.... — Gioielli, no; che a te come a me non piace il lusso; e neanche
alla sposa, speriamo. Dunque?
— Ma niente, zio.... Non si disturbi!
— E tu dàlli! Torno a dirti che non voglio sfigurare in faccia a
nessuno. Cosa daranno i parenti della sposa, quelli così signori? E i
testimoni?
— Ma....
— Eh eh! Me l'imagino: chi la spilla, chi le boccole, chi il monile....
Vedrai...: sciocchezze, grandezze! moda! fumo, insomma! Ma se io avessi
preso moglie (non l'ho presa perchè le donne costano), primo patto:
fuori di casa i parenti della sposa, i parenti alla moda!
— Già!, chi potesse....
— Niente regali! nessun obbligo, con nessuno! Perchè, si sa, i parenti
che non hanno più cuore che quattrini, presto o tardi ti fan scontare
le carezze e i regali. Ma io....
— Oh sì! lei è buono; mi ha sempre voluto bene.... — interruppe
Terpalli.
— Mio dovere. Dunque?
— Non so....
— Al corredo ci avrà pensato la mamma della sposa; alla mobilia ci hai
pensato tu. Scommetto anzi che hai provveduto a tutto, da bravo omino;
che non vi manca proprio nulla!
— Ho fatto il possibile...; ma provvedere a tutto.... capirà....
— Ti bisognano tovaglie e salviette? Hanno aperto un bel negozio in via
Garibaldi....
— No: grazie; ne abbiamo.
— Seggiole?... Tende?...
— Grazie....
— Che imbroglio, Signore Iddio! Parla! Di' su! spiegati!
— Faccia lei!... Quel che vuole....
— Quel che voglio? Io non voglio niente, io! L'orologio? l'hai.
Vestito, sei vestito.... A meno che non ti bisognasse.... Oh! Vuoi un
bel lume?
— Piuttosto...; giacchè lei è così buono, se crede...; se non le par
troppo...; anche la Gigia gradirebbe «un servizio da caffè».
Pareva avesse invocata una cosa dell'altro mondo!
— Un servizio da caffè? — esclamò lo zio.
— Prendete il caffè voi altri?... Non vi dà ai nervi?
— Ma.... per gl'invitati; per qualche amico che capiti, alle volte....
— Bene bene! Vada per il «servizio »; conforme, però, alle mie povere
forze; se vi contenterete....
Contentissimo, Gustavo Terpalli invitò lo zio alla colazione nuziale;
lo scongiurò che non mancasse.
Poi quando egli fu giunto di corsa dalla fidanzata, ed ebbe detto a
lei e alla madre del casuale incontro con lo zio Tarabusi, tutti e
tre scoppiarono in una risata gioconda. Infatti, da che aveva avuta
notizia del prossimo matrimonio, lo zio sfuggiva il nipote — al quale,
scontroso e timido, rincresceva andare a cercarlo — e per risparmiarsi
il dono di nozze si sarebbe nascosto sotterra; quantunque fosse
pieghevole ai rispetti umani e sempre dubitasse di apparire avaro come
era.
— Figuratevi con che aria mi diceva «me ne rallegro!»; con che inchini
ha risposto all'invito della colazione, e con che bocca mi ha detto (e
Terpalli boffonchiava): «Grazie! Vedrò..., potendo.»
La fidanzata rideva sino alle lagrime e le sembrava vedere quella
faccia nuda e tonda simile a quella d'un comico, e il lungo soprabito,
e gl'inchini....
— E figuratevi come è diventato rosso a udire chi sono i vostri
parenti. Ah ah! signori!... signoroni!
— E il regalo? — domandò la mamma.
— L'ha proposto lui!
— Lui?
— Lui? Che cosa?
— Eh! dopo mia lunga tiritera..., per non cascare in cose di troppo
costo..., ha offerto.... un lume!
La Gigia battè le mani.
— Io invece mi son fatto coraggio e gli ho domandato un «servizio da
caffè».
— Bravo! — esclamò la Gigia. — È meglio! molto meglio!
Ma la madre scosse il capo.
— No. Era meglio il lume.
— Scusi — ribattè Gustavo —; ieri sera non diceva anche lei che
il «servizio da caffè» ci sarebbe necessario? Chi deve pensare a
regalarcelo?
— Una bella lampada nel salottino ci vuole: l'ho detto sempre —
insisteva la vecchia. — Adesso è fatta....
— La compreremo.
No e sì. Comprerebbero piuttosto due candelabri. Sì e no. Ma l'orologio
avvertì Gustavo che era trascorsa l'ora, perchè aveva perduto tempo con
lo zio.
— Addio, Gigia; addio, mamma....
E via.
.... Povero e bravo Terpalli! La buona volontà, la nativa tendenza ai
protocolli e ai libri mastri, la mano calligrafica e il bisogno gli
consentivano poco più di mezz'ora ogni giorno e di un'ora ogni sera
agli amorosi colloqui con la sposa e con la suocera. Oggidì quanti
giovani potrebbero enumerarsi che stiano dalle nove alle quindici in un
ufficio comunale; poi dalle sedici alle diciotto e quindi dalle venti
alle ventidue in un ufficio privato, ove senz'astio, tranquillamente,
sommare rendite e spese d'un conte milionario? A un uomo che si
sottoponga a così disumano lavoro e che non scorga al suo termine
una oasi o un giardino fiorito, non la gloria, non la ricchezza, ma
sempre cammini con passo uguale per una pianura uguale sempre, per un
deserto lungo una vita intera, a un tal uomo non basta il conforto di
fumare qualche sigaro. Troppo poco! Era destino che Gustavo Terpalli
si ammogliasse. E, per economia, egli smise anche il vizio di fumare;
e guai per lui se non fosse incappato in una donnina savia: Ma in fatto
di mogli la fortuna, che in altri generi talvolta sembra parziale per i
birbanti, è imparziale e davvero cieca con tutti. Terpalli aveva potuto
chiamarsi fortunato e restare un onesto ragazzo quand'era venuto ad
alloggiare in casa d'una umile vedova, la cui soave figliola sentiva
volare il tempo senza speranze di nozze e di vita.
Proprio la ragazza adatta a lui! Egli era magrolino e timido d'animo
come di baffi, che radi radi sotto il naso acquistavano un po' più
di vigore solo agli angoli della bocca; e la Gigia era piccolotta e
grassoccia, molto timida fuori di casa, e con un po' di peluria anche
lei agli angoli delle labbra. Finchè, un bel giorno, alla dimanda della
vedova: — Perchè non prende moglie, signor Terpalli? —, egli aveva
risposto guardando alla figliola:
— Ci penso spesso, all'ufficio. E lei? (Non osava dire «signorina».)
La ragazza era arrossita sino alla gola ridendo commossa, eccitata dal
suo stesso pensiero che le occhiate patetiche e fuggevoli del giovane,
nei dì addietro, non dissimulassero un inganno; e, poverina, per trarsi
d'impaccio e giustificare quel riso disse una stupidaggine:
— Se ci penso.... all'ufficio?
Parve una canzonatura; per cui Terpalli, un po' permaloso, aveva
scosse le spalle e tenuto il broncio quasi una settimana. Dopo,
si pacificarono con nuove occhiate; e poi la dimanda alla madre, e
l'assenso.
Ed era una consolazione a vederli, quei ragazzi; così di rado la
fortuna aiuta con indulgenza e prontezza due cuori a intendersi
e ad appagarsi pienamente l'uno dell'altro. Che se l'amore buono
è interpretazione, chiaroveggenza reciproca, presentimento e
consentimento, è telepatia, l'amore della Gigia e di Gustavo Terpalli
era un perfetto amore. Pensava l'uno durante le ore d'ufficio:
«Cosa farà adesso?... Adesso ripulisce i miei panni; aiuta la mamma
a spolverare». Oppure: «Cuce per il corredo; discorre con la sarta».
Oppure: «Attende al desinare.... Batte il prezzemolo.... Ohi ohi!:
affacciatasi per caso, un momento, alla finestra, un giovanotto la
guarda...; e lei, via!; scappa. È un angelo!»
E l'altra pensava:
«Cosa farà?... Mette lettere a protocollo; registra un _atto_;
_esaurisce una pratica_; sbriga un importuno.... Oh Dio! Scrive per il
conte, di nascosto, tanta ha voglia di spicciarsi stasera.... Ma se lo
sorprende il capufficio?... Ecco, ecco: lo sorprende, lo sgrida!...»
— E accadde che un giorno Gustavo si sforzasse a contener l'ira a cui
l'aveva acceso il capufficio, perchè la Gigia lo quetasse e l'esortasse
a non infrangere mai più, per amor suo, alcuna regola; ed accadde che
con la mite cattiveria delle ragazze ingenue e buone la Gigia un giorno
raccontasse a Gustavo:
— Oggi, sai, mi sono affacciata un momento alla finestra, e passava un
bel giovinotto.... — Per gioco si bisticciavano, talora, quei figlioli:
e la mamma li lasciava fare guatandoli felice.
Non mancavano tuttavia i gravi pensieri; le spese per allestire
la nuova casa. A provvederla di solo quanto era necessario, e non
superfluo, non sarebbero bastati a Terpalli i risparmi di due anni,
se la mamma non gli fosse venuta in soccorso con tutto il suo avere;
e per le cose superflue — di assoluta necessità, una volta provviste
le altre — lasciarono l'incarico al caso nella consuetudine dei doni
nuziali. Uno specchio per il salotto; una lampada da appendere, o due
candelabri; uno o due vasi giapponesi, di quelli in cui si gettano,
sparsi, fiori e penne; un bell'«album» da ritratti e un cofano, alla
moda, per i biglietti, eran tutte cose che premevano. Seguivano,
soltanto desiderabili, sei posate in luogo di quelle comuni ereditate
dalla mamma; e forse d'un «servizio da caffè» non avrebbero potuto
fare a meno neppure se Gustavo non si fosse imbattuto in quell'ipocrita
dello zio Tarabusi.