Ciò premesso, e partendo dal principio che il numero degli animali è
direttamente proporzionale alla quantità di nutrimento che è a loro
disposizione, si vede che una rigogliosa vegetazione della vite produce
in generale un aumento degli animali fitofagi; l'aumento degli animali
fitofagi produce l'aumento dei predatori; l'aumento di questi ultimi fa
aumentare gli endoparassiti. L'aumento degli endoparassiti fa diminuire
il numero degli animali predatori; la diminuzione dei predatori lascia
aumentare il numero dei fitofagi: l'aumento di questi ultimi fa
naturalmente diminuire la sorgente del loro nutrimento, la vite.
Si vede da ciò, supponendo che le cose vadano regolarmente come si è
detto e che non intervenga nessuna causa perturbatrice, che una
rigogliosa vegetazione è per dir così la causa prima della diminuzione
della vegetazione stessa. Ora la diminuzione della vegetazione,
ragionando analogamente a quanto si è fatto ora, è causa di un nuovo
aumento della vegetazione stessa. Nella piccola tavola A si può vedere
chiaramente l'andamento del fenomeno. È ben inteso che in questo ordine
di fatti non si tiene conto del tempo. Gli aumenti e le diminuzioni
sopradette possono compiersi in breve tempo od impiegare invece un tempo
lunghissimo.
Tutti i giorni, siccome ognun sa, piovono opuscoli, volumetti e volumi,
articoli di giornali, discorsi di accademie, lezioni più o meno popolari
sui mezzi più efficaci di distruggere i nemici della vite, e si
asseriscono certi questi rimedi; ma la cosa è ben lungi dall'esser tale.
In verità, bisogna fare questa confessione, i rimedi proposti ora non
hanno più efficacia degli scongiuri e delle condanne del medio evo: la
scienza, la vera scienza sincera ad ogni costo non può fare oggi altra
conclusione.
I nemici di cui sono venuto parlando finora sono nemici di tal fatta che
l'uomo non ha guari azione contro di essi.
Ma tutti questi animaletti che sono certamente nemici della vite, sono
poi veramente nemici dell'uomo? Questa domanda vale quanto quest'altra:
il vino è un bene o un male? Io mi ricordo una apostrofe di Amleto,
sulla quale non mi fermo a parlare, per non invadere il campo del mio
amico Giacosa che deve fra poco parlarvi qui del vino nei poeti e
riferirvi il bene e il male che i più segnalati ne hanno detto in ogni
tempo e presso ogni nazione. Corrado Corradino ha pur fatto qui il
bilancio del bene e del male del vino. Molti popoli non bevono vino, ma
trovano altri sussidi per togliersi di senno: l'oppio, lo hacscis, il
betel: in ogni tempo ed in ogni luogo, secondo quello che dice Teofilo
Gauthier, l'uomo s'è ingegnato di bere la spensieratezza, fumare
l'oblio, masticare l'ilarità. Più recentemente il Baudelaire dice del
vino che esso è come l'uomo: non si arriva a definire fino a qual punto
possa riuscire stimabile, e fino a qual punto possa riuscire
disprezzabile.
Giacomo Leopardi diceva che nell'antichità si erano addotti molti
argomenti in favore della schiavitù dei negri, al tempo nostro contro, e
che la schiavitù fu sempre tanto nell'antichità quanto al tempo nostro;
del vino si disse e si dice molto bene e molto male e si beve sempre. È
questo un capitolo di quell'immenso volume che nissuno scrive e tutti
facciamo, intitolato «Le contraddizioni umane».