da 1120 nel 1865
salirono a 2140 » 1875 (Verga)
» 2272 » 1878 (Sighele).
Ma una prova decisiva in proposito l'offre uno studio che eseguì ora il
prof. Enrico Ferri sulla criminalità in Francia per omicidî e ferite in
confronto col vino e coll'alcool consumato, per 18 anni, e che
cortesemente mi riassunse in forma grafica (vedi Tab. 1, Fig. 1).
È evidente come tra la linea del vino e del delitto corra un completo
parallelismo, in quanto almeno concerne le grandi salienze
(1850–58–65–69–75) e decrescenze (1851–53–54–66–67–73), salvo, come è
naturale, il 1870, anno eccezionale di guerra, e in cui tacciono gli
atti giudiziarî non militari, e salve parziali discordanze del 1876, che
non saprei spiegare, non avendo ora le statistiche successive, e nel
1860–61, in cui per altro l'effetto del raccolto vinicolo sembra
soltanto spostato di un anno.
Il parallelismo riesce tanto più curioso e singolare, poichè gli autori
francesi ed inglesi pretendevano addossare questa influenza fatale solo
all'alcool, e non al vino, tanto che, come vedremo, si propose di
facilitare la diffusione maggiore del vino nei paesi resi da quello più
proclivi al delitto. Ora dalla nostra tavola grafica e dalle statistiche
si deduce che il rapporto dell'alcool consumato cogli omicidi e ferite
non è così evidente come quello del vino, se non negli anni 1855 al 1858
e 1873 al 1876. E ciò ben si comprende, perchè le risse nascono più
facili nelle osterie che dagli acquavitai, dove la dimora è troppo breve
per dar luogo a litigi. — Un'altra prova di ciò ci offre l'osservazione
del giorno e del mese in cui più spesseggiano i delitti, e son quelli in
cui più si abusa di vino. Così Schroeter (_Jahrb. der Westph. Gefong.
Gefels,_ 1871) ci rivela come in Germania:
Su 2178 delitti, il 58 p. % avveniva il sabbato sera, la domenica 3, e
il lunedì 1 p. %; prevaleva in quei giorni, nella proporzione dell'82 p.
% i rei contro il buon costume, ribellione e incendi; e in quelli del 50
p. % i rei di destrezza.
Anche in Italia, nel solo anno 1870, in cui se ne tenne nota, si
riscontra altrettanto^[X-6].
[GRAFICO: Fig. Iª, FRANCIA-1849-1876, Affari giudicati]
[GRAFICO: Fig. IIª, FRANCIA-1827-1869, Distribuzione per mesi]
[GRAFICO: Fig. IIIª, FRANCIA-1850-1876, Suicidii]
E quel che è più curioso, in Francia, il Ferri trovò che mentre i reati
in genere contro le persone dal 1827 al 1869 (vedi Tav. e Fig. IIª)
calano rapidamente dopo l'agosto fino al dicembre, le ferite e percosse
gravi, invece, mostrano una recrudescenza ben marcata nel novembre,
epoca vicina alle vendemmie e alla confezione del vino nuovo, e notisi
che si tratta delle sole ferite gravi giudicate nell'Assise e non di
quei ferimenti che si giudicano dai tribunali, e sono i più frequenti
risultati delle risse d'osteria.
Lo Sclopis dichiarò in Parlamento, che nove decimi dei delitti che si
commettono in Italia, hanno origine nelle osterie. Veramente se si
stesse alle nostre statistiche, il vino avrebbe ben poco rapporto col
delitto, sarebbe anzi l'ultimo fra i suoi coefficienti; infatti sopra
16,034 condanne in genere nel 1872–74, e sopra 3287 omicidî e ferite si
notarono in media su mille:
{ 495 commessi per cupidigia 178 }
{ 227 » vendetta 527 }
{ 33 » miseria }
{ 17 » amori illeciti 83 }
CONDANNATI { 10 » ubbriachezza 13 } OMICIDI
IN { 10 » socialismo } E
GENERE { 5 » amori leciti 5 } FERITE
{ 4 » affari politici }
{ 3 » religione }
{ 3 » dissensi domestici }
{ 0 » ozio e giuoco 7 }
Ma l'erroneità di queste conclusioni emerge subito quando si paragonano
a quelle della Francia, come nel seguente quadro che tolgo dal Guerry:
_Quadro dei motivi degli attentati alla vita (veneficio, assassinio,
omicidio) in 32 anni (1826–1857) in Francia._
237 su 1000 sono causati da risse in osterie.
214 » » cupidità ed interesse.
147 » » rapporti dei sessi { 21 unioni legittime.
{ 126 commerci illeciti.
124 » » rapporti di famiglia.
98 » » opposizione all'esecuzione delle leggi.
51 » » difesa personale — duelli.
30 » » rivalità di comuni e di mestieri.
26 » » odio tra famiglie (Corsica).
13 » » politica e sommosse.
12 » » aiuto prestato all'esecuzioni delle leggi.
10 » » avarizia, crudeltà, contro fanciulli e vecchi.
10 » » ignoranza e perdita della ragione.
10 » » errori ed imprudenze — disperazione.
10 » » motivi ignoti.
6 » » rapporti tra padroni e servi.
2 » » vendetta e malizia.
È impossibile che in un paese che ha tanta affinità col nostro la
differenza salga tant'oltre, che noi siamo cioè vendicativi 264 volte
più dei Francesi, mentre saremmo bevoni 18 volte meno. Gli è che le
nostre statistiche lasciate, fin a pochi anni or sono, in mano ai
cancellieri, se non forse agli uscieri, grazie alla nessuna importanza
che siamo avvezzi a dare, nelle bisogne giuridiche, ai dati di fatto,
hanno confuso sotto la fiera categoria della vendetta, quelle risse che
si notano in Francia a parte, come, e perchè nate nelle osterie e in
causa delle bevande. Difatti riaggruppandole a questo modo, le
proporzioni delle varie categorie ritornano affatto somiglianti fra loro
e ritorna a galla la conclusione del Quetelet, che un terzo degli
omicidî proviene dall'uso delle bevande.
Nelle carceri Prussiane il 23 per cento, nelle Bavaresi il 34 per cento
dei detenuti ha parenti bevoni (Baer, op. cit.).
Secondo l'ispettore delle case penali di Boston sette decimi dei
condannati lo erano in seguito all'intemperanza; salirebbero anzi a nove
decimi, secondo il giudice di Albany^[X-7].
Nel Belgio si calcolava l'alcoolismo provocare il delitto nel rapporto
del 25 al 27 per cento.
A New-York, su 49,423 accusati, 30,509 erano ubbriachi di
professione^[X-7].
In Olanda si attribuiscono al vino 4/5 delle cause dei crimini e
precisamente 7/8 delle risse e contravvenzioni, 3/4 degli attentati
contro le persone, 1/4 di quelli contro le proprietà (Bertrand, _Essai
sur l'intemp._, Paris, 1871).
Dixon trovò un solo paese in America che da anni va esente da crimini,
S. Johnsbury malgrado popolatissimo di operai; ma questo paese adottò
per legge la proibizione assoluta delle sostanze fermentate, birra,
vino, che vengono somministrate come i veleni dal farmacista, per
domanda, per iscritto, del consumatore e con assenso del sindaco, che
però appende il nome del reprobo in un pubblico albo.
Tre quarti dei delitti di Svezia si attribuiscono all'alcoolismo e
propriamente gli assassinii ed altri delitti di sangue all'abuso
dell'alcool; i furti e le truffe all'eredità dai parenti alcoolisti.
Sopra 29,752 condannati in Inghilterra alle Assisie, 10,000 erano venuti
a tal passo per la troppa frequenza dell'osteria, e 50000 sopra i 90903
condannati sommariamente (BAER, _op. c._, p. 343).
In Francia il Guillemin calcola al 50 per cento i rei in seguito
all'abuso dell'alcool, e in Germania, il Baer al 41 per cento, fra cui
19 bevoni abituali (_Id._, pag. 263).
E ciò è naturale, perchè tutte le sostanze che hanno virtù d'eccitarci
in modo anomalo il cervello, ci spingono più facilmente al delitto ed al
suicidio come alla pazzia con cui assai spesso si confondono in un
inestricabile intreccio; e ciò perchè dapprima irritano i centri
nervosi, sicchè quando non accade l'acuta aracnoidite o l'iperemia
congestiva, ecc., si formano lente degenerazioni, grassose, sclerotiche,
pigmentarie, con atrofia delle cellule nervose, che menano
irrevocabilmente alla perdita della funzione (edema, paralisi) ed al suo
pervertimento; e ciò quasi indipendentemente dalla natura chimica della
sostanza ingesta.
Lo Stanley, or ora, in Africa trovò una specie di banditi detti
Ruga-Ruga, i soli indigeni che si abbandonavano all'uso della canapa;
nelle tradizioni di Uganda il delitto apparve nei figli di Kinto dopo
che introdussero la birra.
Si è notato, persino, questa tendenza nei Medgjidub e Aissaoui, i quali
non avendo narcotici si procuravano l'ubbriachezza col continuato
movimento del capo. Sono uomini, dice il Berbrugger (Algerie, 1860),
pericolosi, feroci e con tendenze al furto. — Anche i fumatori d'oppio
sono presi spesso da furore omicida; sotto l'uso dell'_haschisch_ Moreau
si sentì attratto al furto.
E peggio fa il vino; e ancor peggio l'alcool, che si può dire vino
concentrato, quanto alla attività venefica, e peggio ancora quei liquori
d'assenzio, di vermouth, che oltre all'alcool puro contengono droghe
intossicanti i centri nervosi.
L'ubbriachezza acuta, isolata, dà luogo, per se sola, al delitto perchè
arma il braccio, accende le passioni, annebbia la mente e la coscienza e
disarma il pudore.
Gall narra di un Petri, che appena beveva, sentiva nascersi in petto la
tendenza omicida; e Locatelli di un operaio trentenne che sotto il
furore del vino rompeva quanto gli cadeva tra mano e coltellava compagni
e parenti che volessero impedirglielo; Ladelci e Cormignani di un
muratore più volte arrestato per risse, che rispondeva a chi nel
rimproverava: Non posso farne a meno: quando ho bevuto bisogna che io
meni (_Op. c._, p. 36).
Qualche volta, dice Briere de Boismont, l'ubbriachezza produce una vera
monomania del furto: e narra di un uomo onestissimo che appena aveva
ecceduto nel bere si metteva a rubare quanto gli capitava tra mano;
passato l'accesso, se ne doleva e restituiva il mal tolto, ma la
vergogna di ciò lo trasse ad uccidersi (_Du Suicide_, 2ª ed., 1860).
Io stesso conobbi un ufficiale che sotto l'ebbrezza tentò due volte
trafiggere persone a lui ignote od amiche, persino la sua sentinella.
V'hanno alcuni bevoni che sono il terrore delle loro famiglie, poichè
sotto l'effetto del vino, del vino triste, come lo chiamano i francesi,
non parlano che di ferire, sgozzare le persone che poco prima erano loro
carissime e queste fuggono inorridite e non a torto.
Quello che negli altri, infatti, è una pensata bizzarra e fugace, sicchè
sfuma appena sorta, si muta in costoro rapidamente in azione inconscia,
è vero, ma non meno fatale. Un di costoro, per es., tornando una sera
verso casa vide un povero contadino, che portava a capezza il suo asino;
eccitato dal vino, grida: «Giacchè oggi non ho avuto brighe col prossimo
mio, voglio sfogarmi su questo»; e tratto il pugnale fora più volte il
ventre di quella povera bestia (Ladelci, _Il vino_, Roma, 1868, tip.
Sinimberghi).
Fu interrogato un minatore bevone perchè avesse colla scure ucciso un
povero onesto fabbro, zoppo, che appena conosceva e non gli aveva fatto
mai alcun dispetto: _Perchè, rispose, non mi piaceva la camminatura._
Pensiero da ebbro, ma opera da manigoldo.
Il dott. Cicone che lo racconta, vide nelle miniere delle Boratelle
(_L'operaio delle miniere sulfuree_, Roma, 1879) entrare i poveri
operai, lindi ed onesti e poi in grazia del bettolino messovi in opera
ed empiamente monopolizzatovi dai padroni, mutarsi, in meno di un anno,
in feroci assassini, che uccidono il primo che trovano, castrano per
celia, per es. un povero ebete, che si chiamava _Centesimo_, perchè non
domandava e non voleva d'elemosina che un centesimo; un altro di costoro
recide un'arteria ad una donna, il polmone ad un giovinetto, il ventre a
due altri, e la scapola a un quinto e non potendo far altro, dopo aver
accoltellate le mura, ferisce se stesso; un altro bevone sorprende un
poveretto che dorme, lo attorciglia con una corda che unge di petrolio e
vi dà fuoco (_Op. c._, pag. 9).
Peggio di questi sanguinari minatori sono i contadini di Genzano,
dipintici dal Ladelci, che in grazia alla grande abbondanza del vino si
trovano in uno stato di continuo eccitamento, e menan ad ogni lieve
causa le mani, e perciò escon sempre armati fuor di casa, e persino i
fanciulli, ad imitazione dei padri, aguzzano sui sassi dei chiodi per
avere delle armi; appena commesso un ferimento, costoro sono vie più
trascinati ai furti e grassazioni pel bisogno di vivere e perchè
costretti dal vino alla prepotenza e all'uso dell'armi (_Op. c._, 9).
L'alcool, infatti, dopo aver eccitato, indirizzato nella via del delitto
la sciagurata sua vittima con atti istantanei od automatici, ve la
mantiene, ed inchioda, per sempre, quando rendendola un bevitore
abituale, ne paralizza, narcotizza i sentimenti più nobili e trasforma
in morbosa anche la compage cerebrale più sana; dando una dimostrazione,
pur troppo sicura, sperimentale, dell'assioma che il delitto è un
effetto di una speciale, morbosa condizione del nostro organismo; tale
è, in questi infelici, quella sclerosi, di cui sì bene vi discorse il
Bizzozero, che colpisce il cervello, il midollo ed i gangli, come ed
insieme a quella che colpisce il rene ed il fegato, ed in essi si
esplica col delitto, come negli altri, colla demenza o coll'uremia o
coll'ictero, e ciò secondo che colpisce più un organo che l'altro, o più
una parte che l'altra dell'organo stesso. E qui le prove mi
sovrabbondano. Or ora rinvenni alle carceri un singolarissimo ladro,
P..., che si vanta con tutti di esserlo, ed anzi, non sa più parlare se
non nel gergo dei ladri, suoi degni maestri, eppure nè l'educazione, nè
la forma cranica ci dava alcun indizio della causa che ve lo spinse; ma
noi presto ne fummo in chiaro, quando ci narrò che egli ed il padre suo
erano bevoni. «Vedano: io fin da giovinetto mi innamorai dell'acquavite
ed ora ne bevo 40 o 80 cichetti, e l'ebbrezza di questa mi passa bevendo
due o tre bottiglie di vino»; come si vede nella storia che ne pubblicò
nel mio Archivio il bravo Collino (_Arch. di Psichiatria e scienze
penali_, 1880, Fasc. II, Torino).
Or son pochi mesi, pur qui in Torino, un onesto ufficiale di 70 anni,
che godè fin alla tarda sua età di fama illibata, datosi nella vecchiaia
all'alcool si fece in poco tempo sì triste da strozzare la povera moglie
che ne lo rimproverava e fingere che _si fosse appiccata_. Ma
l'astinenza del carcere in breve faceva in lui ripullulare l'antica
onoratezza, sicchè confessò tutto, e ai giurati, che il condannavano a
15 anni di reclusione: _È alla morte, disse, che dovevate condannarmi,
alla morte._
Un carattere, dice Tardieu, manca quasi mai nei bevoni che han commesso
un delitto; è la strana apatia e indifferenza, la nessuna preoccupazione
del proprio stato che è veramente comune ai delinquenti veri, ma che in
essi è ancora più spiccata. Stanno in prigione come in casa propria,
quasi meglio, nè si preoccupano del loro processo, nè di ciò che han
fatto; appena è se si ridestano un momento davanti al giudice.
Un uomo di 30 anni, già bene educato, che aveva fatto il medico e il
farmacista, lo scrivano, l'impiegato e sempre era stato rimandato per
abuso di liquori, trova sulla strada una guardia e la uccide credendo
volesse arrestarlo; la prima cosa che scrive a sua madre dopo entrato in
prigione, è che gli mandi della pomata; al giudice rispondeva che
l'interrogatorio era inutile «che egli già aveva scelto un nuovo
mestiere, di fare il fotografo». Solo dopo lunghi mesi di astinenza nel
carcere cominciò a rientrare in sè e comprendere la gravità della sua
situazione (TARDIEU, _De la folie_, 1870).
Un fiero esempio di questo strano effetto dell'alcool ce lo pose
sott'occhio il troppo famigerato Fusil. Nasceva egli da padre alcoolista
e tanto scialaquatore, che pur poverissimo, in un pranzo spese 134 lire,
e dopo aver ridotto ad uccidersi la povera moglie, s'annegava egli
stesso, pare volontariamente. Fusil, il degno figliuolo, mentre si
mostrava spietato coi parenti che lasciava basire di fame, era benevolo,
generoso, coi compagni d'osterie; strappato un migliaio di lire al
fratello se le mangiò in pochi giorni coi suoi compagni di bettola. A 18
anni colpì di falcetto i suoi zii. A 22 feriva un compagno d'osteria; a
24 uccideva il Gambro che l'ospitava pietosamente, con 11 ferite,
dormendo poi due giorni vicino al cadavere, e la sera gozzovigliando
ancora cogli amici e in pochi giorni consumando in Svizzera quanto aveva
con tanta tristizia usurpato, e quanto eragli urgente conservare se
voleva sottrarsi alle ricerche; dopo arrestato parlava del suo delitto
come di uno scherzo, eternavalo anzi infine in un monumento
singolarissimo (V. sotto, pag. 399).
È il vino bevuto da lui e da suo padre che modificava così profondamente
la psiche da fargli venir meno ogni previdenza ed ogni senso di
moralità; e altrettanto avvenne a molti delinquenti.
Mabille, p. es., un dì porta gli amici all'osteria; s'accorge che non ha
denaro; tosto esce, uccide il primo che trova e poi torna a pagare lo
scotto.
Non è molto, da noi, certo Calmano Antonio, ex impiegato, esplose sul
proprio figliuoletto di 4 anni una pistola e indi si avventò ferocemente
sulla figlia maggiore che tentava salvare il fratello e credendoli
morti, feriva quindi se stesso; egli, precisamente come un altro suo
collega Valessina, da buono e vecchio impiegato s'era a furia di vino
trasformato in vizioso e fu licenziato; nè rimasto senza lavoro,
perdette la brutta abitudine; rivendette un mobile dopo l'altro per
convertirli in vino, finendo col letto stesso su cui dormivano i poveri
figli; col provento del quale si comprò l'arma fatale.
Prunier, stalliere, da 5 anni si dava all'alcool, che lo spingea ad
eccessi; una mattina si leva dicendo: _Oggi devo fare un gran colpo,
devo battermi_; percorre tutte le osterie e ritorna ai suoi cavalli la
sera: cerca attaccare una donzella, ma essa gli sfugge; assalta allora
una vecchia massaia, la viola, l'uccide, la getta nel fiume; pochi
minuti dopo la ripesca, rinnova gli oltraggi; ritornato a casa si mette
a dormire; svegliato, tutto confessa. Evrard alla sezione constata
un'antica pachi-meningite, evidente effetto dell'alcool (Desmaze, _Hist.
de Méd. Légale en France_, 1880).
L'alcool è oltre ciò causa di delitti perchè il bevitore dà luogo a
figli delinquenti; perchè molti delinquono per poter ubbriacarsi; perchè
molti son tratti dall'ubbriachezza al delitto, oppure nell'inebbriamento
si procurano, prima, i vigliacchi, il coraggio necessario alle nefande
imprese e poi l'amminicolo ad una futura giustificazione, e colle
precoci ebbrezze seduconsi i giovinetti al crimine; ma più di tutto
perchè l'osteria è il punto di ritrovo dei complici, il sito dove non
solo si medita, ma si usufrutta il delitto e per molti questa è
abitazione e banco pur troppo fedele. In Londra nel 1860 si contavano
4938 osterie ove entravano solo ladri e prostitute.
Finalmente l'alcool ha una connessione inversa col crimine o meglio col
carcere; nel senso che dopo le prime prigionie il reo liberato ha
perduto ogni vincolo di famiglia, ogni punto d'onore e trova nell'alcool
di che dimenticarli e supplirli; perciò tanto spesso l'alcoolismo si
offerse nei recidivi; e perciò si comprende come Mayhew trovasse quasi
tutti i ladri di Londra ubbriachi dopo mezzodì, così da morirne tra i
30–40 anni per alcoolismo, e come fra i deportati della Numea, che
bevono, oltre che per la vecchia abitudine, anche per dimenticare il
disonore, la lontananza della famiglia, della patria, le torture degli
aguzzini e dei compagni e forse i rimorsi, il vino diventasse una vera
moneta; sicchè una camicia valeva un litro, un abito due litri, un
pantalone due litri, e perfino il bacio della donna si saldava con litri
(SIMON MEYER, _Souvenirs d'un déporté_, pag. 376, Paris, 1880).
SUICIDIO. — Già da queste storie abbiam potuto travedere come uno fra i
frutti fatali dell'alcool sia il suicidio. Vidimo quanto esso sia
frequente nei figli degli alcoolisti e come si mescoli ed intrecci sì
spesso ai tentativi omicidi dei bevoni; gli è che quella stessa
indifferenza che a poco a poco l'alcool induce nel reo verso i dolori
altrui, esso finisce per ispirare pure pei proprii, e l'uomo scherza
coll'idea della morte, e ne calcola i giorni ed analizza i primi
fenomeni, con una strana, satanica calma.
L'esempio più eloquente ce lo porse quello stesso Fusil, che fin dal
momento dell'entrata nel carcere, aveva fatto il proposito di uccidersi
dopo passato il centesimo giorno; e nell'intervallo scolpiva un vaso in
cui dopo aver infamato a suo modo la sua povera vittima ed essersi
ritratto appeso ad un'inferriata, preparatosi, collo sfilacciare un
lenzuolo, un cappio opportuno, si appiccava davvero dopo aver ben ben
riempito di cibo lo stomaco e di tabacco la bocca (V. _Uomo delinquente_
di C. LOMBROSO, 2º e p. 516).
Chi non vede, qui, un cinismo e una perdita di sensibilità che esce
dalla cerchia normale? e chi non è lieto di trovare nel cervello di
questo un'infiammazione della meninge, cronica, che era certo effetto
dell'alcool; che non era stata mai avvertita nella vita e che mentre ci
spiega i suoi atroci malfatti, spiega pure la triste fine con cui quasi
inconscio ei li espiava?
In altri suicidi alcoolisti assai più spiccata è l'inconscia
irresistibilità, l'automatismo dell'atto. Pochi giorni fa curai un
ubbriacone, che passeggiando dopo un'ultima bevuta, presso il Po, tutto
ad un tratto si spogliava, si gettava nell'acqua; e salvato dichiarommi
non avere avuto mai alcuna intenzione di suicidarsi.
In molti, il suicidio se non è effetto di insensibilità od automatismo,
lo è di capriccio sì strano, subitaneo e sanguinario che assai tiene
dell'uno e dell'altro. Mayer ci dipinge nel carnefice di Numea un bevone
così appassionato del suo mestiere, che un giorno, essendosi commutata
la pena ad uno che egli doveva ghigliottinare, fu preso da un accesso di
furore, ed andato nella cella del condannato quasi lo finì a colpi di
pugno; ma il più curioso era la tenerezza veramente alcoolistica che lo
legava al suo fatale strumento. «Guardatela come taglia bene, è la
figlia di papà. Noi siamo vecchi amici, ella mi paga le mie sborgne a 10
franchi a testa». Avendo poi sentito essersi fatta la proposta di
cangiargli l'istrumento con un più raffinato, impallidì, protestò che
non gli si cambierebbe la sua cara figliola; e quando essendo ubbriaco
sentì forse per celia buccinare che un bastimento era giunto col nuovo
modello (_Souvenirs d'un déporté_, 1880, pag. 292), entrò in un furore
terribile, minacciò d'accoppare chi portò quella nuova, e senza badare a
chi cercava calmarlo, andò a rivedere un'ultima volta il suo caro
strumento e lì, presso a quello, s'appiccava.
In alcuni, come sopra notammo, questa tendenza si mesce o meglio segue
all'omicida, e ne è la crisi o l'espiazione. «Voglio uccidermi, diceva
un tale ubbriacone, ma prima voglio finire anche mia moglie», e compito
il misfatto s'uccideva davvero per sfuggire alla pena ed ai rimorsi. Un
altro mentre era quieto a tavola tira improvvisamente il coltello contro
i suoi vicini, li scanna, poi va in camera e si spara un colpo nel
cranio.
Certo B. (narra il LOCATELLI, _Sorvegliati_, pagina 150, Meh. 1876),
venditore di commestibili, in istato di esaltazione alcoolica, provava
una smania indicibile di scialarla da gran signore; ma trovando il
mobiglio di casa poco conveniente ad un milionario suo pari, si mise a
gettarlo dalla finestra, con pericolo di ammazzare i passanti; e siccome
sua moglie cercava trattenerlo, si armò di un lungo coltello e la
inseguì furibondo; la povera donna potè appiattarsi sotto il letto; ma
egli credendo di averla uccisa, spinto da subitanea disperazione, si
gettò a capo fitto dalla finestra. In pochi mesi guarì e pote
riabbracciare la pretesa sua vittima.
Alcuni (secondo Briere ammonterebbero a 20 ogni 100 suicidi) si uccidono
perchè sentono di non poter resistere alla smania del bere, alla
vergogna e al delitto cui questa mena, come quel padre onesto, cui sopra
toccammo, cui il vino rendeva cleptomaniaco; altri perchè fatti
impotenti e poltroni dal vino si sentono incapaci al lavoro e
preferiscono una morte immediata alle torture della fame; moltissimi,
poi, affatto inconsci, trascinativi dalle allucinazioni sorte
improvvisamente in grazia dell'alcool; uno p. es., fantastica vedere un
soldato suo nemico, lo insegue e cade nell'acqua; un altro si getta
dall'alto per sfuggire immaginarie minaccie, ecc.
Tutto ciò spiega il perchè vi sia una quota sì forte di suicidi per
alcoolismo che va crescendo ogni anno; così secondo Lunier in Francia:
salivano a 7 % i suicidi per alcool nel 1849
» 14,6 » » 1859
» 17,0 » » 1875
ed in Sassonia al 10 per cento, in Russia al 38 per cento, in Danimarca
al 17 per cento ed in Prussia all'8,50 per cento^[X-8], in Berlino assai
più, al 25; ciò ci spiega come i suicidii, tutti, si vedano mano a mano
crescere da noi in linea esattamente parallela a quella dell'uso degli
alcool; e come una carta grafica del suicidio in Europa ci dimostri un
curioso parallelismo con quanto si intravvede sul consumo dell'alcool,
superato e non sempre da due soli fattori; quello del clima non
esageratamente freddo ed accompagnato da una diffusa coltura. Egli è
perciò che noi vediamo spiccare la Danimarca, 267 su 1 milione^[X-9], e
la Sassonia, 300; e appunto come nel consumo degli alcooli prevale sulla
Scozia e l'Irlanda, l'Inghilterra pei suicidi (MORSELLI, _Sul Suicidio_,
Dumolard, 1880):
Inghilterra galloni alc. 0,24 al 1859 per testa — 0,51 nel 1869 —
suicidi 62 su 1 milione abitanti.
Scozia galloni alc. 0,22 al 1859 — 0,30 nel 1869 — suicidi 35 su 1
milione abitanti.
Irlanda galloni alc. 0,11 al 1859 — 0,25 al 1869 — suicidi 14 su 1
milione abitanti.
Volendo addentrarci più ancora di quello che sulle prime ci mostrino le
cifre, troveremo che anche l'azione della coltura si somma in gran parte
coll'azione dell'alcool; e infatti quanto più va innanzi la civiltà, più
si aumentano i grandi agglomeri e quindi i bisogni degli eccitamenti dei
sensi, le due concause prepotenti degli abusi alcoolici; se fosse il
freddo per sè che aumenta i suicidi, noi dovremmo averne una maggior
quantità nelle stagioni fredde, ma essi invece abbondano specialmente
nelle calde; essi dunque non preponderano nei paesi più nordici in
confronto ai più meridionali, se non per un'azione estranea al freddo,
benchè poi sia con questo in stretto rapporto; tale è l'alcool cui si
abbandona di più l'abitante dei paesi più nordici anche per l'erronea
idea che esso giovi a tutelarlo dal freddo.
Tuttociò ci spiegherà perchè in questa carta grafica (Tav. I, fig. III)
che dà il consumo dell'alcool, ed il numero dei suicidii in Francia dal
1850 al 1876, vediamo in parecchi anni a salienze meno recise
(1850–52=1854–56=1858–60=1872–73–74) un certo parallelismo fra i due
fenomeni, che ancor meglio spicca se si confronta agli anni a maggiori
suicidii negli anni consecutivi a quelli delle maggiori oscillazioni di
alcool, e viceversa; per es., la diminuzione dei suicidii del 1858 segue
a quella dell'alcool nel 54 — l'aumento del 62 che corrisponde a quello
del 1858 — quello del 68 a quello del 66 — la diminuzione del 75 a
quella del 72, e l'aumento del 1876 a quello del 75. Il che ben si
comprende perchè le tendenze suicide sono quasi sempre espressioni
dell'alcoolismo cronico, che naturalmente non si manifesta se non alcuni
anni dopo l'abuso.
DELIRIUM TREMENS, ALCOOLISMO CRONICO, ECC. — E omicidio e suicidio
spesso non sono che una ultima manifestazione di quella più grave fra le
conseguenze dell'alcool, che è la pazzia.
Sulle prime gli ostinati bevitori di vino e più di acquavite (l'uno
finisce per mutarsi quasi sempre nell'altro col perdurare del vizio) —
soffrono dolori nelle ossa e fugaci nevralgie, come frizzi elettrici, od
un senso profondo di debolezza che sembra lenirsi col vino; la vista,
più tardi, si fa loro torbida: travedono mosche, scintille; il color
verde appar lor bianco, il violetto rosso, il bleu grigio, il rosso
giallognolo, e ciò specialmente da un lato; mancano i fosfeni; negli
arti inferiori accusano, non di raro, una esagerata sensibilità, onde un
piccolo tocco è causa di enormi dolori (Huss, 356); e si sentono rosi da
vermi imaginari, bruciati da zolfanelli: nè l'udito va immune da queste
iperestesie, chè odono campane, susurri, voci alle volte indistinte,
alle volte più spiccate, e anche qui più specialmente da un lato.
La memoria spesso è intaccata, e i sonni brevi e turbati da sogni
spaventevoli: il carattere morale va cangiando, e il bevone, gaio fra
gli amici, diventa taciturno e fino feroce in famiglia, e non acquista
letizia che sotto nuove bevande.
Le facoltà digestive, che dapprima si ravvivavano, coll'alimento, ora
vanno sempre più mancando. Oltre alla nausea d'ogni cibo solido, ai
crampi gastrici, li tormenta spesso al mattino un vero vomito, non di
raro, seguìto da diarrea.
Più tardi cominciano a manifestarsi, e più al mattino, dei tremori alle
mani che s'estendono alle braccia, alla lingua, al tronco, e delle
contratture specialmente ai muscoli flessori del piede, ai polpacci; e
più o meno presto, secondo che vi sono specialmente predisposti
(EMMINGHAUS, _Pathol. der Irrenkr._, 1879) da paralisi progressiva
incipiente, da tifo pregresso, da traumi al corpo, e dall'abuso di
_absinzio_, cominciano a spuntare le allucinazioni e le illusioni, di
raro gaie, spesso terribili, sempre svariate e mobilissime, e che
attingono quasi tutte, come nei sogni, alle ultime o più gravi
impressioni^[X-10]: ai tempi del 1859 erano i Tedeschi, ora sono i
carabinieri, le spie, gli accoltellatori politici; il merciaio ambulante
vede le sue merci per tutto e cammina a salti per non sciuparle — il
pastore vede le sue pecore e le chiama per nome. Il loro carattere
prevalente è la mobilità e terribilità; tutto vi sfugge e si cangia
rapido come nei fantasmi dei sogni, ma si cangia sempre in male, e le
poche volte che uno trasogna, nel delirio, foreste di frutta odorose e
di fiori lucenti, finisce col vedersele mano mano trasformate in un
deserto popolato da iene feroci; un R...., p. es., che si credeva
milionario, possessore di immense foreste, vede, poi, sorgere da terra
improvvisamente centinaia di ladri che lo deruban di tutto.
La stranezza e tristezza della fantasia è in essi effetto delle strane
condizioni patologiche prodotte dall'alcool: così l'anestesia cutanea,
l'anafrodisia alcoolica fa lor credere d'aver perduti gli organi
sessuali, il naso, una gamba; la dispepsia, la stanchezza, la paresi fa
lor sospettare d'esser avvelenati, perseguitati. Il De Amicis ci rivelò
un'altra fra le cause di questa morbosa tristezza che predomina in tutte
le fasi della patologia dei bevoni: il contrasto che lor si fa palese
tra la vita prosaica, reale, e quella colorata dai vapori del vino; e
noi aggiungeremo la reazione che segue agli stimoli troppo forti o
troppo prolungati. Un passo più in là, ed essi, in preda ad un'acuta
lipemania, o meglio panofobia furiosa si credono accusati di delitti
immaginari e carichi di catene, fra un monte di cadaveri, e domandano
misericordia o tentano uccidersi per sottrarsi alla malaugurata
vergogna, o restano stupidi, immobili, come chi è colto da un immenso
terrore. Non di raro, grazie alla fede sincera, che (a differenza di
molti altri pazzi) prestan alle proprie allucinazioni, sono dal _raptus
melanconico_ trascinati in una follìa d'azione spesso omicida e suicida;
e credendosi lottare con ladri o bestie feroci, si slanciano dalle
finestre, corrono, nudi, le vie, od uccidono il primo mal capitato. Uno,
p. es., che io guarii, ed era stato sin allora buonissimo figlio e buono
sposo, fantastica di essere avvelenato dalla sua propria madre, e tenta
di ucciderla. — Siccome un precipuo punto di partenza alle allucinazioni
è la modificazione degli organi indotta dall'alcool, specialmente degli
organi sessuali (iperemia e poi adiposi negli epiteli dei canali
seminali donde la impotenza preceduta da brevi ma intensi eccitamenti),
e siccome la loro tristezza si acuisce, come vedemmo, nelle pareti
domestiche, così spesso volgono la mano omicida contro la moglie o
l'amante che essi han, nella loro immaginazione, creduto vedere dar loro
prove materiali d'infedeltà.
Krafft-Ebbing e Marcel ne riscontrarono 23 di tali casi negli uomini, e
3 nelle donne. Io pure ne ebbi sott'occhi due, che in modo atroce
uccisero le loro mogli onestissime che in nessun modo avrebbero potuto
dar luogo a gelosia.
Mi ricordo in ispecie un Gaz... di Bergamo, atletico, ma con un
cocuzzolo microcefalico, ed enorme gozzo, figlio di apoplettico e che da
anni beveva per la sua minima quota non meno di 7 litri di vino;
cominciò a provare allucinazioni paurose di carabinieri, ladri, soldati;
poi ad istizzirsi colla moglie vecchia e brutta, per immaginarie
gelosie; un giorno fugge di casa facendo delle croci nere sui muri, vi
ritorna la notte e fantasticando che la moglie gli confermasse, essa
stessa, le immaginarie infedeltà, dopo poche ore e dopo bevuto un buon
litro di vino, la squartò con una falce. Un altro, invece, che fu
pessimo marito, rivoleva per forza ed a colpi di scure la moglie ch'era
morta, in parte in grazia sua, all'ospedale e pretendeva farla rivivere.
In alcuni il delirio d'azione scoppia improvviso come un accesso
epilettico colla stessa brevità, precipitazione, ferocia; sicchè qualche
volta sembrano vere bestie feroci, e coi capelli irti, digrignando i
denti, mordono, strappano le zolle, gli abiti, si precipitano dall'alto.
Questi sintomi sono preceduti da vertigine, cefalea, rossore della
faccia; e accadono più di spesso nei predisposti, per traumi del capo,
tifi, eredità, o dopo grandi patemi o digiuni e spesso non sono in
rapporto colla quantità, alle volte scarsa, di vino bevuto, nè collo
stato fisico, potendo offrire appena un leggero tremore, spesso anzi
apparendo aumentata l'energia muscolare; tuttociò scompare qualche volta
in poche ore senza lasciare la minima ricordanza (KRAFFT-EBBING, 182).
È insomma una specie di epilessia larvata, il che tanto meglio può
dirsi, inquantochè delle vere epilessie alcooliche notansi in molti
bevoni, ma più specialmente in quelli d'assenzio, nei quali ultimi,
secondo Motet (_Considérat. sur l'alcoolisme_, 1879), scoppierebbero,
tutto a un tratto, senza essere precedute da tremori, nè da
allucinazioni. Non è molto che Drouet contava a 54 gli epilettici su 529
pazzi alcoolisti; e fra questi si noti bene, uno che non aveva usato, nè
abusato di alcool, ma solo esclusivamente di vino e birra. — Qualche
volta l'epilessia compare quando ogni altro sintomo d'alcoolismo è
svanito; in genere però essa si nota sui 40 ai 60 anni, quando l'asse
cerebrospinale può opporre minor resistenza agli assalti dell'alcool
(_An. Med. Psich._, 1875).
Ma v'ha una forma, più grave ancora, di delirio tremens, quello detto
_acutissimo_, o meglio ancora febbrile, che ha due caratteri speciali:
moti fibrillari sotto-cutanei, veri fremiti muscolari, che non cessano
nemmeno nel sonno, accompagnati o da coree parziali ma continue,
specialmente della faccia o degli occhi o da paralisi che è peggio; — ed
il calore febbrile che sale fino a 40° a 43°, dopo essere stato per
qualche tempo a 38°, 39; — meno grave se salendo sulle prime a 40 cala
in secondo giorno o terzo a 38°,3 (Magnan).
Il Magnan osservò che le allucinazioni e i deliri, per quanto acuti e
numerosi, non danno mai a temere tanto come i rialzi di temperatura,
specie quando associati ai fenomeni di morbosa motilità, che siano o
troppo estesi o troppo persistenti, men fatali essendo, ad ogni modo,
gli intensi, ma isolati e di poca durata.
Nè è a credere, poi, che uno e anche parecchi accessi di _delirium
tremens_ bastino per guastare del tutto l'intelligenza e trasformare un
vizioso in un demente. Tutt'altro; v'hanno casi, invece, in cui l'abuso
dell'alcool può andare di pari passo con quello dell'intelligenza, e
quasi quasi, fin favorirlo; sicuramente fra i grandi uomini che
abusarono dell'alcool, va annoverato Alessandro Magno, che vuolsi,
morisse dopo aver vuotato 10 volte la tazza d'Ercole, e che certo, già
prima, in un accesso alcoolico, seguendo nudo la infame Taide, aveva
ucciso il suo più caro amico. Nè pare fossero molto astemii Socrate,
Seneca ed Alcibiade, Augusto e Cesare, spesso portato a casa sulle
spalle dai soldati, e Tiberio, che era detto Biberio, ed Eliogabalo,
così innamorato del vino da farne un piccolo canale navigabile, e
nemmeno Catone, se ben dice Orazio: _Narratur et prisci Catonis Sæpe
mœro caluisse virtus_ — e peggio ancora, Settimio Severo e il suo
collega Jovanio, ed Odeberto d'Inghilterra e Mahmud II, che tutti
morirono ebbri o di _delirium tremens_; e tenaci bevitori erano il
Contestabile di Borbone, e Avicenna, di cui si disse che passò la
seconda metà della vita a dimostrare come fossero inutili gli studi
fatti nella prima; e molti pittori, per es. Caracci, Steen, Barbatelli
detto perciò il Pocetta, e moltissimi poeti, come Murger, Gerard de
Nerval, Musset, Kleist, Mailath, con a capo di tutti Tasso, che in una
sua lettera scriveva: «comechè non nego d'essere folle, mi giova credere
che la mia follia sia cagionata da ubbriachezza o d'amore, perchè so
bene io che soverchiamente bevo»: altrettanto dicasi di Poe, di Swift
che fu detto ai suoi tempi il più assiduo frequentatore delle taverne di
Londra, di Lenau, di Hoffmann, di Rovani, di Praga. Tuttavia in molti
fra questi la triste sorgente dell'ispirazione si travede negli scritti
improntati da un erotismo artifiziato, malsano, che sente più che la
carne, la droga, e da un'ineguaglianza di stile, da una originalità più
bizzarra che bella, grazie alla troppo sbrigliata fantasia, alle
frequenti imprecazioni, ai passaggi bruschi dalla più cupa melanconia
alla più oscena gaiezza e ad una tendenza a dipingere la pazzia e
l'alcoolismo, e le scene più tetre della morte.
Vi son giorni che il mio cor vien meno
E il fango mi conquista
cantava il povero Praga cui l'alcool uccise.
E lodando il vino, bestemmiava:
Venga l'obbrobrio — Dell'uomo sobrio
Venga il disprezzo — Del gener umano
Venga l'inferno — Del Padre Eterno
Vi scenderò col mio bicchiere in mano.
Poe dipinge troppo bene il _delirium tremens_ per non averlo veduto
assai da vicino — e frammischia cadaveri risuscitati alle fantasie più
gioconde: e v'ha dello ubbriaco fradicio nelle strambe proposte di
Swift^[X-11], e nelle caleidoscopiche fantasie di Hoffmann, i cui
disegni finiscono in caricature, i racconti in istravaganze, la musica
in accozzaglia di suoni; ed egli già molti anni prima della morte
scriveva nel suo giornale: «Perocchè nella veglia e nel sonno, i miei
pensieri corrono sempre, mio malgrado, al triste tema della demenza;
pare che le idee disordinate sgorghino dalla mente mia, come il sangue
dalle vene spezzate».
Tutto ciò si spiega coll'essere egli stato soggetto ad una vera
lipemania alcoolica, che gli faceva convertir in realtà le sue strane
fantasie.
Alfredo Musset vede le _senore_ di Madrid scendere _les scalons bleus_,
e con strano gusto, ci mostra prediligervi,
Sous un col de cigne,
Un sein vierge, et doré comme la jeune vigne.