[I-1] Di questa portentosa longevità dei patriarchi pare abbia
conosciuto e divulgato il secreto, ma senza beneficio notabile, un
GIOVANNI BRACESCO, autore di un raro libro intitolato: _Il legno della
vita, nel quale si dichiara qual fosse la medicina per la quale i primi
padri vivevano novecento anni_. Si stampò in Roma nel 1542. La longevità
di Noè e divenuta in particolar modo proverbiale fra gli Arabi. V.
GOLDZIHER, _Der Mythos bei den Hebräern_, p. 279.
[I-2] IL KUHN ha dimostrato l'identità dell'amrita e del soma nella sua
monografia intitolata _Die Herabkunft des Feuers und des Göttertranks_,
p. 145.
[I-3] Sebbene la vite fosse coltivata in alcune parti dell'India non
pare tuttavia che gli Indiani ne abbian mai tratto il vino. Usavano
bensì vino di palma secondo si trova riferito da PLINIO, _Hist. nat._,
VI, 32, 8; XIV, 19, 3. Conobbero anche il vino di vite, che, a dispetto
d'ogni proibizione, vi si portava assai di lontano. V. LASSEN, _Indische
Alterthumskunde_, v. I, p. 264–265, n. 3.
[I-4] _Râmâyana_, versione di G. Gorresio, edizione di Milano, v. I, c.
XLVI. Il Mahâbhârata ha un racconto molto più lungo, ma non diverso per
la sostanza. Se ne trova la versione fra le note al Bhagavadghita
tradotto dal Wilkins. Altre versioni, con varietà di poco rilievo, si
trovano nei Purani. Cf. WILSON, _The Vishnu-Purana_, p. 75–78.
[I-5] V. la lettera che si suppone scritta dal Prete Gianni
all'imperatore di Roma e al re di Francia nel _Monde enchanté_ del
DENIS, p. 185–205.
[I-6] BARUFFALDI, _Baccanali, Bacco in Giovecca_.
[I-7] DIODORO SICULO, _Bibliotheca historica_, III, 68.
[I-8] _Antigone_, 1105.
[I-9] Osiride e Bacco sono divinità solari. Fra essi v'è identità
mitica. Cf. BRAUN, _Naturgeschichte der Sage_, v. II, p. 116.
[I-10] DU MÉRIL, _Poésies inédites du moyen âge_, p. 306–308.
[I-11] BEUGNOT, _Histoire de la destruction du paganisme en Occident_,
v. II, p. 324.
[I-12] PIPER, _Mytologie der christlichen Kunst_, v. I, p. 211.
[I-13] MAURY, _L'astrologie et la magie dans l'antiquité et au moyen
âge_, IVª ed., p. 155.
[I-14] La commemorazion di San Bacco cade il 7 di ottobre. Dice in
proposito il MIDDLETON nella _Letter from Rome_: «In another place I
have taken notice of an altar erected to St. Baccho; and in their
histories of their saints, I have observed the names of Quirinus, Romula
and Redempta, Concordia, Nympha, Mercurius, which, though they may have
been the genuine names of Christian martyrs, cannot but give occasion to
suspect, that some of them at least have been formed out of a corruption
of old names». Io non so persuadermi che genitori cristiani volessero
imporre ai loro figliuoli nomi così esecrati quali si erano quelli delle
antiche divinità, e quanto ai neofiti credo che prima lor cura,
ricevendo il battesimo, sarebbe stata di sostituirli con altri, quando
pure si debba supporre che li portassero innanzi.
[I-15] TOMMASO CANTIPRATENSE ricorda una specie di canto fescennino
composto in onor di quel santo: _cantus turpissimus de beato Martino,
plenus luxuriosis plausibus, per diversas terras: Galliae et Teutoniae
promulgatus. Bonum universale de apibus_, ed. Colvenerii, Duaci, 1627,
p. 456–457. Cf. DU MÉRIL, _Poésies populaires latines du moyen âge_, p.
198.
[I-16] BLAVIGNAC, _Histoire des enseignes d'hotelleries, d'auberges et
de cabarets_, p. 55.
[I-17] _Missa de potatoribus_, WRIGHT _and_ HALLIWEL, _Reliquiae
antiquae_, II, 208–210.
[I-18] Nella _Confessio Goliae_ attribuita a Gualtiero Mapes. WRIGHT,
_Latin poems attributed to Walter Mapes_, p. 70–75.
[I-19] _Histoire littéraire de la France_, v. XXII, p. 141.
[I-20] Id., v. XXIII, p. 495.
[I-21] JUBINAL, _Nouveau recueil de Contes, Dits, Fabliaux et autres
pièces inédites des XIII, XIV et XV siècles_, v. I, p. 250 e segg.
[I-22] _Joyeusetez, Facecies_, ecc., v. IX.
[I-23] _Morgante Maggiore_, c. XVIII, st. 132. Qui possono essere
ricordati anche questi pochi versi tedeschi:
Der Deutsche hat zum Symbolum
Das Wort der Passion
«Mich durstet» ausersehen,
Und hält nach eigenen Proben
Das Vers für unterschoben
«Lass diesen Kelch vorübergehen.»
[I-24] _Conquestus in Bacchum et Cererem._
[I-25] _Canzona d'un Piagnone pel bruciamento delle vanità nel carnevale
del 1898_, pubblicata da ISIDORO DEL LUNGO. Si può confrontare con _Il
Transito del tanto lascivo e desiato Carnovale col tollerabile e
osservabile Testamento lasciato all'ardita e sfrenata Gioventute_.
Firenze, 1569.
[I-26] Veggasi il poema intitolato _La Cuccagna_.
[I-27] Veggansi i _Fragments cosmogoniques de Bérose_ pubblicati dal
LENORMANT. Giorgio Smith fece conoscere un racconto più esteso che non
sia quello di Beroso, contenuto nelle tavolette trovate a Ninive dal
Layard. Questo racconto è indubitabilmente anteriore a Mosè. Cf.
LENORMANT, _Les premières civilisations_, v. II, p. 19.
[I-28] Per ciò che concerne il Noè americano si può riscontrare J. G.
MÜLLER, _Geschichte der amerikanischen Urreligionen_, p. 423.
[I-29] _Parabole, leggende e pensieri raccolti dai libri talmudici dei
primi cinque secoli dell'E. V._, p. 341–342.
[I-30] PLANCY, _Légendes de l'ancien Testament_, p. 121–122.
[I-31] _Leviticus rabbâ_, sect. 12.
[I-32] ARNOLD, _Arabische Chrestomathie_, v. I, p. 53.
[I-33] C. XXX. Josephus, au livre des causes des choses naturelles,
racompte que Noè trouva la vigne silvestre, c'est assavoir les
lambrusces; et, pour ce que le piet en estoit amer et foïble, le bon
patriarche print du sang de quatre bestes, du lyon, du pourceau, de
l'aignel et de la singesse, pour en destremper le fient, tellement que
après cela le vin fut fait meilleur et plus fort.
[I-34] _Tischreden_, Ed. di Lipsia, 1700, p. 172.
[I-35] MÉON, _Nouveau Recueil, De l'hermite qui s'enivra_.
[I-36] Riferisco questo racconto sulla fede del Plancy, op. cit., p.
111–112. Non ho agio di riscontrare le Istorie di Tabari.
[I-37] Ed. di Firenze, 1549, p. 33–39.
[I-38] ATENEO, X, 49; ELIANO, _Variarum historiarum_, II, 41.
[I-39] _Eliac._, II, c. XXVI, 1.
[I-40] _Historia del Infante D. Pedro de Portugal en la que se refiere
lo que le sucediò en el viaje que hizo cuando anduvo las siete partes
del mundo, compuesto por Gomez de Santistevan._
[I-41] FREYTAG, _Arabum proverbia_, v. II, parte 1ª, p. 140.
[I-42] _Epist._, III, 19.
[I-43] _Carmin._, III, 21.
[I-44] _Huon de Bordeaux_, edito dal GUESSARD e dal GRANDMAISON.
[I-45] _La Vie de Gargantua et de Pantagruel_, l. III, c. XLVII.
[I-46] Qui mi pare venga in acconcio la seguente storiella narrata dal
DOMENICHI, nel l. III della Historia varia.
Arrigo conte di Goritia hebbe due figliuoli d'una sua moglie Vngara
donna nobile et prudente, i quali prima ch'uscissero di fanciullezza,
tenne appresso di se nella camera sua; et spesse volte, mentre ch'essi
dormiuano, era usato chiamargli da meza notte, et domandargli, se
haueuano sete. I quali non rispondendo nulla, perch'essi dormiuano sodo,
esso si leuaua, et daua loro bere. Ma non volendo essi bere, et
rigettando fuori il vino, volto alla moglie le diceua: ah p....., tu ti
facesti ingrauidare a un altro: costoro non son miei figliuoli, che
dormono tutta la notte intera, senza hauer mai sete.
_A. COSSA_
—
LA CHIMICA DEL VINO
(_Conferenza tenuta la sera del 16 gennaio 1880_).
La composizione del sugo dell'uva, i cambiamenti che esso subisce per la
fermentazione e le principali e più dannose sofisticazioni del vino sono
gli argomenti che io dovrei sviluppare nella conferenza di questa sera.
— Ho detto _sviluppare_, ma questa parola non è propria perchè il limite
di tempo concessomi non è sufficiente alla trattazione completa degli
argomenti annunciati. Pertanto dovrò limitarmi ad una esposizione
compendiosa ed elementare, e per quanto è in me chiara ed ordinata, dei
fatti più salienti della chimica del vino. — Le cose che esporrò non
sono nuove, ma se la qualità dell'uditorio e la scarsa mia abilità
didattica mi impediscono di pronunciare l'_indocti discant_, non
rinuncio all'invocazione che voi vorrete accogliere benignamente: _ament
meminisse periti_.
Esaminando gli acini dell'uva nei differenti periodi del loro sviluppo,
si osserva che l'aumento graduale di peso e di volume ed il cangiamento
del loro colore sono accompagnati da una modificazione pure progressiva
della qualità del sugo che essi contengono. Questa modificazione
consiste principalmente nella diminuzione della sua acidità e
nell'aumento dello zucchero, come potete rilevare dalla tabella che vi
presento, dove sono registrate le determinazioni fatte da me nel 1874
sopra una qualità d'uva detta _Aramont_, raccolta in diverse fasi della
sua maturazione:
-----------------------------------------------------
| ACIDITÀ | ZUCCHERO | DENSITÀ
EPOCA DELLA RACCOLTA | _______^_________ | del sugo
| in un litro di sugo | a + 15°
---------------------|---------------------|---------
26 luglio 1874 | 36,00 | 5,50 | 1,0182
4 agosto » | 31,87 | 6,94 | 1,0204
13 » » | 30,00 | 15,60 | 1,0218
22 » » | 29,92 | 28,70 | 1,0323
1 settembre | 20,10 | 57,50 | 1,0333
10 » » | 17,77 | 96,20 | 1,0477
30 » » | 9,82 | 119,00 | 1,0583
Le materie che rendono acido il sugo dell'uva sono di varia natura, e si
è convenuto di indicare l'acidità complessiva di queste materie
riferendola unicamente all'acido tartarico, perchè questo è l'acido
predominante. Così, per esempio, quando si asserisce che l'acidità di un
mosto è di 9 per mille, si intende di dire che in mille centimetri
cubici, cioè in un litro, di questo mosto si trovano tante materie acide
da corrispondere a 9 grammi di acido tartarico.
L'aumento progressivo dello zucchero nel sugo dell'uva s'arresta quando
esso ha raggiunto un certo limite oltre il quale l'uva, come succede di
tutte le sostanze organizzate, infracidisce; cioè i suoi componenti, e
tra questi lo zucchero, si cambiano in altre sostanze che diventano
gradatamente meno complesse, finchè si risolvono in acqua, acido
carbonico ed ammoniaca.
Non succede dell'uva quanto si verifica in altri frutti saccarini nei
quali aumenta lo zucchero, cioè possono maturare, anche dopo che furono
spiccati dall'albero. È cosa conosciutissima che per ottenere dei vini
liquorosi si usa di far appassire su graticci l'uva, la quale dopo un
certo tempo acquista un sapore più zuccherino. Questo fatto sembra
provare il contrario di quanto ho asserito; ma la contraddizione è
solamente apparente, perchè nell'appassimento dell'uva non cresce la
quantità assoluta dello zucchero, e se essa riesce più dolce è perchè
concentrandosi il sugo per l'evaporazione la quantità di zucchero va
sempre più accumulandosi in una minore quantità di liquido. Anzi durante
l'appassimento, come venne sperimentalmente dimostrato dal prof. E.
Rotondi, la quantità assoluta di zucchero contenuta nell'uva diminuisce.
Nell'uva lo zucchero è segregato dalle cellule del parenchima degli
acini; invece nelle mele, e nel frutto proverbiale che matura col tempo
e colla paglia, lo zucchero continua a formarsi per l'azione degli acidi
sull'amido di cui questi frutti sono riccamente forniti.
L'epoca in cui nell'uva trovasi raccolta la massima quantità di zucchero
varia nelle diverse qualità di vitigni, ed in uno stesso vitigno a
seconda della natura del terreno, del clima, delle vicende atmosferiche
e dei metodi di coltivazione. Siccome dei componenti dell'uva lo
zucchero è quello che essenzialmente prende parte alla metamorfosi del
mosto in vino, è logico il ritenere che l'epoca più conveniente per la
vendemmia dovrebbe essere quella della perfetta maturazione dell'uva,
epoca che coincide appunto colla sua massima ricchezza in zucchero. Ma,
come in altre industrie, così anche in quella della fabbricazione del
vino non si seguono sempre pratiche razionali. In alcuni luoghi per
soddisfare al gusto depravato di bevitori che si compiacciono d'un vino
aspro, si raccoglie l'uva ancora acerba. Altrove l'epoca della vendemmia
è stabilita dall'autorità comunale con danno di coloro ai quali
converrebbe di anticiparla o di ritardarla per le qualità o per
l'ubicazione dei loro vigneti. A ciò si aggiunga un altro guaio; quando
in una regione un proprietario ha iniziato la vendemmia, accade ben
spesso che gli altri sono costretti loro malgrado a seguirne l'esempio
per non esporsi al pericolo di vedere decimato il raccolto da animali,
dei quali forse non parlerà il collega prof. Lessona nella futura sua
conferenza sui nemici della vite, quantunque siano qualche volta
terribilmente devastatori.
Riconosciuta la convenienza di raccogliere l'uva quando essa è
perfettamente matura, ci si presenta spontanea la domanda di un metodo
facile e pronto per determinare la quantità di zucchero contenuta nel
sugo dell'uva. Questo metodo ci viene suggerito dall'esame delle cifre
poste nella tabella che vi ho indicato poc'anzi dove trovansi eziandio
indicate le densità del mosto nei diversi periodi dello sviluppo
dell'uva. Come voi vedete questa densità va aumentando di pari passo
collo zucchero, in modo che invece di dosare separatamente lo zucchero,
operazione relativamente difficile, se ne può determinare con
sufficiente esattezza la quantità in relazione della densità del liquido
che lo contiene disciolto. Si eseguisce prontamente la determinazione
della densità di un liquido mediante degli aereometri a galleggiante la
cui costruzione ed uso sono basate sul noto principio di Archimede.
Per rendere questa determinazione ancora più pronta, si costruiscono dei
pesa-liquori speciali, detti gleucometri, di cui vi presento un
campione, nei quali invece delle densità sono indicate le quantità di
zucchero corrispondenti sciolte in un litro di mosto^[II-1]. Immergo il
pesa-liquore in questa soluzione di zucchero d'uva, di cui voglio
conoscere il grado di concentrazione; vedo che l'istrumento discende nel
liquido fino al punto che corrisponde al grado 36,5 della scala di cui è
munito; e da questa lettura imparo che ogni litro del mio liquido tiene
in soluzione grammi 36,5 di zucchero d'uva.
Con questa semplicissima operazione non solo si può riconoscere quando
l'uva ha raggiunto il culmine della sua ricchezza zuccherina, ma pei
motivi che saranno più avanti ricordati, si può eziandio prevedere la
forza alcoolica che avrà il vino fatto col mosto dell'uva esaminata.
Pertanto non si esagera dicendo che il gleucometro può arrecare
all'industria enologica servigi congeneri a quelli che arrecano alla
bachicoltura il termometro ed il microscopio.
I più importanti componenti del sugo dell'uva matura (mosto) sono:
acqua, zucchero, alcuni acidi, materie albuminoidi, sostanze grasse,
tannino, materie coloranti, sostanze minerali.
L'acqua è il componente predominante del mosto giacchè la sua quantità
varia tra 70 ed 80 per cento.
Lo zucchero contenuto nell'uva si chiama glucosio; esso è simile ma non
identico allo zucchero che si ricava dalla canna indica e dalle
barbabietole (saccarosio) dal quale differisce per una minore solubilità
e per alcune proprietà ottiche. Si può preparare artificialmente il
glucosio trattando l'amido contenuto nelle farine dei cereali o la
fecola di patate con l'acido solforico. Il bel campione di glucosio che
vi presento proviene da una fabbrica di Germania dove lo si prepara in
quantità considerevole per uso di coloro che fabbricano il vino coi
metodi Pétiot e di Gall. — Il mosto contiene ordinariamente dal 15 al 20
per cento di glucosio.
Le principali sostanze che impartiscono l'acidità al vino sono gli acidi
malico e tartarico. Il primo di questi predomina nel sugo dell'uva
acerba e di mano in mano che questa va maturandosi diminuisce in
quantità e si cambia in acido tartarico. Il chimico nel suo laboratorio
può con particolari processi di ossidazione cambiare l'acido malico in
acido tartarico e da ciò si arguisce che molto probabilmente i fenomeni
della maturazione dell'uva consistano in un lavorìo di ossidazione.
L'acido tartarico poi si trova nel mosto in due stati, cioè libero e
combinato alla potassa nel cremore di tartaro (bitartrato potassico). —
L'acidità complessiva del mosto riferita all'acido tartarico oscilla tra
0,8 e 0,9 per cento.
Le sostanze albuminoidi, così chiamate perchè hanno una composizione
simile a quella dell'albumina contenuta nelle uova e nel siero del
sangue, contengono dell'azoto e servono alla nutrizione del fermento che
è causa della trasformazione dello zucchero in alcool durante la
fermentazione.
Nelle buccie dell'uva, nei graspi, ma più specialmente nei semi
(vinaccioli), si trova del tannino, cioè una materia simile a quella che
si estrae dalle galle della quercia e dal sommacco e che serve, come è
noto, nell'industria della conciatura delle pelli. Nei vinacciuoli il
tannino è associato ad una materia grassa oleosa che in molti luoghi
viene estratta colla torchiatura per trarne profitto come olio da
bruciare.
La materia colorante contenuta nelle buccie dell'uva ricevette il nome
di _enocianina_. Questo pigmento trovasi in quantità relativamente
abbondante in quelle varietà di uva contraddistinte appunto per questo
motivo coi nomi di _uva colore_, _tintorino_, _raisin tinturier_, ecc.
L'egregio professore A. Carpené di Conegliano ha recentemente suggerito
un metodo per estrarre industrialmente l'enocianina dall'uva, la quale
potrà essere razionalmente adoperata nella colorazione artificiale dei
vini invece di ricorrere, come si fa generalmente per ottenere l'istesso
scopo, ad altre materie coloranti estranee all'uva, delle quali alcune
possono riuscire dannose alla salute.
Se si riscalda fortemente in contatto dell'aria il residuo
dell'evaporazione del mosto, esso abbrucia, si carbonizza e finalmente
rimane una quantità (circa 0,6 per cento) di cenere che rappresenta le
materie minerali del mosto, delle quali le più importanti sono la
potassa e l'acido fosforico. — Lo zucchero, il tannino, le materie
coloranti ed albuminoidi, l'acido tartarico sono combinazioni di
carbonio, idrogeno, ossigeno ed azoto che la vite può assimilare
dall'aria; ma le materie minerali che pur sono non meno delle altre
indispensabili allo sviluppo di questa pianta derivano esclusivamente
dal suolo. Perciò quanto più un terreno sarà ricco di queste materie
minerali sotto forma facilmente assimilabile tanto più esso si presterà
alla coltivazione della vite. La grande feracità dei vigneti di alcune
plaghe vesuviane dipende anche da ciò che in quei luoghi il terreno
deriva dalla decomposizione di una lava leucitica molto ricca di
potassa.
Voi comprenderete facilmente che colle continuate vendemmie si
impoverisce il terreno delle sostanze minerali contenute nell'uva e che
perciò è assolutamente necessario di restituire alla terra le materie
sottratte se si vuole che la vite continui a crescervi rigogliosa. Le
nostre raccolte sono ora decimate da malattie che si palesano colla
comparsa di piccole piante o di animali parassiti; ma è opinione molto
accreditata quella che ritiene che lo svilupparsi di muffe o di insetti
nocivi non sia altro che la conseguenza di uno stato di marasmo delle
piante prodotto dall'esaurimento a cui con sistemi poco razionali di
coltivazione si condanna il terreno, pretendendo ch'esso contenga in
quantità indefinita i materiali nutritivi necessarii alle diverse
colture. E qui riesce opportuno l'osservare che per concimare
razionalmente un vigneto non basta gettare nel terreno qualunque siasi
rifiuto di materie organiche, quasichè ogni sostanza che non può servire
ad alcun altro uso debba necessariamente avere la prerogativa
d'_ingrassare_ le piante. La qualità delle materie che si adoperano come
ingrassi deve essere scelta in relazione alla qualità del terreno ed
alla natura dei principii minerali che predominano nelle piante che si
coltivano. Applicando queste considerazioni generali alla vite, si
riconosce come i concimi ad essa più convenienti saranno i sali
potassici ed i fosfati, perchè, come abbiamo già accennato, la potassa e
l'acido fosforico sono le materie minerali che predominano nelle ceneri
del mosto.
Esaminiamo ora brevemente i principali fenomeni che si manifestano
durante la fermentazione del mosto.
Il mosto dell'uva lasciato in contatto dell'aria ad una temperatura che
sia compresa tra i 5 ed i 30 gradi del termometro centigrado a poco a
poco e spontaneamente si intorbida; si svolgono da tutta la sua massa
delle bollicine di un gaz irrespirabile (acido carbonico); la sua
temperatura si innalza al disopra di quella dell'ambiente; diventa
gradatamente meno zuccherino ed acquista invece un sapore spiritoso.
Dopo un certo tempo lo sviluppo di gaz va gradatamente diminuendo finchè
cessa affatto; le materie sospese si depongono sul fondo del recipiente,
il liquido riacquista la primitiva sua limpidezza; la fermentazione è
terminata ed il mosto trovasi cangiato in vino.
Osservando col microscopio una goccia di mosto in fermentazione si vede
che la materia che lo rende torbido è costituita da un ammasso di esseri
organizzati formati da cellule ovoidali, aventi un massimo diametro di
poco superiore ad un centesimo di millimetro. Questi organismi sono
vegetali crittogami e furono detti _saccaromiceti_, cioè funghi dello
zucchero. I saccaromiceti si moltiplicano in modo prodigioso e si
nutrono delle sostanze albuminoidi; uno degli atti della loro energia
vitale consiste nella decomposizione dello zucchero in alcool ed acido
carbonico. Secondo le accurate ricerche del Pasteur da cento parti in
peso di zucchero d'uva, per l'azione del fermento del vino, derivano i
prodotti seguenti:
Acido carbonico 46,7
Alcool 48,5
Glicerina 3,2
Acido succinico 0,6
Cellulosa 1,0
L'acido carbonico si svolge allo stato di gaz ed è ad esso che devonsi
attribuire la malsania delle tinaie durante la fermentazione, e
l'effervescenza di alcune qualità di vini.
L'alcool (alcool comune, alcool etilico, alcool del vino) si accumula
nel vino dal quale può essere facilmente separato per distillazione,
avendo esso un punto d'ebollizione inferiore a quello dell'acqua. È
appunto su questa proprietà che è basato l'uso del piccolo alambicco di
Salleron che voi vedete funzionare avanti i vostri occhi e che serve per
determinare la ricchezza alcoolica del vino.
La glicerina è una materia liquida, incolora, più densa dell'acqua, di
un sapore dolciastro, e forma uno dei componenti di tutte le sostanze
grasse vegetali ed animali. È la glicerina contenuta nel vino che gli
imparte quella qualità difficilmente definibile e che i pratici
designano col nome di _corpo_ o sostanza del vino.
L'acido succinico è una materia che si può ottenere artificialmente
ossidando l'ambra, e non sappiamo quale influenza esso eserciti sulle
qualità del vino. — La cellulosi ha la stessa composizione del cotone e
del legno; essa compone le pareti membranose delle cellule del fermento.
Oltre alle sostanze indicate si producono durante la fermentazione
piccolissime quantità di alcool speciali diversi dall'alcool comune
(alcool butilico, propilico, ecc.) i quali combinandosi con gli acidi
del vino formano degli eteri odorosi che sono la causa dell'aroma
particolare del vino. Al complesso di queste sostanze eteree si dà
impropriamente il nome di etere enantico, quantunque noi non ne
conosciamo finora la vera natura. Si trovano in commercio dei preparati
con questo nome o coll'altro di _bouquet_ del vino, ma sono miscele di
etere prodotti artificialmente e di cui non conviene usare nella
conciatura dei vini.
Appena terminata la scomposizione dello zucchero, i saccaromiceti
cessano di moltiplicarsi, muoiono e le loro spoglie si depongono a poco
a poco insieme alla maggior parte del cremortartaro, il quale perde
della sua solubilità di mano in mano che va accumulandosi l'alcool nel
mosto.
Confrontando il peso di volumi eguali di mosto prima e dopo la
fermentazione, si osserva che il liquido fermentato riesce molto meno
denso. Questa diminuzione della densità dipende dalla scomparsa dello
zucchero e dalla formazione dell'alcool che è specificamente più
leggiero dell'acqua. Perciò è evidente che determinando varie volte con
il gleucometro la densità del mosto durante la sua fermentazione, si
potrà sorvegliare e regolare a seconda dei casi il processo di
vinificazione. Quando è cessata definitivamente la diminuzione della
densità si potrà sempre collo stesso gleucometro riconoscere se tutto lo
zucchero che era contenuto nel mosto si è convertito in alcool, sapendo
noi che a cento parti in peso di zucchero d'uva corrispondono 48,5 di
alcool. — Non sempre però avviene che tutto lo zucchero del mosto si
cangi in alcool. Quando il mosto difetta di materie albuminoidi, i
saccaromiceti non si possono sviluppare nella quantità necessaria per la
completa metamorfosi dello zucchero. Se invece abbonda lo zucchero,
anche in presenza di una quantità sufficiente di sostanze albuminoidi,
esso non può produrre la dose di alcool che sarebbe indicata dalla
teoria, e che, come abbiamo or ora ripetuto, corrisponde a poco meno
della metà del proprio peso. In questo caso l'incompleta trasformazione
dello zucchero dipende da ciò che i corpuscoli del fermento non possono
vivere in un liquido che contenga più del 15 per cento di alcool. Questo
fatto ci spiega il perchè con uve appassite si ottengono vini che sono
nello stesso tempo dolci e spiritosi. — In una delle fattorie di vino in
Marsala si fabbrica una qualità di vino liquoroso detto _Brown Siracusa_
traendo partito della proprietà dell'alcool di arrestare la
fermentazione; cioè si aggiunge al mosto, quando non è terminata la
fermentazione, dell'alcool, il quale uccidendo i saccaromiceti, permette
che sia conservata quella quantità di zucchero che corrisponde al tipo
di vino che si vuol produrre.
Il mosto, anche quando è ottenuto da una stessa qualità di uva, non ha
sempre una composizione costante, ma è soggetto a variare specialmente
per le diverse vicende atmosferiche che influiscono grandemente sulle
proporzioni dei principali componenti dell'uva. Variando la composizione
del mosto si hanno necessariamente dei cambiamenti nella qualità del
vino. Si è cercato di ovviare a questo inconveniente con metodi
empirici, mescolando opportunamente tra di loro diverse qualità di vino.
Ma la chimica sola ci può essere di guida sicura nel correggere il mosto
in modo di potere da esso ottenere, ad onta delle sue possibili
variazioni, un vino che abbia costantemente gli stessi caratteri, o come
si è soliti a dire un _vino tipo_.
I metodi più apprezzati per modificare la composizione del mosto e per
aumentare la produzione del vino nelle annate di scarso raccolto sono
quelli suggeriti da _Chaptal_, _Gall_ e _Pétiot_.
Quando si ha un mosto soverchiamente acido e che darebbe senz'altro un
vino aspro e dannoso alla salute, Chaptal suggerisce di aggiungervi
della polvere di marmo in una dose corrispondente alla quantità
eccessiva di acido che si vuole eliminare. L'esperimento che faccio ora
vi farà comprendere come il marmo agisce sui vini troppo acidi. In
questo bicchiere contenente una soluzione di acido tartarico, che è lo
stesso acido che predomina nel mosto, getto della polvere di marmo
(carbonato calcico); come vedete avviene una forte effervescenza
prodotta da ciò che l'acido carbonico del marmo si mette in libertà e si
svolge allo stato di gaz, mentrechè la calce si unisce all'acido
tartarico, lo neutralizza e forma una materia bianca (tartrato di
calcio), che essendo insolubile a poco a poco si raccoglie sul fondo del
recipiente. Lo stesso succede nel mosto nel quale il tartrato calcico
insolubile si depone insieme alla feccia. Comprenderete la necessità
della determinazione quantitativa dell'acidità del mosto quando si vuole
adottare il metodo di Chaptal, riflettendo che se si eccedesse nella
quantità di marmo, si renderebbe difettosa in un senso opposto la
composizione del mosto, nel quale è assolutamente necessaria una certa
quantità di acidi liberi.
Col metodo di Gall si corregge la troppa acidità del mosto senza
ricorrere alla neutralizzazione della polvere di marmo. Gall ammette
ragionevolmente che il mosto destinato a produrre una data qualità di
vino deve contenere sempre le stesse quantità di zucchero e di acidi,
che per alcuni vini del Reno, secondo lo stesso autore, devono
corrispondere rispettivamente a 24 ed a 0,6 per cento. Se per caso il
mosto contiene una quantità di acidi superiore a quella indicata, si
aggiunge tant'acqua quanta è necessaria per avere il voluto grado di
acidità. Con questa diluzione però se si corregge l'eccesso degli acidi,
si diminuisce lo zucchero, e perciò è necessario di aggiungere al mosto
dello zucchero in modo che esso ritorni alla proporzione normale del 24
per cento.
Col metodo del Gall non solo si corregge la cattiva composizione di un
mosto, ma se ne aumenta eziandio la quantità. Questo aumento riesce
molto più considerevole adottando il metodo Pétiot, col quale si può
persino quadruplicare il volume di vino fornito da una data quantità di
uva. Ritenendo che il mosto ottenuto direttamente dall'uva abbia una
composizione normale, si getta sulle vinacce un eguale volume di acqua
in cui sia stata disciolta la stessa dose di zucchero contenuta
naturalmente nel mosto. Il fermento aderente ancora alle vinacce produce
la scomposizione dello zucchero in alcool ed in acido carbonico; e così
si ottiene un secondo vino, al quale se ne possono far succedere un
terzo ed un quarto ripetendo successivamente le aggiunte di acqua
zuccherata alle vinacce. Devesi però avvertire che è necessario di
aggiungere all'acqua oltrechè lo zucchero anche dell'acido tartarico in
una quantità che corrisponda al voluto grado di acidità. — Quando si
eseguiscono le operazioni indicate con la massima cura si ottengono coi
metodi di Gall e Pétiot dei vini di buona qualità e che è assai
difficile, per non dire impossibile, il distinguere dai vini prodotti
colla pura e semplice fermentazione del mosto.
Vi sono alcuni che ritengono i procedimenti che vi ho brevemente
descritto come altrettante sofisticazioni e gridano contro qualunque
siasi manipolazione chimica nell'arte del fare il vino, volendo
esclusivamente limitata l'opera del chimico all'analisi dei vini per
riconoscerne la forza alcoolica o per svelarne le possibili
adulterazioni. Ma quando si adoperano in giusta misura lo zucchero e
l'acido tartarico non si commette una sofisticazione, perchè queste
sostanze sono identiche a quelle contenute naturalmente nel mosto. Se si
deplora continuamente e con ragione che in gran parte d'Italia non si
sanno produrre _vini tipi_, bisogna essere coerenti ed ammettere la
legittimità di quei mezzi razionali additati dalla chimica che soli
possono ovviare al difetto lamentato, che nuoce moltissimo al credito
dei vini italiani all'estero. Si cita spesso a nostro rimprovero la
costanza nella qualità dei vini del Bordolese e della Borgogna; ma i
vigneti di questi paesi non sono più fortunati dei nostri; anche là le
stagioni non si succedono sempre propizie alle vendemmie, e se ad onta
di ciò i vini francesi ci si presentano sempre eguali, si deve
attribuirne la cagione all'uso comune da nessuno condannato di
correggere opportunamente a seconda delle circostanze le qualità del
mosto. Le correzioni relative alla quantità dei principii componenti il
vino non solo sono permesse, ma dovrebbero essere imposte dalla scienza.
Se vi ha qualcuno così ingenuo da credere che il vino di Champagne sia
fatto collo schietto sugo dell'uva, costui dovrebbe spingere la sua fede
più in là e credere alle sincerità di tutti i brindisi che lo Champagne
inspira.
Per essere giusti bisogna ammettere che la ripugnanza che incontra tra
noi l'adozione dei metodi razionali di correggere il mosto e
specialmente la fabbricazione del vino Pétiot, è fino ad un certo punto
giustificata dal malo modo con cui questi metodi sono generalmente
applicati. Per ignoranza si adoperano lo zucchero e l'acido tartarico in
quantità non corrispondenti alle esigenze del mosto che si vuol
correggere, oppure per una male intesa ed illecita economia invece di
zucchero di ottima qualità si fa uso della peggiore melassa. Sonvi
alcuni i quali guidati da un falso ragionamento credono di potere
sostituire l'alcool allo zucchero: «Si aggiunge lo zucchero al mosto,
pensano costoro, perchè esso si trasforma fermentando in alcool, ebbene
tanto vale aggiungervi immediatamente la quantità di alcool
corrispondente; ci si guadagna in tempo e denaro». Ma bisogna ricordarsi
che quando lo zucchero fermenta, oltre all'alcool comune produce della
glicerina, dell'acido succinico e piccole quantità di altri alcool,
sostanze tutte necessarie perchè il vino abbia una composizione normale.
Mentre è giustamente biasimata per le ragioni che vi ho accennato, la
sostituzione dell'alcool allo zucchero nella preparazione del vino
Pétiot, si tollera l'aggiunta di piccole quantità di alcool ai vini
liquorosi destinati per l'esportazione, come è specialmente il caso dei
vini di Sicilia. Non è possibile di distinguere l'alcool formatosi
naturalmente nel vino da quello aggiuntovi ad arte. Perciò il nostro
Governo volendo avere una norma per la restituzione della tassa pagata
sull'alcool adoperato nella confezione dei vini che si esportano,
stabilisce, in base a molte ricerche, quale sia la ricchezza alcoolica
massima naturale del vino di una data regione, ed abbuona al produttore
quella quota di tassa che corrisponde alla differenza tra la forza
alcoolica ammessa come naturale e quella riscontrata nel vino che viene
presentato al dazio di confine per l'esportazione. Così, per esempio,
essendosi stabilito che la ricchezza alcoolica massima dei vini di
Sicilia è eguale al 15 per cento, per un vino di Marsala che ne
contenesse il 19, verrà restituito l'ammontare della tassa che
corrisponde alla quantità di alcool necessario per elevare da 15 a 19 il
grado alcoolico del vino.
L'abuso però dell'alcoolizzazione dei vini non liquorosi costituisce una
delle tante sofisticazioni del vino, di alcune delle quali è ormai tempo
che noi ci occupiamo.
L'innacquamento del vino è senza dubbio l'adulterazione la più antica,
la più facile e la più comune. Il chimico non possiede alcun mezzo di
scoprire questa frode, che del resto non produce alcun danno alla
salute. Si afferma, è vero, che è facile cosa lo scoprire l'aggiunta
dell'acqua al vino versandone alcune goccie sopra un pannolino, o sopra
la mollica di pane, ritenendo che la maggiore o minore diffusione della
materia colorante nella macchia che si produce possa servire di criterio
nel giudicare della schiettezza del vino; ma queste ed altre pratiche
empiriche non hanno alcun valore e non meritano nemmeno di essere
confutate. Se l'analisi chimica non vale a distinguere in un campione di
vino l'acqua che vi esiste naturalmente da quella che per avventura vi
fu aggiunta ad arte, si può però dosare con precisione la quantità
totale di acqua. Pertanto chi teme che gli si adacqui il proprio vino,
dovrà custodire un campione del vino acquistato, e presentarlo insieme
all'altro del vino sospetto al chimico, il quale potrà dai risultati
delle determinazioni analitiche eseguite sui due campioni, stabilire con
certezza se realmente ad uno di essi fu aggiunta dell'acqua.
In alcune regioni del mezzodì della Francia, e tra noi nella Sicilia è
invalso l'uso di gessare i vini, cioè di gettare del gesso polverizzato
sull'uva durante la pigiatura, allo scopo di ravvivare il colore del
vino e di renderlo più facilmente conservabile. L'aggiunta del gesso dà
origine nel vino a del solfato potassico, il quale, quando sorpassa un
dato limite, riesce nocivo alla salute, avendo proprietà purgative che
non sono sempre nel desiderio dei bevitori. Il Governo francese già da
molti anni non tollera i vini gessati, quando la quantità di solfati
contenuti in un litro di vino sorpassa quella corrispondente a quattro
grammi di solfato potassico; recentemente poi ha ridotto il limite di
tolleranza a due grammi. Tra noi non vi è alcuna legge che limiti la
gessatura dei vini; però alcuni Municipii, e tra questi quello di
Torino, non permettono lo spaccio del vino gessato oltre la misura dei
quattro grammi di solfato potassico per litro.
Per correggere i vini affetti da una malattia speciale detta _grassume_,
in alcuni luoghi si usa l'acido solforico (olio di vetriolo); ma spesse
volte il rimedio è peggiore del male, e si mettono in commercio, più
frequentemente di quello che si crede, dei vini veramente nocivi. Si può
svelare la presenza anche di piccole quantità di acido solforico libero
nel vino con un mezzo semplicissimo che ora vi spiego. Si immergono nel
vino sospetto delle listarelle di carta bianca senza colla (carta
bibula, carta da filtro) e quando queste si sono imbevute di liquido, si
fanno asciugare ad una temperatura non superiore a 100 gradi. Nel caso
in cui il vino contenesse dell'acido solforico libero, le listarelle di
carta dopo asciugate divengono, come quelle che vi presento, di color
nero e friabilissime.
Il vino può qualche volta per frode o per incuria contenere delle
combinazioni di rame e di piombo, le quali, anche quando vi si trovano
in quantità piccolissima, lo rendono estremamente nocivo alla salute.
È cosa notissima che il vino fatto con l'uva solforata ha un odore ed un
sapore disgustoso di ova putride dovuti alla presenza di gaz acido
solfidrico. Per togliere al vino questo difetto, la scienza ha
consigliato di travasare il vino, dopo che ha cessato completamente di
fermentare, in botti in cui si è bruciato poco prima dello zolfo. Lo
zolfo abbruciando produce del gaz acido solforoso, il quale reagendo
sopra l'acido solfidrico dà origine a poca acqua ed a zolfo che si
depone allo stato solido, ed è affatto insolubile nel vino; perciò
rimane completamente decomposto il gaz che era cagione del cattivo
odore. L'esperimento che ora faccio vi chiarirà quanto vi ho detto. In
una campanella ho raccolto del gaz acido solforoso che ha l'odore
soffocante dello zolfo che abbrucia; in un'altra campanella che ha un
volume doppio della prima evvi del gaz acido solfidrico. Metto in
comunicazione le due campanelle, e voi vedete che le loro pareti si
tapezzano di una materia polverulenta di color giallo e che è zolfo
puro; e dopo qualche istante posso lasciare in contatto dell'aria i due
recipienti senza che voi siate incomodati dall'odore del vapore di zolfo
e da quello di uova putride; il che prova che i due gaz venuti tra loro
a contatto si sono reciprocamente scomposti. — Alcuni produttori e
negozianti di vino invece di togliere l'odore di zolfo col metodo che vi
ho indicato, gettano nella botte dei frastagli di rame o di piombo, i
quali scompongono l'acido solfidrico, è vero, ma l'eccesso di questi
metalli in contatto degli acidi che esistono nel vino dà origine a
combinazioni solubili che sono eminentemente velenose. Per la grande
facilità colla quale gli acidi organici intaccano il rame ed il piombo,
si deve guardarsi bene dal conservare il vino in recipienti fatti con
questi due metalli, oppure in quelle stoviglie grossolane la di cui
vernice essendo fatta con un eccesso di litargirio o di alquifoux, che
sono due composti contenenti piombo, riescono assai facilmente corrose
dagli acidi. — Per lo stesso motivo, a mio parere, sarebbe da
proscriversi assolutamente l'usanza che è diffusa nell'economia
domestica di ripolire le bottiglie sciacquandole con acqua e pallini da
caccia. Basta un granellino di piombo lasciato per inavvertenza nella
bottiglia per rendere il vino suscettibile di produrre gravi malori.
Per colorire artificialmente i vini e specialmente quelli fatti col
metodo Pétiot invece di usare l'enocianina, la quale, come già ebbi
occasione di dire, è la materia colorante naturale dell'uva, si ricorre
non solo a diverse materie coloranti vegetali, ma specialmente alla
fucsina che è uno dei molti colori che si preparano col catrame del
carbon fossile. La fucsina è dotata di una facoltà tintoria molto grande
come potrete convincervene osservando i tre recipienti che sono avanti a
voi, nei quali vi è dell'acqua alcoolizzata contenente rispettivamente
un millesimo, un decimillesimo ed un centimillesimo del suo peso di
fucsina. Ad onta che basti pochissima quantità di questa sostanza per
tingere un gran volume di vino, tuttavia se ne deve assolutamente
proscrivere l'uso, perchè nella sua preparazione si adoperano dei
composti che riescono velenosissimi anche in piccole dosi. La
sofisticazione dei vini colla fucsina e più comune di quello che
generalmente si crede, ed io ebbi più volte occasione di analizzare dei
vini che erano artificialmente colorati con questa sostanza. Anzi mi si
presentò l'opportunità di far conoscenza con un commesso viaggiatore, il
quale vendeva una soluzione concentrata di fucsina con due nomi
differenti, cioè _colore pei vini_, e _inchiostro violetto_. Infatti è
la fucsina che forma l'ingrediente principale di quell'inchiostro
violaceo ora di moda, ma che formerà la disperazione dei paleografi
dell'avvenire.
Porrò termine alla mia conferenza coll'accennarvi un'alterazione a cui
possono andar soggetti i vini per la cattiva qualità del vetro delle
bottiglie. Per ottenere un vetro più facilmente fusibile e pertanto per
risparmiare del combustibile, alcuni fabbricatori di bottiglie
aggiungono una eccessiva quantità di soda nella pasta del vetro. Si ha
così un vetro che si altera assai facilmente quando rimane per un certo
tempo in contatto con un liquido acido, quale è appunto il vino. L'acido
decompone il silicato sodico mettendo in libertà della silice gelatinosa
che rimane sospesa nel vino impartendogli una vischiosità simile a
quella che si nota nei così detti vini filanti. In questo recipiente,
che contiene una soluzione diluita di silicato sodico, io verso una
soluzione pur diluita di acido tartarico, e, come voi vedete, si depone
subito una materia gelatinosa che e appunto la silice. Questo
esperimento vi dimostra ciò che lentamente avviene conservando per molto
tempo del vino in bottiglie di cattiva qualità.
Giunto al termine della mia conferenza devo ripetervi che la
ristrettezza del tempo mi ha solo permesso di esporvi alcuni dei fatti
più salienti della chimica del vino. Coloro che desiderassero di
approfondirsi in questo ramo della chimica applicata potranno trovare
più diffusamente e con maggior chiarezza svolti gli argomenti che io ho
appena enunciato, nei trattati di enologia e specialmente nel trattato
sull'arte di fare il vino dei professori Cauda e Botteri, negli scritti
del valentissimo enologo professore Carpenè e nelle lezioni sulla
chimica del vino di Neubauer, di cui il prof. Sestini fece una ottima
traduzione italiana. — Io mi riterrò soddisfatto se vi avrò dato
occasione a studj importantissimi, e fortunato se non avrò parlato tanto
male sul vino da richiamare alla memoria di qualcuno dei miei uditori il
principio dell'ode pindarica a Jerone di Siracusa: _Ottima è l'acqua_.
[II-1] La densità di un mosto non dipende unicamente dal glucosio; ma
eziandio in piccola parte da altre sostanze che vi sono disciolte. Di
questo fatto si tiene conto nella graduazione dei gleucometri.
_CORRADO CORRADINO_
—
IL VINO NEI COSTUMI DEI POPOLI
(_Conferenza tenuta la sera del 26 gennaio 1880_).
Se il vino non dovesse considerarsi altrimenti che come una bevanda
allegra capace di annebbiare la limpidezza talora troppo importuna
dell'umano cervello, oppure come il tristo lusinghiero veleno che
conduce con inviti da sirena all'ultimo abbrutimento, io non avrei
davvero il coraggio, parlando del vino nei costumi, di far assistere il
mio gentile uditorio a una lunga sfilata di popoli tutti malfermi sulle
proprie gambe. Ma per fortuna, anche trascurando le quistioni economiche
e commerciali in cui il vino ha tanta parte, esso ha nei costumi dei
popoli una ben altra importanza. E non sarà difficile, per esempio, che
noi vediamo brillare un vivo raggio di civiltà nelle sale dei triclinii
ove scoppiettano le arguzie umide di falerno dei banchettanti coronati
il capo di bianche rose convivali, mentre invece distingueremo
chiaramente l'urlo selvaggio della barbarie presso quei popoli che
invece di vino bevono strani liquori nelle tazze formate molte volte dal
cranio dei nemici vinti in battaglia. Con ciò non voglio già dire — Dio
scampi! — che l'uso del vino sia potente criterio a giudicare della
civiltà di un popolo; voglio soltanto rilevare un fatto, che cioè presso
tutte le nazioni civili l'allegro culto di Bacco par che vada a mano a
mano acquistando in raffinatezza e in estensione, tanto che ne risentono
l'influenza tutti i costumi e pubblici e privati, tanto che il vario uso
del vino giunge persino ad avere non so qual carattere di allegoria, di
simbolo, quasi fosse un vero e proprio elemento di civiltà.
Osservatelo questo ilare Iddio, questo ultimo venuto ad assidersi al
banchetto dei Numi: Bacco non ci appare soltanto quale ce lo
rappresentano alcune statue antiche, col capo coronato di edera e
leggermente arrovesciato all'indietro, cogli occhi velati dai vapori di
un'ebbrezza voluttuosa; ben presto le sue membra ingigantiscono quasi,
si spiegano tutte le forze recondite della sua attività e gli uomini
salutano in lui il simbolo della giocondità e della vita. E notate che
prima ancora che egli esistesse, era un Dio il vino stesso, Θέοινος, il
vino puro era un Dio, Ἄκρατος.
Ma come suole sempre avvenire che dal fatto concreto e sensibile le
menti umane tosto assorgono alla astrazione del medesimo, così dai caldi
vapori del mosto emerse ben presto netta e spiccata la personalità del
Nume, e il giovine Bacco ebbe sagrifici ed altari. La gratitudine umana
lo salutò coi nomi più belli: egli e il Dio _Toro_, sinonimo di forza, e
a questo proposito giova ricordare quanto scrive Plutarco nella vita di
Licurgo, dell'abitudine che avevano le donne spartane di lavare i propri
bambini nel vino per isperimentare la loro forza^[III-1] essendo
opinione che mentre questi bagni indebolivano vieppiù gli infermicci,
afforzassero invece i ben costituiti. Bacco è il Dio salvatore, σωτὴρ,
il Dio Mago, Γόης, il Dio medico Ιατρομάντις; e il medesimo Plutarco
nella vita di Cesare fa menzione di una malattia da cui era afflitto
l'esercito di Cesare, malattia che il grande capitano guarì permettendo
ai suoi soldati una solenne ubbriacatura. _Da quel giorno_, soggiunge il
grave storico di Cheronea, _i soldati mutarono la complessione dei loro
corpi_.
Bacco ha ancora sul fronte l'ornamento di due corna potenti, come colui
che primo accoppiò i buoi all'aratro; egli e compagno alla Dea delle
biade, alla Dea della bellezza e dei piaceri, e non muove quasi passo
senza che gli tengan dietro tutte e nove le Muse.
Ora quale altro liquore può vantarsi di aver ottenuto dagli umani onori
così solenni?
Che il bisogno di pozioni alcooliche sia stato sentito di buonissima
ora, e specialmente presso alcuni popoli, lo prova ad esuberanza la
storia: e che strane miscele furono inventate, e a che non si ebbe
ricorso per appagare questa necessità di sentirsi, per così dire,
aumentata nei polsi la vita mediante bevande spiritose! Taccio della
birra che pure può vantare origini così antiche e più forse dello stesso
vino: ma ad essa non osò nessuno tributare onori come al liquor della
vite, e noi leggiamo ad esempio nell'Edda che se è concesso agli eroi
morti in battaglia di tracannare nel Valhalla enormi calici di birra, al
solo Odino è dato di esilararsi col vino mesciutogli dalle mani delle
belle Valkiri.
È noto a tutti il vino che si traeva antichissimamente e si trae ancora
oggidì presso alcuni popoli dall'albero della palma. I Circassi formano
un liquore inebriante mescolando il miele con un alcool tratto dai semi
di canapa. I Cinesi ne ricavano dal riso; i Tartari dalle carni di
castrato e di agnello, e altri popoli da una infinità d'altri
ingredienti. Che più? Gli stessi Americani prima che conoscessero il
vino, preparavano, al dire degli storici, bevande alcooliche colla
mollica di pane masticata, coi semi di grano e con altri prodotti
vegetali, e avevano tanto in onore queste bevande che fissavano certe
feste speciali a scopo di ubbriacarsi, feste dalle quali escludevano
come non abbastanza degne, le donne.
Ma appena conobbero il vino vi si abbandonarono con vera frenesia
vendendo per averne tutto quanto possedevano; nel che non facevano che
imitare gli antichi Galli i quali, secondo che racconta Ateneo, davano
per un bicchiere di vino i loro schiavi e le loro case, e talora
vendevano persino la propria libertà.
Un solo liquore può fino ad un certo punto competere col vino, ma per
brevissimo tempo: ed è il _soma_, il liquore che traevano gli
antichissimi Arii dal sugo dell'_Asclepiadea acida_ o _sarcostemma
viminalis_ e di cui si servivano quei nostri padri remoti ad uso di
libazioni. Ma nel suo passaggio a traverso l'Asia Minore e la Grecia il
soma dovette cedere innanzi ai trionfi del vino, tanto che non soltanto
la fama, ma se ne perdette quasi perfino il nome.
Ed ecco dunque questo vino trionfatore fare la sua apparizione solenne
nel mondo: il leggendario Noè pianta dopo il diluvio la vigna, dando con
ciò prova di altissimo senno: perchè in seguito a una così indiscreta
risciacquata era naturale che il mondo dovesse sentire il bisogno di un
bagno diverso.
L'umanità infatti si tuffò voluttuosamente nel vino: e quando vide
attraverso il folto fogliame pampineo brillare al sole i grappoli
dorati; quando dai grappoli premuti vide sgorgare in copia il rosso
liquore, e bevutolo sentì salire dolcemente al cervello i vapori di
un'ebbrezza deliziosa e si trovò spontanee sul labbro le canzoni piene
di ilarità e di gioia, allora si inchinò plaudente innanzi a Bacco
salutando in lui il Dio della vita.
Egli è veramente allora quale ce lo descrive Euripide nel Coro delle
Baccanti:
«È il Dio dei piaceri; egli regna in mezzo ai banchetti tra le corone di
fiori; anima le danze allegre al suono della cornamusa, fa nascere le
folli risa e dissipa gli affanni; il suo nettare giocondando la tavola
degli Dei ne aumenta la felicità e i mortali bevono nella sua tazza il
sonno e l'oblio dei mali».
Tale dunque è il Dio: e inneggiando a lui si inneggia al rappresentante
delle forti e spensierate gioie della vita. E quando, per uno strano
rivolgimento avvenuto nella coscienza, la vita parrà un fardello pesante
all'uomo, pensieroso soltanto di conseguire per virtù di sagrifici la
patria celeste, non sarà forse contro a Bacco e contro a Venere che si
scaglieranno sopratutto gli anatemi dell'ascetismo medioevale?
Ma con tutto ciò, Bacco non è soltanto il conviva sollazzevole che anima
la gioia e il tripudio dei banchetti: egli si avvolge, anche, talora nel
grave manto sacerdotale, talora veste la maglia del guerriero, talora
persino la toga severa del moralista. Non si può tuttavia negare che il
più delle volte ha un'altra abitudine: quella di gettar lungi da sè
tutte quante le vesti. Ma in questo caso noi imitando il pietoso esempio
di Sem, stenderemo un velo sulle sue nudità vergognose.
Mi affretto però a soggiungere che per quanto riguarda Bacco nei templi
non conviene pigliar la cosa troppo in sul serio e c'è anzi sempre da
temere ch'egli non stia per farne qualcuna delle sue; quando, ad
esempio, vuotatosi il sacro recinto della folla accorsa e rimasti i soli
sacerdoti, fumavano sull'ara le dapi innaffiate di vino sacrificale, oh
quante volte dovette fregarsi le mani malignamente sorridendo l'astuto
Nume, nel vedere quei gravi personaggi barcollare e tentennare nel far
la riverenza a qualche suo confratello d'Olimpo!
E c'è forse ancora modo di meravigliarsi che i responsi famosi dei
sacerdoti e delle sibille fossero così oscuri e ingarbugliati, quando
sappiamo che venivano dettati non soltanto da Febo Apollo, ma anche dal
buon padre Lieo?
Non Dindymene, non adytis quatit
Mentem sacerdotum incola Pythius,
Non Liber aeque, non acuta
Sic geminant Corybantes aera
Tristes ut irae.
ORAZIO, _Odi_, I, 16^[III-2].
Del resto questo vino ch'io chiamerò sacro entrò di buonissima ora nei
templi e fu anzi parte principalissima delle cerimonie religiose le
quali s'iniziavano sempre con le cosidette _libazioni_. L'antichità
remotissima di quest'uso ci è attestata dallo stesso Omero il quale lo
descrive minutamente in più luoghi dei suoi poemi. Consistevano le
libazioni nel versare in un calice del vino, nello spanderne
successivamente qualche goccia sovra l'ara o sul fuoco o anche per terra
e quindi nel bere il rimanente. In origine però le libazioni non si
facevano col vino, come si rileva da questo passo di Porfirio nel
trattato _De Abstinentia_: «Le libazioni presso gli antichi erano per la
massima parte sobrie: sobrie si chiamano quelle che si fanno coll'acqua.
Poi si fecero col miele... al quale tenne dietro l'olio, e finalmente il
vino».
In Grecia e in Roma furono in grandissimo uso e precisamente in quella
maniera che viene descritta da Omero: ma troviamo di più che era costume
in Roma di libare anche tra le corna della vittima ripetendo ogni volta
la nota formula: «Sii tu accresciuto per mezzo di questo vino nuovo».
Ed esempi di libazioni troviamo ancora presso molti altri popoli: nei
due sagrifici quotidiani nel tempio di Gerusalemme gli Ebrei libavano
vino, e pretendono anzi i Rabbini che di qui nascesse l'uso del vino
nella messa cattolica.
Gli Indiani, al dire di Strabone, non bevevan vino che nei sagrifici, e
se crediamo ad Erodoto il quale però sembra che in altri luoghi si
contraddica, gli Egiziani, presso cui erano in grande onore le libazioni
prima di immolare la vittima, non permettevano il vino che ai
sacerdoti^[III-3].
Libavano vino gli Etruschi nei sagrifici, i Galli nella famosa solennità
che aveva luogo al tempo della raccolta del vischio, e per citare un
popolo di barbari costumi, anche gli Sciti, i quali libavano vino sul
capo dello schiavo prima di immolarlo a Marte.
Nè posso passare sotto silenzio i suntuosi banchetti che tanto in Grecia
quanto a Roma si offerivano in certi giorni agli Dei, e nei quali il
vino sacrificale ebbe sempre larghissima parte.
Che se poi — mi perdonino gli scapoli e le zitellone — mi è concesso di
distinguere in tre i punti più solenni e importanti della vita, nella
nascita cioè, nelle nozze e nella morte, non è difficile lo scorgere
come in ognun d'essi il liquor della vite abbia sempre avuto
un'importanza speciale; e non voglio mica accennare soltanto ai veri
rigagnoli di vino che fecero ciarliere in ogni tempo le gole degli
invitati a un banchetto per un neonato o per una fanciulla che va a
marito. Parlo di cerimonie speciali e consacrate dai diversi culti, di
cerimonie in cui il vino assume un vero carattere di simbolo religioso.
Così anche oggi un uso particolarissimo vige presso il popolo ebreo:
quando il sacerdote ha compiuta sul neonato quella tale operazione che
corrisponde al nostro battesimo cristiano, ed ha per tal modo impresso
in lui — indelebilmente — il carattere di israelita, accosta alle labbra
un vaso ricolmo di vino, ne beve una goccia e quindi ne umetta pure le
labbra del bambino. Il rito cristiano ha sostituito al vino un grumello
di sale; gran peccato davvero che a questa età la Natura non abbia
concesso l'uso della parola! Chè non sarebbe certo senza interesse il
sapere da questi omuncoli pur mo' nati, se essi non preferiscano per
avventura sulle labbra il dolce bacio del vino, simbolo delle forti
gioie della vita, a quello acre e mordente del _sale della sapienza_!
Presso gli stessi Ebrei si consacrano ancora oggi gli sponsali col
benedire il vino di cui bevono poi gli sposi nel bicchiere medesimo: uso
di cui trovo un esempio appo i Galli antichi, sebbene con qualche
divario, perchè presso a costoro gli sposi bevevano due diverse specie
di vino versato in uno stesso calice da due diversi bicchieri.
Cerimonie assai simili a queste si attribuiscono in identiche
circostanze da molti viaggiatori ad alcune popolazioni specialmente di
razza slava.
Per quel che riguarda i riti funebri nessuno ignora quanta parte avesse
nei medesimi il vino presso i Greci ed i Romani: col vino, secondo che
ci descrive lo stesso Omero, si estingueva il rogo su cui ardeva il
corpo del defunto, col vino e coll'olio se ne lavavano le ceneri prima
di raccoglierle nell'urna; e in Roma col vino e col latte come si ricava
da Tibullo. E ho appena bisogno di ricordare quell'inamabile usanza di
terminare le funebri cerimonie con un banchetto, dove troppo spesso
svaniva indecentemente ogni dolore fra i tripudii a cui davan luogo le
frequenti libazioni di vino generoso.
Molto di sacro hanno naturalmente i trattati di alleanza e i giuramenti:
e anche qui trovo che presso alcuni popoli concorreva il vino a renderli
più solenni. Ad esempio gli Sciti si ferivano alla fronte lasciando
gocciare qualche stilla di sangue in un calice contenente del vino;
immersavi quindi la punta di un dardo bevevano di quella miscela. E i
Valacchi invece pongono in un vaso del pane, del sale e una croce:
giurano, e poi in quel vaso le parti contraenti bevono vino.
Neanche il cristianesimo, il quale pure si dimostrò così acerrimo nemico
d'ogni forma del culto pagano, potè bandire del tutto il vino dalle sue
cerimonie: ed è caratteristico quello che ci racconta il Peysonel nella
sua relazione d'un viaggio nell'Asia Minore. Trovandosi egli a Smirne
nel 1768, potè assistere a una cerimonia del rito greco in cui ravvisò
un vero e proprio avanzo delle antiche libazioni; dovendosi lanciare in
acqua un battello, il costruttore, prima che le altre cerimonie d'uso si
compissero, si fe' portare una coppa di vino, e dopo averne spruzzata la
poppa del naviglio, bevette il rimanente e ne fece bere agli astanti.
E nel medesimo rito greco la libazione di vino interviene pure nella
cerimonia degli sponsali e nei banchetti funebri; e quel che è più
singolare il vino ha pure la sua parte nel sacramento dell'estrema
unzione. Perchè questa vien somministrata coll'olio puro ai moribondi;
ma quando la si dà a qualche reo di peccato mortale, si mescola
coll'olio una leggiera quantità di vino.
D'altra parte il vino nel rito cristiano fu innalzato all'onore supremo
di rappresentante del sangue stesso del Cristo, onde per questo lato
esso non ha certo ragione di rimpiangere gli antichi secoli quando aveva
tributo di laudi divine. E fu un tempo in cui non soltanto il sacerdote,
ma tutti i fedeli avevano il diritto di dissetarsi a questa allegorica
fonte e di bevere alla sacra mensa il sangue del loro Dio sotto la forma
di vino; nel secondo secolo, ad esempio, era del tutto in uso la
comunione sotto le due specie. Venne poi di mano in mano proibita ai
laici la comunione col vino, ciò che diede origine a controversie e ad
eresie senza numero: e ancora nel 1413 il Concilio di Costanza minaccia
pene severissime al prete che comunichi i fedeli altrimenti che col pane
consecrato. Ciò non dimeno in Russia anche al dì d'oggi tutti i
cristiani comunicano sotto le due specie.
Che se noi vogliamo farci più persuasi di questo simbolismo del vino
quale si usa nelle cerimonie religiose, non abbiamo che a por mente alla
predilezione con cui i predicatori del secolo XVI si occupano del
medesimo nei loro sermoni. E troveremo ad esempio fra molti altri passi
caratteristici quello in cui Robert Messier paragona Gesù Cristo a un
taverniere che distribuisce agli apostoli il suo vino: S. Giovanni si
sentì inebriato dal solo odore, e Giuda poi trovò il liquore così
delizioso che deliberò di venderlo per trenta denari. Nè è meno
singolare Michele Lenoir che apprestando nel 1521 ai suoi fedeli
ascoltatori un allegorico pranzo di vigilia, così parla del vino nel suo
_Quadragesimale spiritual_e: «Puis après le pain blanc et le vin ne se
doivent en oubli mettre. Pour le pain et le vin nous pouvons entendre
les joyes du paradis.... Le vin est de deux couleurs, blanc et rouge: le
blanc nous donne l'éspérance d'aller en paradis, car il fait bon
courage. Et le rouge fait le bon sens réduisant en mémoire le précieux
sang de Jésus Christ»^[III-4].
Poche cose dirò del vino che starei per chiamare _marziale_, siccome
quello che conforta gli animosi alle pugne e cui gli antichi popoli
(imitati in ciò dai moderni) tracannavano copiosamente per incitarsi al
valore e allo sprezzo della morte.
Già Platone osservava che frequente è l'ubbriachezza nelle nazioni
bellicose; ma è da considerarsi che in alcuni popoli, massimi bevitori,
la forza belligera non è che brutalità barbara e selvaggia, aumentata
ancora dall'immoderato abuso delle bevande alcooliche, come si legge
degli Unni e specialmente del famoso loro capitano Attila; mentre altri
popoli, pure deditissimi al bere, si possono dire dotati di quella forza
maschia e intelligente che non dipende soltanto dal nerbo del braccio ma
dalla virtù dell'animo generoso.
E fra i primi vanno annoverati certamente quegli Sciti che si facevano
coppe da bere col cranio dei vinti nemici. Era uso presso di loro che
ogni anno il governatore di una provincia dovesse invitare ad un festino
tutti coloro che avevano ucciso qualche loro avversario: quivi il vino
era largheggiato in copia meravigliosa e mentre gli invitati sotto
l'impero dell'ebbrezza si abbandonavano ad ogni eccesso, da lungi
contemplavano l'orgia con occhio invidioso quelli che non potevano
vantarsi ancora d'aver trucidato un nemico. Nè meno ubbriaconi o meno
barbari erano quei Britanni, di cui scrive Strabone ἀντροπόφαγοι τε
ὄντες καὶ πολύφαγοι, che erano cioè antropofaghi e mangiatori solenni.
Ma altra era la forza di quei tenaci Anglo-Sassoni, destinati a tante
conquiste contro il suolo ribelle e nel regno del pensiero, e sui quali
Gregorio Magno, dopo di aver deplorato la loro smoderatezza specialmente
nel bere, fa questo singolare lamento: «Oh qual danno che il principe
delle tenebre debba aversi così bei sudditi! Angelica è veramente la
loro sembianza e degni sono di essere compagni agli angeli nel cielo».
E se crediamo a quel che ci narra Plutarco nella vita di Camillo, bastò
che Arunte Etrusco portasse ai Galli un saggio del vino italico perchè
costoro s'infiammassero del desiderio di passare le Alpi e si sentissero
più coraggiosi e più forti a sopportare le fatiche e i rischi della
conquista. Nè dei Germani (anche di quelli lontani dalle rive del Reno)
è ben certo che non bevessero vino o che ne bevessero solo
scarsatamente. E sebbene Cesare scriva degli Svevi che non permettevano
fra loro l'introduzione del vino, perchè effeminatore, pure sappiamo che
ben presto dai vigneti renani esso si diffuse per ogni parte della
Germania, e Tacito ci presenta quelle fortissime genti assise a desco
dinanzi ai boccali di birra e di vino assai più tempo che a uomini
temperanti non si convenga.
Che se presso alcuni popoli, come avveniva per esempio dei Cartaginesi,
troviamo leggi che fanno divieto ai soldati di bere vino durante la
campagna, non è men vero che fu considerato in ogni tempo ottimo
consiglio quello di rincorare i combattenti che fiutano prossima la
mischia con qualche sorso abbondante di vin generoso o di altro liquore
potente, il quale aiuti i morituri ad incontrare serenamente il loro
fato — e a menare con più furia le mani.
E come prima il vino è l'incitatore alla battaglia, così è in seguito il
premio della vittoria: e ci siano di esempio per tutti, quei guerrieri
omerici dal colossale torace che dopo ogni fatto d'arme stendono
eroicamente la tovaglia e inaffiano le enormi pietanze con veri torrenti
di elettissimo vino.
E che portenti d'uomini eran quelli!
Quando leggiam che l'inclite ventraie
Degli Atridi e del figlio di Peleo
Ingoiavan di buoi terghi arrostiti,
Oh l'antica rozzezza! esclamiam tosto.
Saporiti bocchini, e stomacuzzi
Di molli cenci e di non nata carta!
Ma perchè ammiriam poi che il seno opponga
Dello Scamandro burrascoso ai flutti
L'instancabile Achille, e portin aste
Sì smisurate i capitani greci?
Non consumava ancor muscoli e nervi
Uso di morbidezza: erano in pregio
Non membroline di zerbini inerti,
Ma petto immenso, muscoloso e saldo
Pesce di braccio, e formidabil lombo.
A' gran mariti s'offerian le nozze
Non di locuste ognor cresciute a stento
In guaíne d'imbusti; era bel corpo
L'intero corpo, ed Imeneo guidava
Ai forti sposi non balene o stringhe,
Ma sostanze di vita.
GOZZI, _Sermoni_.
Ora immaginiamo noi, avvezzi a centellinare nei calicini microscopici,
di che badiali circonferenze di pátere abbisognassero quegli eroi, per
accompagnare di tali bocconcini.
Ma ecco che l'argomento mi conduce a far parola del sollazzevole Bacco,
spensierato re dei conviti e provocatore dei tripudi chiassosi ove
troppo sovente la ragione si annega spontanea nei bicchieri ricolmi. Qui
davvero il mio tema minaccia di diventare inesauribile: e non sarebbe
certo cosa priva d'interesse lo studiare i costumi variissimi dei popoli
per rispetto alla maniera del bere e alle cerimonie usate in così fatte
circostanze, e anche agli utensili diversamente adoperati all'uopo; nè
gli scrittori ci sono avari di notizie a questo riguardo. Ma oltre che
un siffatto studio mi condurrebbe troppo in lungo, io credo che sia in
ogni modo sufficiente all'illustrazione del mio soggetto l'accennare con
qualche minutezza agli usi speciali che vigevano presso i Greci e i
Romani, appo i quali il lusso della tavola vide ciò che è ultimo nello
sfarzo, nella raffinatezza e anche nella corruzione.
Ma non voglio tacere anzitutto delle feste in onore di Bacco, le quali
in breve andar di tempo si moltiplicarono per modo da poterne appena
ricordare i diversi nomi; ed è naturale che discorrendo di banchetti si
citino queste solennità le quali si terminavano quasi sempre con
un'agape pubblica o privata della quale non avevano certo mai a dolersi
gli spacciatori di vino. Nei tempi più antichi di Grecia non erano in
troppo grande uso le feste; e Aristotile scrive nell'Etica che non ve
n'erano forse altre in allora che quei banchetti soliti ad apprestarsi
in segno di gaudio universale dopo la raccolta delle messi e la
vendemmia. Ma ben presto, come ho detto, per ragioni di varia natura e
specialmente politica, in ogni città greca si istituirono pubblici
spettacoli; e fu appunto da quel tempo che anche le feste di Bacco
andarono via via moltiplicandosi, e per guisa che il padre Lieo ebbe, io
credo, più giorni e solennità a sè dedicate che qualsiasi altro nume
d'Olimpo.
E di vero tra le feste di Bacco si annoverano le antiche, le nuove, le
grandi, le piccole, le diurne, le notturne, le campestri, le urbane, le
autunnali, le primaverili e via dicendo, a cui sono da aggiungersi i
troppo famosi Baccanali che acquistarono in Roma al tempo del console
Postumio una così trista rinomanza.
Perciò che riguarda la tavola vuolsi da alcuno (e la cosa mi pare ben
lontana dall'esser provata) che ogni uso di mollezza derivasse ai Greci
dalla Magna Grecia ossia dall'Italia meridionale; mentre da prima erano
la sobrietà e la parsimonia le doti comuni a tutti gli Elleni. Il fatto
è che quanto più si risale ai tempi remoti tanto più noi ritroviamo,
come è ben naturale, sbandita dalla tavola o piuttosto ignorata da tutti
i popoli la raffinatezza dei pasti quotidiani: i quali si vanno invece
arricchendo di morbide delicatezze a misura che penetrano nelle città la
ricchezza, la coltura e le costumanze gentili.
Da principio il pranzo greco consisteva tutto nel così detto _deipnon_,
in cui nè la quantità, nè la ricercatezza dei cibi erano grandi: ma
mutarono affatto le cose allorchè si aggiunse al _deipnon_ la geniale
appendice del _simposio_, che acquistando sempre col tempo maggiore
importanza divenne infine la parte principale e più desiderata del
banchetto.
Una libazione, la quale si faceva invocando il buon Genio o Igea,
l'Iddia della salute, poneva termine al deipnon e subito un'altra simile
libazione dava passaggio al simposio. A questo venivano invitate anche
persone che non avevano pigliato parte al pranzo, giacchè, come indica
il nome stesso, nel simposio non doveva trattarsi d'altro che di bere, e
perciò appunto venivano recati in tavola cibi eccitanti la sete. Quanto
alla maniera e alla misura del bere, questa veniva per consuetudine
regolata da un simposiarca o re del convito, che veniva eletto a questa
temporaria dignità mediante il sorteggio dei dadi.
E quantunque fosse costume di chiamare barbaro in Grecia chi beveva vino
schietto, quantunque si usasse di mescolare l'acqua al vino nella
proporzione di 3 : 1, tuttavia è da credersi che in sul finire del
simposio nè l'orrore della barbarie, nè la venerazione delle vecchie
costumanze potessero molto su quei Greci eleganti e delicatissimi,
perchè la sala del triclinio non tardava a convertirsi nel teatro di
orgie solenni. Dai piccoli bicchieri il simposiarca ordinava a mano a
mano si passasse ai più grandi, si incrociavano in ogni direzione i
brindisi, si invocavano i nomi delle etére e delle innamorate, e siccome
durante il simposio si rappresentavano azioni sceniche e si succedevano
le danze, ben tosto gli stessi convitati si facevano di spettatori
attori e nella sala tutto era canto e tripudio.
Talora il simposiarca incominciava un brindisi: tutti allora portavano
il calice alle labbra e quindi con un moto uniforme, compassato, al
tempo medesimo, deponevano sulle mense con un colpo sonoro, le tazze.
Altri già ravvisò un avanzo di quest'uso nei moderni _commersen_ degli
studenti tedeschi, e si potrebbe raffrontarlo ancora colla _challenge_
degli antichi Inglesi, la quale non altro era che una disfida al bere
fatta press'a poco nella medesima maniera di quella testè citata.
Ma appunto perchè gli inni allegri, le arguzie e la innocua allegria del
simposio trasmodavano troppe volte in orgie pazze e immodeste, esso fu
vietato da parecchie leggi in alcune città greche e particolarmente
bandito, com'era naturale, dalla rigida Sparta e anche da Creta.
Ma se alcune città lo cacciarono con ignominia, siccome corruttore dei
costumi e ammollitore delle fibre, trovò il _simposio_ ospitalità
veramente regale nella massima fra le città che ebbero fama immensa nel
mondo, in Roma.
Quivi dovette mutare il suo nome, che venne tradotto alla latina in
quest'altro di _comissatio_ o _compotatio_: ma i suoi costumi rimasero i
medesimi se non divennero forse più corrotti e più corruttori. Già sul
finire della repubblica i discendenti di Quirino avevano posto nel più
perfetto oblio le rape famose del Dittatore Cincinnato e la sobrietà
meravigliosa di lui; che anzi si cominciavano ad ornare splendidamente i
triclinii e a render liete le mense di cibi peregrini.
I buoni Romani che poc'anzi avevano trovato prodigiosa la splendidezza
di Cesare il quale aveva lor servito quattro differenti sorta di vino,
arricchivano ora con grave dispendio le cantine da cui ricavavano poi le
anfore del vino opimiano di cent'anni per le orgie della comissatio.
E siccome su 80 località produttrici di vino famoso presso gli antichi,
circa due terzi erano Italiane, così venivano prodigati sulle mense
romane il Sorrentino, il Falerno, l'Albano, il Setino, il Cecubo, il
Massico, il Capuano, il Tarentino, ed altri molti.
Ben presto in Roma la sfrenatezza dell'orgia e l'incredibile fasto dei
prandii non conobbe più limite e basta per esserne convinti leggere
quella fina satira che però dipinge così al vivo il corrotto costume,
cioè il _Convito di Trimalcione_; basta leggere quel che scrive Cicerone
in una delle sue Verrine, in cui paragona la sala del convito dopo la
comissatio a un campo di soldati dopo la battaglia.
Ma io non farò che accennare come non differisse quasi nella forma la
_comissatio_ latina dal greco simposio. Anche nei triclinii romani i
convitati vestivano una tunica speciale, cingevansi il capo e talora
anche i piedi di rose convivali, eleggevano coi dadi il _Rex convivii_.
«_Bene tibi, vivas!_» — gridava un banchettante volgendo il capo al suo
vicino, e questi accoglieva e ripeteva il brindisi, mentre lo schiavo
coppiere stava intento dietro di lui a riempirgli la tazza vuotata. E
altre volte, come abbiamo da Marziale, i convitati si figgevano in capo
di tracannare tanti bicchieri quante lettere aveva il nome della propria
innamorata, e fortunato allora — o disgraziato — chi ardeva per
un'_Amarillide_ o per una _Domitilla_!
Nel vino, secondo che si ricava da Ateneo e da molti altri scrittori,
usavano mescolare sostanze aromatiche, e mastice, e assenzio e fiori e
persin della pece onde il così detto _vinum picatum_, il quale però non
era gran fatto apprezzato; e bevevano anche vino di oltre due secoli,
che per l'estrema vecchiezza si era convertito in una specie di glutine
aderente alle anfore, che veniva sciolto per mezzo dell'acqua bollente.
Non mancavano nella comissatio le rappresentazioni sceniche, ma non pare
che i Romani imitassero i Greci nel pigliarvi parte; o più gravi o più
avvinati o forse meno artisti, si contentavano di farla da spettatori,
finchè l'orgia invereconda non confondesse insieme schiave danzatrici e
liberi cittadini, mime seminude e senatori od equiti romani.
Dopo un certo tempo, per quanto si sentisse infiammata dal desiderio
ognor crescente col crescere dell'orgia, non poteva più la gola, come è
facile intendere, dilatarsi compiacente a ricevere nuove ondate
torrenziali di vino: lo stomaco troppo pieno si ribellava con
irresistibile energia. Non perciò si sgomentavano gli eroici figli di
Romolo; coloro che avevano domato il mondo intero vollero domare anche
l'indocilità del proprio stomaco.
E trovarono la _titillatio_.
Si appartavano in una stanza prossima al triclinio: quivi li aspettava
uno schiavo colla mano armata di una lunga penna dalle barbe rosse. Ed
allora quei conquistatori dell'orbe intero spalancavano innanzi a lui le
loro fauci: lo schiavo vi introduceva con molto garbo la sua penna, la
spingeva con molto garbo fin dentro la gola e leggermente e
delicatamente _titillabat_, titillava... Ad un tratto...
Dio mio, come dire? Ad un tratto il cittadino Romano, felice d'essersi
liberato da una grave angustia che gli gravava lo stomaco, traversava la
stanza a passi molto larghi e tirando in su il lembo estremo della
tunica, e ritornava nel triclinio. Allora poteva bere di nuovo. E
quest'usanza doveva essere assai diffusa, perchè lo stesso Cicerone ne
parla nell'orazione _Pro Rege Deiotaro_ come di cosa affatto naturale.
Nè ciò bastava: ma per accrescere e render perenne la sete ricorrevano
ad altri mezzi ancora. Plinio ne ricorda parecchi: v'era chi mesceva nel
vino della pietra pomice, chi vi aggiungeva (scrive il celebre
naturalista in tono indignato) cose turpi anche a dirsi; alcuni
afferravano a due mani un'anfora e la bevevano d'un fiato per poter
rigettare e quindi bevere ancora, altri si avvoltolavano nel fango come
porci nel brago, altri arrovesciavano con fatica il capo all'indietro
per dilatare il petto e renderlo più capace.
Qual meraviglia che una tal gente disfatta dalle gozzoviglie non
sentisse più nei polsi forza bastante per divincolarsi dalle strette
erculee dei barbari? fra le altre cose, l'Impero d'Occidente era
ubbriaco fradicio: lo urtarono, e precipitò a terra russando.
Allora cominciò veramente un'età nuova: e quanto più s'erano dapprima
gli uomini aggrappati alla vita per succhiarne, per esaurirne tutte le
possibili delizie, tanto più ora la spregiavano come cosa vile e
provocatrice al peccato. Nè certo il vino poteva esser ultimo a provare
gli effetti di questa maledizione scagliata con acre voluttà di
sagrificio contro ogni gioia terrena.
E mi basti citare a questo riguardo quello che fin dal secolo IV
scriveva S. Geronimo ad Eustachio: «Se alcuna cosa in me può essere di
buono consiglio, se all'esperto si crede, questo prima ti ammonisco, che
la sposa di Cristo il vino fugga come veleno».
In quei lunghi secoli di denso ascetismo, in cui però la coscienza umana
si ritempra apprestandosi a gloriose battaglie, ci fa quasi meraviglia
l'udire una voce di allegra e talvolta cinica protesta: e l'inno dei
Goliardi ci giunge come il grido della ribellione alle smodate esigenze
dello spirito, come il primo sintomo d'un risveglio della ragione umana
che ritorna dai nebulosi spazi dell'infinito in sulla terra e ne
riconosce le serene bellezze. E i Goliardi a chi inneggiano
principalmente nei loro canti ove risorge il sentimento della realtà e
della natura? Inneggiano sopratutto al vino di cui noverano le lodi con
entusiasmo troppo caldo e sincero per non essere bello.
Intanto col successivo svilupparsi, specialmente dopo il secolo decimo,
di questo sano elemento per cui gli uomini sono tratti di bel nuovo
verso la terra, altri fenomeni si fanno manifesti nei quali rivive una
traccia del paganesimo che pareva spento e non era. Ed ecco venire in
uso molte feste che ci ricordano press'a poco i Baccanali e i Saturnali
antichi benchè svisati in maschera cristiana per l'introduzione di
elementi parecchi di cui l'origine prima non è ben nota. E tra queste
feste piacemi ricordare la famosa dei Pazzi e degli Innocenti, vera
parodia dell'ufficio divino.
Le monde est plein de fous, et qui n'en veut point voir
Doit demeurer tout seul, et casser son miroir.
E quella non meno celebre dell'Asino innanzi al quale, vestito dei sacri
paramenti, si celebrava una Messa per ingenua empietà singolarissima. In
quest'asino altri ha creduto di riconoscere quello che dopo aver servito
al Cristo nella sua entrata in Gerusalemme, passò, secondo la leggenda,
a Cipro, a Rodi, in Malta e in Sicilia, quindi traversando a zampe
asciutte il mare, a Venezia: nel qual luogo non trovandosi bene pel
clima, venne finalmente a Verona dove morì. Ma c'è pure chi non vede in
lui che l'asinello il quale avendo servito a Bacco nella sua fuga, fu
per ricompensa posto dal Nume a brillare fra le costellazioni nel cielo:
dove, sia detto a conforto dei suoi simili, non pare che splendesse meno
di qualsiasi altra.
Queste feste non mancavano d'essere accompagnate da orgie scandalose che
avevano per teatro le stesse chiese: e benchè i concilii più volte le
condannassero, durarono tuttavia molti secoli ancora.
Del resto, i bagordi nell'interno dei templi erano di vecchia data: e
già nel 364 il concilio di Laodicea proibisce le agapi che aveano
introdotto nelle chiese l'uso dei letti convivali. Seguirono tuttavia,
specialmente nelle feste citate; e noi leggiamo ad esempio nel Rituale
della Chiesa di Santa Maria Maddalena in Besançon, questa regola
espressa da seguirsi al giorno di Pasqua: «Dopo la predica avranno luogo
delle danze nel mezzo della nave del tempio: e finite queste vi si farà
una colazione con vino rosso».
Quanto al lusso delle mense ecclesiastiche qualche cosa già ne
indoviniamo dalle implacabili satire goliardiche: ma assai espressivo in
ogni caso è quanto scriveva circa il 1070 San Pier Damiano dei preti del
suo tempo: «Bramano di arricchire perchè nei bicchieri cristallini
biondeggino mille vini artefatti».
E nel 1149, per citare ancora un esempio, i Canonici di S. Ambrogio di
Milano pretendevano in certi giorni dal proprio Abate una succolenta
refezione con tre portate distinte: «_In prima appositione pullos
frigidos, gambas de vino, et carnem porcinam frigidam. In secunda pullos
plenos, carnem vaccinam et turtellam de clavezolo. In tertia pullos
rostidos et porcellos plenos_».
E se così dimenticavano presso di noi gli ecclesiastici la virtù
dell'astinenza e della mortificazione dei sensi tanto cara ai monaci del
primo medio evo, non è a credere che i laici fosser da meno di loro.
Nel panegirico di un anonimo a Re Berengario, del secolo X, così viene
introdotto un soldato Gallo ad apostrofare gli Italiani: «A che vi
corazzate con le dure armi i petti inerti, o Itali? A voi stanno
piuttosto a cuore le tazze ricolme di vino».
E poichè ho accennato ai convivii per dispendio e per lusso quasi
favolosi dei tempi dell'Impero, mi sia lecito di contrapporre a quel
quadro questa descrizione, che un contemporaneo fa del pranzo dato nel
1395 da Gian Galeazzo in Milano, quando ebbe il titolo di Duca:
«Fu dato ai convitati acqua a le mani stillata con preziosi odori e poi
seguitarono le imbandigioni tutte accompagnate con trombe et altri
diversi suoni, la prima delle quali fu: marzapani e pignocate dorate con
arme del serenissimo Imperatore e nuovo Duca in tazze d'oro con vino
bianco. Deinde pollastrelli con sapore pavonazzo cioè uno per scotella e
pane dorato. Poi porci dui grandi dorati e dui vitelli parimenti dorati.
Inde vi furono portati grandissimi piattelli d'argento et per caduno
pecti dui de vitello. Pezi quatro de castrato. Capretti dui interi,
pollastri quattro, caponi quattro, somata una, salsicci dui e vino
greco. Doppo furono portati altri piattelli di simile grandeza con pezi
quatro de vitello rosto. Capretti dui interi. Lepore due intere.
Piccioni grassi sei. Poi pavoni quattro cotti et vestiti. Orsi due
dorati con sapore citrino. Doppo furono portati altri grandissimi
piattelli d'argento con fasani quattro per caduno vestiti. Conche grandi
di argento con un cervo intero dorato. Daino uno dorato e caprioli due
con gallatina. Poi piattelli come di sopra con non poco numero di
quaglie e pernici con sapore verde: poi torte di carne dorate con pere
cotte. Dopo fu data acqua a le mani facta con delicati odori a li quali
seguitava pignocate in forma di pesci inargentate. Poi pani inargentati.
Limoni siropati inargentati in taze. Pesce arrostito con sapore rosso.
Pastelli de anguille. Poi piattelli grandi de argento furono portati con
lamprede e gallatina. Trute grande con sapore nero. Indi torte grande
verdi inargentate, mandorle fresche, vino legiero, malvasia, persiche e
diversi confetti a varie foggie»^[III-5].
Dopo non fu più portato nulla.
E sul vino e sui diversi usi in cui esso ha parte larghissima, molto mi
resterebbe a dire se non temessi di abusare dell'attenzione del mio
uditorio. Accennerei volentieri a quelle famose storiche proibizioni che
sempre furono e in ogni luogo deluse, ad onta delle minaccie e anche
delle pene più crudeli. Per cautela igienica Maometto l'aveva vietato ai
suoi Musulmani, ma nello stesso tempo descriveva loro il seducente
paradiso delle Uri dove i beati potranno dissetarsi ai torrenti di vino
che scorrono per i boschetti di eterna primavera. I Musulmani però
vollero pregustare quelle delizie anche sulla terra; a nulla valsero le
frustate, a nulla il piombo liquefatto versato nella gola del bevitore,
a nulla la stessa morte: tuttavia si bevette. I sultani fecero abbattere
ogni spaccio di vino, ne distrussero dalle fondamenta i depositi, fecero
gittare in mare i carichi d'uva, ma tutto fu vano: si bevette sempre.
Volentieri vi parlerei dell'uso che avevano i Germani di deliberare
sedendo a tavola tra i bicchieri, e della specialissima benedizione che
gli Ebrei danno al pane e al vino coprendo sulla mensa ogni altra
vivanda, e dell'allegrezza di cui è segno il vino versato in sulla
tovaglia e di altri usi parecchi. Ma mi contenterò, poichè ho parlato da
principio anche di un vino moralista, di discorrerne per bocca della
stessa Sapienza:
«Date il vino a quelli che sono in amaritudine d'animo, acciocchè beano
e dimentichino la loro miseria».
_Proverbi XXI._
«Allegrezza d'animo e di cuore è il vino ammodatamente bevuto: sanità
d'animo e di corpo il vino temperatamente bevuto».
_Ecclesiastico._
E udite finalmente il Salmo 75:
«Un nappo è nelle mani del Signore e il vino è rosseggiante: è colmo che
ne trabocca e si diffonde. Ma tutti i malvagi della terra non ne
succieranno che le feccie».
Possiate voi dunque, o signori — è il moralissimo augurio col quale vi
ringrazio dell'attenzione benigna — ignorare mai sempre il gusto della
feccia e non bere per tutta l'eternità che dello schiettissimo vino.
[III-1] Apprendo che quest'uso vige ancora presentemente nelle Marche: e
si crede che i bambini così lavati si fortifichino specialmente nelle
ginocchia.
[III-2]
Del tempio nella parte più romita
Dei ministri le menti di sè piene
Non così Febo incita,
Non il padre Lieo, non Dindimene,
Nè i crotali sonanti
Batton con tanta furia i Coribanti,
Con quanta le sdegnose anime invade
L'ira.
_Traduzione di_ D. PERRERO.
[III-3] Vedi ERODOTO, libro II, _passim_.
[III-4] Cfr. A. MÉRAY, _La Vie au temps des libres prêcheurs_.
[III-5] B. CORIO, _Storia di Milano_. Anno 1395.
_M. LESSONA_
—
I NEMICI DEL VINO
(_Conferenza tenuta la sera del 2 febbraio 1880_).
I nemici più pericolosi sono i nemici piccoli. Il leone è scomparso da
molte plaghe della terra cui prima infestava, i coccodrilli e gli
ippopotami, col moltiplicarsi dei piroscafi lungo il Nilo in Egitto, si
sono ritirati al disopra delle cateratte: da lunga pezza il lupo è
scomparso dalle Isole Britanniche, come è quasi scomparso oggi dal
Piemonte dove abbondava ancora sul principio del corrente secolo: sono
scomparsi dal Piemonte i cignali, sono scomparsi gli orsi, i quali,
quattro o cinque secoli or sono, erano in così gran numero che la loro
carne aveva sul mercato di Lanzo il suo prezzo corrente come quella di
capra.
L'uomo, che fa scomparire dalla terra le bestie feroci, non è riuscito a
liberarsi dai topi: in certe annate i topi campagnuoli si moltiplicano
così straordinariamente che distruggono le messi: in Germania lo
Hamster, talvolta venuto così strabocchevolmente a moltiplicarsi, fa
egli stesso il raccolto del frumento, e al povero mietitore non rimane
altro che andare a ricercare nelle tane del formidabile rosicante il
frumento che questo vi ha nascosto.
Or sono pochi anni un naturalista tedesco, il quale aveva tutta la sua
vita studiato i mezzi più efficaci per distruggere gl'insetti nocevoli,
e sovratutto quegli insetti che riescono più nocevoli in istato di
bruco, andava ad un congresso in una grande città ove dovevano convenire
dai punti principali della Germania altri naturalisti e agronomi
segnalatissimi per proseguire tutti concordemente nell'opera della
distruzione degli insetti nocevoli. Il naturalista dormicchiava in una
carrozza di prima classe, meditando un discorso che doveva improvvisare,
quando il convoglio prese a rallentare la sua corsa e finalmente si
fermò: era causa della fermata uno stuolo di brucolini innumerevoli come
le arene del mare e le stelle del firmamento, che per passare da un
tratto di terreno coltivato, donde avevano fatto scomparire fino
all'ultimo filo d'erba, ad un altro tratto al di là della ferrovia,
avevano dovuto attraversare questa, e il convoglio era arrivato loro
sopra appunto mentre facevano la traversata. L'immenso untume sotto le
ruote dei bruchi schiacciati impediva lo andare del convoglio. Il
naturalista arrivò in ritardo al congresso, ma in tempo tuttavia per
leggere una dotta memoria approvata unanimamente dai membri presenti,
intorno ai modi più efficaci di distruggere i bruchi nocevoli alle
piante coltivate.
Questi danni spaventosi avvengono appunto in Germania, dove le
pubblicazioni dirette ad ammaestrare i coltivatori intorno ai modi di
liberarsi da questi loro nemici sono più numerose, dove il Governo se ne
preoccupa costantemente, e gli studi zoologici sono meglio in fiore, e
(me lo ha detto anche un dotto tedesco) i professori sono più segnalati
ed eccellenti che non in qualsiasi altra parte del mondo.
I nemici dell'agricoltura sono i più dannosi all'uomo, perchè, in
sostanza, l'agricoltura è la grande base d'ogni umana associazione. Io
devo qui parlare dei nemici della vite, pianta che nell'agricoltura
tiene un così grande posto, e intendo parlare dei nemici che hanno il
loro posto nel regno animale, regno del quale io mi devo professare
suddito di buon volere. Anche per la vite, come sempre, i nemici piccoli
sono i più pericolosi, e i grossi quelli che in sostanza finiscono per
recare minor danno.
Il mio collega professore Cossa nella sua lettura intorno alla chimica
del vino domandò a se stesso se fra i nemici della vite io avrei
compreso anche l'uomo. Ho veduto molte volte l'uomo nemico delle viti,
sovratutto delle viti del sindaco nei villaggi: nei villaggi, non in
Torino, dove prosperano sulla collina le viti del nostro sindaco
diletto: ma la domanda si risolve in quest'altra: L'uomo è un animale e
deve prender posto nei trattati di zoologia? Linneo collocava l'uomo
primo fra i primati, in capo al regno animale, e distingueva due sorta
d'uomini, l'uomo sapiente e l'uomo selvatico; ma fra i primati collocava
anche le scimmie, e fin qui la cosa, se fa pena a molti, non fa poi
tanta meraviglia; ma vi collocava anche i pipistrelli, ciò che è più
inaspettato: l'uomo, le scimmie e i pipistrelli son collocati da Linneo
in sedie chiuse e il resto degli animali in platea: nel corrente secolo
si volle portare l'uomo in un palco di primo ordine a guardare col
cannocchiale ora in platea, ora sul palco scenico, e fu proposto di
costituire il regno umano al disopra del regno animale, separato e
spettatore di esso. In un trattatello tedesco intitolato _Zoologia
comica_, a raffigurare la principale differenza tra l'uomo e gli
animali, il primo, _Homo sapiens_, è rappresentato con un _chop_ di
birra in mano. Io posso oggi lasciar fuori questa quistione, per quello
che riguarda i nemici della vite, e tacermi intorno all'uomo e dire
soltanto degli animali, essendo compito mio lo studio degli animali e
non quello degli uomini: compito meno grave, perchè assai più che non
quello degli animali è difficile lo studio dell'uomo e sovratutto della
donna.
La volpe ama l'uva, e una popolarissima favola ne fa testimonianza: il
cacciatore a mezzo della notte impugna sovente lo schioppo e va pei
vigneti attratto dallo squittire della volpe sotto i filari; ma la volpe
preferisce tuttavia le galline, e l'uva prende per frutta. Qualche altro
mammifero carnivoro vien segnalato dai contadini siccome non avverso ai
grappoli, ma è cosa di pochissimo conto.
Gli uccelli beccano i grappoli maturi: il mio maestro di quinta mi
raccontava di un pittore greco che aveva dipinto un grappolo d'uva con
tanta naturalezza che gli uccelli ingannati andavano a beccarlo, ciò che
certo non riescirebbe a far oggi il pittore più ardente della scuola
realista. Forse gli antichi pittori greci avevano la cosa senza la
parola; ma è anche possibile che gli uccelli greci antichi fossero meno
degli uccelli moderni conoscitori in fatto d'arte. Sostanzialmente
tuttavia non si può togliere agli uccelli il merito di giovare alle viti
distruggendo insetti e bruchi nocevoli. Sopra questo fatto vero i
naturalisti da tavolino e gli agronomi da accademia hanno ricamato una
serie sterminata di periodi in favore degli uccelli e considerando la
cosa per un solo verso finirono per cadere nello esagerato e nel falso,
sebbene il punto di partenza sia vero: ma altre verità stanno accanto a
questa, le quali trascurate conducono all'errore.
Nella schiera dei rettili, le innocenti lucertole, i ramarri e gli
orbettini sono da considerare come amici della vite, perchè distruggono
i nemici di essa, insetti, limacce e chiocciolette: è ciò che non toglie
che questi abbondino a malgrado dell'abbondare dei primi, perchè dove
sono più i divoratori è anche maggiore il numero dei divorati, e tutti a
vicenda si divorano per mantenere quel famoso equilibrio che consiste in
una grande e continua distruzione, tanto ammirato dall'uomo che divora
sempre ed è raramente divorato.
Il professore Arturo Graf ci ha parlato di un gran serpente grosso e
lungo al di là di ogni immaginazione, che, avvolto intorno ad una
montagna in gran parte sommersa e preso da uno degli estremi del suo
corpo, fu adoperato a frullare il mare per convertirlo in vino: ma ebbe
cura egli stesso di dirci che quel serpente non era registrato nei libri
di zoologia. Le serpi nostre non hanno quasi che fare colla vite:
ingoiano sovente uccelli e rane, animali distruggitori d'insetti, e
nuociono così alla vite cui tali insetti riescono dannosi; talora
divorano gl'insetti medesimi e le limaccine e riescono utili; ma il
servizio e il danno son così piccoli che non franca la spesa tenerne
conto.
Nemici più piccoli e più dannosi sono i molluschi: le chiocciolette e le
limaccine strisciando dal suolo su pei tronchi vanno a divorare le gemme
e le foglie: tuttavia il danno che questi molluschi arrecano alle viti
non è mai quale è quello che recano agli ortaggi, ai cavoli, alle
insalate: negli orti talora si viluppano le limaccine
abbondantissimamente in certe annate, e fanno grandissime devastazioni:
ciò non avviene per le viti, sulle quali il loro numero non aumenta
considerevolmente da un anno all'altro, e non è mai tale da recare danni
veramente gravi.
Nemico più piccolo e più numeroso è un acaro: questi animalucci, che
vivono sulle foglie della vite, sono stretti parenti e hanno in tale
qualità una grande somiglianza con quegli animaletti dello stesso nome
che vivono sulla pelle dell'uomo, vi si scavano entro canaletti, passano
facilmente da un individuo all'altro, e costituiscono la malattia della
rogna. L'acaro della vite (_Acarus vitis_) sta sulla pagina inferiore
delle foglie di questa pianta, vi fa sopra una finissima tela e le
intacca per modo che appaiono poi chiazzate di giallo sulla pagina
superiore: questo danno è poco tuttavia, sovratutto perchè si produce
tardi nell'estate, quando è già l'uva matura. Questo acaro del resto ha
vicino a sè il suo nemico che lo tiene in freno rispetto al soverchio
moltiplicarsi, e questo nemico è pure un parente, un membro della
famiglia. Sistematicamente l'acaro che divora quello della vite
appartiene ai _trombidii_ e vien chiamato dai naturalisti _Trombidium
holosericeum_. Questo si mostra in aspetto d'un punto di un bel rosso
vivo, che i contadini conoscono, che trovano sovente sulle pietre al
piede della vite, e l'alpinista scorge sulle rocce in montagna, e nella
campagna di Torino è fra i primi a mostrarsi in primavera e fra gli
ultimi a scomparire in autunno: anche in inverno, smovendo la terra al
piede di un albero o di un muro, è facile trovare questo bel punticino
rosso vivente. Del resto, se la vite ha un acaro nemico, ne conta molti
amici, perchè son parassiti d'insetti che le recan danno: la stessa
filossera, la terribile filossera, ha un acaro che la divora.
Fra tutti gli animali, i nemici più pericolosi della vite, più terribili
ed in maggior numero sono gl'insetti, come sono di tutte le altre piante
coltivate dall'uomo. Gl'insetti sono naturalmente in sommo grado fecondi
ed è grandissimo il numero delle uova e delle larve che vengono da una
sola femmina, grandissimo sempre, ma in certe specie poi veramente
sterminato. Un numero grande di cause ed azioni molteplici concorre a
far sì che moltissime fra le uova deposte non si schiudano, e più ancora
che un numero assai maggiore di larve non arrivi all'ultima
trasformazione: anche qui, anzi qui più che mai, son molti i chiamati e
pochi gli eletti. Queste cause distruggitrici operano variamente: in
qualche annata avviene che l'azione di queste cause contrarie si fa meno
sentire ed opera invece inconsuetamente una qualche causa od un
complesso di cause favorevoli rispetto allo sviluppo d'una data specie:
tutto ciò senza che l'uomo nulla sappia, nè possa prevedere. Allora
questa specie si sviluppa così strabocchevolmente che invade e devasta
per un gran tratto di paese quelle piante che predilige, e quando non ha
più nulla da rodere sopra queste piomba su altre che prima sempre aveva
lasciato in disparte, e queste pure devasta e divora. Ciò fa che la
lista degl'insetti nemici di una data pianta quale noi la facciamo oggi,
può non essere più esatta domani: una specie d'insetti che non ha mai
intaccato la vite, ma sempre s'è attenuta ad un'altra pianta, quando
quest'ultima le venga a mancare, può invadere la prima e recarle gravi
danni. Gl'insetti oggi innocui alla vite possono riuscirle dannosissimi
domani.
Qualche anno fa, l'anno 1874^[IV-1], gli olmi del contorno di Torino
erano brulli e senza foglie: i viali non avevano più ombra, i rami nudi
come a mezzo dell'inverno; nè solo nel contorno di Torino, ma per tutto
il Piemonte: era una specie di coleottero (_Galleruca calmariensis_) che
c'è tutti gli anni, ma in moderate proporzioni per modo da passare
inavvertito, che quell'anno s'era sviluppato così sproporzionatamente. —
Un fatto analogo si osservò pure poco tempo fa in Torino stessa. Una
specie d'insetto, appartenente ai Rincoti (_Arocatus melanocephalus_),
nella primavera del 1877 si sviluppò in così grande numero sugli olmi di
una regione della città da invadere le case vicine, con grave incomodo e
molestia degli abitatori delle case stesse^[IV-2].
La medesima cosa avviene in ogni parte, ora di questa ora di quella
specie, per cui l'uomo non è mai sicuro: l'agricoltore coltivando una
data specie di piante, o poche specie e non più, per una grande distesa
di terreno e togliendo via ogni altra vegetazione sviluppa
necessariamente, fatalmente, quegli insetti che si nutrono delle piante
ch'egli coltiva; porgendo ampio pascolo al suo piccolo nemico, l'uomo ne
favorisce inesorabilmente la propagazione. L'uomo, che fa questo
fatalmente ed inconsapevolmente, cerca la causa del male, invece che in
se sesso, al difuori, e accusa lo scarseggiare degli uccelli del
soverchio moltiplicarsi degli insetti. Da una ventina d'anni a questa
parte, nelle scuole di agronomia e di storia naturale, nelle accademie
di agricoltura, nei libri, pei giornali, si ripete la stessa querimonia
dello scarseggiare degli uccelli e dello straboccare degli insetti; ma i
naturalisti entomologi cominciano a parlare in modo diverso, e due
valentissimi italiani, tutti e due morti da poco, il Rondani e il
Ghiliani, furono i primi a dimostrare la vanità di questo asserto: la
loro voce fu dapprima inascoltata, ma oggi, anche presso le altre
nazioni, gli uomini che conoscono l'argomento tengono lo stesso
linguaggio, sebbene molti membri delle accademie di agricoltura seguano
a tenere il linguaggio antico.
Sia adunque per la loro fecondità normale, sia per l'effetto di cause
che fanno sì che arrivino fino alla loro trasformazione in certe annate
in numero maggiore del consueto gl'individui d'una data specie, sia
perchè una specie, mancandole l'alimento che predilige, imprende a
pascersi di una specie vegetale che prima lasciava illesa, sia per le
migrazioni che trasportano talora sopra una contrada da lontanissime
plaghe stormi innumerevoli d'insetti affamati, l'agricoltore non è mai
tranquillo, e non è mai tranquillo il viticoltore.
Io riferisco qui l'elenco degli ordini in cui si divide la classe degli
insetti, seguendo le classificazioni del Claus, autore oggi preferito
generalmente e giustamente nelle scuole superiori: