorosamente, di così solidamente
sensato, che il più cavilloso dei critici non ci potrebbe trovar sillaba
a ridire. In loro l'effetto del vino non trasparisce che dagli occhi
lustri e dal movimento difficile delle labbra. Via via che bevono, il
loro gesto si fa sempre più corretto, il loro sguardo sempre più
raccolto, la loro parola sempre più dogmatica. Arrivano fino ad assumere
l'espressione della più alta gravità a cui si possa atteggiare il viso
d'un uomo occupato da un pensiero solenne. E si vedono camminare per le
vie con una rigidezza automatica, a passi misurati e lenti da tiranni di
teatro, portando la propria dignità come porterebbero una tazza colma
d'un'essenza miracolosa, tremando di spanderne una goccia; senonchè, di
tratto in tratto, una leggerissima oscillazione della loro persona, o un
largo e maestoso giro da tiro a quattro che fanno intorno ad un
piccolissimo ostacolo, rivelano che quell'essenza miracolosa è Barolo.
In altri il vino eccita particolarmente il sentimento cavalleresco.
Ragionevoli e contegnosi per ogni altro verso, non rivelano l'ebbrezza
che in un insolito ardore bellicoso, che li spingerebbe, come don
Chisciotte, ad affrontare un esercito. Acquistano una delicatezza d'amor
proprio ombrosissima. Scattano per nulla, e qualunque questione si
presenti, non riconoscono altro scioglimento che il duello. Come Macbeth
il manico del pugnale, essi vedono da tutte le parti l'elsa d'una
sciabola o l'impugnatura d'una pistola. S'intromettono nelle contese per
pigliar le parti del più debole, assumono le difese d'un assente, a loro
indifferentissimo, con parole provocanti, si arrestano bruscamente in
mezzo alla strada a fissare lo sconosciuto che li ha sogguardati
passando... Li abbiamo visti tutti, cento volte, in una sedia chiusa o
in un palchetto d'un teatro, voltare la faccia superba verso la folla
che gli ha imposto silenzio, e cercare da per tutto con due occhi
guerrieri uno spettatore che assuma la responsabilità del vasto
oltraggio anonimo della platea. Chi non sa, immagina che siano anime
fiere e imperterrite, preparate a tutto, piene d'un sublime disprezzo
della vita. Niente affatto. Son buoni diavoli che hanno vuotato una
bottiglia; duellisti di concetto, D'Artagnan d'una sera, che domani
all'alba si meraviglieranno altamente delle loro audacie notturne.
Un'altra forma curiosa d'ebbrezza è quella che si riscontra specialmente
in certe nature sobrie e discrete, le quali serbano la giusta misura in
tutte le cose, e son poco accessibili alle passioni turbolente. Costoro,
arrivati a un certo grado d'ebbrezza, non si trovan più bene in
compagnia, si separano dagli amici, rifuggono dal chiasso, hanno bisogno
di portare a spasso la loro beatitudine in luoghi solitarii, al lume
della luna, e là meditano sui propri affari, o filosofeggiano
serenamente sulla vita umana, fermandosi a contemplare bellezze di
paesaggio non prima vedute, errando a caso, espandendo l'anima in una
muta riconoscenza davanti all'immensità della natura. Costoro si
potrebbero chiamare gli «Arcadi dell'ebbrezza». Il vino pare che si
tramuti in latte nelle loro vene, e che addolcisca ancora la loro indole
già mite e tranquilla. E si riconoscono a primo aspetto. S'incontrano
spesso per i viali esterni della città, a notte innoltrata. Un solfeggio
soave annunzia il loro avvicinarsi; poi si vede uscire dall'ombra il
loro viso placido — ci danno uno sguardo benigno — e scompaiono. Vanno a
riposare col cuore contento e s'addormentano con un sorriso.
Questa specie d'ebbrezza riposata ha il suo perfetto rovescio in quella
a cui vanno soggetti certi uomini d'indole ardente e inquieta, che
eccedono in ogni cosa. Costoro, una volta in preda all'ebbrezza, entrati
in quel godimento febbrile della vita, ci si afferrano con una avidità
rabbiosa; non possono saziarsene; vorrebbero che durasse eternamente. Il
pensiero che la serata avrà una fine, che la compagnia si sbanderà, e
che nella solitudine in cui rimarranno andrà disperso quel tesoro di
felicità passeggiera che si son procurati col vino, li contrista e li
affanna. Quando tutto par finito, colmano ancora i bicchieri,
trattengono gli amici con preghiere, riconducono indietro chi vuol
andarsene, si lamentano e si sdegnano. Poi, come _l'uomo delle folle_ di
Edgardo Poe, che ha il terrore della solitudine, perduta la prima
compagnia, vanno a cercarne una nuova, corrono d'un luogo in un altro,
fino a notte tardissima, fin dove resta ancora una scintilla di vita,
nella quale soffiano affannosamente per farne divampare la fiamma, e
quando finalmente rimangono soli, svaporata tutt'a un tratto l'ebbrezza,
ritornano a casa irritati con sè stessi e con tutti, maledicendo il
mondo ipocrita o stupido che congiura contro i loro piaceri.
Altri, e sono forse i più ameni, hanno il vino amoroso. Per loro
l'ebbrezza si riduce a una visione del paradiso islamitico. Possono
essere costretti a mutar discorso cento volte, ma ritornano
ostinatamente su quel dolce argomento. Ricordi d'avventure giovanili,
frammenti di poesie erotiche, nomignoli di antiche amanti, rimasugli già
carbonizzati di vecchie passioncelle di contrabbando, tutto si ravviva
in loro e rimonta a galla per effetto di qualche bicchiere di vino. E
non ci rimonta altro. Nei loro brevi silenzi non fantasticano che
disegni arditi di dichiarazione d'amore e di sorprese notturne. Il
fruscìo di una veste li scuote come una musica. Il loro occhio nuota
nella dolcezza, la loro bocca piglia degli atteggiamenti vezzosi da
putti d'oleografia e il loro linguaggio è tutto intonazioni languide,
reticenze vanitose e piccoli motti a doppio senso, di cui sorridono
strizzando gli occhi con una compiacenza profonda. Non c'è nulla di più
comico che il veder spuntare a poco a poco, per effetto del vino,
qualche volta sotto l'apparenza d'un uomo abitualmente austero, questa
piccola effigie nascosta di Don Giovanni ringalluzzito, che s'era
lontanissimi dal sospettare.
Ci sono altri in cui il vino eccita particolarmente le facoltà
intellettuali. È un effetto comune; ma in costoro giunge ad un grado
meraviglioso. Non è solamente un'esaltazione, è una trasformazione.
Persone incolte, di mediocre intelligenza, di parola rozza, senza
nessuna qualità seducente — acquistano tutto. Rivelano improvvisamente
delle cognizioni che non si credeva che avessero, parlano spigliatamente
una lingua che non gli s'è mai intesa parlare, si cacciano in
discussioni in cui non hanno mai osato aprir bocca, e confondono
avversari superiori a loro con lampi inaspettati d'ingegno.
S'entusiasmano poi del loro trionfo, e così aggiungono ebbrezza ad
ebbrezza. Si colorano, diventan belli, nobili di atteggiamenti e di
mosse, e lasciano un alto concetto di sè in chi li vede allora per la
prima volta. E la mattina dopo — tutto è svanito. Chi li ha conosciuti
la sera, non li riconosce più. Sono di nuovo incolti, rozzi, mezzo
intontiti, e disamabili. Non rimane più che lo scheletro nero d'un fuoco
d'artifizio bruciato.
Altri, di fibra delicata e eccitabile, di carattere gaio, e abitualmente
sobrii, hanno un'ebbrezza quasi istantanea, che si manifesta in una
forma stranissima. Bevuti i primi bicchieri, son perduti; tutte le loro
idee si scompigliano come per un accesso di delirio; uomini d'ingegno,
si lasciano sfuggire dalla bocca le più strampalate sciocchezze e i più
massicci spropositi; ridono come bambini, parlano colla voce in
falsetto, si sbracciano in gesti scomposti di Pulcinella; e si fa di
loro quel che si vuole: si prestano alle più grosse celie, creduli,
arrendevoli, grandi fanciulloni senza giudizio, pieni di capricci matti,
che bisogna poi accompagnare a casa a braccetto, perchè non facciano
qualche gran buffonata per le strade da tirarsi dietro la ragazzaglia.
Un'altra varietà frequentissima dell'ebbrezza è quella della malinconia.
Ci son molti, in cui il vino non eccita che il sentimento delle cose
tristi, o piuttosto della poesia delle cose tristi, poichè in quelle
manifestazioni ch'essi fanno della propria tristezza, c'è in fondo una
compiacenza che esclude la tristezza vera. La loro ebbrezza è una
giovialità vestita a bruno. Mentre la comitiva degli amici, dopo il
banchetto, riempie la sala di risa e d'allegria, essi stanno in un
angolo, dove hanno imprigionato un amico condiscendente, al quale
raccontano con lunghi particolari tristi la storia della malattia d'un
parente, una disgrazia toccata a un amico, una visita a un camposanto;
senza ombra d'ostentazione, con un accento sincero, con parole
commoventi, con una voce dolcemente monotona, con una delicatezza
squisita di sentimenti e di espressioni, che non hanno mai mostrata a
digiuno, e che li fa giudicare assai più sensitivi e più poetici di
quello che sono. E smaltiscono qualche volta il vino bevuto in una
rugiada di lagrime mute, che fanno un effetto singolare sul loro bel
faccione imporporato dal Barbera.
C'è un altro tipo curioso d'ubbriaco, per citarne ancor uno, che non si
ritrova che nel basso popolo; un bevitore nel quale pare che il vino
susciti principalmente il sentimento dell'ammirazione e della devozione
per tutto quello che è in alto sulla scala sociale. Sono per lo più
buonissime nature, nelle quali è vivo e profondo il sentimento
dell'ordine, dell'ossequenza ai superiori, del rispetto alla legge,
accresciuto anche da una certa timidità e da un certo concetto quasi
fantastico che hanno di tutto ciò che è al disopra di loro. Son quegli
ubbriachi che si vedono qualche volta per le strade, cercare, col
cappello in mano, di intavolare dei discorsi accademici cogli agenti
della forza pubblica; recitare ad alta voce, da soli, il panegirico d'un
padrone, di qualche grande uomo ignoto, che li ha beneficati, e per cui
si dichiarano pronti a dare la vita; protestare col primo venuto,
picchiandosi il petto, d'esser buoni cittadini, devoti al re, ossequenti
a tutte le autorità costituite; e desolarsi pel timore di non esser
creduti; giurare qualche volta colla voce rotta dai singhiozzi e col
viso rigato di lacrime, che mai non mancherà il loro sostegno alle
istituzioni nazionali e che la dinastia regnante può contare sulla loro
fede.
Tutti costoro appartengono alla categoria di quei che hanno, come dicono
i francesi, le _vin bon enfant_. Rimane il così detto «vino cattivo», di
cui son pochi, senza dubbio, quelli che non abbian fatto esperienza. La
sentenza: ha il vino tristo chi ha il cor tristo, non è giusta. Il vino
produce delle ebbrezze tristissime anche nelle migliori nature. Chi è
ricorso qualche volta al vino per consolarsi o per dimenticare,
trovandosi irritato da contrarietà, o tormentato da qualche sentimento
d'odio o di rancore, si ricorderà di un effetto singolare che ne ha
risentito, opposto affatto ai suoi desiderii: la sua mente s'è eccitata,
ma senza riuscire a svincolarsi dai pensieri che la possedevano; le sue
idee si sono colorite, ma solamente quelle idee, come se affollate,
strette sulle porte della mente, assorbissero esse sole tutti i vapori
inebbrianti, e impedissero loro di penetrare più addentro, fino a quel
piccolo mondo d'idee e d'immagini ridenti che mettevano in ribollimento
altre volte. La piena dell'ebbrezza s'è gettata tutta nel sentimento che
ha trovato predominante nell'atto di prorompere, e ha preso la natura e
il corso di quel sentimento. E allora è inutile qualunque sforzo si
tenti per ricondurla alle sorgenti dell'allegrezza. I pensieri e i
ricordi tristi e irritanti si chiamano, si concatenano, ingigantiscono,
colla stessa rapidità, colla medesima progressione, che seguono
nell'ebbrezza allegra i pensieri e i ricordi di natura opposta.
Dispiaceri antichi, offese patite in altri tempi, sospetti che s'erano
già dissipati, previsioni di danni ch'erano già svanite, visi odiosi di
nemici, intenzioni malevole indovinate o supposte, tutto ritorna alla
mente, s'illumina, per così dire, e acquista un'evidenza straordinaria:
a poco a poco ci pare che il mondo intero stia contro di noi;
sospettiamo un significato ostile in ogni parola; e un sentimento sordo
d'ira e di rivolta si impadronisce del nostro cuore. Ed è impossibile
nasconderlo: le labbra si contraggono, ma non sorridono, lo scherzo esce
ghiacciato, la guardatura è falsa e la voce rotta e tagliente. Ed è
inutile cercar di liberarsi da quello stato, intorbidando la mente; i
bicchieri succedono ai bicchieri, e la mente conserva una lucidità
ostinata e sinistra. Il vino non fa che accrescere l'irritazione, la
quale irritazione accresce le forze per resistere al vino. Ed è
singolare come si conserva la coscienza netta del proprio stato, durante
questa specie d'ebbrezza livida, che esalta unicamente la parte peggiore
di noi; come si segue distintamente in tutti i suoi contrasti la lotta
dei buoni sentimenti che voglion riprender l'impero, coi sentimenti
tristi che li tengon sotto, schiacciati. Si vedono dei disgraziati,
imbestialiti da quest'ebbrezza, in mezzo ai parenti e agli amici ch'essi
contristano o spaventano, accusarsi d'esser bruti, scellerati, indegni
del nome d'uomini, qualche volta percuotersi colle proprie mani e non
riuscire a domarsi. Si vedono alle volte, in una contesa furiosa,
quetarsi tutt'a un tratto, mostrare di esser sul punto di dire una buona
parola che accomoderebbe ogni cosa, averla sull'orlo delle labbra, fare
uno sforzo per pronunciarla... — e no — vomitare invece una bestemmia o
un insulto, come se un demonio, a cui avessero venduta l'anima, glie la
strappasse dalla gola. A costoro spetta veramente il nome che dànno
all'ubbriaco gl'Indiani: _ramyan_, che significa arrabbiato. Nessun
tormento si può immaginare peggiore di questa perversità, da cui l'uomo
si sente dominato e travolto, che non è sua, che gli strozza la volontà,
gli snatura il cuore e gli avvelena il sangue; in nessun stato più
opportuno si potrebbe mettere lo psicologo, per rendersi ragione di
certi atti di scelleratezza insensata, che ci paiono inesplicabili, per
comprendere, cioè, come si formino quegli accozzamenti mostruosi di
sospetti infondati, da cui nascono le certezze tremende, che immolano
alla vendetta degli innocenti; che cosa siano quelle sataniche torture
dell'ira e dell'odio, per liberarsi dalle quali pare così poca cosa
commettere un delitto e sacrificare la libertà di tutta la vita; come
nascano e prorompano certe furie feroci, delle quali l'uomo è nello
stesso tempo reo, vittima e ludibrio, e in cui la nostra mente, quando
cerca la misura della colpabilità, si confonde e si perde. L'uomo più
buono di noi, che sia stato una volta sotto l'influsso di questo vino,
si ricorderà d'aver avuto dei momenti in cui si è sentito capace delle
più inique azioni; e chi ha fatto quest'esperimento una volta, dopo la
prima parola d'esecrazione che gli strapperanno certi delitti, lascierà
sempre un angolo del cuore aperto alla pietà.
Il vino produce ancora degli effetti assai diversi, non solo secondo la
passeggiera disposizione d'animo del bevitore, ma secondo le età. Nella
prima gioventù gli effetti sono massimi. Il Goethe ha definito la
gioventù «un'ebbrezza senza vino». Aggiungendovi il vino, l'ebbrezza
diventa quello che l'ha definita Seneca: una volontaria pazzia. Le
speranze e le illusioni proprie dell'età, già così vive nello stato
abituale, non han bisogno che di un leggerissimo eccitamento per
acquistare colore e potenza di cose reali; quell'embrione di grande
uomo, che ognuno sente dentro di sè a vent'anni, diventa grand'uomo di
slancio, e si afferma con tutta l'alterezza e tutta l'audacia che dà la
coscienza della grandezza; un sentimento smisurato delle nostre forze ci
spinge alla ribellione contro tutte le leggi e tutte le discipline;
vorremmo aprirci la strada nel mondo calpestando e rovesciando tutti gli
ostacoli; e non potendo far altro spezziamo quanto ci cade nelle mani;
ci sentiamo quello che un fisiologo definì benissimo il _tatto pazzo
dello scomporre_, un furore di distruzione e di disordine, che tende
particolarmente all'infrazione dei regolamenti di polizia urbana, e
vorrebbe la città intera a spettatrice. Verso i quarant'anni, l'edifizio
delle nostre idee e dei nostri sentimenti ragionevoli, più solidamente
costrutto, resiste meglio alla scossa dell'ebbrezza; abbiamo un'ebbrezza
più raccolta; fra le sue belle illusioni non ci lasciamo più ingannare
che dalle più modeste; amiamo ancora il chiasso, ma a patto che non si
senta dalla strada; ci piace ancora la conversazione sbrigliata, ma fra
amici intimi; non si prova più gioia, ma solamente contentezza, un certo
sentimento consolante dei vantaggi della propria età e del proprio
stato, una certa disposizione amorevole, che si rivela in intonazioni
vocali da padre nobile, amante della pace e dell'onesta allegria, e dopo
ogni sorsata di vino, ci sentiamo dare un colpo sulla spalla dalla mano
pesante della Prudenza. Nei vecchi, in cui la vivacità dei sensi è quasi
tutta ridotta nel gusto, l'ebbrezza è un piacere più fisico. D'altra
parte, essa non può più in loro abbellire l'avvenire: non abbellisce più
che il passato: è come un'ebbrezza della memoria, una visione rosea
della gioventù e dell'età matura, accompagnata da una certa acquiescenza
serena alla dura legge della natura, contro cui si ribellano
ordinariamente; uno stato d'animo così bene rappresentato in quei vecchi
ubbriachi del Teniers e del Van d'Ostade, seduti accanto a una tavola,
col bicchiere fra le mani, un po' ingobbiti, cogli occhi semichiusi, in
cui luccica una scintilla di malizia e lampeggiano mille ricordi ameni
di bricconate giovanili, con un guizzo di sorriso sulle labbra, che
esprime una sensazione di tepore voluttuoso, con un mento rosso e
sporgente, una bazzettina piena di filosofia, che pare che dica: Ci è
più poco da godere; ebbene?... ingegniamoci di goder questo poco.
Ma gli effetti più potenti e più strani del vino non possiamo vederli
fra noi, perchè in noi sono scemati dall'abitudine ed anche frenati
nelle loro manifestazioni dal sentimento della dignità e delle
convenienze sociali. Per vederli in tutta la loro potenza dovremmo
andarli a cercare fra quei selvaggi ancora incorrotti, discendenti di
generazioni vergini d'alcool, a cui i viaggiatori europei porgono i
primi bicchieri. Quasi tutti gli esploratori dell'Africa ci resero conto
di qualcuna di queste esperienze. Noi non abbiamo idea di quegli accessi
d'ilarità mostruosi, di quelle furie indomabili, che li spingono ad
affrontare per gioco pericoli mortali, di quegli impeti di gioia, in cui
si rotolano per terra come frenetici, di quelle risa, come riferisce lo
Stanley, che somigliano a ululati e a ruggiti di belve. A quelli si può
veramente applicare il detto del Montaigne, secondo il quale il vino non
solo altera, ma rovescia la ragione. E l'ebbrezza si produce con una
rapidità che spaventa. Ricorderò sempre l'esempio che ne vidi in una
città africana, in un povero giovane arabo, venuto là per la prima volta
dai confini del Sahara, grave e pensieroso come un anacoreta. S'era in
un giardino; egli stava seduto sull'erba: gli mettemmo davanti un grande
bicchiere colmo di vecchio vino di Xeres. Egli non aveva del vino che
quel meraviglioso e misterioso concetto, che glie n'avevan dato le
maledizioni degli sceicchi e dei sacerdoti islamitici; concetto che glie
ne aveva fatto nascere un desiderio ardente, pieno di curiosità e di
paura. Nel giardino non c'erano musulmani; poteva bere non visto; la
tentazione era grande. Girò gli occhi intorno, e poi li fissò — dilatati
— sopra il bicchiere. Stette così immobile per qualche minuto; era
agitato; gli si vedevano passare sul viso, come lampi, mille pensieri.
L'aveva dunque davanti finalmente quel liquore favoloso, di cui basta
bere una goccia, come dice il Corano, per tirarsi sul capo le
maledizioni di tutti gli angeli del cielo e della terra. Pareva che lo
sentisse già in sè tutto quel mondo fantastico in cui l'avrebbe
trasportato quel vino: sogni di potenza e di ricchezza, risa argentine
di belle donne, promesse di voluttà, ire superbe, visioni del cielo. E
assorbiva il bicchiere cogli occhi. Ma non osava afferrarlo. Fra lui e
quel bicchiere c'era una formidabile barriera: il suo Dio. Allungava il
braccio e lo ritirava, guardava noi, strappava i fili d'erba d'intorno
colla mano convulsa, si vedeva che soffriva. Finalmente afferrò il
bicchiere, lo avvicinò alla bocca; ristette di nuovo incerto.... poi il
diavolo vinse: vuotò il bicchiere d'un fiato. Subito dopo, si coperse il
viso colle mani, e rimase qualche tempo così, come in atto di aspettare.
Poi allargò le mani e ci guardò. Non c'è parola che possa esprimere il
cambiamento di quel viso: era il viso d'un altr'uomo; v'era dipinta una
tale confusione di gioia, di meraviglia, di terrore, uno sconvolgimento
così profondo di tutto il sangue e di tutta l'anima, che fummo quasi
pentiti del nostro atto, come se gli avessimo dato uno di quei filtri
malefici delle _Mille e una notte_, che tolgon la pace per sempre.
Ma continuiamo a studiar gli effetti dell'ebbrezza sull'intelligenza,
cominciando dal punto in cui li abbiamo lasciati. Oltrepassato il grado
massimo dell'esaltazione intellettuale, tutte le facoltà conservano
bensì un'attività vivissima, ma non vanno più bene che per la via
diritta; come nel camminare l'ubbriaco si tradisce alla svoltata, così
la sua mente manca a se stessa ogni volta che deve fare un'operazione
improvvisa. Ed è singolare come, arrivati a questo punto, ci rimane
quasi sempre una percezione lucida e per così dire antiveggente di certe
difficoltà del discorso, in modo che, parlando, le scansiamo da lontano,
come quei che hanno un difetto di pronunzia, scansano le parole in cui
si trova la consonante restìa. Nulla è più curioso del lavoro intimo che
fa l'ubbriaco per nascondere la debolezza della propria mente. Prepara
in segreto le operazioni del pensiero, le quali capisce che non sarà in
grado di fare nel calore del discorso; finge di disprezzare o di
deridere una ragione del suo avversario, quando non riesce più ad
afferrarla; evita con larghe circonlocuzioni pedantesche tutte le frasi
che richiedono un giro intricato di sintassi; fa un voltafaccia
improvviso e sgarbato davanti a un ostacolo inaspettato, che si presenti
nel ragionamento, e gli dà il colore d'un capriccio grazioso di cambiar
discorso; s'ingegna con una quantità di piccole astuzie e di piccole
ipocrisie, per le quali non solo par che non abbia perduto nulla della
lucidità della sua mente, ma che ne abbia acquistata. E più cresce la
sua inettitudine, più diventa attiva e gelosa la sua cura di
nasconderla. Prova un sentimento di viva soddisfazione ogni volta che
riesce a formulare un pensiero senza incertezze; per mostrar che parla
facilmente, si serve qualche volta di periodi già fatti, presi nei fondi
del magazzino, di quei certi gruppi di idee famigliari che abbiamo
tutti, già cento volte espresse, alle quali non c'è più bisogno di
cercar la parola; butta fuori precipitosamente la frase che gli balena,
per paura che, ritardando un minuto, gli sfugga, e nasconde il vero
perchè di quella precipitazione fingendo un impeto di passione, che non
sente. Senonchè, cessando per un solo secondo quello sforzo, subito un
grossolano scambio di parole, un vocabolo usualissimo che non ricorda,
una ripetizione d'una superfluità puerile, rivela che le sue facoltà
mentali sono inceppate. Ed è curioso questo, che si potrebbe chiamare il
supplizio del bevitore, che in mezzo a tanti altri obblii, quello della
dignità della propria ragione sia l'ultimo a coglierlo, in modo che
nulla l'offende così amaramente come il sentirsi dire che non è più in
sè, ed egli si condanna qualche volta, per prevenir questa offesa, a una
lotta col proprio pensiero, che lo lascia spossato dalla fatica, colla
fronte grondante di sudore. Ma viene il momento in cui la lotta è
superiore alle sue forze, ed egli comincia a perder terreno. Rimarrebbe
umiliato, credo, qualunque bevitore, se il giorno dopo l'orgia potesse
seguire a passo a passo, nei propri discorsi stenografati, il suo
progressivo istupidimento della sera innanzi. Il suo periodo, d'una
larghezza ciceroniana da principio, pieno d'incisi e di aggiunti, si va
a poco a poco sfrondando e spezzando finchè si riduce allo stile
trinciato degli oratori asmatici. Quel sentimento di decoro del discorso
che gli faceva mettere almeno un'apparenza di attaccatura fra soggetto e
soggetto, svanisce a poco a poco: egli caccia brutalmente nella
conversazione quello che gli viene sulle labbra, senza curarsi che cada
o non cada a proposito. Poi, gradatamente, l'aneddoto s'appesantisce e
s'allunga, lo scherzo piglia il verso d'un ritornello, il pensiero non
esce più che in sentenze maestosamente insignificanti, in proposizioni
semplici, composte di soggetto, verbo e attributo, messi l'un dopo
l'altro con gran riguardo, previo un atto di riflessione, come si
collocano gli oggetti fragili; ed infine non è più che una dispersione
di mezze idee che vengon su come a caso, e si spengono appena accese,
come le lucciole; pensieri che si perdono a mezza strada della frase,
bolle e fuochi fatui della mente, che svaniscono a mezz'aria, senza
incontrar la parola. E allora sì il bevitore è orgogliosamente geloso
della sua ragione: un leggiero sorriso che egli colga a volo sulle
labbra d'un commensale, una toccatina di gomito che sorprenda fra due
vicini, gli è una pugnalata nel cuore.
Di qui non c'è più che un passo per entrare nell'ultimo periodo, nel
quale se l'ubbriaco potesse aver coscienza netta di quello che accade
nella sua mente, ne rimarrebbe sgomentato. A un certo punto succede come
un risveglio improvviso nelle sue facoltà, che gli fa credere d'essere
ancora molto lontano dall'ultimo grado dell'ubbriachezza; ma è un
risveglio disordinato e tumultuoso, che dura pochissimo. Le idee gli
ballano nella mente come le ombre in una stanza rischiarata da un
lumicino mosso dal vento, o vi girano dentro con una rapidità
vertiginosa, come palle agitate in una sfera cava, senza ch'egli possa
raggiungerle. Quando riesce a raggiungerne una, ci si afferra con tutte
le forze che gli rimangono, come a un filo di salvamento in un
labirinto, sentendo che, perduta quella, ritornerà a brancolare nelle
tenebre. Quindi quelle insistenze interminabili in un ragionamento
semplicissimo, quelle frasi cento volte ripetute, pestate nella testa di
chi ascolta, con una ostinazione implacabile. Poi si succedono
spettacoli, atti, discorsi, che rimarranno tagliati netti dalla sua
memoria, lasciandovi un vuoto oscuro e profondo, nel quale s'affaticherà
inutilmente il giorno dopo a rintracciare il solo barlume d'una
reminiscenza. Poi ancora dei brevi ritorni in se stesso, durante i quali
pare che gli s'accenda nel capo un'ultima fiammella, non per altro che
per rivelargli il disordine miserabile della sua mente; momenti in cui
egli fa un ultimo sforzo per riafferrare la sua ragione, e si sente
oppresso da un grande rammarico, si rivolge confusamente dei rimproveri
amari, giura a se stesso di non ridursi mai più in quell'ignobile stato.
Poi tenebre fitte daccapo, a cui succedono capricci insensati di
ritornar nei luoghi dov'ha bevuto, in mezzo alla gente, ai lumi e allo
strepito, come se sperasse di ritrovare in quei luoghi la ragione che
v'ha lasciata; e quindi rabbie improvvise di non aver le forze
corrispondenti alla volontà, di sentirsi così, impotente, come un
bambino o un decrepito, a discrezione del primo venuto; rabbie soffocate
tutt'a un tratto dall'immagine d'una persona cara o d'una sventura
domestica, che gli gonfia il cuore di tristezza e gli solleva un'onda di
pianto; da cui ricade un momento dopo in un riso senza cagione, sciocco
e inestinguibile, che gli fa nodo alla strozza. E finalmente
l'insensatezza: smarrito affatto il sentimento del tempo; turbata, come
nei sogni, l'idea dello spazio; uno stupore profondo di ritrovarsi in
luoghi dove non si ricorda d'aver voluto venire, di sorprendersi a
parlare con gente con cui non sa nè come nè quando si sia accompagnato;
il soliloquio ad alta voce, l'apostrofe diretta all'assente, un turbinìo
vorticoso di pensieri oscuri e di parole monche che si cercano e si
urtano senza potersi congiungere, la vista doppia, le vie danzanti,
l'universo sconvolto, una stanchezza infinita della mente e del corpo,
che pare un presentimento della morte, — e poi l'ultimo obbrobrio — la
caduta; — lo spettacolo più miserabile e più triste che possa dar l'uomo
di sè, dopo il delitto; ma che fa pensare a qualche cosa di ancora più
triste: alla famiglia povera e desolata che aspetta.
Merita osservazione, pure, lo stato di mente e d'animo in cui si trova
il bevitore dopo svanita l'ebbrezza. Certi pensieri profondi e tristi
sulla caducità delle cose umane non si presentano mai con tanta
intensità come la mattina dopo l'orgia, a traverso alla nebbia leggiera
che succede ai fumi densi del vino, nel momento in cui si spalanca la
finestra, e si vede, con un sentimento di stupore, che il mondo va del
suo solito passo, che nulla vi è di cambiato, che tutto quello che
abbiamo visto, sentito, sperato la sera innanzi, non è stato altro che
un sogno. Quei pochi fantasmi che ci rimangono dell'ebbrezza, si
disperdono a quel primo soffio dell'aria mattutina, come maschere allo
spuntare dell'alba del mercoledì delle ceneri. Ci vergogniamo allora di
aver dato fede, come bambini, a tutte le false promesse del vino.
Ricorriamo con inquietudine gli avvenimenti della sera innanzi, ci
ricordiamo delle parole imprudenti, delle espansioni puerili del cuore,
di mille sciocchezze e di mille sconvenienze, e ne restiamo umiliati e
irritati. L'aver scoperto segreti e debolezze altrui non ci compensa
affatto dello sproposito di aver messo a nudo le nostre. Ci vorremmo
nascondere per qualche tempo agli occhi del mondo. Ci sentiamo svogliati
d'ogni cosa, inetti al lavoro, colla testa e col cuore vuoti, senz'altro
sentimento che quello d'un'uggia e d'un avversione inesprimibile per le
persone e per i luoghi dove abbiamo commesso i disordini. Ma questo
stato produce quasi sempre qualche effetto salutare: una reazione di
sobrietà, un ravvivamento passeggero di affetto per la casa, come un
bisogno di rifarci, col lavoro e col raccoglimento, di quella
dispersione scioperata che abbiamo fatto di noi stessi. Tanto è vera
quella sentenza d'un moralista: che un uomo onesto non è mai tanto
sinceramente e risolutamente «morale» come dopo un'orgia. E poi,
sofisticando, ci consoliamo benissimo delle nostre imprudenze; pensiamo
che è stata giustizia l'esserci rivelati per quello che valiamo; che
certe debolezze hanno ricevuto il loro meritato castigo mettendosi
spontaneamente alla berlina; e che, infine, senza questi disordini, gli
uomini si conoscerebbero assai meno tra di loro, ridotti, come
sarebbero, a quelle conversazioni ordinarie, che sono come un gioco
continuo d'astuzia, con cui ciascuno cerca di scoprire quanto più è
possibile l'animo altrui e di nascondere il proprio. L'ebbrezza, ci
diciamo, costituisce per gli uomini, nella società irreligiosa, una
specie di confessione civile; della quale, cessati gli effetti del vino,
l'orgoglio può rimanere offeso — e questa è la penitenza — ma la
coscienza finisce per sentirsi alleggerita; ciò che equivale
all'assoluzione.
C'è ancor da dire degli effetti del vino sul lavoro intellettuale, e
s'intende dei lavori d'immaginazione, perchè sono i soli, è da credersi,
riguardo ai quali possa nascer quistione se giovi o non giovi
l'ebbrezza. Il vino è stato chiamato il cavallo del poeta. E non si può
negare, certamente, che in groppa a questo cavallo, il poeta, se non va
sano, va lontano. Le prime volte che si scrive in uno stato di leggera
ebbrezza, se n'esce entusiasmati. Sotto quell'ondate di sangue ardente
che vanno al cervello, non è più la così detta danza delle cellule,
quella che si produce, è la ridda; non è più il soffio, è l'uragano
dell'ispirazione. Quell'esclamazione intima di stupore e di piacere, che
accompagna, come disse benissimo il Desanctis, ogni lampo di vera
ispirazione, ci suona dentro con una frequenza consolante. È anzi uno
dei caratteri distintivi del lavoro che facciamo sotto l'influsso del
vino, questa soddisfazione grande di noi stessi, che si manifesta di
tratto in tratto in veri scatti di gioia e in voci di applauso; sia
perchè la nostra mente sovreccitata, ribelle al lavoro freddo
dell'analisi, accetta tutto quello che le si presenta; sia perchè
l'animo si trova in uno stato di mobilità, vigore e calore tale, che
basta la più imperfetta espressione di un'idea o d'un sentimento poco
più che volgare, a scuoterlo profondamente. Il lavoro perciò è
gradevolissimo. Non si prova più, nell'atto della creazione, quel
tormento così bene espresso dal Musset, che diceva di durar fatica a
trattener delle grida di spasimo quando si sgravava d'un'idea. Il parto
si fa senza dolori. Non ci si presentano più gruppi, ma fughe d'idee, di
cui le ultime svaniscono mentre gettiamo le prime sulla carta; la penna
non può più seguire la dettatura del pensiero; abbrevia, accenna
soltanto, ricorre ai segni algebrici, nota un'idea con un girigogolo,
serpeggia qualche volta sul foglio senza nulla segnare. E quando il
lavoro è finito, si getta un grido di trionfo, certissimi d'aver fatto
un capolavoro. — Ma è un lavoro incompleto. Il giorno dopo, rileggendo a
mente fredda, si prova quasi sempre un gran disinganno. È un'impressione
curiosissima. S'era creduto di fare un tessuto fitto, e s'è fatto invece
una stoffa a trafori. Ci accorgiamo che ognuna di quelle belle idee è
come solitaria fra le altre; le catene d'idee intermedie, da cui ci
parevano collegate, nell'atto del lavoro, le idee principali, si sono
spezzate; alcune idee si sono completamente scolorite; di altre non
riconosciamo più la proprietà, e ne restiamo sorpresi, come se fossero
roba altrui; scopriamo cento piccoli errori di gusto, di opportunità, di
misura; di quei difetti di giustezza, appunto, che trovava il Goethe
negli ultimi scritti dello Schiller, quando lo Schiller, per
rinvigorirsi, beveva; — riconosciamo, infine, che si son mosse con una
forza straordinaria le grandi ruote, per dir così, della macchina del
pensiero; ma che tutte quelle minutissime rotine intime e secrete che
compiono il lavoro più delicato, son rimaste ferme. Non c'è il menomo
dubbio. Il prosatore potrà, sotto l'azione del vino, spandere il suo
pensiero in larghe ondate di prosa facile e sonora, ma non farà
certamente un solo di quei periodi potenti, pieni di costrutti ingegnosi
e di artifizi sottili di collocamento, in cui ogni parola ha la sua
efficacia massima; che sono come un nodo serrato di fili d'oro, ed ogni
filo è un pensiero; e fanno esclamare, leggendo: — Ecco un maestro. — Il
poeta potrà trovare nell'ebbrezza le idee e i versi più splendidi della
sua lirica; ma non riuscirà certamente nell'orditura faticosa della
strofa; e si potrebbe affermare che non n'è uscito dal vino neppur uno
di quegli inimitabili gioielli di sonetti e d'ottave, d'una perfezione
disperata, su cui si stanca da secoli l'ammirazione umana. Oltrechè la
durata utile di quest'esaltazione artifiziale della fantasia è
brevissima, e le succede uno stato di stanchezza affannosa, durante il
quale la mente insiste ancora con violenza nel lavoro, ma non lavora
più. Nè la soddisfazione che dà quel lavoro facile e tumultuoso
dell'ebbrezza, vale quella che prova la mente tutta presente a sè,
quando nell'atto stesso che produce, critica e difende l'opera propria,
ne esce, vi rientra, tenta e ritenta le difficoltà da cento parti, e si
fortifica nei suoi sforzi, e studia sè stessa nelle sue fatiche. E
d'altra parte, è quasi il sentimento della dignità umana che ci fa
desiderare che non si possano scrivere grandi cose sotto l'influsso del
vino. Noi ammireremmo meno, senza dubbio, i grandi poeti, di cui
sappiamo che domandarono spesso le ispirazioni all'ebbrezza, se,
leggendo le loro opere, potessimo riconoscere ad una ad una, come
pretendeva un fisiologo spagnuolo, riguardo al poeta Espronceda, tutte
le idee che sono spuntate nel loro cervello nell'atto che rimettevano il
bicchiere vuoto sul tavolino. Ci parrebbe che quelle idee le avessero
prese, in certo modo, fuori di loro, con un artifizio indecoroso, che le
avessero, direi quasi, scroccate, o che almeno dell'ammirazione che ci
destano, una parte fosse dovuta al fabbricante del vino che hanno bevuto
per ispirarsi. Sentimento benissimo espresso da un poeta italiano, il
quale mise a confronto dei poeti antichi, che, presi dall'ispirazione,
cantavano all'aria aperta, accompagnando il verso colla cetra, col viso
radiante e colle vesti discinte, e la poesia prorompeva spontanea, a
torrenti, dalla loro anima commossa, — il poeta moderno, — il quale,
chiuso nel suo gabinetto, si gratta il capo, scrivendo, come prescrivono
gl'igienisti, piglia un sorso di caffè quando l'idea si fa aspettare,
beve una goccia di Madera quando la rima non viene, si mette un
pannolino bagnato sulla fronte, perchè non svaporino gli ardori, quando
l'ispirazione si raffredda, accende una sigaretta per darsi l'impulso a
far l'ultima strofa, e così caccia avanti lo ingegno a furia di
spunzonate e di pizzicotti, come un giumento restìo. Certo, di tutte le
facoltà della mente, l'ultima a risentir gli effetti dannosi dell'abuso
del vino è la facoltà immaginativa, perchè le sue funzioni sono
analoghe, si confondono quasi cogli effetti del vino medesimo; ed è
questa la ragione per cui tanti poeti e tanti artisti andarono avanti
spensieratamente sulla strada del vizio, non accorgendosi, per molto
tempo, di nessuna diminuzione nella loro potenza artistica. Le loro
prime idee erano sempre grandi, le linee principali delle opere che
concepivano erano sempre bellissime, perchè erano il risultato di
operazioni istantanee e quasi involontarie del loro ingegno. Quello che
scemava in loro era la memoria, la facoltà dell'attenzione e della
riflessione, la forza di resistenza alle fatiche del pensiero. Ma
all'indebolimento di queste facoltà, che rendeva loro sempre più
difficile l'incarnazione dei propri concetti, riparavano, senza
accorgersene, consacrando all'opera un tempo maggiore, facendo con una
serie di sforzi successivi ciò che avrebbero fatto una volta di primo
getto; e ingannavano sè stessi attribuendo a una maggiore profondità di
pensiero, a una più difficile contentabilità dell'opera propria, la
lentezza che derivava, in realtà, dalla scemata potenza intellettuale. E
decrescendo sempre più questa potenza si ridussero a poco a poco nello
stato di quegli artisti beoni, la cui vita non è più che una successione
di grandi disegni e di grandi propositi, sempre più grandi, quanto più
manca la forza d'attuarli; di quegli artisti che muoiono non lasciando
per eredità che un tritume di frammenti — grandi quadri dispersi in
schizzi — romanzi sbriciolati in scenette — programmi e titoli pomposi
di opere di lunga lena, di cui parlarono per anni e non ne scrissero una
riga. C'è persino l'esempio d'un poeta olandese, bevitore
incorreggibile, il quale avendo concepito e cominciato a scrivere a
quarant'anni un grande poema sulla conquista delle Indie, morì a
cinquant'anni, non lasciando altro che una sciarada sullo stesso
soggetto che fu pubblicata in un giornale illustrato di Leida.
Veduti gli effetti psicologici passeggieri del vino, vediamo i suoi
effetti lenti e durevoli: l'azione che esercita sul carattere e sulla
vita dei bevitori.
E prima di tutto, arrestiamoci un momento a quella che si suol chiamare
«la grande famiglia dei bevitori», grande veramente, innumerevole,
svariatissima, stranissima, nella quale si ritrovano i caratteri più
opposti, la gente di condizione più disparata, l'uomo di genio e lo
scimunito, l'opulenza e la miseria, la bontà più amorevole e l'iniquità
più feroce; e nel vizio stesso una varietà infinita di origini, di
svolgimenti e di scopi. C'è chi beve per procurarsi un godimento fisico,
quasi animalesco, senza cercare l'alterazione della mente, e chi beve
per ingannare la noia di una vita oziosa e solitaria. Alcuni ricorrono
al vino per ringagliardire un organismo logorato da lunghe privazioni,
altri per guarirsi o preservarsi da malanni immaginari, altri per
consolarsi di un amore tradito o d'un rovescio di fortuna. C'è chi è
diventato bevitore in forza d'una tendenza ereditaria, frutto di
malattie, e chi è caduto nel vizio, senz'avvedersene, fin dalla
primissima età, corrotto dall'esempio. Alcuni bevono per ostentazione di
scapestrataggine, altri per dispetto, altri, di natura affettuosa, per
riempire la vita vuota d'affetti. Ci son degli uomini d'un organismo
potente che eccedono nel bere, come in tutte le cose, per una certa
brutalità di bisogni giganteschi, che li costringe a riparare con
acquisti enormi a perdite enormi, a gettare il vino a ondate nel loro
corpo come si getta l'acqua a secchie in un cannone infocato. Molti
bevono per effetto d'uno scoraggiamento che li prende verso l'età
matura, vedendo deluse le ambizioni della gioventù; per sopire il
rammarico di non essere riusciti a trovare una via, una forma
d'estrinsecazione al loro ingegno; per lenire i dolori d'una malattia
particolare dello spirito, che si potrebbe chiamare «della potenza
trattenuta». Ci sono altri infine, specialmente fra gli artisti, nature
elette, dotati di grande intelligenza e di cuore delicatissimo, ma di
tempra fiacca, i quali bevono per attenuare la violenza dei proprii
sentimenti, per addormentare la fantasia inquieta che li tormenta, per
frenare l'attività eccessiva del loro cervello, che li affatica, anche
durante i loro riposi, e li logora. Bevono, come disse dei fumatori il
Balzac, perchè hanno delle energie da domare. Ed è questa la cagione
principale della intemperanza famosa di tanti poeti: non è vero che
bevessero, come suol credersi, per prodursi un eccitamento artificiale,
a fine di scrivere; bevevano per acquietare il loro eccitamento
naturale, dopo che avevano scritto. E l'ha detto per tutti il tanto
citato Alfredo Musset, — il quale un giorno, a un tale che gli domandava
perchè cercasse la poesia nel vino, rispose dispettosamente: — Non vi
cerco la poesia, vi cerco la pace.
Tutti questi bevitori vanno avanti sulla stessa via fino a un certo
punto, e poi si dividono. Gli uni s'arrestano, e diventano i golosi; gli
altri tiran via, e diventano gl'ingordi del vino.
Nei primi alla passione si viene ad innestare il capriccio, quasi un
sentimento della poesia del vizio, che lo frena, unito ad un
raffinamento di gusti che lo ingentilisce; e fra costoro, quelli che
hanno borsa pari alla gola, diventano una specie di bibliomani della
bottiglia — raccoglitori e assaggiatori, piuttosto che bevitori — dotti
nella loro materia — che mettono nella cantina l'amore, gli studi,
l'alterezza che uno studioso mette nella biblioteca; e ci hanno
anch'essi, infatti, i loro classici polverosi, le edizioni d'antica
data, le celebrità straniere, i prosatori un po' grevi, ma sostanziosi
del nord, la letteratura passante e leggiera che rallegra senza nutrire,
la poesia tutta foco del mezzogiorno, che infiamma ed esalta; che fanno
del vino un argomento continuo di ricerche e di discussioni, un'arte,
insomma, e una scienza, che provvede nello stesso tempo ai bisogni del
loro stomaco e del loro intelletto. E costoro sono quelli che godono
veramente il vino. Uno psicologo artista ci avrebbe da fare uno studio
curiosissimo. Per loro il bere è una moltiplicazione continua di voluttà
squisite, non meno dell'immaginazione che dei sensi. Sentono già in sè,
al solo apparire del recipiente, tutta la forza e tutta la gaiezza che
v'è imprigionata. Si beano in quella varietà di forme delle bottiglie,
snelle, pienotte, maestose, come in altrettanti profili incompiuti di
belle donne; provano un senso diverso di piacere alla vista del
turbantino verde e del caschetto d'argento; godono a palpare le
rotondità eleganti dei calici; nel suono della bottiglia percossa dal
cavatappi, sentono una nota d'Adelina Patti; prima di alzare il
bicchiere rimangono qualche momento in ammirazione di quei bei rubini o
di quell'oro sciolto; poi ne aspirano la fragranza, e tutte le loro
glandule salivari versano a onde e a spruzzi i loro succhi. Infine
mettono il vetro fra le labbra, ma quasi con rammarico, come Panurge del
Rabelais, di non avere il collo lungo tre cubiti per poter gustare
meglio qual nèttare; poi — bevono cogli occhi chiusi, e dividono in due
operazioni rigorosamente distinte l'assaggiamento e la deglutizione;
sentono il primo sapore — il secondo sapore — il terzo sapore; rivoltano
il vino colla lingua, lo fanno scorrere lungo le gote, lo gettano verso
le fosse nasali per sentirne meglio il profumo, e non si decidono che a
stento a lasciarlo colare nella gola, dopo di che stanno ancora raccolti
un momento per assaporare la voluttà dell'ultimo effluvio. Risentono in
tutte le vene e in tutte le fibre, e lasciano trasparire dal viso, una
tale piena di dolcezze e di delizie, che si rimane incerti, vedendoli,
fra due sentimenti: non si sa se dobbiamo sdegnarci che l'uomo, capace
di tante soddisfazioni altissime della mente e del cuore, metta nel
godimento di simili piaceri tutta l'anima sua, o ammirare piuttosto la
prodigiosa delicatezza della macchina umana, che consente quei piaceri.
Questi bevitori, dunque, s'arrestano sulla via del vizio; gli altri
procedono e passano dalla classe dei bevitori in quella dei briaconi.
Costoro, invece del collo di Panurge, vorrebbero avere lo stomaco
dell'imperatore Massimino, il quale non faceva punto, si dice, che al
quattordicesimo fiasco. In che modo essi s'immergano a grado a grado e
si affoghino nel vino, per che periodi passi la gran lotta della volontà
che resiste coll'abitudine che trascina, è una storia lunga e triste,
che molti psicologi insigni, specialmente fra i romanzieri inglesi,
fecero in un modo ammirabile, ed Emilio Zola insuperabilmente. Il vino
entra a poco a poco nella loro vita sotto tutti i pretesti: ieri
bevevano per resistere al lavoro, oggi bevono per render più dolce il
riposo; prima per scacciar la malinconia, dopo per mantener viva
l'allegrezza; una volta per invocare l'oblio, ora per eccitare la
memoria; da principio per conciliarsi il sonno, poi per sostenere la
veglia. Il nemico s'infiltra e cresce a goccia a goccia, a sorso a
sorso, a bicchiere a bicchiere, un po' tutti i giorni, lentamente e
sordamente, come l'acqua del mare per la crepa sottile d'una nave.
Quando l'uomo s'avvede del pericolo, è quasi sempre troppo tardi: la
stiva è già piena. Egli fa ogni giorno il proponimento d'arrestarsi ai
primi bicchieri; ma, vuotati i primi, sente in sè un'energia, un vigore
di volontà, il quale lo fa tanto sicuro di riuscir ad attuare il suo
proponimento un'altra volta — quando che sia — che ne rimanda
l'attuazione al giorno seguente, nel quale, per la stessa ragione,
accorderà a sè stesso la dilazione medesima; e così va innanzi per anni,
incoraggiato sempre all'abuso, prima da una sicurezza fermissima, poi da
una speranza vaga che verrà un giorno in cui smetterà irremissibilmente.
Grande prova di quella gran verità: che è più facile negar tutto ai
sensi, che rifiutar loro qualche cosa. Ma la lotta non è mica così
semplice. È un dramma intimo intricatissimo, pieno di terrori e di
dolori, di risurrezioni e di ricadute, tanto più lungo, più vario e più
doloroso, quanto è più forte il carattere e più alta l'intelligenza del
lottatore. È prodigioso fino a che punto, con che ostinazione di
volontà, con che sottile e faticoso artifizio di ragioni e di sforzi
illusorii, di battaglie vere e simulate, di scambietti dati alla propria
coscienza il bevitore cerca di riacquistar l'impero su se stesso, e di
liberarsi dai rimorsi. Adduce alla ricaduta di ogni giorno, ogni giorno
una nuova giustificazione, qualche volta ingegnosissima, e cercata per
lungo tempo, come il reo cerca una discolpa da addurre davanti al suo
giudice. Cerca avidamente, per soddisfare la sua passione, tutte le
occasioni in cui l'abbandonarvisi può parere a lui e ad altri un eccesso
consentito dalle circostanze. Riesce realmente a vincersi per qualche
tempo, con un grande sforzo, animato, senz'avvedersene, non dal
desiderio sincero di guarire, ma dalla gioia che pregode di poter poi —
dopo quell'astinenza — ricader senza rimorsi nel vizio per un altro
periodo di tempo. Ripiglia animo a bere ad ogni piccola prova ch'egli
dia a sè stesso che le sue facoltà intellettuali non sono ancora
scemate; beve per ira quando l'animo stanco si rivolta alla fine contro
la tirannia della volontà che lo tortura; ritorna a bere ad ogni esempio
che gli si presenti, di altri più avanti di lui sulla strada del vizio,
eppure ancora sani in apparenza, e nel fiore delle loro forze; confida
persino in una malattia possibile, in un primo avvertimento della
natura, dopo il quale, l'idea del pericolo corso gli darà finalmente la
forza di vincersi; arriva fino al punto di fabbricarsi una filosofia
speciale, contraria affatto alla sua indole e a tutta la sua vita, per
poter incastrare il suo vizio in quella filosofia, come in una cornice
che lo abbellisca, e lo renda passabile ai suoi occhi. Poi vengono degli
sgomenti profondi all'accorgersi improvvisamente che le sue facoltà
mentali sono scemate, e quindi una sorveglianza diffidente e dolorosa
sulla propria intelligenza; — e risoluzioni impetuose che durano un'ora
nelle quali s'esaurisce tutta la sua energia; — e lunghi scoraggiamenti
cupi, che finiscono nel vino, da cui rinasce un barlume di speranza,
seguìto il giorno dopo da un disinganno più sconsolato. E intanto il
nemico corrode tutto: corpo, mente e cuore. Il famoso elogio del
Rousseau, secondo il quale i bevitori son buoni, fedeli, brave e oneste
persone, non si può sostenere, certamente, fuorchè considerando i
bevitori sotto l'influsso immediato del vino. Il vero è che quando
escono da quel mondo facile e ridente in cui l'ebbrezza li ha sollevati,
si trovano a disagio fra gli aspetti scoloriti del mondo reale, e
s'irritano più facilmente di ogni altro delle asprezze della vita che
avevano dimenticate. Abituati a quella vena ricca di benevolenza e di
generosità che apre in loro l'ebbrezza, non ritrovano più se stessi,
quando devono cavar quei sentimenti dal cuore tranquillo. Dopo quella
viva eccitazione d'ogni sera, la loro sensitività ha come bisogno di
riposo, e si rifiuta alla fatica delle emozioni a digiuno. In mezzo alle
compagnie in cui ferve quell'allegrezza spontanea, che deriva tutta
dalla disposizione naturale dell'animo, si sentono spostati, provano
quasi un'invidia segreta, che li rende dispettosi e tristi, sono
umiliati, scontenti di sè, come gente decaduta, e desiderano qualche
volta con un'impazienza acre e collerica quell'ora, quel luogo, in cui
potranno, con un mezzo così speditivo, ritornar sereni, generosi,
eloquenti. Senonchè questo ringiovanimento, questa specie di
risurrezione di tutti i giorni, si va facendo gradatamente sempre più
incompleta. Dopo un certo tempo il bevitore non prova più
quell'ebbrezza, per così dir ricca, piena di sentimenti e d'idee, in cui
il cuore e la mente tendevano continuamente ad espandersi e ad
abbracciar l'universo. Il primo indizio del decadimento è lo scemare di
quella mania della disputa che lo trasportava a traverso a tutto lo
scibile umano: la sua mente pigra comincia a lasciarsi andar giù per la
china della celia facile, evitando tutti gli appigli alla discussione,
che la obbligherebbe al lavoro; il giro dei suoi pensieri si va sempre
più restringendo; tutto ciò che viene a sviarlo da quell'andamento
ordinario di idee e di discorsi, gli riesce molesto; l'esaltazione non è
più continua, ma a intermittenze, a sfuriate successive, separate da
lunghi intervalli, dopo ciascuna delle quali, sente il bisogno di
riposare; l'allegrezza degenera a poco a poco in un sentimento di grossa
soddisfazione, nella quale egli si adagia e si culla, come in una
poltrona a bilico, mentre il suo pensiero tremola su mille oggetti,
senza fermarsi in alcuno, o si fissa in uno, e vi riman dentro
impigliato ed inerte. E allora vengon le lunghe sere monotone, in cui il
bevitore cova il suo vino in silenzio, in uno stato intermedio fra la
sonnolenza e lo stupore, e tutto il mondo brillante che vedeva altre
volte nell'ebbrezza, si trova ridotto fra i quattro lati della tavola,
sulla quale egli comincia ad appoggiare i gomiti — e l'anno dopo
appoggia il mento — e negli ultimi anni la fronte. Certo molti di
costoro conservano quella bonarietà, di cui il Rousseau fece l'elogio;
ma è bonarietà che deriva, più che da altro, da pigrizia del cuore. La
marea montante del vino ha seppellito rancori, odi, superbie, tristizie
— naturalmente — senza merito loro. Sentono ancora gli affetti di
famiglia e qualche vecchia amicizia; ma non è più quell'affetto vivo,
pieno di previdenze e di sacrifizi spontanei, che pensa e gode se
stesso, e vibra tutto ad ogni parola in cui s'esprima, e ad ogni
manifestazione che gli corrisponda. Tanto è vero che è rarissimo che
contraggano affetti nuovi. Arrivato a questo punto, il bevitore non è
più che uno spettatore indifferente del mondo; vivacchia, con un sol
occhio aperto, non cammina, ciondola sulla via della vita, fin che venga
la morte a spezzargli il bicchiere nel pugno.
Se poi dall'esame degli effetti individuali del vino, veniamo a
considerare i suoi effetti nella società, restringendoci sempre nel
campo psicologico, rimarremo meravigliati, sgomentati quasi, non tanto
di ciò che vediamo, quanto di ciò che abbiamo ragione di sospettare.
Poichè il vino è principalmente una potenza occulta. La maggior
importanza dei suoi effetti non è già negli eccessi visibili a cui
s'abbandonano i pochi; è nella diffusione grandissima di una
intemperanza corretta, di una ubbriachezza nascosta, costante, regolare,
che ci gira intorno continuamente, e che continuamente incontriamo
faccia a faccia, senza riconoscerla. Noi abbiamo a che fare con un gran
numero di persone, che trovandosi sotto un continuo influsso latente del
vino, paiono quello che non sono, son specie di maschere di sè stessi,
che c'ingannano. Ci troviamo intorno delle generosità, delle eloquenze,
delle bontà, dei caratteri ameni, che sono fittizii, che esistono
solamente a ore, ma che esistendo per quelle tante ore ogni giorno,
producono in chi le incontra un'illusione stabile. Se potessimo
conoscere tutte le abitudini intime, quante strane scoperte si
farebbero! Quante belle azioni generose scopriremmo che sono state fatte
a malincuore, forzatamente, per mantenere una promessa sfuggita
nell'esaltazione del vino! Quanti trionfi oratorii troveremmo che sono
dovuti all'ebbrezza, e mostre di coraggio inaspettate nei duelli, e
slanci commoventi di attori drammatici! Troveremmo forse anche dovute al
vino delle riconciliazioni clamorose d'uomini politici, che ebbero
conseguenze memorabili; forse delle risoluzioni temerarie di generali
che resero il loro nome glorioso, forse anche delle morti eroiche, che
tutti abbiamo ammirato ed ammiriamo ancora. Oltre a ciò mille persone si
trasmutano continuamente intorno a noi. Dopo qualche anno ritroviamo dei
caratteri, già dolci, ora stranamente inaspriti, senza una ragione
apparente; ritroviamo altri, una volta focosi e intrattabili, ora
concilianti, trascuranti, in uno stato d'ottimismo cronico, che non ci
sappiamo spiegare, e che ci consente di stringere con loro un'amicizia
che prima era impossibile; altri che hanno mutato abitudini, e che dal
gran mondo in cui brillavano, si sono ridotti ad una vita solitaria ed
oscura, senza che ci riesca d'indovinarne la causa. Vediamo degli uomini
di ingegno arrivare rapidamente, nel fiore della gioventù, a grandi
altezze nella società e nell'arte, e poi arrestarsi tutt'a un tratto, e
come smarrire sè stessi, e presentare al mondo un esempio inesplicabile
d'inerzia e d'impotenza. A tutti questi cambiamenti noi cerchiamo delle
ragioni; crediamo qualche volta d'averle trovate in avvenimenti, in
segreti domestici, in crisi misteriose della mente e del cuore. E non è
nulla di tutto questo. La sola cagione è il vino. Ed è naturale che non
si scopra, poichè l'uomo confessa francamente l'orgia di una notte, ma
nasconde con cura gelosa, tra le pareti della sua casa, l'abuso di tutti
i giorni, a cui non trova giustificazione nè scusa. Ora è un effetto che
sfugge all'osservazione ma che è enorme, senza dubbio, quello che
produce nella vita sociale questo gran torrente purpureo che passa ogni
giorno a traverso alla popolazione d'una grande città, nelle ore della
sera e della notte. Una grande azione la deve esercitare sull'andamento
generale delle cose, questa vasta alterazione giornaliera di sentimenti,
di pensieri, di discorsi. Noi ce ne accorgeremmo forse dagli effetti
contrarii, se da un dì all'altro, improvvisamente, non esistesse più
vino, nè alcuna bevanda eccitante. Vedremmo delle nature, sino a ieri
larvate, mostrarsi nel loro vero aspetto; gente espansiva, chiudersi in
sè; gente allegra, rattristarsi; intelligenze offuscate, tornarsi a
chiarire; ingegni che nascondevano il loro decadimento nell'esaltazione
forzata d'ogni sera, rivelarsi finiti; scemare la facilità delle nuove
amicizie, disfarsi sotto il peso della noia delle società di persone che
non avevano altro legame che il vino; ritornare a Venere molti che
l'avevano dimenticata per Bacco, una recrudescenza di malumori da
principio, un accrescimento di operosità più tardi, una diminuzione
generale di spropositi fatti detti e stampati, scemate le contese, ma
più rare anche le riconciliazioni, maggiore prudenza, minor sincerità,
più forza, meno entusiasmi: un misto di beni e di mali.
Più beni o più mali?
A me non tocca rispondere; e d'altra parte non vorrei chiudere la serie
di queste conferenze sul vino con una parola amara contro il nostro
argomento. C'è il modo d'uscirne con una distinzione; la quale non si
potrebbe far meglio che mettendo a riscontro due dei più grandi pittori
di quella ammirabile scuola olandese, che attinse nel vino una così gran
parte delle sue ispirazioni. Nei quadri dello Steen è rappresentata
l'orgia ignobile, che sostituisce all'allegrezza quieta della famiglia
il baccano della taverna: visi istupiditi, atteggiamenti osceni, braccia
cascanti che il giorno dopo non lavoreranno, e case disordinate che
rivelano un disprezzo abituale di ogni dignità e di ogni gentilezza. Nei
quadri del Van der Helst sono rappresentati dei banchetti gioviali, dove
cittadini di tutti gli ordini dello Stato si fanno dei brindisi e
conversano fraternamente; e son belle figure oneste ed aperte, su cui si
legge la sicurezza della coscienza e la nobiltà della vita consacrata
alla patria; eccitati, ma composti, con un sorriso negli occhi che fa
indovinare gli aneddoti ameni e le parole cortesi, e ispira nello stesso
tempo l'allegrezza e il rispetto. Ecco le due potenze opposte del vino,
o per meglio dire: i due vini. C'è il vino dello Steen e c'è il vino del
Van der Helst. L'uno è il veleno che trascina all'ozio,
all'istupidimento, alla prigione, alla tomba; e questo vino fuggiamolo,
combattiamolo, vituperiamolo. L'altro è il vino che fa alzare nello
stesso tempo il calice, la fronte e il pensiero; il vino che mette
all'operaio la forza nel braccio e il canto sulle labbra; l'allegria
della nostra mensa d'ogni giorno, il festeggiatore delle riconciliazioni
e dei ritorni, il liquore benefico che riscalda le vene dei nostri
vecchi, che rinvigorisce le convalescenze sospirate dei nostri bambini,
che aggiunge un sorriso all'amicizia e una scintilla all'amore: il
secondo sangue della razza umana. E questo onoriamolo e festeggiamolo,
benedicendo le due grandi forze benefiche a cui ne andiamo debitori: la
fecondità della terra e il lavoro dell'uomo.
[STEMMA: Grifone, Fiat Lux GUTENBERG 1440]
_Altre pubblicazioni dello stesso Editore_
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*ARTURO GRAF*
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