XIV. -- IL PAPA MIO FUTURO SUOCERO.

Sono andato allo studio dell'avvocato per l'affitto della villa. Ma non

ho avuto bisogno di domandare se c'era.

Se ne sentiva la voce dall'anticamera. Gridava come un'aquila, cosa

della quale ero prevenuto.

-- S'accomodi, signore -- mi dice lo scrivano, un gobbetto con certe

mani che spiccavano in nero su la carta bianca.

Veramente quando io sento la gente che declama forte, ho l'abitudine di

ritirarmi.

Lo studio e molto in istile con le mani dello scrivano. Accomodarmi?

dove? Il sofa e occupato da due grossi individui di campagna. Clientela

poco distinta.

La declamazione cresce.

Si sente l'avvocato dire: "Affari sporchi, signore, affari molto

sporchi! Nel mio studio tutto e pulito. (Pausa. Ripresa). Ma si, vada da

chi vuole. Non c'e altra abbondanza che di avvocati".

-- Senti come _el ziga_! -- dicono i due villani pieni di ammirazione.

"No! -- si sente gridare ancora di la, -- e inutile che lei _mi dia

dell'olio_. Sa piuttosto? ringrazi se non la denuncio. Esca, faccia il

piacere: esca!"

L'uscio si spalanca e vien fuori un signore un po' pallido. Passando,

vede la mia distinta persona e dice: "Gli porto un affare che

rappresenta dei buoni da mille e lui dice che gli guasto l'onore. Come

se i buoni da mille fossero _stampigliati_ col bollo d'onore e senza! La

guerra passa e gli affari rimangono".

Non ragiona male, ma io resto impassibile: invece i contadini si guardan

con tanto d'occhi: _Disel da bon?_

Il signore esce.

Vien fuori l'avvocato con una faccia da burrasca, e dice: -- Avanti a

chi tocca.

Io cerco moglie! Romanzo · 第 22 / 50 题