«Benissimo! — pensava il buon Polla. — Il pazzo sono io che non voglio
affliggerlo; che ho vergogna delle nostre colpe sociali; che non lo
condurrò mai per gli ospedali e per le carceri!»
Pietoso dell'amico e di sè stesso, a ricordarsi che l'amico doveva
avere avuta una terribile sventura e che ora sapeva quante pietre
componevano il gruzzolo, non lo conduceva nemmeno ai teatri ove si
rappresentavano o i drammi di Ibsen o melodrammi così patetici da far
ammattire i savi.
— Al teatro quando ci andiamo? — Edon chiedeva.
E Polla:
— Io non sono robusto come voi. Giriamo troppo il giorno, e mi vien
sonno presto.
Era assonnato e stanco all'avemaria. Pure egli promise che se dessero
l'_Albergo del libero scambio_, ve lo accompagnerebbe.
Or mentre il terzo giorno di quella vita fraterna vagavano per le
strade udirono avanzare una sinfonia lemme lemme e videro crescere, in
distanza, la folla. Polla subito cercò trar via seco l'eldoradese. Ma
questi, al contrario, desiderava sapere che cosa ci fosse da vedere.
— No....; andiamo! Non è uno spettacolo per voi.
— Che è? che è?
Rispose un signore molto gentile:
— Un trasporto....
— Un trasporto? — fece Edon, resistendo all'amico che lo tirava per la
giacca.
— Sì. Portano un brav'uomo all'ultima dimora. Andiamo!
Ma fu peggio di prima.
— All'ultima dimora?...
Arrabbiandosi, Polla esclamò:
— Al cimitero: non capite?
E il signore:
— È un patriotta che una polmonite ha ucciso in tre giorni.
E Polla, con ira già sarcastica:
— Non usano le polmoniti da voi?
Veramente Edon non aveva notizia di tali malanni. Anzi, alla richiesta
se in Eldorado si godesse buona salute, rispose:
— Ottima. Abbiamo, oltre l'igiene, un'acqua pura come l'aria. Poi ai
piedi del nostro monte il clima è caldo; a mezza costa, è primavera
continua, e freddo in alto; cosicchè a guarire le nostre piccole e rare
indisposizioni e a trovar la stagione conveniente per ogni organismo,
ci basta mutare residenza e volare di qua o di là.
— Se crederete che da noi le malattie sono molte e gravi — amaramente
osservò allora Polla —, se crederete che da noi si muore anche a venti
anni, ammetterete che per questo almeno si sta meglio in Eldorado che
in Europa.
Ma Edon non si diè vinto.
Disse:
— Mi ricordo che il mio bisnonno viaggiando all'estero una volta
s'ammalò, e soleva dire che il maggior piacere della vita si prova
nella convalescenza. Ecco un piacere che noi non gustiamo mai. E poi
non pensate all'afflizione della scienza che in Eldorado troppo di rado
può vantarsi di salvare un uomo?
Il funebre convoglio frattanto si avvicinava: quattro cavalli bardati
in nero e coi pennacchi; il cocchiere nero e rigido; fiori su la
carrozza e ai lati; e quei signori che reggevano i cordoni con il viso
impresso dell'onore meritato; e la turba dietro, fra cui ogni persona
pareva compiacersi d'essere vista. Poichè la musica sonava così adagio
e tutti camminavano così piano. Edon aveva ragione di credere che tutti
amassero di essere visti e di vedere; in particolar modo le signore e
le ragazze, delle quali più d'una rispondeva con un sorriso a più d'un
sorriso.
Edon, pertanto, allegro e festoso entrò nel corteo, dicendo a Polla
che pur troppo al suo paese la morte non meritava alcuna pompa: vi
appariva un fenomeno molto semplice: una materiale trasformazione.
Da tempo immemorabile gli scienziati vi avevano scoperto il modo di
decomporre elettricamente i corpi morti e di restituire le cellule alla
natura affinchè le usasse in nuovi uffici. Per la qual fede scientifica
non era rimasta in loro alcuna traccia di una esistenza spirituale al
di là di quella decomposizione; nè temevano la morte come trapasso a
castighi, nè la desideravano come viaggio a miglior vita. Per essi non
c'era «ultima dimora». Per essi inutili e ridicole sarebbero state la
musica e le lagrime. Imaginarsi poi i discorsi!
E quando la carrozza finalmente fece sosta e un oratore prese a parlare
con tutte le forze, Edon si mise in ascolto: approvava anche lui,
contentissimo, le più nobili frasi; quali: «il desiderio che l'integro,
intemerato cittadino lascia di sè»; il «cavaliere senza macchia e
senza paura»; il «benefattore e l'amico dei poveri»; il «patriotta
ardente».... «Addio, amico! Che la terra ti sia leggera!»
Finito ch'ebbe il primo, fra un mormorio di assenso unanime, un secondo
oratore prendeva la parola. Ma adesso Edon tirò la manica di Polla
accennando l'oratore già vuoto che consegnava un foglietto a un giovane
salutante a destra e a sinistra.
— Chi è? Perchè? — Edon chiedeva.
Polla rispose:
— È un giornalista; gli ha dato il sunto del discorso.
— Dunque — esclamò Edon — la gloria dei morti giova da voi anche
alla gloria dei vivi? — E sospirava; pareva dire: «Proverò io mai
il conforto di rammentare al pubblico la virtù d'un amico estinto?
Morirete prima voi, Polla?»
Tutti adesso chiacchieravano, perchè il secondo elogio era noioso;
mentre Polla, sempre più a disagio, cercava togliere all'amico
illusioni inutili: che a lodare un morto non era necessario averlo ben
conosciuto in vita; che, in sostanza, le virtù domestiche e civili
essendo sempre quelle, le lodi ai morti eran sempre quelle; che non
essendo opportuno nell'ora del compianto rammentare vizi e difetti,
ma essendo invece di consuetudine i discorsi funebri, si attribuivano
molte virtù anche a chi non ne aveva mai avute.
Ah! Edon era quasi fuori di sè per ammirazione.
— Beati voi! Voi potete vivere da birbanti e morire tranquilli; chè i
giornali diran bene di voi: voi potete viver bene con la speranza in un
futuro premio, o viver male con la speranza del perdono....
Ma d'improvviso l'eldoradese s'interruppe.
— L'_Albergo del libero scambio_! — fece, accennando a un uomo che
tra la folla del trasporto recava al disopra di un'asta quell'annuncio
_réclame_.
— Questa sera a teatro! — aggiungeva Edon fregandosi le mani.
Il socialista cominciava a smarrirsi. Invero, un uomo che si era
divertito tanto a una funzione funebre, logicamente poteva rattristarsi
a una _pochade_; e, d'altra parte, se Edon non era rimasto commosso a
uno spettacolo di morte, non doveva esser stata la morte di qualche
persona cara che l'aveva indotto a fuggire d'Eldorado. Forse il
tradimento d'una donna amata?... Ma v'ha _pochade_ senza inganni di
donne? E che accadrebbe a tale spettacolo?... Invece che ridere, Edon,
forse, s'appassionerebbe....
E Polla balbettò:
— Penso ora che all'_Albergo del libero scambio_ vi scandalizzerete. È
una commedia immorale.
A che Edon:
— Bene! Ne sono così stanco, io, dell'arte morale!
Quella sera dunque bisognò andare a teatro.
Povero socialista! Non solo il compagno fu rapito sin dalle prime scene
all'azione comica; non solo dopo il primo atto battè le palme sin quasi
a scorticarle (nel suo paese non usava) e mostrò d'agitarsi nel vortice
del secondo atto, come s'egli medesimo si trovasse a quei casi allegri
e a quegli equivoci ameni: al calar della tela, dopo il secondo atto,
proclamò:
— Questa è arte!
— A me sembra roba inverosimile — osservava Polla.
— Appunto questo è il bello! Disgraziatamente in Eldorado si ostinano a
credere che il bello consista nella rappresentazione del vero! Io credo
invece che la vita rappresentata in teatro possa essere piacevole per
i ragazzi, che non la conoscono; non per gli uomini e per le donne che
non hanno più nulla da imparare.
Polla ascoltava a bocca aperta.
— Aggiungete, amico — l'altro proseguiva —, che la perfezione è noiosa
per sè stessa e che la vita in Eldorado è pur troppo quasi perfetta.
Imaginate dunque come si sbadiglia nei nostri teatri!
Per fortuna la piccola orchestra, nell'intervallo, cominciò a stonare
in tal modo il valzer della _Madame Angot_ che Polla fu costretto
a turarsi gli orecchi. Ed ecco che quando scostò le dita, udì Edon
mormorare in estasi:
— Questa è musica! — L'amico cantarellava, accompagnando le stonature
e stonando allegramente per conto suo.
Non solo! Non solo! Voleva anche giustificarsi!
— La nostra musica suscita desideri incerti, desideri e sensazioni
dell'infinito; fa piangere...; fa male. La vostra al contrario, che
delizia!
Per non arrabbiarsi, il socialista chiese:
— E in letteratura voi come state?
Risposta:
— La nostra poesia è di una nobile semplicità, non nego; ma così
semplice che tutti la capiscono. Si scarseggia pure in aggettivi,
pretendendosi dipingere con l'armonia e con la precisione dei vocaboli.
Ora io domando a voi se la poesia, che di sua natura è sublime,
dev'essere semplice e compresa da tutti e se si può dipingere, fuori
della fotografia, senza colore!
— E la pittura? e la scultura?
Questa volta Edon sospirò:
— Non v'ha artista da noi che goda a imitare con l'opera del suo
pennello e del suo cervello la divina natura.
— Oh! perchè?
— Noi abbiamo la fotografia a colori e chiunque abbia un po' di
genio artistico può introdurre l'arte nella natura stessa e fare
che questa si ritragga da sè. Bel gusto! Della scultura, infine,
è inutile parlare. Non ne facciamo uso come fate voi. Nelle nostre
scuole s'insegna che non i monumenti ma le opere debbono consacrare
l'immortalità, e i grandi morti s'imparano a conoscere nelle scuole,
non per le vie e per le piazze.
Interruppe, gridò Polla:
— Voi dunque non avete monumenti?
— No. Nelle nostre piazze e nelle nostre strade non ci sono che case e
alberi: perciò non sono amene come le vostre.
A questo punto l'altro si mise a ridere con apparenza insolente.
— Perchè ridete?
— Pensavo al dottor Panglos.
— A chi?
— Al dottor Panglos: un filosofo che trovava tutto bello, tutto a
meraviglia....
— Io sono un giardiniere e non un filosofo — disse Edon — e non oso
dir tanto. Dico solo che qui da voi si sta meglio che in Eldorado;
perchè in Eldorado tanti beni sono cagione di grandissimi mali e qui,
al contrario, molti mali sono cagione di grandissimi beni.
— Ma in nome di Dio! — esclamò l'amico non sapendo più quello che si
dicesse. — Non siete fuggito di là anche per una sventura domestica?...
Quale fu?