I vini francesi vanno divisi in tre grandi categorie, cioè: Vini
ordinari della Gironda, Vini ordinari degli altri vigneti e
Vini-liquori. La prima categoria soffrì una diminuzione irregolare, ma
costante, nell'uscita, dal 1866 al 1871, poi s'ebbe un lieve
miglioramento. La media dell'esportazione, proporzionale alla totale
quantità di vini che la Francia ha mandato all'estero dal 1859 al 1875,
risulta, pe' vini girondini, del 58.1 %; fu superata fino al 1866
sempre; non mai più (eccetto nel 1872) da quell'anno in poi. I vini di
cotesta classe vanno a preferenza in Inghilterra e nelle colonie
inglesi, al Rio de la Plata, agli Stati Uniti, all'Uruguai, in Olanda,
al Perù, al Messico, in Danimarca ed al Chilì. L'esportazione della
seconda categoria, quella dei vini ordinari _des autres crus_, aumentò
costantemente sino al 1870, declinò poi sino al 1873, ma si riebbe ben
presto sino ad oltrepassare la media che è 37.7 % e fu superata dal 1867
al 1872 e nel 1875. L'Algeria, il Brasile, l'Italia, l'Egitto, la
Turchia, la Svezia, la Norvegia preferiscono i vini di questa classe.
Ne' vini-liquori — quelli cioè la cui potenza alcoolica è maggiore di 15
gradi — si ebbe tendenza all'aumento d'uscita sino al 1863, depressione
nel successivo triennio, nuovo aumento sino al 1872 e poi alti e bassi
più o meno sensibili. La media 4.2 % fu sorpassata solo ne' tre anni
1863, 1872 e 1874. L'esportazione più notevole di cotesti vini si fa
verso l'Inghilterra ed il Belgio.
Cosa si raccoglie da questi dati? La notevolissima differenza tra le
cifre della produzione e quelle dell'esportazione mostra che, pur
facendo larga parte, al consumo interno, la Francia ha bisogno di
sbocchi ed accenna a procurarseli ne' paesi dell'America Meridionale. Si
scorge anche come al commercio vinifero francese abbia giovato la
riforma economica del 1860 e quanto male avvisi la Società parigina
d'agricoltura chiedendo un dazio di 20 franchi per ettolitro su' vini
che entrano in Francia. L'eccellenza di questo paese nell'industria
enologica e conseguentemente il suo primato nel commercio del vino non
fu conseguita con la protezione di tariffe, bensì con la perfezione del
prodotto, la unione de' produttori per ottenere la costanza de' tipi e
l'abbondanza de' capitali applicati alla viticoltura.
La Spagna e l'Italia sono, dopo la Francia, le due regioni che esportano
la maggiore quantità di vino. Ma che distanza tra esse e la consorella
latina! La produzione del vino nella penisola iberica è aiutata e
stimolata da capitali inglesi, specialmente nelle provincie meridionali,
ed i prodotti si distinguono per gusto generoso e nutritivo.
L'esportazione (Tav. I) va sviluppandosi discretamente e più si
svolgerebbe, in ispecie verso il nordovest d'Europa, se la tariffa
doganale inglese fosse alquanto più mite co' vini. Vero è che se la
Spagna ha qualche ragione di lagnarsi dell'Inghilterra, ha più ragione
ancora la Francia di dolersi della sua vicina d'oltre i Pirenei, massime
se si consideri che da questa è fornita la maggior parte de' vini che
entrano in Francia. Commercialmente però i vini spagnuoli non hanno
grande importanza; i più noti sono adulterati e quelli non manipolati,
tutt'altro che perfetti, hanno un difetto grave: l'incostanza nel
_profumo_, nel _corpo_ e nel _colore_. Prima di passare dalla penisola
iberica alla nostra, è bene dare un'occhiata al Portogallo. Il più noto
dei vini portoghesi è il _Porto_, ma ho già accennato come, con la
sofisticazione, gli speculatori anglo-sassoni abbiano traviato il sapore
di questo vino generoso, sicchè il genuino _Douro_ non piace a chi è
avvezzo al _Portwine_. Lo Stato al quale affluisce la maggiore
esportazione lusitana è il Brasile, ove però comincia a coltivarsi
l'industria enologica e s'è costituito un tipo nazionale, il _Pao_, che,
se i produttori v'attendono e gl'industriali non lo sciupano, potrà
acquistare un buon posto in commercio.
Ed eccomi all'Italia. La nostra esportazione è in aumento, in ispecie
quella del vino in bottiglie (Tav. II) e ci siamo emancipati dalla
Francia, dalla quale prendemmo 661,000 ettolitri di vino nel 1859,
gradatamente discesi a 45,000 nel 1875. Anzi nel 1872 potemmo fornirne
alla nostra vicina 300,000 ettolitri. Ma, o signori, non facciamoci
illusioni. La massima parte del nostro vino s'esporta pel _taglio_ e a
ciò furono adoperati in Francia i 300 mila ettolitri or ora menzionati;
servirono a rinforzare i fiacchi vini della Linguadoca. Il vino italiano
che solo, si può dire, è conosciuto nel gran commercio, è il Marsala, un
vino-liquore. E poi cos'è la nostra esportazione in confronto della
francese? E dire che per ragione di clima la produzione italiana
dovrebbe superare quella della Francia, ove la vite alligna bene in un
terzo della superficie ed in un altro vi stenta, e l'industria enologica
dovrebbe figurare tra le fonti principalissime della nostra esportazione
accanto alle industrie della seta e dell'olio. C'è dippiù; noi come
produttori di vino non possiamo competere nemmeno con la Spagna. La
produzione annua spagnuola raggiunge, in media, la cifra di 25 milioni
di ettolitri, circa la metà della produzione francese. La media nostra è
di 16 milioni di ettolitri. Si è asserito che non possiamo esportare a
causa dei gravi dazi che figurano nelle tariffe straniere
nell'importazione de' vini; si sono invocate altre attenuanti per
spiegare la figura alquanto meschina che noi si fa in questo ramo di
commercio. Parole vane. La verità è stata detta chiara ed aperta da due
valentuomini che da diversi punti di vista si sono occupati con amore
de' vini italiani: il Luzzatti ed il Sambuy. La principal condizione per
poter vendere, dice il Luzzatti, è produrre bene. Qualunque vantaggio
daziario è effimero e vano, se la enologia italiana non cerca in se
stessa i mezzi della propria rigenerazione. «A differenza di abilità, di
competenza commerciale, qualunque diminuzione di dazio nelle tariffe
estere profitterà segnatamente agli Stati più sapienti nell'arte
dell'enologia e più avveduti nel commercio del vino»^[V-5]. E il Sambuy
esclama: «Facciamo meglio i nostri vini... Non si tratta di far comunque
dei vini cattivi destinati alle bettole ove il misero artigiano,
attirato dal buon prezzo, perde i suoi preziosi risparmi e la più
preziosa sua salute, si tratta di fare dei vini-tipi, che passino i
monti ed i mari con utile nostro e decoro d'Italia»^[V-6].
Il nostro gran guaio è appunto la mancanza di vini-tipi. La nomenclatura
dei vini italiani è lunghissima e svariatissima, e questo nuoce assai al
nostro commercio enologico. I produttori vogliono fare sfoggio di
qualità diverse e il prodotto risulta scarso per ogni qualità e per
giunta incostante.
Aggiungete la mala pratica dell'adulterazione, che pur troppo è vizio
vecchio e fece nel secolo scorso perdere all'Italia i mercati della
Germania e dell'Inghilterra^[V-7]. A questi difetti intrinseci della
nostra enologia, se ne accoppiano altri che chiamerò estrinseci. Uno
riguarda l'imbottigliamento. In molti paesi d'Italia s'imbottigliano i
vini nella primavera susseguente al raccolto. Cosa accade? Il vino, dopo
un certo tempo, prende un sapore disgustoso comunicato dalle feccie.
Bisogna poi anche badare più che non s'usi ai tappi di sughero.
All'esposizione di Filadelfia una partita di Valpolicella d'ottima
qualità fu esposta in bottiglie malissimo turate, e non fu avuto in quel
conto che forse meritava. All'esposizione di Vienna si dovettero
cambiare i tappi a molte bottiglie di espositori italiani. Non è tutto.
Noi non curiamo l'apparenza della bottiglia così come si dovrebbe per
allettare i consumatori. Non diamo importanza o ne diamo ben poca alle
etichette, e salvo poche eccezioni, le nostre bottiglie hanno aspetto
grossolano e non reggono al confronto di quelle del Reno, di Francia, di
Spagna, degli Stati Uniti e del Portogallo.
Così, signori, la fama antica de' vini latini è mantenuta non dalla
terra veramente latina, non dalla vecchia Enotria, ma dalla Francia.
La Germania anch'essa ci sta innanzi nel commercio enologico. I vini del
Reno si distinguono non solo per la loro eccellenza, ma eziandio per la
costanza del tipo, nella quale si riflette l'indole pertinace della
robusta e perseverante stirpe alemanna. I Tedeschi poi si acquistarono
una grande reputazione come cantinieri. Niuno li supera nella
preparazione e nella conservazione de' vini che curano con mezzi
perfetti. Il signor Secchi de Casali, giurato per l'Italia alla sezione
agricola della Mostra di Filadelfia, scrive nella sua Relazione che i
cantinieri tedeschi sono i più accetti agli Stati Uniti, e
l'imbottigliamento de' liquidi v'è, si può dire, monipolizzato da essi,
abili al punto d'allestire ciascuno diciotto dozzine di bottiglie,
dovendo lavarne i vetri, riempirle, turarle, mettervi le capsule e le
etichette, avvilupparle nella carta e nella paglia e finalmente
incassarle, stampandovi le debite iscrizioni, e tutto ciò in nove ore di
lavoro.
Tra' paesi che forniscono al commercio tipi buoni e accreditati, merita
una speciale menzione l'Ungheria, patria del Tokay, pregevolissimo per
finezza e profumo. In quanto alla Grecia e alla Turchia, la cattiva
fabbricazione nuoce allo spaccio de' vini dell'arcipelago e dell'Asia
Minore, che, come abbiamo visto, tennero in altri tempi il primissimo
posto nel commercio enologico.
Negli Stati Uniti d'America si dànno molte cure e si applicano vistosi
capitali alla produzione del vino. Vi s'è costituito un tipo nazionale,
la Catawba, il più stimato tra' vini americani. Ma la Repubblica
federale transatlantica non è pel vino un paese d'esportazione, come lo
è, e considerevolissimo, pel frumento e per il bestiame. Un sensibile
movimento d'esportazione s'accenna invece nella lontana Australia, e
specialmente nella Victoria e nell'Australia Meridionale, ove grossi
capitali s'investono nella viticoltura, si piantano nella vallata del
Murray viti spagnuole, si riproducono con buon esito nelle regioni
nordiche i tipi spagnuoli e portoghesi e in quelle poste al sud i
francesi e tedeschi. Anche lì s'è costituito un tipo dominante, il
Verdeilho, e gli arditi coloni del mondo nuovissimo affrettano co' voti
e con l'opera il giorno in cui la loro terra competerà co' più reputati
paesi viniferi europei.
Intanto il consumo del vino si va estendendo e si allarga così il
mercato di questo prodotto, il cui prezzo, sul posto, s'è più che
raddoppiato in dieci anni, mentre il prezzo medio di vendita, in
commercio, che, in Francia, verso la metà del secolo scorso,
s'allontanava poco dai 35 franchi, è salito a non più di 50 franchi,
grazie al progresso dei mezzi di trasporto.
Ma lo sviluppo progressivo del commercio enologico ha tre nemici:
l'imperizia, la frode e il dazio.
Abbiamo veduto come l'imperfezione dell'elemento tecnico nella
viticoltura e nell'arte di fare il vino nuocia ai paesi che per ragione
di clima sono pure i più adatti alla produzione. Il buon vino s'apre da
sè la via sul mercato mondiale. In questo, come in ogni altro ramo
dell'attività umana, chi più sa, più può.
In quanto alla frode, tutti conosciamo in quali proporzioni sia
praticata e sotto quante e svariate forme. Tutti i tipi più accreditati,
tutte le qualità più gradite, tutte le specie più note e diffuse sono
prese di mira. Un arguto scienziato tedesco dimostrò che l'uva non
c'entrava per nulla nello _Château Margaux vecchio_ che una Corte di
Germania riceveva dal suo fornitore brevettato, il quale le dava a bere
una miscela composta con acqua pura, acquavite di frumento, estratti
diversi, acido, sale, glicerina e materie coloranti. Io non voglio
invadere il campo riservato a chi tratterà dal punto di vista igienico
il tema comune, ma m'importa dichiarare che l'economista non meno del
medico riprova e condanna le adulterazioni e contraffazioni, dalle quali
è profondamente viziata l'industria enologica, con danno grave della
salute dei consumatori, di quelli specialmente che appartengono alle
classi lavoratrici. In Germania fu preparata l'anno scorso una legge per
prevenire e reprimere lo spaccio di generi alimentari malsani. Le misure
preventive consistono nella facoltà attribuita ai funzionari
amministrativi di sorvegliare la vendita delle cose più nocive alla
salute, esaminarle per verificarne le condizioni, indicare i
procedimenti, le pratiche e anche le materie o derrate insalubri e
mettervi il proprio divieto. Delle misure repressive menzionerò solo
quella che minaccia sei mesi di carcere e una multa estensibile fino a
1500 marchi contro chiunque alteri e vizii i generi di consumo, senza
renderli malsani, e l'altra che punisce con la prigione, e in certi casi
anche con la perdita de' diritti civili e politici coloro che
fabbrichino o spaccino sostanze alimentari e bevande insalubri.
Una parola sui dazi e ho finito. Voi avete sotto gli occhi, disposti in
ordine, questi nemici del vino (Tav. III). Varia è la loro misura, varii
i criterii che servono di base alla tassazione. Si dazia secondo la
capacità del recipiente, secondo il peso del recipiente pieno, secondo
la forza alcoolica o il valore del liquido. Due soli paesi lasciano
entrare liberamente il vino: la Cina e l'Olanda.