INDICE

A. GRAF. — _La leggenda del vino_ _Pag._ 1

A. COSSA. — _La chimica del vino_ » 39

CORRADO CORRADINO. — _Il vino nei costumi dei popoli_ » 69

M. LESSONA. — _I nemici del vino_ » 105

S. COGNETTI DE MARTIIS. — _Il commercio del vino_ » 167

G. ARCANGELI. — _La botanica del vino_ » 205

A. MOSSO. — _Gli effetti fisiologici del vino_ » 249

G. GIACOSA. — _I poeti del vino_ » 283

G. BIZZOZERO. — _Il vino e la salute_ » 329

C. LOMBROSO. — _Il vino nel delitto, nel suicidio e nella » 371

pazzia_

EDMONDO DE AMICIS. — _Gli effetti psicologici del vino_ » 443

_A. GRAF_

—

LA LEGGENDA DEL VINO

(_Conferenza tenuta la sera del 12 gennaio 1880_).

_Signori_,

Voi sapete che la Terra, negli anni della più fiorente sua giovinezza,

fu coperta, la massima parte, da immense foreste impenetrabili, più

vaste assai e più selvagge che quelle non sieno, le quali ingombrano

tuttavia il bacino del Rio delle Amazzoni nell'America meridionale, o

del Congo in Africa. In simile modo i primi stadii della storia della

umanità appaiono coperti, lasciatemi dir così, da una folta boscaglia

intellettuale, vivace e lussureggiante vegetazione di miti, sogni

giovanili della mente umana, figurazioni iridescenti, splendenti di

colore e di luce.

Sotto a questa varia e prestigiosa vegetazione si occultano tutti i

nostri principii, le nostre antichissime origini: prime religioni, primi

costumi, primi dolori coevi all'esser nostro, primi passi faticosi

mutati sull'ardue vie dell'incivilimento. Nè solo il mondo umano, ma la

natura ancora vi si occultò: tutta la natura un tempo fu assunta nel

mito.

Se ebbe il suo mito la folgore che squarcia la nube, l'onda del torrente

che fugge; se dalle stesse rupi sbocciarono mitici fiori, tutti

olezzanti di silvestre poesia, come non avrebbe avuto la sua mitica

fioritura la vite, la vite, da cui tanto bene e tanto male deriva nel

mondo, la vite che tanta parte ebbe nelle religioni, nei costumi, nella

poesia, ch'ebbe, ed ha tuttavia tanta parte, o signori, nella stessa

politica? Più della quercia sacra a Giove, più dell'alloro sacro ad

Apollo, la vite doveva avere le sue leggende e i suoi miti.

Ma quale farraggine qui ci troviamo dinnanzi! che viluppo, che miscuglio

d'immaginazioni e di cose! Come mai potè mettere tante propaggini questo

legno fatale? Non un vigneto, ma un bosco gli è questo, pieno d'alberi

strani; da che parte entrarvi, come traversarlo, come uscirne? Cerchiamo

la via più breve, e, se tanto ci sarà conceduto, più dilettevole.

Di mezzo al fitto intreccio dei miti, di tra le dipinte fantasie che a

vicenda si suscitano e si richiamano, fuor dal fermento di una poesia

che bulica e brilla come il licore di che si genera, sorge e spicca un

pensiero: il vino ebbe origini soprannaturali e divine.

Ma forse taluno qui potrebbe riprendermi e dire: Come divine? non

pertutto, non sempre. Noè non fu egli un uomo?

Signori; una scienza nata appena nel mondo, ma già divenuta assai

frammettente e pettegola, dico la mitologia comparata, crede d'aver

tanto in mano da dimostrare che nei tempi dei tempi Noè fu un semidio,

come tale adorato in alcuna religione dell'Asia, e ridotto alla

condizione di semplice adamita il giorno in cui fu attratto nell'orbita

delle tradizioni mosaiche, dove per i semidei non c'era più posto. Ma

poniam pure che la mitologia comparata abbia torto, e concediamo che il

vecchio Noè non fu mai altro che un uomo; ad ogni modo bisognerà

confessare che fu un uomo singolarissimo. Egli vive 950 anni, età che, a

dispetto della ginnastica e dell'igiene, da un pezzo in qua più non si

riscontra sui registri dello stato civile^[I-1]; egli è il solo che,

insieme con la sua poca famiglia, sia sembrato degno di sopravvivere

alla universale distruzione del genere umano. Poi, se non mentono le

storie autentiche ch'io avrò a ricordare fra breve, egli fu di statura

di giganti. Finalmente, per tagliar corto a questo ragionare, se nella

fabbricazione del vino, di cui egli fu glorioso inventore, non ebbe

parte diretta nessun iddio, v'ebbe parte direttissima il diavolo, come

con irrefragabili prove dimostrerò fra poco. Comunque si prenda a

considerare la cosa, nelle origini del vino ci si scopre sempre alcun

che di soprannaturale e d'arcano.

Volgiamoci all'Asia, alla gran madre dei miti e dei popoli. Che cosa

troviam noi negli antichissimi libri dell'India che possa soddisfare

alla curiosità nostra? Noi troviamo un licore inebbriante, _amrita,

soma_^[I-2], dotato di maravigliose virtù, dispensatore di vita e

d'immortalità, oggetto di venerazione fra gli uomini, cagion di contesa

e d'invidia tra' numi. La poesia dei Vedi n'è tutta madida e profumata.

Delle sue origini celesti e terrestri si dicono maraviglie, che van

crescendo come il tema glorioso migra dai libri sacri alle vaste epopee.

Nel Râmâyana udite che cosa si narra.

I figliuoli di Diti e di Aditi desideravano l'immortalità: che fare per

conseguire l'intento? Consigliatisi insieme essi risolvono di frullar

l'oceano; l'acque frullate daranno l'amrita. Si pongono all'opera:

traboccan nell'onde il monte Mandara, ci ravvolgono attorno il serpente

Vasuki a guisa di corda, e cominciano a tirar dall'un capo con quanta

n'han nelle braccia. Si svolge la fune viva, il monte ruota sopra se

stesso come una trottola e diguazza l'oceano a quel modo che si fa del

latte nella zangola per levarne il burro. Dopo mill'anni il serpente,

venutogli a noia il giuoco, si mette a sputare un veleno che consuma il

mondo; il dio Siva soccorre trangugiando le pestifere bave. Dopo mille

altri anni escon dall'onde portenti precursori dell'agognato

trasmutamento: il medico Dhanvantari, le ninfe Apsarase, Surâ o Varuni,

la dea del vino e dell'ebbrezza^[I-3], il cavallo Uccaihçravas, la gemma

Kaustubha, il dio Soma, la dea Çrî. Dopo un terzo frullamento l'acque

coagulate danno l'amrita; i figliuoli di Diti e di Aditi, cioè i demoni

Asuri e gli dei combattono pel suo possesso. Da ultimo gli dei trionfan

dei demoni^[I-4].

Al soma e all'amrita degl'indiani corrispondono l'haoma degl'Irani e

l'ambrosia dei Greci sino nel nome, e corrisponde per molti caratteri

l'ôdhörir della mitologia germanica; ma se il tempo ci concedesse di

allargar tale esame noi potremmo trovare nelle memorie religiose di

molti popoli questa mitica immaginazione di una bevanda inebbriante che

fa trionfare della morte e del tempo, sino a quella famosa fontana di

giovinezza di cui tutto il medio evo sognò, e che al Prete Gianni

fortunato suo possessore, prolungava senza misura la vita^[I-5].

Dall'India alle coste occidentali d'Europa corrono da circa cento gradi

in longitudine, e pure su tutta questa vasta parte di mondo si stese un

tempo il culto di Dioniso, o Bacco che dir lo vogliate. Io non vi

rinarrerò la storia del più giocondo e amabile Dio dell'Olimpo greco.

Chi non sa ch'egli è figliuolo di Giove e di Semele, che uscito anzi

tempo dall'alvo materno il padre lo custodì entro la propria coscia

tutto il tempo che ancora mancava alla gestazione perfetta, che

sottratto all'odio della gelosa Giunone crebbe in bellezza e fortezza,

che sposo d'Arianna generò figliuoli e per l'indole e per il nome degni

di lui? Naturalmente benevolo alla razza degli uomini egli volentieri

disertava per la terra l'Olimpo, ed erano sue compagne le Muse e le

Grazie. Chi vi potrebbe ridir tutti i nomi onde lo chiamarono e lo

celebrarono i mortali da lui beneficati? Udite come un nostro poeta ne

pone insieme parecchi:

Un Dio, non mica un Dio

Della plebe selvaggia degli Dei,

Ma fra i più furibondi il più indomabile.

Il più fiero e formidabile:

Vidi il nume Bassareo,

Euchioneo, Dirceo, Melleo,

Semeleo, Cadmeo, Briseo,

Nittileo,

Agenoreo,

Il feroce, l'indomito Lieo^[I-6].

Il più bello dei suoi nomi è Lieo, cioè Liberatore.

Molto si favoleggiò delle sue origini, più delle peregrinazioni. A dir

di alcuni egli aveva passato la fanciullezza in un'isola incantata,

degno principio di vita così gloriosa^[I-7]. Varii paesi si disputarono

il vanto d'avere proprio da lui appresa l'arte di spremere il vino

dall'uve, e in Tiro si celebrava ogni anno una festa in memoria solenne

del benefizio. Che venisse in Italia sarebbe da credere senza bisogno di

prove, quando non si trovasse detto e confermato da scrittori

gravissimi, tra gli altri da Sofocle^[I-8]. Del resto egli corse da

conquistatore presso che tutta la terra allora conosciuta, imponendo

senza fatica ai popoli la grata sua signoria ed il culto giocondo. In

ciò egli si rassomiglia all'egizio Osiride, il quale anch'esso inventò

il vino e corse la terra. Nè la somiglianza si ferma a tanto, ma si

stende a molt'altre operazioni, a molti caratteri. Così Dioniso, come

Osiride, si vantano della invenzion dell'aratro, dell'agricoltura, di

molte industrie profittevoli all'uomo; essi sono gl'iniziatori della

civiltà^[I-9]. Considerate il senso profondo di tuttociò: le divinità

inventrici del vino istituiscono il genere umano; la storia civile è una

propaggine della vite. Potrei confortare quest'asserzione d'innumerevoli

esempii e di convincentissime prove; mi contenterò di ricordare che

l'iranico Scemscid, l'epico eroe di Firdusi, è a un tempo medesimo

l'institutore della civiltà e l'inventore del vino, secondochè dallo

storico persiano Mircondi, con critica inappuntabile, si afferma, si

documenta e si prova.

Ma il vino d'onde uscì, d'onde uscì la vite? Nelle origini di queste

cose è egli possibile che non vi sia alcunchè di stravagante e di

recondito? Non debbono cose di tanta eccellenza trascendere i poteri

della natura? Arduo problema che suscitò molte disparate opinioni.

Che l'amrita stillasse dalle nuvole raffigurate nel mito quali vacche

celesti, o si formasse dell'acqua del mare sbattuta da braccia divine,

io non ci ho nulla in contrario; ma nessuno potrà farmi credere mai che

altrettanto accadesse del vino. Nè varrebbe citarmi i luoghi di poeti

dove si afferma che dall'Oceano profondo uscirono tutte quante le cose

create; nè varrebbe allegarmi l'opinione di quel linfatico filosofo

Talete che sosteneva l'acqua esser l'ottima delle cose e principio primo

di tutte; opinione da cui forse recedette alquanto un giorno che, per

guardar troppo al cielo, e non abbastanza ai suoi piedi, capitombolò in

un pozzo. Principio di tutte le cose, si può concedere; del vino, si

nega.

Tra il vino e l'acqua fu sin dalle origini una sorda rivalità, che, con

l'andar degli anni si mutò in nimicizia acerba e rabbiosa. Per tutto

dove si affrontano, la contraddizione prorompe. Noè inventa il vino dopo

il diluvio, e Diodoro e Nonno affermano lo stesso di Bacco; così che si

può dire ch'esso viene al mondo per ragion di reazione, quando gli

uomini stanchi e fastiditi di quella insipida e soperchiante umidità, ne

bramano un'altra più gradita e più rara. Nel medio evo i due rivali

vengono a guerra aperta, e non v'è contumelia, non calunnia, non

ischerno di cui non si servano per discreditarsi a vicenda, per farsi

segno l'un l'altro all'abominazione dei popoli. La poesia è tutta piena

dei loro clamori; non v'è letteratura in Europa che non possegga nelle

_dispute_, nei _contrasti_ e nelle _contenzioni_, i documenti autentici

di quell'epica nimistà. In un contrasto latino del secolo XIII, il vino

afferma d'essere dio:

Ego Deus, et testatur

illud Naso, per me datur cunctis sapientia;

e vitupera l'acqua chiamandola feccia e sentina delle cose:

Tu faex rerum et sentina^[I-10].

Indarno la caritatevole premura degli osti cercò in tutti i tempi di

comporre queste antiche discordie; la coscienza umana protestò contro la

violenza che da essi per fin di bene si volle fare alla natura. Tutta

l'umana famiglia, tolta la sola specie o varietà degli osti, favorì la

separazione, e parteggiò per il vino, lasciandosi andare a immaginar

qualche volta la totale disfatta dell'acqua e l'allargamento della

potestà del vino sopra gli antichi dominii di lei. D'onde quel desiderio

vagamente qua e là espresso nella poesia col tono di chi quasi si

sgomenta della sublimità delle proprie immaginazioni: Oh, se le fontane

versassero vino, e fossero vino i fiumi e vino il mare! D'onde il mito

delle Enotropre, figlie di Anio, che avevano la virtù di mutar l'acqua

in vino.

Ma torniamo alle mirabili origini. Credettero alcuni che la vite fosse

nata da una goccia di sangue divino caduta sopra la terra. Altri

pensarono poi ch'essa fosse in origine un giovinetto amasio di Bacco

trasformato in pianta. Secondo un altro mito greco, che si riscontra con

un mito egizio, il vino sarebbe venuto dal sangue dei giganti. Il meth,

bevanda inebbriante delle saghe settentrionali, si fa a dirittura

derivare dal sangue di Quasir il più savio di tutti gli dei. L'acqua,

ingelosita di così gloriose origini, non volle stare al disotto, e un

mito egizio fa derivar l'oceano dal sangue di un gigante, e lo stesso fa

un mito germanico.

Non la finirei più se dovessi entrare a discorrere, come richiederebbe

il soggetto, del culto di Bacco e delle feste e dei riti che a quello

andavano congiunti. Ricorderò solamente che dalla liturgia dionisiaca

venne fuori la tragedia greca, come dalla liturgia cristiana appo noi

venne fuori il mistero. Ricorderò ancora che di quante feste si

celebravano un tempo in Grecia ed in Roma in onor degli dei quelle

consacrate a Bacco erano le più popolari e gradite. In Grecia le

principali feste dionisiache formavano un ciclo, e si succedevano a non

lunghi intervalli dal decembre sin oltre l'aprile. Ci si distinguevano

le dionisiache campestri, le lenaje, le antesterie, le grandi

dionisiache cittadine. Che il vino ci dovesse entrare per molto

s'intende di leggieri. Nelle antesterie si bandiva una gara tra

bevitori, ed era premiato chi votava con più disinvolta prontezza la

giara colma di vino novello. Le grandi dionisiache duravan sei giorni e

richiamavano in Atene, da tutta la Grecia, un popolo sterminato. Una

legge d'Evagora, della quale Demostene ci ha conservato il testo,

ordinava che, durante quei giorni sacri alla giocondità, non si

accogliessero dai giudici reclami per debiti, non si eseguissero

sentenze, non si privasse nessuno della libertà. In Roma Bacco era

festeggiato nelle _liberalia_.

Taccio del culto secreto, dei misteri, a cui la fanatica stravaganza e

l'indecenza di certi riti procacciarono una infame celebrità. In Roma i

_baccanali_ diedero luogo a tali eccessi, che il senato dovette

promulgare contr'essi, nell'anno 186 avanti Cristo, una severissima

legge.

Fra i riti e le pratiche del paganesimo che un pezzo ancora dopo l'epoca

di Costantino più pertinacemente resistono al cristianesimo trionfante,

quelli che si riferiscono al culto di Bacco tengono molto probabilmente

il primo luogo. Nel VI secolo le feste di Bacco tuttavia si celebrano in

Gallia, e certo non in Gallia soltanto^[I-11]. Ora, nella vecchia

religione pagana il cristianesimo non detestava tutto con lo stesso

fervore, nè tutto combatteva con lo stesso zelo. C'erano in essa alcune

parti che meno apertamente contraddicevano al suo spirito austero, e

dalle quali non poteva venire gran danno. C'erano divinità, come Apollo

e Minerva, che potevano predisporre gli animi alla virtù, e ad una

intuizione severa della vita, quale il cristianesimo desiderava

naturalmente; e c'erano divinità come Venere e Bacco, che traevano alla

licenza, e favorivano la corruzione del costume, offendendo nel più vivo

quella religione novella, che appunto con la universale riforma del

costume si annunciava nel mondo. Così non ci parrà soverchio il rigore

di quel Teodoto, vescovo di Laodicea, che scomunicò senza altro un

presbitero e un lettore della chiesa soggetta alla sua giurisdizione per

aver assistito alla recitazione di un inno a Bacco fatta dal sofista

Epifanio.

Il cristianesimo traeva alcune figure dal mondo delle finzioni pagane e

le allogava tra i simboli suoi. In due pitture delle catacombe di San

Callisto in Roma, e sopra altri monumenti dell'arte cristiana più antica

si vede Cristo raffigurato sotto le sembianze di Orfeo. Ora Orfeo poteva

servir di tipo a Cristo, ma certo non poteva accadere altrettanto di

Bacco.

Assai scarse per conseguenza sono nell'arte simbolica cristiana le

figurazioni desunte dal culto di questa divinità. S'incontrano alcuna

volta sopra i sarcofaghi, ma per eccezione e certo fu esempio poco

imitato. Fra le eccezioni è curioso trovare l'urna funerale di Costanza,

figlia di Costantino, urna che mostra scolpiti nel porfido bacchici

emblemi, e si conserva a Roma nel museo Pio-Clementino. Per ragione di

quegli emblemi l'urna, ancora nella seconda metà del secolo XVII, si

credeva da molti fosse stata la propria tomba di Bacco^[I-12].

Tuttavia si vuol ricordare che la vite fu ricevuta fra i simboli del

cristianesimo, e vi tenne anzi luogo molto onorevole. Nella Sacra

Scrittura la sapienza è, con molta sapienza, paragonata alla vite, e

Cristo dice per bocca di San Giovanni: lo sono la vera vite, e mio padre

è il vignajuolo; io sono la vite, e voi siete i grappoli. Nei mosaici di

cui risplendon gli amboni delle chiese antiche spesso si vede questa

simbolica vite spargere intorno i tralci carichi di frutta maravigliose.

E non ricevette forse tutta la chiesa dei fedeli l'allegorico nome di

vigna del Signore? Non parlo dell'ufficio riserbato al vino nei riti più

angusti. La Chiesa non condannò nè la vite nè il vino; condannò Bacco e

il suo culto.

E pure, a dispetto di quella condanna, quante memorie ne rimasero per

secoli tra gli uomini, quante tuttavia ne rimangono! Non è da credere

com'è duro svezzar i popoli da certe usanze, distorne la mente da certe

immaginazioni. Molti riti pagani si mescolarono, senza quasi che altri

se ne avvedesse, ai riti cristiani, di molte feste pagane si fecero

feste cristiane. La Chiesa più d'una volta ricorse a quest'utile

espediente d'incorporarsi ciò che non valeva a distruggere. Così un

avanzo dei baccanali romani sopravvive nelle feste della Madonna

dell'Arco che ogni anno si celebrano in Napoli. Il ceppo di Natale, le

strenne di capo d'anno, il carnovale, traggon l'origine da usi pagani.

Spesso accadde ancora che d'un dio pagano si fece un santo cristiano,

contro la regolar consuetudine, ch'era di farne un diavolo. Così della

dea Pelina si fece San Pelino, della Felicità pubblica si fece Santa

Felicita, e il mito d'Esculapio diede origine alla leggenda di San

Rocco^[I-13]. Qual maraviglia se noi troviamo nel calendario cristiano

anche un Sant'Apollo, un San Mercurio, un San Bacco?^[I-14] Le divinità

pagane perseguitate senza pietà, si cacciarono qualche volta nel

santuario, e mutatesi alquanto nell'aspetto, e un tantino nell'indole,

vi rimasero in pace. Così accadde spesse volte nel medio evo che un

solenne ribaldo, riparatosi in un convento dalle persecuzioni della

giustizia, vi prendesse, tutelato dal diritto d'asilo, la tonaca, e

morisse poi in odore di santità. E non mancano nemmeno esempii di santi

genuini ed autentici, i quali avendo consumato la vita a combattere il

paganesimo, si videro dopo morte, contro ogni aspettazione loro,

rivestiti di alcune, o poche o molte, qualità di questo o quel nume più

aspramente da loro combattuto. Valga per molti esempii quello, che più

si confà al caso nostro, di San Martino, che presso il popolo, in

Francia e in Germania, dovette, di buona o di mala voglia, far le veci

di Bacco^[I-15].

Nei costumi nostri potrei mostrar molte vestigia di costumi antichi

attinenti al culto di Bacco, o aventi in qualche modo relazione col

vino. La corona o il fascio d'edera, o d'altro frondame, che per tutta

Europa serve d'insegna alle osterie, ricorda la corona trionfale di cui

Bacco s'ornava, e l'edera a lui sacra^[I-16]. Quest'uso noi l'abbiam dai

Romani, e il nostro proverbio: _Il buon vino non ha bisogno di frasca_,

e il francese in tutto simile: _A bon vin il ne faut point de bouchon_,

risponde di tutto punto il latino: _Vino vendibili suspensa hedera non

opus est._ L'usanza di aromatizzare i vini con erbe o con resine, come

si fa qui da noi pel _Vermouth_, e per molti vini in Grecia, risale ad

antichità assai remota. Non parlo della presenza di Bacco nel linguaggio

parlato: noi diciamo ogni momento: _Per Bacco! Sangue di Bacco! Corpo di

Bacco!_

Altre memorie più singolari ci presenta la poesia del medio evo. Del

secolo XIII è una messa dei beoni che comincia: _Introibo ad altare

Bacchi, ad eum qui laetificat cor hominis_. Il _Confiteor_ vi si

trasforma, come il bisogno richiede: _Confiteor reo Baccho omnipotenti_;

vi si trasforma il _Pater noster_, ed è naturale: _Pater noster qui es

in scyphis_^[I-17]. San Paolo aveva detto: _Ebriosi non possidebunt

regnum Dei_; ma tale non è l'opinione di chi si finge nel XII secolo

faccia la strana professione di fede contenuta in quei versi famosi:

Meum est propositum in taberna mori.

Vinum sit appositum morientis ori,

Ut dicant cum venerint angelorum chori

Deus sit propitius huic potatori^[I-18].

Nel secolo seguente un cantico alla Vergine si trasforma in un cantico

al vino^[I-19]. Dei Goliardi, autori spesso di così fatte parodie, fu

chi disse:

Magia credunt Juvenali

Quam doctrinae prophetali,

Vel Christi scientiae.

Deum dicunt esse Bacchum,

Et pro Marco legunt Flaccum,

Pro Paulo Virgilium.

Questa letteratura vinolenta darebbe da dire assai a chi volesse tenerle

dietro. Ricorderò ancora i _Miracles de saint Tortu_, sotto il qual nome

cabalistico s'intende appunto significato il vino^[I-20]; il _Martyre de

saint Bacchus_^[I-21]; il _Sermon fort joyeux de saint Raisin_^[I-22],

questo del XVI secolo. Nel _Martyre de saint Bacchus_, il santo di cui

si celebrano le gesta è figliuolo di una figliuola di Noè per nome

Vigna. Nessun santo, vi si dice, ha in paradiso gloria pari alla sua;

poi si narrano i miracoli operati da lui, e la passione, paragonata con

quella di Cristo. In un luogo son questi versi:

Seigniez-vous et recommandez

A Dieu, et grâce demandez

A sains Bacchus si qu'il la face.

In un _Dis de la Vigne_ di Giovanni da Douai, si paragonan le cure che

si debbono alla vite con il culto dovuto a Dio.

A questa singolare letteratura potrebber servir di motto i due versi in

che Margutte compendia la sua professione di fede:

Or queste son le mie virtù morale,

La gola e 'l bere, e 'l dado ch'io t'ho detto^[I-23].

Così onorato nel medio evo, Bacco non decadde certo dall'antica sua

gloria quando il Rinascimento ebbe ristorato nella fantasia, se non

nella fede, il paganesimo. Quanti poeti non inneggiarono allora, come

Maffeo Vegio, al più amato degli dei:

Bacche, pater vatum, suavissime Bacche Deorum!^[I-24].

Ma di ciò io non voglio parlare più a lungo; bensì vo' ricordare come

nelle feste carnovalesche e nei Trionfi, che già solevano sfoggiare

nelle nostre città, Bacco fece sempre gloriosa mostra di sè. Gli esempii

soperchiano, e mi basta di citarne un pajo. Tutti conoscono il _Trionfo

di Bacco e d'Arianna_ composto da Lorenzo de' Medici: nel Carnovale del

1710 si fece con grande pompa in Ferrara una mascherata rappresentante

il trionfo di Bacco. Quando nel 1498, per istigazione di Gerolamo

Savonarola, si fece un solenne bruciamento _delle vanità del carnevale_,

usci fuori una canzone, dove si finge che un cittadino dica a Carnovale

che si fugge:

Dove è Giove Iuno e Marte,

Vener bella tanto adorna,

Bacco stolto con le corna,

Che solea cotanto aitarte?^[I-25]

Terminerò di parlare di Bacco, della sua leggenda, e della lunga memoria

che n'han serbato gli uomini, ricordando, come a lui, che aveva

peregrinato già gloriosamente per tutta la terra conosciuta, si volle

attribuire ancora la scoperta di paesi incogniti. Il felicissimo paese

di Cuccagna fu da lui ritrovato, e un poeta, Quirico Rossi, celebrò co'

versi il memorabile avvenimento^[I-26]. Di ritorno dall'India, Bacco

muove in traccia della fortunata regione, dove giunge coi suoi seguaci

dopo aver lungamente errato pei mari. Permettete ch'io vi dia un'idea

delle delizie di quella terra incomparabile riferendo tre ottave che

sono degne veramente del loro soggetto:

Fiumi di burro a tutte le stagioni

Scorrendo vanno e dilagando i prati,

Dove nascon per erba i maccheroni,

E per ghiaia ravioli maritati;

Ed anitre e pollastri, oche e capponi

Di frittelle pasciuti e saginati,

Che penne avendo di lasagne intorno

Volano al quietissimo soggiorno.

Sorge un colle nomato ivi Bengodi

Dove di latte una fontana spiccia;

Ombra vi fan le viti in varii modi,

Altre erranti, altre avvinte di salsiccia,

Che mettono un salame a tutti i nodi

Ed in luogo di foglie han trippa riccia:

A concimar la vigna e il colle tutto

Quivi il lardo s'adopera e lo strutto.

Le quercie che del sol frangono il raggio,

Hanno per ghiande ritondetti gnochi,

I quali giù tornando nel formaggio

(Ch'altra sabbia non usasi in que' lochi),

invitano ciascuno a farne il saggio,

Nè v'ha mestier di guatteri e di cuochi,

Perchè d'un ventolino al caldo fiato

Tutto cotto ivi nasce e stagionato.

Ma lasciamo in disparte oramai Bacco e la sua interminabile leggenda, e

volgiamoci, ch'è tempo, a Noè. Il patriarca contende al nume la gloria

di avere inventato il vino; per questa invenzion capitale accade quello

che per molt'altre invenzioni di minor conto, dove si veggono più

pretendenti concorrere ad appropriarsene il vanto. Per non dar torto a

nessuno diciamo che Bacco e Noè hanno tutt'a due inventato il vino senza

sapere l'uno dell'altro.

Notiamo anzi tutto la somiglianza grandissima ch'è tra il Noè biblico e

il babilonese Sisutro, ultimo dei dieci patriarchi antediluviani,

secondo che riferisce Beroso. Altri dimostri, se può, che Sisutro fu il

tipo su cui venne esemplato Noè; io mi contenterò di dire che al pari di

Noè Sisutro costruisce un'arca e si salva in quella dalle acque del

diluvio. Se non che qui ci troviamo in un mondo di finzioni

smisuratamente aggrandite, se pure non è più giusto di dire che quelle

della Bibbia furono, con deliberato proposito, ridotte a più piccole

proporzioni. Certo si è che rimpicciolimenti così fatti s'avevano

necessariamente a compiere sotto la preponderanza e l'oppression di

Jeova. L'arca costruita da Sisustro è lunga cinque stadii e larga due,

diciamo 945 per 370 metri. Se Noè campa 950 anni, Sisustro ne campa

64000^[I-27]. Non ho bisogno di dire che figure simili a queste, di

patriarchi o di semidei che si salvano da un diluvio in cui tutto il

rimanente genere umano perisce, si trovano in molte mitologie^[I-28].

Ho detto poc'anzi che nell'invenzione del vino il patriarca Noè ebbe

coadiutore il diavolo: ecco che io mi faccio a provarlo recitandovi per

intero una bella leggenda rabbinica quale si trova tradotta in un libro

del prof. Levi^[I-29].

«Curvo sul ferro, tutto di sudore grondante, il patriarca Noè stava

intento a rompere le dure zolle. A un tratto Satana gli appare, e dice:

««Qual nuovo lavoro intraprendi? qual nuovo frutto speri tu di trarre

dalle lavorate zolle?»»

««Pianto la vite»», risponde il patriarca.

««La vite? superba pianta! stupendo frutto! gioia e delizia degli

uomini! Il tuo lavoro è grande: vuoi tu che aggiunga l'opera mia? il tuo

lavoro diverrà perfetto»».

Il patriarca accetta.

Satana corre, afferra una mansueta pecora, la trascina, la sgozza, ne

inaffia col dolce sangue le rotte zolle.

— Da questo avviene che colui il quale liba leggermente il licore della

vite, è, come la pecora, d'animo mansueto, di pensieri benevoli e

dolci. —

Noè guarda e sospira: Satana prosegue l'opera sua; afferra un leone, lo

squarcia e dalle squarciate vene il sangue zampilla e scorre, e inonda

le rotte zolle.

— Da questo avviene che colui il quale beve alquanto oltre l'usato, come

leone si sente pieno di vigoria, e il sangue ribolle spumoso nelle vene,

e gli spiriti s'inorgogliscono, e l'uomo grida: Chi è pari a me? —

Noè guarda e sbigottisce: Satana prosegue l'opera sua; colle impure mani

ghermisce un porco, l'ammazza e insozza coll'impuro sangue le rotte

zolle.

— Da questo avviene che colui il quale tracanna smoderatamente il sugo

dell'uva, si ravvoltola in mezzo alle sozzure come porco in brago. —»

Questa leggenda immaginosa e significativa, di cui non sarebbe agevole

rintracciare l'origine prima, ebbe più varianti. Secondo una versione

arabica il primo a piantar la vite fu, non già Noè, ma Adamo, e il

diavolo l'inaffiò col sangue di una scimmia, di un leone e di un

porco^[I-30]. A questo proposito non è fuor di luogo il dire che dai

rabbini fu congetturato l'albero proibito fosse appunto la vite^[I-31].

Una leggenda molto simile alla talmudica che avete udita testè riferisce

il poeta arabico Damiri^[I-32]. Finalmente in un vecchio libro francese,

il _Violier des histoires romaines_, quella strana concimazione si

attribuisce allo stesso Noè, che per suo mezzo cangia la vite selvaggia,

o lambrusca, in vite domestica. Qui gli animali son quattro, cioè il

leone, il porco, l'agnello, la scimmia^[I-33]. È da credere che della

leggenda talmudica sapessero qualche cosa quei cioncatori del _Fausto_

del Goethe, i quali, là, nell'osteria di Auerbach, a Lipsia, cantano a

squarciagola:

Provo il contento,

Provo il solazzo

Di cinquecento

Porci nel guazzo.

Ma piacciavi di considerare il progresso dei tempi. La sapienza dei

rabbini paragonava l'uomo vinto dal vino ad un porco; ognuno di quei

bravi compagni si paragona a dirittura a cinquecento porci.

Non deve far meraviglia che il diavolo, avendo avuto parte nella

fabbricazione del vino, siasi servito poi del suo trovato per condur gli

uomini alla perdizione. E quante storie terrifiche potrei ricordare a

questo proposito! Se è vero, come in parecchi antichi prontuarii

d'esempii ad uso dei predicatori si trova narrato, che una povera

monaca, una volta, rimase ossessa per aver mangiato d'un cesto d'indivia

in cui s'era appiattato il diavolo, quanto più frequente non dovette

essere il caso di bevitori ostinati, che votando il bicchiere, si misero

in corpo, senza saperlo, un infuso di Satanasso! Lutero racconta la

storia di un asciugafiaschi, il quale per una sbornia vendette l'anima

al diavolo, da cui fu poi debitamente strangolato^[I-34]. Ma per non

allungarla di troppo citerò un esempio solenne e conclusivo. In un

_fabliau_ francese si racconta che il diavolo, dopo aver lungamente

tentato un romito senza poterne vincere la virtù, gli promise di volerlo

oramai lasciare in pace, a patto che gli desse questa soddisfazione di

commettere una sola volta un peccato, scegliendo tra il vino, la

lussuria, l'omicidio. Il romito per liberarsi accetta, e sceglie il più

picciol peccato del bere, pensando di poterne poi con poco far

penitenza. Va a pranzo da un mugnajo suo vicino, e s'ubbriaca; rimasto

solo con la moglie di costui, casca nel secondo peccato e finisce per

uccidere il mugnaio da cui è sorpreso. Vero è che il diavolo non ottiene

il suo scopo. Il romito si pente, va a Roma, si fa assolvere dal papa, e

dopo asprissima penitenza, muore in concetto di santo^[I-35].

Parlando del vino e delle sue origini noi ci siamo inaspettatamente

trovato fra' piedi quel setoloso quadrupede, di cui è quasi vergogna

pronunziare il nome, e che nulladimeno, forzatovi dall'argomento, io ho

dovuto nominare più volte. Che direste voi se a questo proposito io vi

svelassi un mistero zoologico di cui lo stesso Darwin, indagatore

acutissimo delle origini delle specie, non ebbe nemmeno un sospetto? E

in pari tempo vi sarebbe dimostrato ciò che io asseriva cominciando,

cioè a dire che Noè fu di statura di giganti. Il mirabil caso è narrato

dal cronista arabo Tabari^[I-36].

Quando, essendosi già ritratte l'acque del diluvio, le coppie degli

animali uscirono dall'arca per ripopolare la terra, due nuovi bruti si

videro comparire tra quelle, il porco ed il gatto. Essi eran nati

nell'arca, per opera di Noè. Ecco le cause e il modo della creazione.

L'arca, ripiena di tanto gregge quanto il buon patriarca n'aveva

raccolto, fu in breve ridotta a tale stato da disgradare al paragone le

famose stalle di Augia. La famiglia del patriarca, non potendo più

reggere allo schifo ed al lezzo, ricorse a lui perchè provvedesse in

qualche maniera. Noè allora s'accostò all'elefante, e senza punto

scomporsi gli passò la mano sul fil della schiena. Com'è, come non è,

l'elefante mette al mondo il porco, il quale in men che non si dice

prende la sua prima satolla spazzando l'arca d'ogni sozzura. Qualche

tempo dopo si trova che l'arca è infestata da topi voraci che sciupano

ogni cosa. La famiglia ricorre novamente a Noè, e Noè, fattosi presso al

leone, gli passa una mano sul fil della schiena, e il leone starnuta, e

caccia dal naso un gattino ghiribizzoso che in poco d'ora fa giustizia

degli invasori.

Voi vedete che gli uomini debbono essere grati a Noè per molte ragioni.

Senza di lui la mortadella di Bologna e lo zampone di Modena non

sarebbero mai venuti al mondo, e il pasticcio di lepre sarebbe stato una

cosa assai rara. Ma in particolar modo gli debbon esser grati

gl'italiani, giacchè è più che certo che Noè, al paro di Bacco, venne in

Italia, e vi diede principio a quell'antichissima italica civiltà d'onde

poi venne fuori la gloria di Roma. E questo non lo dico già io, ma

l'afferma nientemeno che Pierfrancesco Giambullari, il quale nel suo

libro intitolato _Origine della lingua fiorentina_ racconta tutta la

storia per filo e per segno, che non c'è da aggiungere, nè da levare un

ette^[I-37]. Dovete dunque sapere che la lingua italiana deriva, per

mezzo dell'etrusca, dall'aramea. Centott'anni dopo il diluvio, Noè,

lasciati i monti dell'Armenia, dov'era approdato con l'arca, venne in

Italia. E in fatti, uno degli antichissimi nomi dell'Italia è appunto

Enotria, come dire paese del vino, e il Pelizzari, nel suo poemetto

intitolato _La Vigna_, lo conferma dicendo:

Alla pianta gentil sacra a Lieo

Onor d'Italia, a cui d'Oenotria un tempo

Il nome aggiunse, ora il mio stile io volgo.

Noè, che parlava l'arameo, va ad abitare sul monte Gianicolo, e prende

il nome di Giano, il quale si figura con due facce, per far intendere

che Noè appartenne a due età, quella che precede e quella che segue il

diluvio. Più tardi viene in Italia anche Saturno, e allora principia

l'età dell'oro.

Ma qui cominciano le difficoltà, giacche molti pretendono che l'età

dell'oro sia stata prima del diluvio, e che fin che durò, in fatto di

bevande, gli uomini non conobbero che l'acqua fresca. Tanto è vero che

Romolo Bertini, autorità di prim'ordine, dice in una sua poesia _In

biasimo del secol d'oro_:

Se di mangiare e bere

Quel popolo beato avea desio,

Con estremo piacere

Scotea le querce e s'inchinava al rio;

O che bella bevanda, o che dolc'esca

È mangiar ghiande, e ber dell'acqua fresca.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Quando i dolci liquori

Della vite la lingua ebbe assaggiati,

E con alti stupori

Fûr le starne e i capponi assaporati,

Si passò da' ruscelli alle cantine,

Da scuoter querci a far fumar cucine.

Ma checchè sia di ciò, non crediate che le cose, di cui si fa narratore,

messer Pierfrancesco Giambullari se le sia inventate. In un vecchio

libro latino che risale al secolo XIII, la _Graphia urbis Romae_, si

racconta sulla fede di un Hescodius irreperibile, che Noè venne in

Italia, e fondò presso a Roma una città cui diede il suo nome. Giano,

suo figliuolo, costruì sul Palatino una città chiamata Gianicolo. Più

tardi Nembrotte, ch'è tutt'uno con Saturno, venne ancor esso in Italia.

La stessa storia si trova riferita da Martino Polono, cronista di quel

medesimo secolo.

Lascio da banda il dio Frô della mitologia germanica ed altre divinità

di genti diverse che potrebbero aver relazione col mio argomento, e mi

affretto a dire alcune poche cose ancora che più direttamente concernono

il vino.

Di sbornie leggendarie, singolari e memorabili se ne ricordan parecchie

nella storia. Quella che mosse i Lapiti e i Centauri a sonarsi di santa

ragione è nota a tutti. Una leggenda, che fu ritenuta storia da molti,

narra di un certame tra bevitori bandito da Alessandro Magno. Il

vincitore si cacciò in corpo tredici litri di non so che vino, e ci

rimise la vita^[I-38].

Molto ci sarebbe da dire circa la parte che il vino e la vite ebbero nei

miracoli. Già Pausania ricorda che in un tempio di Bacco presso Elide

ogni anno tre fiaschi d'acqua miracolosamente si mutavano in

vino^[I-39]. Nei leggendarii accade spesso di leggere di fonti che in

ricorrenza di feste solenni versavano vino, e di santi uomini che,

andati ad attingere al pozzo, con grata maraviglia tirarono su il

secchio pieno di vino squisito. Nella relazione dei viaggi dell'Infante

Don Pedro di Portogallo si racconta questo miracolo. In una città

dell'India si conserva e si venera il corpo di San Tommaso apostolo. Il

santo, tuttochè morto, sta ritto sopra un altare, e tiene in mano un

sermento di vite disseccato. Quando si celebra a quell'altare la messa

il sermento rinverdisce, si veste di foglie, si carica di grappoli, e al

momento opportuno fornisce il vino necessario al sacrificio

incruento^[I-40].

Qualche cosa ancora mi resta a dire delle virtù miracolose attribuite al

vino. È noto a tutti il detto latino In vino veritas; gli arabi hanno un

proverbio che esprime presso a poco lo stesso concetto: _il vino fa

palese ciò che si nasconde nel cuore degli uomini_^[I-41]. Ma qui si

tratta di una virtù puramente naturale: il vino toglie all'uomo la

triste facoltà di simulare e l'obbliga a mostrarsi qual è. Ne questo è

il solo benefico effetto ch'esso produca naturalmente: Orazio afferma

che per far buoni versi bisogna bere del vino^[I-42], e che la stessa

virtù si rigenera nel vino, come l'esempio di Catone dimostra^[I-43]. Lo

Scarron dice nel Virgile travesti:

J'entends les Poëtes divins

Alors qu'ils sont entre deux vins.

Ma non ci mettiamo per questo mare che non si potrebbe tornar così

presto alla riva. Io dico che al vino si attribuirono ancora certe

qualità arcane e recondite per cui divenne in certi casi un paragone di

verità e di giustizia. In più e più leggende si parla di una coppa

maravigliosa, la quale, essendo piena di vino, nessuno vi può bere che

non sia scevro di colpa. Una coppa sì fatta ebbe in dono dal nano

Auberon Huon di Bordeaux, che poi se ne servi per scoprire certi brutti

peccatacci di Carlo Magno^[I-44]. E chi non ricorda la tazza incantata

che faceva scoprire ai mariti la infedeltà delle mogli, della quale si

parla nei canti XLII e XLIII dell'_Orlando Furioso_? Nè si dica che qui

la virtù spetta al nappo e non al vino; per fare la prova si richiede e

l'uno e l'altro, ma chi dà la dimostrazione è propriamente il vino.

Coloro che nulla hanno a temere lo bevono; coloro che si trovano in

altra condizione se lo versano addosso. Ricorderò finalmente ciò che il

Rabelais racconta del giovine Panurge; il quale, fittosi in capo di

prender moglie, e dubbioso e pauroso di quello che gli possa succedere,

ricorre per consiglio ad avvocati, a filosofi, a preti, e finalmente si

risolve d'andare a consultare _l'oracle de la dive bouteille_, il più

veridico fra quanti danno responsi^[I-45]. Su questo capitolo ci sarebbe

da discorrere un pezzo^[I-46].

Signori, io sono giunto al termine della mia diceria, ma non crediate

sia chiusa la leggenda del vino. Non vorrei funestare con tristi

pronostici gli animi vostri, ma forse è già cominciata, forse sta per

cominciare la leggenda della morte di questo eroe, e non so se i molti

seguaci ed amici ch'egli ha per il mondo varranno a salvarlo. Egli ha

contro di sè congiurati terribili avversarii. Da una parte l'oidio e la

tremenda filossera assaltan la vite; dall'altra una chimica iniqua crea

nel mistero di nefandi connubii, di corpi solidi, liquidi ed areiformi,

vini acherontei, satanici, apocalittici, che sotto la menzogna del nome

usurpato nascondono l'abominazione della desolazione. Ma di queste

insidie della natura e dell'arte altri vi parlerà con tutta l'autorità

della scienza: io debbo contentarmi d'esprimere un voto: possa per lungo

tempo ancora il vino, il vero vino, l'autentico e legittimo figliuol

della vite, esilarare, secondo il detto della Scrittura, il cuore

afflitto degli uomini.

Il Vino: Undici conferenze fatte nell'inverno dell'anno 1880 · 第 6 / 33 题