L'affare di Genova si presentava eccellente ma alquanto complicato. Si
trattava di riscattare subito una polizza di pegno di oggetti preziosi.
La mia lungimirante pupilla prevedeva, che l'impiego di capitali in
brillanti ed in perle, in questo precipitare dei valori cartacei,
sarebbe stato un ottimo investimento; e nel tempo stesso mi procuravo
doni nuziali, degni di me.
A Milano (perche ho dovuto andare anche a Milano a consultare il mio
legale), sgradevole sorpresa: Biagino, il mio _chauffeur_, chiamato
sotto le armi. Peccato, un bravo ragazzo! Rubava su la benzina e su le
gomme in modo del tutto soddisfacente. Altra sorpresa sgradevole:
tornando un giorno a casa mia, quattro soldatini feriti, allineati
contro il muro al passaggio della mia automobile, levarono le stampelle
contro di me, dicendo: _Managgia li cani!_ Si capiva che erano romani,
ma anche che i tempi si fanno climaterici.
Smettiamo l'automobile!
Sinceramente, fui molto felice quando potei commutare nei gioielli gli
assegni bancari che avevo preso con me quando mi recai la prima volta a
P*** per comperare la contessina dalla chioma d'oro.
"Ebbene, compreremo invece Oretta dalla chioma bruna".
Quei gioielli erano bellissimi.
V'era tra essi una collana di perle di un oriente perfetto che
rappresentava da sola un valore non troppo inferiore al totale della
somma da me impiegata.
"Gran Dio -- dicevo tra me -- quando io faccio vedere questo spettacolo
a madama Caramella, essa e capace di commettere delle sciocchezze
personali. Ebbene no, signora. Si tratta di un semplice regalo di
nozze". E voglio vedere se gli occhi di Oretta si fisseranno con
indifferenza su queste gioie degne di una principessa di casa regnante.
"Via, signorina, che il tempo delle violette mammole e trascorso, e alle
rose convengono si fatti ornamenti".
Ebbene, quello che e successo appartiene al numero dei fatti inauditi,
fantastici: direi cinematografici.
Io ne ho segnata la data memorabile: venerdi, sette giugno, ore undici e
mezzo del mattino.
*
Ma procediamo con ordine. Ero tornato da Genova a P*** col treno, dopo
un viaggio disastroso; accaldato, assonnato, perche quando si porta con
se una borsetta di simile valore non e il caso di addormentarsi.
Pensavo con piacere a Lisetta: "appena arrivato, faccio levare due
secchi d'acqua, di quell'acqua gelida dal fondo del pozzo". Ne sentivo
in fantasia la sferzata dolce e ristoratrice. "Presto, Lisetta! Il mio
pijama e questi due marenghi per voi: uno per secchio". Godevo a questo
fresco pensiero.
Appena sceso a P***, ho preso una carrozzella e, con la mia borsetta in
mano, mi sono fatto condurre al mio _chalet_. Il cavallo andava assai
piano, ma non importa. Appena fuori della porta, l'aria della campagna
comincio a ventilare. V'era l'odore fresco del trifoglio rosso nei
campi, v'era l'odore caldo delle spighe, mature ormai; v'erano i
grappoli bianchi delle acacie. "La natura -- pensavo -- e
sostanzialmente profumiera come me".
Ma il cavallo andava assai piano, tanto che apersi la busta di un
biglietto che mi giaceva in tasca. Era del mio meccanico e diceva: "Se
torno, riprendero servizio presso di lei, se non torno, diro: Viva
l'Italia". "Ma che bravo ragazzo! Siamo tutti patriotti, adesso.
Speriamo che ogni cosa vada a finir bene, e allora faremo belle gite per
queste colline idilliche, con la signora Oretta, e forse con l'erede, a
cui presenteremo il mondo sotto il suo aspetto piu simpatico".
Ma quando fummo al piede della salita, il cavallo si rifiuto di salire.
-- Queste povere bestie -- disse il vetturale -- non mangiano piu biada
e non hanno piu forza.
-- Ebbene -- risposi, -- faremo quest'ultimo tratto a piedi.
Sono sceso e, con la mia borsetta in mano, mi sono avviato verso lo
_chalet_.
Ma che cosa videro sotto la pergola le mie esterrefatte pupille?
E lui o non e lui?
Era Melai.
Ma non era partito? Se era lui, evidentemente non era partito.
Ho avuto una specie di turbamento premonitore.
Melai si intravedeva, sotto la pergola, pacificamente seduto su la
poltrona di vimini. Fumava beato una sigaretta e spingeva le spire del
fumo verso il cielo.
Ma non era solo. Oretta era in piedi davanti a lui.
E papa? e mama? Nessuno! Nessuno, fuor che cane Leone, addormentato.
Fin qui nulla di eccezionalmente grave; ma io avevo la percezione che
stava per succedere qualche cosa di grave; percio, quasi senza volerlo,
mi trovai giu nel fosso e guardavo attraverso la siepe quello che stava
succedendo sotto la pergola.
La scena era muta ma si capiva lo stesso. Gli occhi di Melai erano
imbambolati nella contemplazione di Oretta; ed io sentivo che i miei
occhi diventavano feroci.
Ad un tratto la manina di Oretta si mosse, prese dalla scatola, che era
sul tavolino di vimini, un cioccolatino: lo spoglio dolcemente, allungo
la manina. La bocca di Melai era anche essa imbambolata. Butto via la
sigaretta, e la signorina gli insinuo il cioccolatino nella bocca. E
seguito.
"Ma che confidenze son queste? Ma questo e un male ereditario! Ma quella
scatola e la mia scatola, quei cioccolatini sono i miei cioccolatini!".
Melai teneva ora chiusi gli occhi come alla prima comunione.
"Ah, e questa la rinuncia, o impostore?" esclamai. "Ma qui succede
qualche cosa di molto piu grave".
Ad un tratto, cosa vedo? Vedo la signorina Oretta che si accosta anche
piu verso di lui; allunga la mano, e immerge la mano dentro i capelli di
lui.
La mano passava e ripassava come se pettinasse: "la dama pettinava il
damigello". Lui andava indietro con la fronte e si lasciava pettinare.
Era uno spettacolo grandioso: muto. Ma io sentivo fischiarmi le
orecchie. Mi parve ad un tratto che nella campagna ci fossero come
nascosti dei piccoli genietti che accompagnassero quella scena con i
violini. Forse erano le cicale.
Poi, non so, o era il sole che si moveva sotto la pergola, o erano i
miei occhi esterrefatti, ma le due figure si spostavano stranamente.
Oretta si piegava sempre di piu, o si lasciava piegare; le pupille loro
si avvicinarono; i due volti si confusero, e allora non si mossero piu.
Ma questo evidentemente e un bacio! La musica dei genietti si fermo, e
anche il sole si fermo.
Non so per quanto tempo Melai e Oretta rimasero cosi, perche io ero
oramai paralizzato in fondo al fosso. Mi riscossi un po' per volta, e
dicevo: "Ma si baciano sempre! Brava, signorina Oretta, e
congratulazioni anche a lei, signor Melai, congratulazioni! Ah, un bel
santo!"
Volevo apparire dicendo cosi, ma non potei, perche, d'improvviso, cane
Leone si desto; latro con rabbia, latro con ferocia: lo vidi, con la
gola spalancata e tutta la pelliccia furibonda, balzare verso di me.
Mi sono trovato nel mio _chalet_, sporco come un mostro. Per fortuna
avevo ancora con me la mia borsetta.